Stato di vigilanza di Gianfranco FABBRI nella lettura di Luciano BENINI SFORZA

La consistenza fluida e ambigua del mondo
(Luciano Benini Sforza)

1.

Le note, le riflessioni, gli appunti sparsi che nascono nella nostra lettura-testimonianza dalla raccolta poetica Stato di vigilanza di Gianfranco Fabbri (San Cesario di Lecce, Manni 2006; il volume ha una presentazione critica firmata da Nicola Vacca) ci conducono su una pista interessante, stimolante, che speriamo possa essere ripresa e approfondita da studi o interventi più sistematici e organici. Per il momento basti in primo luogo rimarcare come leggendo appunto tale libro si colga, si avverta una vaporosità, uno sbriciolarsi delle cose, dei tratti, una diffusa precarietà delle situazioni e delle forme dell’esistenza: questa raccolta ci sembra proprio per tale ragione esprimere il nostro tempo obliquamente, cioè nei modi allusivi e indiretti (ovvero interiorizzati e filtrati) propri di un canto senz’altro soggettivo, lirico. La dinamicità, l’inconsistenza, l’ambiguo passo del reale che caratterizzano da molti punti di vista la vita globalizzata contemporanea (in perpetuo divenire, flessibile, senza punti di riferimento stabili, invasa dal cambiamento, dalle mode, dall’usa-e-getta, ma anche dal dominio delle immagini e della virtualità) sono qui percepiti e tradotti liricamente, mediante una parola evidentemente soggettiva ed esistenziale. Allora un senso di precarietà attraversa la spina dorsale dei giorni e delle parole: “si vive piano, nella fessura/ della scomposizione a cielo aperto” (da Nebbia nei campi a dilatare, p. 14).

2.

Anche la vita e la morte sono non a caso in questo volume in osmosi: la realtà e la sua distruzione covano così gli stessi luoghi, gli stessi istanti, esprimendo la caducità, il senso della precarietà, il fiero e distratto consumo della vita e delle cose che dominano, macchiano il pulsare frenetico e così vitale del mondo che oggi ci circonda; senza mitizzazioni, senza preclusioni patinate e consolatorie, l’autore esplora una reale a tutto tondo, appunto contaminato e variegato. A tale proposito giustamente scrive Nicola Vacca: “quando Fabbri suggerisce di chiamare le cose col nome delle cose ha in mente di stabilire una relazione con la passione della verità. La poesia nomina ogni cosa. Così facendo assegna un destino alla parola poetica” (Prefazione, p. 6).

3.

Inoltre, una saggezza pensosa, una consapevolezza di partenza (in effetti “si riparte secondo una logica diversa”, da Si riparte secondo una logica diversa, p. 11; oppure si legga tutto lo splendido testo scritto come da un punto di osservazione elevato, onnicomprensivo, lucido e ricco di pietà insieme, testo intitolato Benedetto tu sia, p. 27) si uniscono al loro contrario. La razionalità, lo sguardo della mente si intrecciano appunto alla pulsione, al suo urgere dal profondo essere: “vorrei invitarmi a ballare, ma sono timido” (p. 82); e ancora: “muoio dalla voglia di corteggiarmi, ma retrocedo sempre in me stesso senza una ragione” (p. 82: queste due ultime citazioni provengono da Piccole prose della sinapsi). In questi passaggi testuali appena riportati sopra la pulsione giunge a una vena ironico-grottesca, al registro che muove il riso o il sorriso dolce e amaro insieme nei territori della lettura.

4.

In modo significativo, il carattere quotidiano e la frequente brevità degli esiti testuali si dilatano fino a comprendere l’essenzialità del presente, il cuore antropologico-esistenziale dei tempi che stiamo solcando nella società attuale; allora il minimalismo di Fabbri non significa chiusura e riduzione della pregnanza e della allusività dell’opera, ma piuttosto strumento di una presa larga, di una campionatura condivisibile, profonda, tesa a far luce sul senso e sul non-senso dell’esistere contemporaneo: “la tua fotografia si estende/ nelle pareti, ingigantisce/ l’odore oltre la porta,/ giù per le scale,/ fino a mischiarsi insieme al mondo” (La tua fotografia si estende, p. 12).

5.

Così cogliamo, riflesse dalla parola lirico-poetica, anche altre schegge tematiche: la durezza, la guerra quotidiana dei rapporti intersoggettivi in una società che si è consacrata al mito della competizione, a un neo-liberismo spesso selvaggio, a un passo atomizzato, aggressivo capace di precipitare e mettere radici anche nel terreno dell’etica giornaliera, dell’esistere quotidiano e comune. “Sai della guerra -di questa guerra qui- fatta nei piani di un tavolo in disordine. L’armata dei vestiti, dietro l’anta, vaneggia i corpi indossati” (da Attento, non entrare…, p. 61).

6.

Allora attraverso i motivi e le rappresentazioni che si intersecano, attraverso i toni che si mescolano e si confondono variamente, in questa raccolta le qualità e gli aspetti delle cose, delle parole si sovrappongono, mutano consistenza, diventano in modo vaporoso e ambiguo: fluiscono, si compenetrano, cadendo dallo loro assolutezza, dalla loro univoca o astratta consistenza. Precipitano, in qualche modo, nel tempo fluido e contaminato dell’esistenza, nel mare dei nostri giorni così larghi, incerti e globalizzati. E lasciano al lettore il peso e la leggerezza di uno sguardo malinconico e saggio, ironico e grottesco, realistico e ondulatorio o visionario: uno sguardo che sa unire pietà e consapevolezza profonda delle cose e delle persone, grazie a una resistente, frammentata lucidità, dove non smette di vibrare una intonazione etica e umana insieme.

***


Testi

Si riparte secondo una logica diversa;
forse un cammino
su vie di mondi, come se la coscienza
potesse nominarsi senza te.

L’alba, stamani, è sostanziale
al giorno che l’alberga.

*

Evita la molta luce
nel primo pomeriggio,
quando le cicale
fanno ricognizioni in campagna.

L’alba è una cosa, il sole un’altra.
La fame è un protocollo; la sete,
l’incognita equazione
di cui temi i passaggi.

*

Vorresti spiare il mio volto mentre dormo,
per capire cos’è la morte apparente.

Foto d’Africa;
filmano bambini, amplissimi nella fame.

*

Vorrei invitarmi a ballare, ma sono timido: non oso.
Avvampo, mi sudano le mani.
È perché mi interesso. Muoio dalla voglia di corteggiarmi,
ma retrocedo sempre in me stesso senza una ragione.

*

The end

Hai venduto il sistema tuo nervoso.
L’hai dato
via per poco, come se fosse
qualcosa di funesto da tenere.

Ed ora?

Perfetti sconosciuti
Ti hanno raggiunto
Con chiavi inglesi in mano;

svitata ti hanno
la tua calotta bella:

te l’hanno aperta.
Messe dentro le mani;
tirati su
fili di sangue, melma.

Staccata poi la spina;
spenti i neuroni.

*

Ti aspettano i tuoi cani,
all’ora stabilita, come se presentissero,
molle d’arrivo, il tuo demonio.
Poi gli assalti nel cono
d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle.

*

E pensare che ovunque, qui attorno,
si avvolgono gli umori dell’inverno;
e già tu forse avrai, di nuovo,
un altro uomo a cui dar baci
dopo la sigaretta del pranzo.

Ho comprato una gomma
per cancellarti
dal foglio che bene
sta fra le pagine del diario
della nostra esistenza, giù nelle catacombe
di quella memoria che mi pigia la febbre.

*

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto,
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.

Sei tu che gemi
nelle ossa di una tale
morte apparente?

Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
– ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana? -.

*

Benedetto tu sia,
giorno che monti sopra l’orizzonte,
e che conduci
l’abominevole colpa del vissuto;
ti ascoltano i piccoli animali
che lasci vivere in te
nel grumo di stagioni, come frutti.

*

Da quanti punti
mi osservi stasera; e come intendi
incamerarmi nel tuo fondo,
ora che il tempo
mi si riavvolge attorno.
Talvolta,
le voci di coloro
che sono via volati danno
dell’esistenza un quadro,
dolcissimo di fuoco.

*

Oggi è la tua giornata da donna;
vesti una sottana taffettà, a cannoncini,
che quando vai a toilette
ti fa impazzire per via della sua ampiezza
che t’impedisce di farla all’impiedi;
sicché sul piatto t’adagi ed alzi,
come campanula di marzo,
il bel sipario alle miserie tue, impazienti

II

Altro giorno da donna;
stai nel letto, stesa come balorda,
e quando lui arriva, ti alzi,
t’appoggi al muro e ti fai prendere
con i suoi modi indifferenti,
e lasci che deponga il suo bottino
tra colpi di fastidio e barba lunga.

Poi gli cuoci due uova,
mentre di là si lava,
nervoso i genitali. Impreca
la sorte: viene,
si siede al tavolino,
intinge il pane nel sugo dell’albume;
non sorride né parla:
finisce la sera con il giornale radio.

III

Oggi però sei “cosa” a mezza strada;
lui mostra l’accenno di un qualche interesse:
ti versa il caffè, ti stringe la mano;
ti bacia sul collo,
teme quei peli tuoi d’imberbe
salire sulle guance
che sanno di lucertola in amore.

Per un attimo
ti sei sentita come
l’ultima sigaretta;
piena di tagli al fusto, il capo
nella cenere,
in mezzo ai fuochi ultimi del vizio.

***

Presa di posizione

Da questa riva la notte prende fiato e si alza dal sottosuolo per investire la luce.

Apri la finestra, sfoglia le tende ;
di là, la radio trasmette
musica per archi. Non esiste altra
disperazione che quella della quiete.

Felice lo sei per davvero, anche quando pensi di darti ad un tam tam di veleni, o alla lama di un coltello, per recidere il collo

della persona che credi d’essere.
Cerca piuttosto il tuo respiro ;
contane le frequenze,
fa’ che l’ampiezza sua si apra
nelle curvature e conceda
su di sé la pace [ …. ]

Oggi la rabbia è piovuta
lenta bagnando
l’asfalto i campi,
ogni altra cosa

che fosse dipesa dall’intenzione
di nuocere,

di procurare camaleonti, giostre su malattie inventate. Oggi, appunto, ti sei fatto acqua e cadi dal cielo senza soluzione di continuità, e la terra fecondi con lentezza, fino ad esserne esausto.

***

Nota

Chiedo scusa all’autore, ma per alcuni testi non mi è stato possibile rispettare l’impaginazione originale.

***

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6 pensieri riguardo “Stato di vigilanza di Gianfranco FABBRI nella lettura di Luciano BENINI SFORZA”

  1. Caro Francesco, stanotte mi si è annullato un primo, breve commento a caldo. Grazie, mio carissimo amico. Grazie dell’attenzione che mi concedi.
    Credo che il pezzo di Benini Sforza renda bene l’idea sulla natura del mio ultimo libro.
    Un abbraccione pieno di gratitudine.
    Tuo Gianfranco

  2. Questa nota fu inserita anche su La costruzione del verso, vero?
    Ricordo di averla letta da qualche parte, ma non ricordo dove…

    Quest’ultimo passo mi sembra tutt’altro da tenere in second’ordine:

    ” la durezza, la guerra quotidiana dei rapporti intersoggettivi in una società che si è consacrata al mito della competizione, a un neo-liberismo spesso selvaggio, a un passo atomizzato, aggressivo capace di precipitare e mettere radici anche nel terreno dell’etica giornaliera, dell’esistere quotidiano e comune. ”

    Infatti mi sembra molto importante evidenziare anche come “lo spegnimento del sistema nervoso [nell’ultima poesia del libro], in una società sotto assedio come la nostra, è una forma di liberazione”, un modo per uscire da uno stato di vigilanza (oltre che dalla pressione/tortura dell’io). Un modo appunto per sottrarsi all’automazione e ai rapporti strettamente economici dei nostri tempi.

  3. Anche a me piace la lettura ‘politica’ del libro di Gianfry che e’ stupendo a partire dalla vox media del titolo. Telecamere a circuto chiuso, oppressione ma anche stato di allerta, consapevolezza nel periodo di estremo rischio. E quelle bellissime liriche travestite: ‘Oggi e’ la tua giornata da donna’. Veramente notevole.

  4. Cari amici, vi ringrazio con tutto il cuore. Ricordo di avere spedito il libro in primissima battuta (prima che mia mamma se andasse via: ebbe dieci giorni giusti per tenerlo tra le sue mani) proprio a voi. E’ una coincidenza curiosa e molto indicativa. Me ne accorgo ora che vi leggo, uno dietro l’altro, in questi vostri generosi commenti. Le altre persone alle quale mandai il volume in quei giorni furono: l’amico di sempre, Gian Ruggero Manzoni, Matteo Fantuzzi, Luca Frudà e il pubblico di Bazzano.
    Che dirvi! E’ bello trovarsi, con regolare frequenza, farsi fare il “contrappello” dal Caso. Che Caso non è, bensì lunghezza d’onda.

    Gianfry vi abbraccia con molto affetto.

    Gigi, mi fa piacere che tu menzioni spesso l’ultimo testo. Te, come del resto Luca. Per me, quella pagina, rivela quasi del tutto la chiave di lettura: si tratta di uno smontaggio neuro-meccanico del nostro cerebro, così offeso da queste mutazioni fulminanti. Un po’ succede anche alla Terra, al clima. Tutto è sotto assedio: l’uomo è prigioniero del suo cancro interno; la Natura -ovvero la flora, la fauna e quant’altro- sono doppiamente vittime perché non hanno alcune responsabilità in questa dinamica scellerata. Eppure, l’essere umano è colui il quale, autodenunciandosi in maniera anche troppo buonista e ipocrita, nel parlare di delitto mette se stesso sul podio del Superstar (Vittima super star). E’ la lucidità morale, la prima ad aver alzato bandiera bianca. Non riconosciamo più gli oggetti, l’esterno; non ravvisiamo più le venature del nostro sesso e della nostra sessualità. La morte è scialo industriale, lutto da produzione industriale: un qualcosa che si acquista al supermercato. Di morti ne vediamo a centinaia di migliaia, in tv. Il cadavere ha perso quell’aspetto “sacrale” di autodeterminazione: adesso è cosa morta e basta. Come vedere una rondine schiacciata dalle ruote di una macchina. Certo, in tempi del passato recente, forse la liturgia del lutto era troppo oppressiva, troppo sontuosa, nella propria pompa- ma oggi, di grave, c’è lo spettacolo del morto lasciato solo a se stesso, in un crescendo di disprezzo per ciò che fino a un minuto prima aveva la dignità di un “mezzo infinito”. Così è, come dicevo poco sopra, per l’identità sessuale. L’uomo oggi è transfuga, animale di confine tra due condizioni emotive e sentimentali, credute ancora orrorifiche e nel contempo pensate e desiderate. Uomo borde-line, chiamerei il nostro simile attuale. Ecco, ci sarebbero tante note da aggiungere. Ma non voglio tediarvi.
    Scusate la scrittura smangiucchiata dalla stanchezza. L’ora fa la sua parte.

    Un abbraccione, di nuovo.
    Gianfry

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