Alfabeti resistenti – di Luca PACI

***

Le stalle muggono il vero

ubi signa

orme d’animale braccato

lo smalto del cielo

pareva un velo

nel folto bosco celeste

la grigia rosa  si sveste sola

d’infinito vestito linguaggio

noi restiamo di restare come siamo

l’albume del giorno si diparte

 calando rovinose volte di cieli cobalto

m’oscura l’usura del tempo la scabbia

la sabbia fra i piedi <…>

Travalica l’essenza il sorriso

la pazienza di rammendare il verbo fisso

e filare filidoro

se tornasse così tornasse

t’amo ‘l collo

t’amo l’occhio

t’amo ‘l piede

t’amo il seno

t’amo ‘l sesso

t’amo ‘l ventre

se tornasse così tornasse

perché lavato d’ogni sozzura

perché l’ora l’istante

il battere di ciglio e oltre

perché il pane il vino

la parola fitta

il padre la madre il figlio

l’esistenza desistenza

Tra il giallo del sole

parole d’aratro e di vetro

parole e leggero dolore

del tempo ch’è stato

Il rame è colore

del greto di fosso

il rosso colore

del vino che abbiamo

Occidente lunghe file di mercanti

 a raccattare vento

calzano divise d’ordinanza

celebrato distacco dallo spazio -tempo reale

se sia mentore o venditore

barattiere di frontiera

non sanno

ha diciassett’anni e una fondina vuota

 

***

Distanza

Distanza. Quella da percorrere,

quella gia’ percorsa.

Corolla di passi gia’ calcati,

rivolti, scorsi

dall’impressione- retina

incendiata nel

mistico odore di luce.

Perche’ esiste un genius loci.

Viaggiare dove porta

il viaggio-segreto

trito di sabbia nel collo

d’una bottiglia lasciata

navigare a mare

con un messaggio

desueto.

 

ecco la stella polare con la sua arrogante

pretesa di guidare il navigante alla riva

coi segni del potere mercantile

una bussola ed un astrolabio

per scorgere l’anfratto d’una terra che

s’espande nonostante l’intezione di giungere

all’estremo confine

 

Ritratto di Tarcisio Marcias

 

Una camicia quadrettata

Un colletto assurdo

Odore d’amido giusto

Pressati dal ferro

I pantaloni e

Dignita’

Di sguardo salariato

 

S’e’ spalancato

Il mondo

La sigaretta tra l’indice e il medio

E la tua mano posata

Sulla spalla di Luca

 

mario giovanniello

Visioni dalla gabbia (A Mario Giovanniello)

 

I

Ritorna alla cappa e alla durindarda,

al mantello smangiato dalle tarme della lana.

Ritorna al catino da barbiere che uso’ per elmo

o coppa o usbergo nelle circostanze estreme.

 

Tutto e’ utile nel pericolo estremo.

Dalle prese di posizione, dall’assurda

istigazione d’un argomento

per vincerlo non importa se

si perde l’anima nel processo.

 

II

A rebour nella storia della memoria,

anch’essa copia della memoria

d’un altro cavaliere letto di sfuggita

durante lo sfogliar del tempo

nella biblioteca di fronte

all’Hotel ‘Notte dei cristallli’.

 

Un grido, anch’esso prestato

dall’originale copia del grido

campionato per l’occasione

in cui s’attesta con certificato

stampato e autenticato che qui

si tratta appunto dell’originale

Copia, mentre l’esemplare

copiato e’ stato perduto.

 

III

Questo il pensiero di Alonso

Chisciano, prima che il barlume

della coscienza gli sconsigliasse

l’assurda mossa del rinsavimento

ma era tardi ormai. Il lettore, mio

ipocrita lettore aveva gia’ ipotecato

la fama assurda del cavaliere

dalla trista figura.

 

     IV

Eppur si muove, eppure.

Il ritorno dell’uguale,

l’eterno ritorno del presente.

Riproporsi degli eventi

in una gabbia costante

d’immedesimazioni.

Liquefarsi del medesimo,

perdersi dell’uguale.

 

V

Riproporsi a guise diverse

ma in sostanza sempre identiche.

Questo e’ il segreto mistico,

semplice ed orrendo del cosmo:

una sola ineccepibile, ineguagliabile,

suprema, superna legge. Il Medesimo.

 

E tutto questo affaticarsi degli elementi,

dal mitocondrio all’uomo passando

le disparate variazioni d’esistenza,

tutto questo un alibi grossolano,

tentativo fallito in partenza

di contraddire la regola aurea

col suo corollario necessario:

il fatalismo. Non leggere,

non pensare questo pensiero

inospitale che contraddice

la natura libera dell’umano.

 

VI

All’origine una copia.

Un pensiero gia’ pensato,

uno spurio inaccettabile pensiero.

Meglio tutto, meglio il Caso,

meglio Dio o il Diavolo,

meglio l’essere, meglio Parmenide

o un Platone a scelta.

 

Meglio tutto della Copia.

Chi e’ copiato? Chi l’originale?

la Copia.

Sao Ke Kelle Terre Per Kelli Fini.

 

Eppure li’ all’alba del linguaggio

col lucore dell’alba che porta

l’ingannevole promessa d’un futuro?

***

   

LA NAVE E SOGNO

La nave e’ governata

da dozzinali impiegati

della societa’ petrolifera,

il greggio ingrossa,

impercettibile, infinito,

monarca sovrano – Kaiser –

mikado scia’ pascia’ dei sette mari.

Se ne sta il capitano

col cazzo in mano

e le ciurme inespiabili

e veniali reggono

i vessilli d’un potere gia’ potuto,

impersonale imperterrito

o capitano mio capitano.

Alla guardiola guarnita

sta il responsabile

della vista dell’orizzonte,

incastonato, circospetto,

guardato a vista dall’oceano olioso

del mare color del mosto.

Agosto sferza le vecchie barche

colla congerie di colori suoni,

le imago sensitivo auditive

e le rime d’un romantico

passato tutto diciamo tutto

preposto e veggente

simile al Tiresia della versione d’Omero.

Metodico, coerente, preciso

periodico stabilito e collocato

il paltò di mussolina greve

color mascella del Duce apprende

il suo destino all’attaccapanni.

Giovanni, appena accesa la sigaretta

si getta dal balcone colla disperazione

del ventenne che ha visto passare il mondo

senza poterlo spostare d’una virgola

mentre prete Gianni ha gia’ deposto

il suo breviario e benedetto

i cannoni e la Pina corre ancora

dietro al carro gridando Francesco

Francesco.

Al desco un diplomatico fatale necessita

d’un destino che e’ e rimuove accurato

la beffa del giorno, sveglio in pieno

sole a picco affliggente tormentoso

quale gomma sgonfiata.

Pare, diciamo pare, che il sicuro sta nel particolare,

un bastimento carico carico di

ma si slega ai polsi la camicia capitano

E comincia a contare al quadrato simile

al volo d’un cormorano

sul pontile d’un tratto a piacere del Tamigi.

La ragazza dagli occhi grigi accenna

un sorriso e fa ancora le carte come si dice d’una volta

quelle grigie con la scritta Negri

e la ciurma che non afferra sottigliezze

spazzando il mare con grosse scope di saggina

protesta contro l’onda d’immigrazione.

***

 

Cayenne 

 Dove, per quali plaghe , monti -morti

Rive si calca il piede greve

Dove la neve, il vischio del rischio

Dove il fischio dove

Dove il battello e la nave e l’altrove

E dove l’africano, l’albanese a Lampedusa

E dove la chiusa stringe il flusso del fiume

Con quale ragione, dove?

Lo stesso flusso della rassa, della religione

Del credo del colore della pelle delle palle

Dei capelli delle stelle

Del passaporto aborto

Dove il sorriso cieco del doganiere

Coi baffi e la pistola e il lazo

E la moviola registra il filmino con

L’extra – extra – extra

Comunitario bambino ladro

Sozzo venuto dalla schiuma del barcone

 Timoniere Palinuro lasciato cadere

Dallo scafista fascista dove l’aria puzza ma

Dove la forza incendiaria del ragazzo dove il

Sangue langue la ragione, dove?

 

***

23 pensieri riguardo “Alfabeti resistenti – di Luca PACI”

  1. Grazie a te, Luca.

    Per quanto riguarda la “fatica”, me ne accollerei anche una doppia o tripla, pur di ospitare scritture di questa consistenza.

    Un cordiale saluto.

    fm

  2. Credo di aver già letto alcuni di questi componimenti (ricordo in particolare Cayenne).
    Visioni dalla gabbia sono dei colpi tremendi inferti sotto la cintura. Sembra muoversi su una disposizione binaria (identico-differente, io-altro, copia-originale). Molto intorno all’identità e ad un’urgenza civile (le due cose si danno insieme).

  3. Ho recentemente letto La comunita’ che viene di Giorgio Agamben. Le sue riflessioni – a volte bellissime a volte contorte- sulla rivoluzione in atto. La constatazione che l’essere si presenta come essere qualunque non mediato da alcuna identita’. Non so, il commento di Luigi mi ha fatto pensare a questo…

  4. sono versi della negazione della poesia. la testa da cui fuoriescono queste coperte è negata proprio, senza offesa; del resto, nel bisticcio querulo qui riproposto, citazionista e ultrapostmoderno, pare starci e starnazzare bene l’autore. questa è la ragione che mi porta a rimanere davvero perplesso, considerata l’importanza del blog e la stima per fm e a chiedermi:a chi giova?

  5. “A chi giova?”

    Alla “poesia”.

    A quell’interminabile intersecarsi di percorsi di ricerca e di scritture dai mille volti e dalle mille forme che quando, come in questo caso, nascono da una chiara intenzione etica, prima ancora che estetica o politica (quella di strappare la parola all’utilizzo in chiave omologante della comunicazione dominante), contribuiscono a ridefinire gli orizzonti del senso e lasciano trasparire, controluce, la possibilità di un’esistenza “altra” rispetto al panorama che ci ingloba.

    Chi si muove su questi versanti, mettendo da parte gli statuti ormai muti e fossilizzati della tradizione, pone in gioco non solo la sua capacità di creare strutture leggibili (oggi sono capaci tutti di farlo, e non per questo sono davvero poeti, anche se lo credono), ma se stesso, totalmente, spendendosi nella denuncia (anche di una poesia e di cultura conniventi con le logiche del potere) con le armi e gli strumenti di una parola disincrostata, restituita alla sua natura e a un esercizio finalmente libero del creare.

    Ti ringrazio della stima e la ricambio. Ed è proprio per questo che mi permetto di chiederti di rileggere, se ne hai tempo e voglia, i testi: magari accantonando per un attimo l’idea della poesia come corpo immediatamente riconducibile a coordinate logiche, la stessa idea che la tradizione, la scuola e l’editoria di regime ci propinano. Prova a far parlare quei testi dall’interno, osservandoli nella elementare, intatta capacità di essere nient’altro che quel che sono: è quello che chiedono.

    Saluti.

    fm

  6. Jack, grazie del tuo sincero e spassionato giudizio, lo dico di cuore.
    Adesso vorrei spiegarti le ragioni del mio scrivere , se mi riesce..
    Mi sono formato poeticamente e politicamente negli anni 90 – la mia prima raccolta e’ del 94. Leggevo, ora come allora, Montale, Zanzotto, Penna, Sereni, Pasolini. Poi nel 97 mi sono trasferito in Scozia e la’ sono venuto a contatto con poeti dalla musicalita’ diversa alla quale non ero abituato. Ho cominciato a leggere e tradurre Dylan Thomas, Ezra Pound E Cummings ma anche gente come Tom Leonard ed Edwin Morgan. Mi sono accorto che c’era anche un altro modo scrivere poesia, forse piu’ consono alla mia sensibilita’ e che la poesia di per se’ non ha una sola voce ma tante e belle e discordanti e ‘starnazzanti’. Poi ho cominciato a studiare la tradizione della poesia italiana del novecento e sono venuto a contatto con altri poeti come Pagliarani, Balestrini, Porta. Ti dico questo non per sbandierare la mia discutibilissima preparazione letteraria ma soltanto per dare un contesto al mio modo di scrivere. Io vivo fra due lingue – l’inglese e l’italiano- , insegno le regole della mia madrelingua in una lingua altra. Vedo il mio amato paese come da un cannocchiale rovesciato e la mia scrittura, credo, riflette questo. Ti assicuro che non e’ un’operazione ‘postmoderna’ a tavolino , ma non posso nemmeno ammettere che siasolo frutto di una non meglio identificata ‘ispirazione’. E’ qualcosa che include in quache modo le due istanze. Se comunque hai il tempo e la voglia di darmi un’ altra opportunita’ di lettura vai a http://www.guardafili.wordpress.com . Ti ringrazio ancora
    Luca

  7. Grazie, Luca: la tua risposta dovrebbe essere pubblicata “in testa” all’ottanta per cento dei blog letterari, come promemoria: di stile, etica, cultura, signorilità, umiltà e rispetto. La regola, invece, è ben altra. Purtroppo.

    Non ho citato niente di tuo prima, nella mia risposta a Jack, per non gettare sul tavolo “elementi” di sicura presa, che avrebbero potuto distogliere, e spostare, comunque, l’attenzione dallo specifico dei testi e dal loro intrinseco valore. Che è quello che fondamentalmente importa.

    Mi preme solo evidenziare, insieme alla musicalità fortemente dissonante dei testi (un andamento che definirei “seriale”, con una nota sghemba che spezza l’ordine e la ripetitività della stessa gabbia sonora costruita), almeno lo “sguardo”, tra il colto e l’ironico (socraticamente), col quale, in alcuni componimenti, abbracci e attraversi parecchi paesaggi letterari della tradizione (e non sto minimamente pensando alle citazioni, da te ben evidenziate dal corsivo). Ma ci vorrebbe un piccolo saggio, solo per “Visioni dalla gabbia”, ad esempio.

    Colgo anche l’occasione per ringraziarti del lavoro di diffusione della poesia italiana nel mondo anglosassone che porti avanti con grande impegno (e in non numerosa compagnia, a quanto mi risulta): la traduzione eccellente, impensabile per chiunque, a iniziare da studiosi e traduttori di “nome”, di Pagliarani in inglese è un’opera che rimarrà, sperando possa contribuire ad aprire la porta ad altri contributi del genere e ad una più capillare e meno specialistica divulgazione della nostra tradizione novecentesca.

    Grazie di essere qui.

    fm

  8. Credo, tuttavia, che luca sarebbe contento di sentire da qualcuno: “i tuoi sono versi della negazione della poesia”, per lo stesso motivo per cui credo che la negazione di un qualcosa non sia necessariamente un segnale di depauperamento e di svilimento, ma semplicemente un percorso su assiologie ribaltate.
    E di questi tempi non è poco…

  9. Grazie Francesco anche per la puntuale attenzione con la quale leggi i testi..
    E sono d’accordo con luigi, mi piace che ci sia ancora qualcuno come Jack che si prenda la briga di scandalizzarsi e di scriverlo anche.. L’indifferenza, freddo gelido che tutto spazza, quella si’ mi fa paura.

  10. Se la poesia è quella di chi, solo per il fatto di aver pubblicato quattro versi in un blog, raccogliendo il plauso immediato, e in molti frangenti francamente penoso, di amici e parenti in estasi; di chi, senza aver mai letto altro che se stesso, crede di aver inventato la poesia, solo per il fatto di aver stampato una plaquette (a proprie spese) di dieci testi; di chi detta intere opere al telefono (magari da una cabina pubblica) o seduto sulla tazza del water, facendo da anni e anni la parodia di se stesso e della propria scrittura: ebbene, spero proprio che arrivi qualcuno a dirmi che quello che scrivevo non era altro che negazione della poesia.

    fm

  11. Grazie a voi, a iniziare proprio da Jack, anche perché mi date l’occasione di ribadire che, qualora non vediate comparire i vostri commenti, è solo perché non sono al computer e il “marchingegno” si sblocca solo se pubblico un mio commento.

    Ben vengano tutte le critiche di questo mondo, dunque: anche se, personalmente, preferirei fossero un po’ più motivate, i.e. che si scendesse un po’ più in profondità. Nel rispetto della libertà di tutti di scrivere quello che gli pare (offese gratuite alla dignità di chiunque a parte).

    fm

  12. penso che il danno stia nella separazione. come possiamo separare intenzione etica da intenzione estetica o politica? è affezione binoculare. ogni forma, pur nella sua deformità-difformità, è unità, e certamente non può mancare di un “focus” di memorabilità. se mi si dice di abbandonare le coordinate logiche, mi si chiede di giocare e spiacente e amareggiato non ci sto.
    scrivere “la poesia di per sè non ha una sola voce ma tante e belle e discordanti e ‘starnazzanti'” è per me certificazione di dilettantismo. sappiamo bene che anche una voce rotta o languida è testimoniale, non la stessa cosa l’imitazione o l’orecchiamento.
    negazione della poesia equivale a testimoniare la fine di una pratica, la riduzione seriale del verso, del perso, per cui una passione ci prende la mano e dall’intepretazione ci conduce alla creazione.
    ho letto, quindi, su “guardiafile”: c’è la beanza, il trastullo, l’acerbità (“disamorato amore ad ore…”) che sa di prime prove, “l’albore della foglia”, “clorofilla”, “pneuma”, cioè l’abuso di parole vuote, che non risuonano, che fanno da basto, spesso sfoggio, in tanti luoghi che qui non riporto; altrove una iunctura “l’albume del giorno” risicata e comica.
    oppure le poesie del 19 e 23 sett.: filastrocche, canzonette, passatempi.
    concludo: ovunque e comunque giri questi versi persi non sento necessità, tuttalpiù un capriccio.
    altro esempio imbarazzante, esperimento da liceo, è “Cayenne” col suo incipit ” Dove, per quali plaghe , monti -morti

    Rive si calca il piede greve

    Dove la neve, il vischio del rischio

    Dove il fischio dove…”

    l’unica poesia che – se meglio disposta impaginata e ritmata – ha succo e sostanza è “Ritratto di Tarcisio Marcias”

  13. Non era mia intenzione convincerti di niente, non stiamo vendendo nessuna merce: cercavo solo di prospettarti la possibilità che, accanto alla tua idea di poesia, ne potessero esistere delle altre.

    La poesia è un orizzonte plurale, ridursi all’ipostatizzazione e all’assolutizzazione di una forma (nel caso: che la poesia debba “unicamente” significare), è, per me, un negarsi la possibilità di percepirla, anche, come “esistenza” a sé, libera dall’uso strumentale delle categorie che spiegano, interpretano e incasellano.

    Quindi, quando parlavo di accantonare “per un attimo l’idea della poesia come corpo immediatamente riconducibile a coordinate logiche”, intendevo qualcosa di completamente diverso da quello che hai recepito. E partivo proprio dal presupposto, mi sembrava chiaro, che tutte le “forme” hanno pari dignità, perché tutte assieme concorrono a definire “l’orizzonte plurale” di cui sopra. Di conseguenza, non scartavo minimamente la “tua” idea, la davo per acquisita. Esattamente quello che non fai tu, nel momento in cui, con l’accusa di “dilettantismo”, neghi valore a ogni ipotesi che si allontana da quello che tu pensi sia e debba essere la poesia.

    La costruzione di un “dialogo”, a mio modo di vedere, non può prescindere dall’ascolto dell’altro: e in poesia ciò può avvenire solo a patto che la si smetta, una buona volta, di credere che la “lirica” sia l’unica manifestazione del poetico, e che a dettarla sia l’ispirazione, meglio ancora se suggerita dallo spirito santo.

    Saluti.

    fm

  14. fm, bando alle polemiche. la penso così, altri diversamente. è naturale. non ho scritto che la poesia debba “unicamente” significare. intendevo dire che la poesia deve risolversi in unita formale, avere tratti caratterizzanti, cifra costitutiva, più che vaporismi. non nego valore a ogni ipotesi che si allontana da quello che penso, solo mi chiedevo se realmentwe in tal caso si fosse in presenza di poesia. non credo che la lirica sia l’unica manifestazione del poetico, dove l’ho scritto?
    d’altra parte è pure vero che l’ispirazione c’entra, perchè sei così sicuro nel censurarla? prova ne è che in questi versi manca completamente. nulla di male. si può dire, però? ciao.

  15. Nessuna polemica, jack, solo argomentazioni contrapposte; nessuna attribuzione impropria di cose non dette, solo un discorso che prende spunto da un dato, “tuo”, e cerca, magari senza riuscirci, di farsi più generale; nessuna censura, mai: se leggi bene, ho parlato della legittimità di “tutte” le forme in cui il poetico si esprime, non negavo nessuna cittadinanza al “verso ispirato”, contestavo solo la riduzione dell’intero universo espressivo a questa forma (e non ho detto che l’hai proposta tu); qui si può dire tutto ed esprimere liberamente qualsivoglia critica, a iniziare dai miei scritti: si è sempre i benvenuti.

    Pacs vobiscum.

    fm

  16. ma come si fa a dire che questi versi siano da dilettanti? Chiunque s’intendesse minimamente di metrica trovererebbe endecasillabi e settenari frantumati, sintagmi sfrangiati dalla furia di una parola senza requie. Che cosa c’e’ di vuoto nella poesia di Paci? Ma stiamo leggendo gli stessi testi?

  17. “penso che il danno stia nella separazione. come possiamo separare intenzione etica da intenzione estetica o politica? è affezione binoculare.”

    Penso che fin qui sia Francesco che Luca siano completamente d’accordo. Anzi ci si augura che sia un tratto più condiviso sia da poeti che da critici.
    Tuttavia non credo che in questo aspetto possa risiedere una eventuale mancanza nelle poesie di Luca.
    Per le restanti argomentazioni, fa bene alla poesia che ci siano state.

  18. caro guardafili, contento tu…
    cara federica, una domanda: secondo te, non esistono dilettanti, fossero pure colti o accademici?
    saluti

  19. prego specifichiamo meglio il significato di dilettante, dilettante è chi si “diletta” nel fare :-) quindi chi prova piacere nell’operare, che fa non per professione, e quindi per denaro, ma per passione, amore, diletto per l’appunto. a.

  20. Chi conosce Luca sa che e’ la negazione dell’ ‘accademico’ . La struttura in questi testi c’e’ e come per chi ha la pazienza di leggerli. c’e’ una sfasatura della versificazione classica- l’eterno endecasillabo della tradizione lirica italiana- c’e’ una quasi assenza totale di un soggetto parlante compiacente, c’e’ tutta la lezione del modernismo. Il lavoro di Paci non si sminuisce con affrettate e superficiali affermazioni quali ‘versi acerbi’ manco si trattasse di un 15enne alle prime armi. Ma le persone come te hanno i paraocchi come i cavalli da carozza. Il vero dilettate, ahime’ sei tu e tutti quelli che ancora si scandalizzano di fronte a versi diversi.

  21. “ecco la stella polare con la sua arrogante

    pretesa di guidare il navigante alla riva

    coi segni del potere mercantile

    una bussola ed un astrolabio

    per scorgere l’anfratto d’una terra che

    s’espande nonostante l’intezione di giungere

    all’estremo confine”

    Forse luca si riferiva a quelli come te..

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