Nel mare del poema I – Christian SINICCO

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(Clifton Mack, Dawn sea moonset)

La potenza e l’oblio del controllo

Presentare una serie di opere e delineare un percorso… Innanzitutto è stata pubblicata solo la mia terza opera, “passando per New York”. Presso la casa editrice LietoColle avevo la possibilità di scegliere quale opera pubblicare, ma eravamo già nell’anno 2005 e ho scelto quella più contemporanea.

Tuttavia, essa conserva alcuni aspetti che appartengono anche alle altre… prima di tutto l’immaginazione, la furia dell’immaginazione che si lega a qualcosa di non controllabile, e presente, sebbene utopico – stupisco dai molti che affermano sia la ferma razionalità (o strumenti, che spesso si concretizzano in una sorta di manierismo o di ricerca del linguaggio “alto”) dell’artista a guidare la scrittura dell’opera, come non mi fido di coloro che per descriverla le sottraggono funzionalità presentandola attraverso una rigida semiotica, o la affidano ai limiti del proprio idealismo-ideologia e ad una critica che ne fa solo il materiale-evento da consegnarsi alla realtà (qualcuno pure alla storia, al canone)… la poesia è molto di più: è una diretta conseguenza dell’essere qui che ha la capacità di muovere ciò che un attimo prima eravamo, e la cosa interessante è che un attimo prima eravamo convinti di essere o di saper fare in un dato modo… Non è un semplice spostamento, dunque, il nostro, e se parlo al plurale è poiché la poesia ha a che fare proprio con ognuno di noi, e in questo sta la mia arroganza, cioè quello che scrivo – in un modo o in un altro – è questa potenza, e ciò che esprime potenza è ciò che prima non immaginavate, che per qualche motivo si è realizzato, state realizzando.

Qualcuno potrebbe osservare sia un salto, ma quando saltiamo conserviamo ancora delle coordinate, mentre il risultato “poesia” è un cambiamento in ciò che ci avvalora, e il nostro sistema di riferimento non ha più bordi: forse al testo noi pensavamo di dare un significato, pure come operazione di un artista, poiché una qualsiasi lettura-esecuzione-ascolto di un’opera ci permette di attribuire valori e significati a dei segni… ma da questo punto di vista, strettamente descrittivo, il testo non sempre si tramuta nel risultato “poesia”. Perché?

Mi è piaciuto considerare le immagini come la carica capace di esplodere e svincolare, divincolare, ogni scrittura/formatività – direi che è decisamente ovvio che la scrittura di una visione debba possedere le qualità plastiche dell’azione in movimento, lavorare sulle tensioni, focalizzare una diapositiva, trasformare le immagini l’una nell’altra, poi aumentare la velocità della descrizione, rallentare etc… Che questo abbia a che fare con il mio percetto che scrivere in una sola maniera, o confrontarsi anche all’interno di una sola raccolta con un medesimo stile, sia un po’ una noia mortale, ha una diretta conseguenza anche per ciò che concerne la mia critica agli altri poeti, e non solo ai poeti…

In ogni caso, l’ingranaggio formativo che modella in movimento i fondamenti stessi del mio fare poesia, è stato incasellato come “crisi”, come se io sentissi la crisi delle “forme” che competono alla poesia, nonché la crisi dell’uomo in questa società: si tratta dell’esatto opposto, cioè per me non esiste crisi dal punto di vista dell’utilizzo di diverse formatività, modi di scrivere… anzi, queste sono possibilità dell’opera. Per ciò che concerne l’uomo, non siamo in un’età dell’oro, ma lo siamo stati nei secoli precedenti? Il fatto è che la poesia italiana non sa più come elaborare il presente.

La maggior parte delle analisi sui miei testi – che poi sono di amici, ma qualcuno li chiamerebbe esperti – ruotano sui meccanismi di messa in crisi formale, mentre le sensazioni a caldo delle persone, delle persone che dagli esperti sono chiamate comuni – amici pure loro, o ascoltatori, appassionati e “passanti” –, si soffermano sulla potenza di ciò che è stato udito e intravisto.
Sono convinto che la maggior parte delle analisi, partano da una percezione abbastanza standardizzata delle possibilità date ad ognuno nel fare poesia, e questo si riflette nella produzione e nella critica… Difficile che essa capisca che a me interessa la molla che libera la stessa costruzione, che libera dalla stessa costruzione, dall’opera compiuta, dall’impianto formale, dalla teoresi, dalle invarianze della propria scrittura, da qualsiasi tipo di mente o movente che voglia ordinare, preordinare, determinare o catalogare i risultati, poiché i risultati sono nostri, in primo luogo, e sono un nuovo modo di intendere il mondo.

Per farla breve, credo di aver lavorato da un’altra parte, utilizzando gli strumenti a disposizione per conferire alla visione potenza.
Ovviamente sto trattando di lavori completamente differenti, di mondi possibili, di fascinazioni.

(Christian Sinicco, settembre 2007)

***

Da: Mare del poema (1996-1998)

2.

Questa follia chiamata angelo, l’ho vista in un dettaglio del mare. Aveva preso tre artigli da gatto, schiumato l’avvenire delle onde. S’era dunque riposato. Stava ritto e dai profili all’orizzonte chiamava le Furie argentate delle nubi, incendiava e dilatava il Cielo… Andò poi su tutte le Furie chiudendo le bocche ed annientando l’immensità e, alzandosi, più alto del più alto veliero, s’era mosso contro di me brandendo la spada e ferendo l’aria come un guerriero dall’armatura bianca.
La potenza e la forza hanno l’aspetto di muscoli e tendini tesi al disastro – la sua di violenza sanguinaria che esplode universi senza meta.
Eppure ricordo solo lo scroscio dell’acqua in cui, quieto e terso, si dissolse lavandomi i piedi.
Stavo ritto. In mano stringevo un pezzetto di tenera cioccolata: l’onda l’avrebbe salata. L’avrei mangiata lo stesso.
Ricordo anche la Grande Madre che, abbracciando un attimo, portò via quel bambino dal suo destino di oceano – il Principio, la Fine, il Piacere.
La brezza del mare prosciugò così le mie gote tingendo il paese di rosso la sera.
Gli aghi di pino impaurivano una terra ocra, proprio sotto i miei piedi.

Ho visto chiaramente una città durante la notte.
Da lì spirali sotto i mari anelanti i moli, chilometri e chilometri di entroterra spirati nelle prossimità del corallo e fosforescenti denti di bambini in un bouquet di reti fatali – quel mazzo cadde alla corte di un re babilonese, in un palazzo nero; le concubine rallegrate svegliarono le cortesie, annegate notti prima di amore. Su ogni petalo addensano nuvole ora, monti d’argento.
E i demoni scagliano giù; una risata spaventa a morte Belzebù…!
Da lì danzò Dio la Luna, paonazzo come un alcolizzato! Applaudirono anche dalle stelle; un uomo si gettò nel vuoto ed ecco, oh, l’Universo!
Per le strade, i demoni scagliati si coprono di lino, seta, tempesta, invadendo i forzieri accartocciati dei barboni…
Un’alluvione spazzò via tutto e la natura cominciò da capo e un seme fu trascinato dalle acque.

Dondolavo.
Ho visto i desolanti cadaveri dei figli sul greto dei Progenitori dell’umanità, fosse profonde di significato e di dolore, una vecchia copia dell’Analfabetismo galleggiante…
Da terra amai quelle vesti, e Minerva.
Ma commisi lo sbaglio di adorarla e si tramutò in pietra.
Ora giace sul Calvario e muta ferma chi passa – non chiede, ma chiede, pazza e nebulosa nel suo cuore minerale!
Sussurrando sul Calvario appare un’iscrizione.
Sussurrando sul Calvario si apre una voragine e amianto e rame fondono assieme la scultura di Cristo: abili venditori in giacca e cravatta la vendono all’asta di Gerusalemme per trenta denari.
Sussurrando sul Calvario incontrai un ponte schiacciato di cielo – un’ultima fulminea battaglia si sopporta per risollevarlo, ma nessuna ferita può raccogliere la sabbia dei Progenitori.

Ho scritto su carta riciclata la Prima Poesia, una foglia trascinata, sperando di morire, di non sopravvivere all’acqua. Ora le cose mutano una nell’altra ed io sono testimone alla morte e alla nascita…
Decomposi il suicidio all’età di undici anni, decomposi il Progetto della Società.
Su commissione della Società Leonardo si impose nello studio del modello di una volta, ma la sua testa marcì lì, addormentando – con lo studio del modello di una volta si sarebbe potuta costruire la Ragione col tempo?
Fermai a pregare stringendo un momento quel teschio, muschio oramai, di Leonardo.
Nello studio della Ragione col tempo avremmo potuto recuperare il sogno – e la sua lusinga che rivive nel cranio, bosco di specchi, l’utopia del futuro o la nostalgia del passato.
Ma per questo una folla di vermi sputa farneticando la fantasmagoria di madonne e santi – sarà mandria al macello anche questa farfalla?
Nell’addio definitivo alla Ragione col tempo e al Progetto della Società, la folla che ha insanguinato ha avuto paura di ferire, fulminata dalla Poesia.

Invisibili raggi parlano ai soli naviganti, dove onde lavandomi i piedi si dissolvono.

7.

Il mare della storia è un corpo affondato.
L’infinito che spesso caccio via lo circonda.
L’infinito si apre sotto, non cado.
L’infinito è dove mi volto: se fosse un frammento, direi ciò che è, ma è molto.
Nel silenzio al segreto mi dispone.

Mi parla, di tutta la sua luce, senza paura.
Abbraccia la forma della parola, schiude la forma della parola.
Il mare della storia al fondo si deposita.
Nascerà una montagna bianca.

11.

Dove il sole tinge rosso il mare,

questo

vorrei essere

vorrei essere lì, uno spazio non spazio nel tempo.
La scogliera ancora raccolta, sotto l’enorme castello bianco in preghiera, moresco.
L’ombra al mattino del castello, un mare in tormenta; poi riposa.
Colmo d’aria, brucio i polmoni delle morenti città come una fabbrica di idrogeno: le macchine esplodono un meschino luccichio ad ogni passaggio del mio sguardo su di loro, una scia impazzita di gas dai tubi di scarico.
Le macchine hanno movimenti ritmati, lucide e metalliche onde sonore che dalle quattro ruote si frangono – i finestrini ne sono i testimoni – scuotendo siepi scure, nascoste ai bordi, come neri tamburi.
Così un tribunale sobrio risponde vibrando ad ogni sterzata dei veicoli. Così un brusio si sente, dai locali e distintamente sul fango dove i pirati con lance di avorio compongono salmi metropolitani.
Li riconosco dai fumi di cofano, bluastri e grigi.
Attendo che smettano.
Un sentiero colorato d’azzurro guida la mente senza nuvole verso la meta, perdendosi.

Il castello imponente, bianco in preghiera, moresco.
Con una mano stringe il cielo…
Il parcheggiatore firma il biglietto, alza la balaustra del tergicristallo, implode la sua rauca voce in uno schema già visto: domanda a tutti i signori quanto si fermeranno nel castello…
Non sa rispondere a nulla il vetro dell’automezzo, tranne a un riflesso di cielo e di foglie e di un ramo che sopra si staglia. L’orizzonte conosce il mare da un selciato di ippocastani fioriti, bianchi e rosa.
Andrò sulla scogliera di marmo senza paura.
Sotto il castello moresco, in preghiera solenne.
Sono sulla scogliera di marmo, non ho paura.
Dove il castello moresco lambisce la costa.

Sono la scogliera di marmo e m’inabisso, annego una volta per tutte quel giorno di fumi.
L’incendio annega nell’acqua.
Le ciminiere di amianto e nichel.
Le criniere di amianto e nichel delle città. Nubi. Sole.
Il castello moresco allora canta la preghiera senza versi.
Il castello moresco ha baciato la mia bocca d’alghe, verdi in un sacchetto immerso nella profondità.
Canta lì da secoli ma nessuno lo ascolta, e l’immensità della figura è sinfonia…
Una pietra deve essere stata gettata a gran forza, nel pozzo.

Non ho detto nulla alla statua che giace negli abissi, non ho detto nulla ma ascolto la sua voce e piango. Piango perché ho dimenticato il senso della sua bellezza, ora è ritrovato per sempre e allora piango: tanto distante può essere la vita dal suo senso?

***

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