Impronte sull’acqua

Impronte sull’acqua
(ined., 2006)

*

“ritorna ciò che rimane,
ritorna
inaridito d’ossido,
non come,
non concavo,
solo parole andate,
che rimangono,
a fare piaghe,
una dopo l’altra”

Giuliano Mesa

*

1.

proprio sui margini
cresce l’ultima voce
il suo alfabeto
già respirato dal silenzio
se arrivi appena a
pronunciare un nome
sfiorando la veglia di
anime abbracciate
per agonia di una
risposta attesa, se
a fare ombra intorno
è un vento, un
tuffo a labbra ferite
nel cammino, la chioma
scomposta di lampade
che si rincorrono
si urtano, non
ti riconoscono, ma
sono state il rosa di ogni pelle
la seta, l’oro che fascia
crudeltà di gesti
la fine del racconto
o forse il canto
dei tuoi accenti
in movimenti d’opera, del
le tue mani a strali
del laccio di sere che
si trascina astri e maree
quando in vuoti
bruniti di luce porti un paese
a spasso, dici nascimi
un sogno, nascimi ancora
strade incuranti del
ricordo, lasciami
un segno, un’
impronta d’acqua

10.

ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato, dal
le gronde di un foglio
dove transitano stelle e
voragini, il profilo distante
di una voce
intravista per caso
si perde tra l’inchiostro e
la pelle, in
certa se
dire il distacco o
annegare negli specchi
del cielo, infinito
rantolo azzurro

13.

qui è domani, vizio
assurdo di speranza sfamata
con alcol e catrame
sfumata al cospetto dei vetri
occhieggiando il
colore del sangue
il suono che palpita e
alle vene regala desideri
di luce, la
macchia di un simbolo
tutto messi e
papaveri in
fossili d’ambra, tutto cielo
che cresce, fiorito di spine
tra isole e agavi
in assenza di verbo
fiammante di bocche
dove si origina sabbia e
il respiro si sazia a una
fonte mai
nata

17.

ci sono versi scritti
con gli occhi, li
riconosci quando
tornano in superficie
spaiati in
sincronie di vuoto
e all’albero
toccano in sorte
che si fermò alla tua soglia
chiedendo ritagli di lacrime
un nome da respirare
crescendo
fino al prossimo cielo, domani
brucerà a una
fiamma di neve, e lo spazio
del suo ultimo grido sarà
l’orizzonte tra
palpebra e
palpebra
che si restringe nel
l’orbita di fiori di
sale

18.

la luna si contorce al
la parete, si
sbreccia tra i vapori
azzurrini dell’acqua
che scivola a fatica sul
la pelle, la mia
casa è una soglia
da cui guardo il mare
farsi fiamma, e la risacca
disegnare il
dis
ordine di un’
eternità interrotta al
la parola
grido

22.

disordine di sguardi, artefice
il fuoco che altrove
spinge l’occhio a una
vicenda di transiti, al
l’ombra che avvalla e
rovina nell’erba
umida di scintille, e tu
che crolli per l’aria
nel segreto coltivi vertigini
di perdute tenerezze, la
passione che ci perseguita di
anni dementi, e forse
solo la cenere ormai
continua ad albeggiare
in superficie, mentre
i figli, ignari
giocano un sogno
tra gesti raccolti qui
a terra, la tua bocca
in un angolo, la
veste nuda
che mi somiglia come un
grido, come un
addio

24.

di simile ha un
giardino, si
arcua la sua carne
nel punto in cui l’ala
affastella la pelle a
bisbigli di luce
tra le fronde, lo ricordo
nel suo respiro affannato
che inciela invano
le piume
trapassate in rivoli
d’asfalto, la sua
luna di desideri
che slarga
la bocca dove il dolore
si coagula
in vomito, dicevi del
l’angelo come un
ruvido nero
maculato da chiazze di
volo, dicevi
nel cavo degli anni ora
temi la nascita, l’
inganno del
sangue che preme al
l’altezza degli occhi

25.

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita, anche ieri
fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori

27.

leggere al fondo dell’urna
il sole segreto che cova
l’insania, un
tormento di amanti, antica
croce di eccessi e
stupori che la carne
sfibra di morte
apparente, ma è
una fuga il mio
occhio, la trappola di
parole rarefatte
l’estasi in
quieta
di chi impara la sete
osservando il cielo che
rosseggia intorno a un lume
o una spiga in fiamme
che capovolge il
canto delle messi, ma anche
il vento che passa e
rimesta le voci in calcare
è un tenere
assieme gli accenti e le spine
il giorno e il suo grido
stretti nel
l’ammutolito
lucore di una
pietra, di un astro

29.

tacite rughe assediano
i ricordi, l’ago
spazza via l’assenza e
la pagina è pronta
per l’inchiostro che
vaga tra silenzio
e silenzio, un
ospite in anticipo
per la veglia dei morti, un
corpo che agli orli
ha steli di pane raffermo
cisti di sogni e
stagni dove si allunga
la radice
lunare al suo primo
apparire, mi dici
inizia a contare da qui
i nuovi giorni, i solchi
nutriti di semi
gli accenti, poi
recita tutto il riserbo, gli
abiti smessi, il
cobalto annerito tra
i pori, le stelle
lasciate a marcire dentro
scrigni di nebbia, il mare
sorpreso a fuggire
le parole dell’onda, ora
è tempo, l’esilio del lume
già varca il confine
tra vene e
memoria

30.

mancano agli occhi
spigoli, angoli, il
profilo che
assicura la bocca al
le ombre, il volo e
la frana di ali impagliate
la corda, l’ansa
di un sole al
la foce, la vertigine
che turbina nel
sonno del marmo e
alla pietra regala maree, con
cede favole d’acqua
meteore e
sillabe oscure, non un giorno
di più, all’insaputa
dei venti, inchioda le
nevi a voragini e
cime, le mie dita al
l’ora glaciale, al
la lingua
che fruga i deserti e
sogna senza parole
piume alle sabbie, tremori
di carne a
gli specchi

32.

portati via
dal calendario, come
api strappate
di notte al sillabario
dei mesi, al
la cura di laboriosi
codici, sciamano nel
sonno del
le voci, nel freddo di
lingua in cui
il miele è malattia
dei fiori, figura
stranita che
non si abitua a
passare sul greto
arido del sole, sul
la pelle di segni che parlano
l’aria, la mano
posata in un angolo e
l’ala in disarmo, in
dis
amore di volo, qui
ci si inerpica sul
piano velato, per la
via resa bianca dal latte
dei sogni, per
la grazia che al pieno
del male si disfa in un
delirio di affetti

36.

secrezioni di un male
che si abita viscere e
sangue, un viaggiare degli anni
su una corda che ha
consistenza di eco, e resiste
con l’arte sottile che
ora stringe, ora allenta, ora
brucia e rinsalda, scolora
riprende, intrisa di umori
notturni, di piume strappate al
l’ala fetale, al ritmo dei giorni
al sesso, a un amplesso
dissennato e coeso, in uno
con quello che avanza, che
resta e si oblia, si veste
ancora di vita, nessun foglio
contiene a misura il
flusso dell’ultima acqua
il riflusso, il deflusso del seme
la cura che evoca mani
d’angoscia, e il tuo volto
bambino che strappa alla notte
una stilla, una benda inzuppata
di luce, di alcol, di fame
la promessa che dice il
ricamo pungente di altre
albe sugli occhi

39.

la crosta si sazia di ghiaccio
minerale, la zolla che
preme ha la pelle
costellata di fori, accensioni
che affondano il senso e
sfumano alla resistenza
del seme, e dunque
l’arsura è un coagulo
che impregna tutte
le cose, un liquido inverso
muta occhi per uscirsene
al sole in forma di
stelo, di voce, mentre
scivola via da ogni sponda
tra un filo di sale e uno
strappo nella rete
del tempo, ma
qualcosa s’attacca al
la bocca, un pulviscolo, un’
ombra, una creta, un’orma
sul manto del buio, un
profilo di sangue, di linfa
aggrumata
s’apprende al suono dei passi
scioglie i lacci al
sonno dell’angelo
che rovina, al risveglio, nel
vuoto di volti del
la prima dimora

40.

frana anche l’attesa e
l’ora spalanca tiepide
quieti d’abisso, lo spazio che
cede a un graffio d’anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l’aria
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull’uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato, tu ora
dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l’acqua che
grandina sete nel
l’arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo

41.

ascoltami, con gli occhi
accogli il colpo e immobile
pensa un cenno di saluto
per il fuoco, poi
componi la cenere
nel calice, un sorso di
calore per la tua pupilla
che ha sentito il gelo, il
dono che trascorre e
si allontana come si scioglie
l’alba all’apparire, e credimi
la cera che ti porgo è l’unico
frutto del mio incendio
un pegno maturato in
sorte liquida
simile alla macula di
luce che annuncia la luna
ai poli, è cera o mosto
d’alghe, frumento di deserto
coltivato sui mari
di ponente, osservalo
portalo alla bocca, le linee
aguzze che nuotano
nel grumo sono un sigillo
di notti, e notte che ricorda
vene, umori sparsi, immagini
franate, come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni

42.

si piega, diventa immagine e
si dispone al pensiero
mentre affiora, la vela
che vibra e calca la marea
col suo carico di acidi, di
spoglie, di rifiuti, passioni
naufragate oltre l’orizzonte, e
aggiunge sbuffi d’edera
o di calce all’albero maestro
alla vite che prepara il vino
dentro il sonno e labbra per
ricucire l’ala nell’affanno, nel
l’inganno dell’aria
che si espande e spegne
il volo in fossili di piume
calcare al sole sulle rotte
del ritorno, da un verso, da
una copia di scintille, ora
si scruta il cielo, il vetro
di un oracolo ventoso, nel
bianco dove opera lo stilo
e ascolta l’inchiostro, i segni
ammutolire a grado
sulla punta, a un battito
di ciglia dall’attesa, dal
nulla che
rifiorisce tra le onde

47.

sapersi in sintonia
con la luce
franata dove sei stata
un attimo o una vita
prima che il
colore dell’assenza
riempisse lo spazio
vuoto dei tuoi
gesti, qui ogni cosa
tiene la conta di quello
che hai lasciato, qui
sento il tempo premermi
sul capo con tutto il
peso che ti riduce a
ombra, eco di un
corpo che acquista
movimento a ogni ricordo
a ogni fitta che
ricolma il palmo
di schegge, di voci, di
abbandono, stimmate
di chi muore a
chi non sa morire

*

3 pensieri riguardo “Impronte sull’acqua”

  1. sapersi in sintonia
    con la luce
    franata dove sei stata
    un attimo o una vita

    chiudo questo in cuore. hai scritto per molti di noi – grazie
    massimo

  2. Anch’io porto nel cuore un “volto” che è ormai parte di me.

    Le sue “parole” che mi ripeto, ogni giorno, per non morire.

    Settembre, il più fraterno dei mesi, me ne fece dono.

    Proprio mentre iniziava a svoltare l’angolo, per consegnarsi all’abbraccio dell’autunno.

    Intorno c’era solo il silenzio partecipe e commosso di pochi occhi amici.

    Testimoni di una voce che prende forma di mano: levata ad afferrarti, per trattenerti, a un passo appena dal precipizio.

    fm

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