La traccia vocale dei dispersi – Luigi NACCI

sandy skoglund

(Piccola antologia 2007-2004)  

Da: SS (2007-2006)

I

Dirottiamo aeroplani di carta nei giorni di vento
Tramontana ci porta lontano e maestrale ci impenna
Nella stiva fa freddo si ghiaccia si gelano gli occhi
Non si vedono piste e non sono previsti atterraggi
Ci copriamo con pacchi-lenzuola e con coltri-bagagli
Incrociamo gli sguardi ma senza azzardarci a parlare
Che l’ossigeno è poco e il pensiero si ossida presto

Ci conforta il reattore che sparge potente il suo canto
Ed è come l’apnea delle prime nuotate in piscina
O la faccia contratta nel vetro del treno che parte
Ci mettiamo a soffiare a soffiare pensando alla luna
Si potesse saltare aggrapparsi coll’unghie a dei cirri
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole

A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le ruspe e arrivano i becchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi
Con le bombe facciamo palleggi di testa di piede di mano
Piroette sgambetti e passaggi fin quando non cade per terra
È un saltare di dita che pare la festa del primo dell’anno
A ciascuno il suo scoppio a ciascuno il tripudio di fuochi che spetta
Come stelle filanti le dita ricadono ognuna al suo posto
Ci si stringe le mani e stringendo si aspetta che faccia mattino
Zoppicando torniamo alle nostre baracche con meno coraggio
E c’è sempre qualcuno che arriva e controlla e ci conta e ci dice
Che nel campo si tace si dorme si muore anche il sogno è proibito
Siamo scorie eccedenze rovine del tempo robaccia che brucia
Riciclarci per cosa e per chi riciclarci per fare che cosa
Mentre grida ha negli occhi decine di metri di filo spinato
Col suo filo faremo una fune che sale alla volta celeste
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole

A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le bombe e sparano i cecchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi

II

Ci areniamo in scogliere e carcasse di mostri marini
Incagliati restiamo in attesa dell’altra marea
C’è chi pesca chi prega chi parla alla stella polare
Le sirene non sprecano colpi di coda per noi
Dalla costa si levano gridi e segnali di luce
Il guardiano del faro fa segno di andarcene via
Pescecani pirati pattuglie di guardia costiera
Quanti denti ha lo squalo ed è fiero di farli vedere

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Le scialuppe si calano a mare e si mettono in salvo
Con i remi si accendono fuochi che scaldano i visi
Ci affidiamo spaesati al timone e alla sua buona sorte
Lo scirocco ci spinge si suda e respira a fatica
E nel sale che satura l’aria si pensa alla casa
Alle cose lasciate sull’uscio e i saluti di rito
Ma fra tutte le cose soltanto la terra non torna alla mente
Sbrana un uomo lo squalo ed è fiero del sangue che sparge

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali
Camminare sull’acqua debilita stinchi e caviglie
In colonna si marcia evitando le onde più grandi
Terra in vista è la frase che ognuno vorrebbe strillare
Sotto il sole si spargono i corpi di piaghe e miraggi
Come giona a decine si lasciano andare nei flutti
Rifugiati nel ventre dei pesci pensiamo alla casa
Elicotteri navi e plotoni di guardia costiera
Dalla terra si parte e alla terra faremo ritorno

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali
Si allontanano l’una dall’altra laconiche ortogonali

V

Impigliati nei rami degli alberi brillano i lanciafiamme
Penzolanti in profili metallici e simili a foglie autunnali
Hanno viti ossidate e bulloni sfilati che scricchiolano
Serbatoi perforati dai quali zampillano neri rigagnoli
Propellenti che colano come ruscelli di miele e di propoli
Espandendosi in laghi altamente infiammabili e densi
Che allargandosi a flussi e riflussi travolgono i campi
Fino a dentro alle ville dei ricchi vassalli e alle stalle dei servi
Allagando i fienili affollati di coppie e viandanti
Si dileguano al chiaro di luna le ombre dei corpi

Nel migliore dei mondi possibili sopravviviamo
Nonostante sommessi tramontino gli occidenti
Alla radio trasmettono il meglio dei canti liturgici
E vi lascio la pace vi do la mia pace preghiamo
Fanno ruggine e invecchiano presto i cannoni all’addiaccio
Seppelliti da sabbie e da ciuffi di pollini allergici
Hanno bocche tappate da fiori a pannocchia di luppolo
Ci si infrattano truppe di fanti fuggiaschi e di profughi
Accalcati nemmeno ci fosse l’allarme antiaereo
Con la strizza di farsi beccare nei rastrellamenti
Che al setaccio ripassano pure le cucce dei cani
Una volta arrestati si viene condotti nei fossi
Dove aspettano ghiotte e allupate le schiere d’assalto
Rinsaldate nel loro vigore dal chiaro di luna

Nel migliore dei mondi possibili sopravviviamo
Nonostante sommessi tramontino gli occidenti
E vi lascio la pace vi do la mia pace preghiamo
Nelle crepe dei muri spariscono dardi a decine
Assorbiti da gorghi di malta e correnti di alta tensione
Ridiscendono per le pareti degli appartamenti
Perlustrando perimetri esterni perimetri interni
Quando avvertono qualche presenza o sospettano solo
Con un guizzo prorompono rapidi dai rubinetti
Impalando le prede a sorpresa nei petti o alle tempie
E tornando a percorrere i muri con passi precisi
Fino a un attimo prima dei crolli che fanno le piazze pulite
Dando modo alla luna di splendere chiara su tutte le cose

Nel migliore dei mondi possibili sopravviviamo
E vi lascio la pace vi do la mia pace preghiamo 

***

Da: Inter nos. Trilogia del prima e del dopo (2006-2005)

II

Precipiterò dall’ultimo piano del tuo nome
sillaba su sillaba sdrucciolandomi per terra…
Se risorgerò, sarà per brama di pronunciarti,
per il desiderio di risuonarti
una volta ancora, con il terrore di franare
rovinosamente sulle tue voci
come un grattacielo nell’uragano.
Mi arrampicherò sulle tue macerie
e una volta ancora mi lascerò precipitare
dall’ultimo piano del nostro nome.

III

Quante bufere e che poca neve sulla tua tomba,
come se fosse fuoco la tua morte.
Non ho bisogno di te. Di come si sta di là
non mi dirai. Mi annoierai con i tuoi soliti
ammonimenti, mi chiederai nuovi gerani
per il tuo vaso placcato d’oro, ed una foto
meno recente, di quando avevi ancora i capelli.
Non ti dirò chi non è venuto. Chi non ha pianto.
Chi si è vestito di nero. Chiedimi come stavo.
Come portavo la bara in spalla. Se mi pesava.
Se ho resistito fino alla fine dell’omelia.
Dove ho dormito la prima sera. Per quante ore.
Quando mi sfiora l’idea di andarmene via, sott’acqua,
nelle pozzanghere, o nelle brecce dei muri a secco
lungo il sentiero di tufo e cani in punta di piedi
spiccando salti di trullo in trullo fino a che un fico
non mi si spolpi sotto le suole come sapone
e ruzzolare vent’anni indietro fino al tuo petto
coi pugni chiusi. La tua orazione l’ha fatta quello
che si metteva la tua vestaglia. Non sei che terra.
Non sei che spoglia deposta in fossa senza le armi.
Non ti ricordi di quella volta che mi hanno punto
coi loro aghi. Tu mi guardavi dietro la porta
col fiato corto del disertore, l’alito nero
del partigiano che ha barattato la propria parte
per una pacca e non se ne pente che a notte fonda
tra i crampi in pancia e il formicolio del braccio. Mi hai perso,
come un secchio che scarrucola in fondo al pozzo,
come un pensiero andato a male o quel che resta
di un desiderio che si sfalda alla deriva.
Prima di te, si decomporranno i tuoi versi.
Fuori da qui c’è primavera, città azzurre,
miele a cascate dai palazzi popolari,
fiumi di latte che sgorgano nelle piazze
e vita a iosa sui tetti e nelle cantine
e anche nei vicoli vita a quintali.
Invece tu sei l’inverno e l’autunno insieme,
sei foglia secca accartocciata che non smette
mai di cadere, cadere e cadere ancora.
E non ci sarò io a raccoglierti.

***

Poema dell’onda più vasta (2005)

Cantatemi con cicaleccio da mercato le rocche al di fuori di qui,
dove baie soltanto abbagliano di sale, e sirene ammutoliscono
d’insonnia. Scrivo per te dalle mie peregrinazioni incerte.
Nelle maree che le lune indicano semino le alghe del divenire.
Mentirei se dicessi che so nuotare le creste dei marosi all’alba.
Torpedoni non avvisto e non tratto coi galeoni della caducità
mattutina. A nord cercano filibustieri di battaglia, pipe corrose
da grasso di pescecani. Malebolge vado fiutando, sguatteri
nelle stive, commerci di malaffare. Amori verranno coi dobloni.
Le venture di ciurma e di banda piomberanno come miniere
d’oro ai trovatori. Cantatemi le divine sinestesie delle morti
in mare. I trampolini dei capitani fedeli fino in fondo e la bile
dell’ammutinato in catene. Che se le orche saranno assassine,
noi saremo più assassini di loro. Di spiaggia in spiaggia, coi cannoni
reali spareremo i porti, le navi assalteremo e le bandiere del comando]
daremo in pasto ai pesci. Agli scogli brandelli del diario di bordo.
Sentinelle ammaliate dall’odore d’osteria a vigilare i bastioni,
piroette di meduse sotto coperta, il resto è affondabile in secca.
Deraglio nella brezza che sfiora il timone, ho le unghie nere di chiglia]
e penso a mia madre che, all’albero maestro impiccata, pencola
come un sacco di patate. Cantatemi le ennesime traversate finite
in nebbia, i malauguranti gabbiani grigioperla, le dodecafonie
del maremoto. Mi sommergo di bussole smagnetizzate e mi rido
addosso come il pesce palla traforato dai coralli. Insisto
a tuffare le notti coll’arpione delle feste, sebbene sia tempo
di assalti feriali. Le vedette si fanno cieche coi cannocchiali.
Caccio cannibali sulle coste a cui darmi con tutto me stesso.
Galleggiano appena i bauli, in fila indiana, ortogonali all’orizzonte.
Soavemente mi chiamano le palme con voce di babbo, arrivo,
ancora qualche bracciata. Cantatemi le lussuriose scampagnate
al largo, i crapuloni capidogli schierati in pompa magna! Battiscafi
che pullulano gli abissi come mosche nelle stalle, palombari
in frac come ai bei tempi! Passano i tornadi ma qui sotto
non si sente. Passano i concerti dei pianeti e le bombe nucleari
ma qui sotto non si sente. Ditemi, le bolle ancora fuoriescono
dall’acqua? Con quale forma si conservano nell’aria? Sandali
più non porto, di vesciche mi cospargo i calli in onore alle murene.
La vita delle mucillaggini è l’unica vita che mi sta a cuore.
Ostriche a bordo ne arrivano, ma solo per due o tre giornate
di bonaccia, granchi invece, aragoste che scottano e poco parlano.
Scrivo a mio fratello che non torno, che stia pure a zonzo a terra,
tra due stagioni sarà tempo di raccolta. Cantatemi le sassate
dalle rupi e le pentole di pece bollente, le gozzovigliate dei soldati
in licenza! Mi ricordo gli annegamenti delle tre di mattina.
Le confidenze dell’onda alta e la risacca che se ne infischia.
I fluttuanti scambi di ostaggi a mezzanotte, a faccia d’ombra,
tra poppa e prua. Della guardiana del faro non si ha più notizia,
né dei suoi baci all’ancoraggio, né dei seni di mia madre quando viva]
allattava i delfini. Cantatemi le luci spente negli scali, le secche
forzate dell’estate, le retate andate a morire sui banchi di cozze!
Non era un miraggio il galeone, e se lo era anch’io lo sono.
Ho per casa i mari. Alle rade non mi concedo. Con vela nera
mi son fatto il vestito delle nozze. Arpioni ne aveva lo zio,
torme di indigeni sciabolatori, tatuaggi arrembanti in fronte
per la buona sorte. La bandana la indosso solo se arriva
il colombre, ma non la indosso mai. Crescono i fichi che portai?
Troppi temporali sono trascorsi, troppe gambe di legno
spuntate dalle lame. Quando avevo la chioma del filibustiere,
con malizia mi ammiravano le coste. Cantatemi oggi cosa
resta di ieri, dei prigionieri sgozzati a mezzogiorno, delle trecce
tagliate alle bambine? Dei petti succhiati e delle bave,
delle orge per ammazzare il tempo e degli impalamenti
niente resta che sia carne da morsicare. Polipi tentacolari
eravamo con ventose agli occhi e sangue freddo. Squame
chiamate uomini. Destini buoni solo per i mari del nord.
Cantatemi le correnti del golfo, i terremoti che scuotono
le fosse, i precipizi a strapiombo sugli oceani invisibili!
Mi fido dei miei morti in tempesta e di nessun altri.
La latta che s’ammassa a riva, i canotti da diporto,
le zattere di legno in cancrena e i salvagenti, tutto
questo mondo non si è salvato. L’uragano ha sollevato
le schiume, le piogge di pinne si sono sfracellate al suolo
come diluvi, il fango ha circondato i cimiteri e i morti
sono tornati a morire. Non ho chiesto io di essere immortale.
Scambierei la voluttà delle lische consunte con l’arido sfregolio
delle mie ossa d’acciaio. Cantatemi i funerali delle foreste
ridotte a paludi, gli acquitrini in cui vi crogiolate al sole,
le ville spazzate via dall’acqua! Leggevo le stelle polari
senza alzare il capo al cielo, l’elica che sospingeva
il tumulto dei miei sensi era poesia di naufragi, sterminio
di flotte, marinai dispersi come petali e primavere a venire.
La paura di essere inghiottiti da un vortice è solo speranza.
Le funi che mi slegano sono logore e i mozzi disidratati
sul pontile sono lauti pranzi agli avvoltoi. Rullano gli stomaci
dei pescitigre, ma la pelle del tamburo ancora non si tira.
È carne da rosolarsi alla calura d’agosto la mia, tempo ancora
ce n’è. Se della festa sarò protagonista, tanto vale ingrassare
fino a scoppiare di budella. Non sarà che un altro disfarsi
in liquamenti e fibre muscolari per poi rifarsi in mare.
Cantatemi l’impossibile cessare che mi avviluppa il petto,
l’estenuante salvataggio dell’ultimo minuto che mi soccorre,
la respirazione artificiale. La scialuppa ritorna sempre a me,
e con essa il fiato di mia madre. Ti scriverò, sì, dal regno
delle cascate. Che strazio risalire la fiumana e non avere
alcun uovo da fecondare. Maledette siano le acque dolci
così effeminate. L’oceano maschio mi seduce e mi stupra
di canzoni che non so cantare e il peso dei giorni mi naviga
in faccia che non me ne accorgo. Cantatemi la fine del viaggio
salato, il placido canto del pescefarfalla di mezzamattina,
l’epigrafe scritta col bianco dell’onda più vasta.

***

Da: Scarti disumani (2004)

Le nostre madri non ci partorirono
tra le coltri, né tra i drappi, ma in brutte
gualdrappe in groppa ai puledri predati
ai padroni. Poltrimmo per anni e anni
sopra ai pubi dei padri, pudibondi
per le polluzioni puerili. Baldi
non fummo, né belli, né sopraffini.
Blandi sì, blasfemi, mangiabambini.

Si va in gabbia per boiate, robina.
I bagherozzi sgambettano sguinci.
I guinzagli s’alternano ai bavagli.
I berlingozzi sgargiano sui ganci.
In gabbia guazzabugliano gli abbagli.
Per bazzecole si tengono i bronci.
Gli sbagli si rinnegano a bisbigli.
A ciaccole si va alla ghigliottina.

Di vitto si vive, non di diritti
civili. Di liquidi, di glucidi,
non ditirambi, odi, brindisi, epodi.
Di viavai, viaggi, vïatici, viottoli,
non di villette, villini, villotte.
Di vecchi vitigni, vini, vigneti,
non di diamanti, diademi, digiambi.
Di indovinazioni, non di dïagnosi.

A pletore d’applausi diplomatici
predilegiamo i pleniluni. A plichi
pletorici le plumule. A importuni
pluralis maiestatis i plumcàke.
Le plurimplicazioni dei plutocrati
nel plusvalore le sappiamo, eppure –
plateale errore? – quaggù già scalpita
il plumbeo plotone d’esecuzione.

Il nostro è un clan incline alla clausura
clandestina, una combricola clastica,
una classe di inconcludenti cronici
scevri di disciplina, casi clinici
inclassificabili alla cladistica,
clauneschi, clamorosi, iconoclastici
anticlientelari, anticliché,
un’inclonabile clan demodé.

Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terracuccagna in cui regnano grugni
tragicomici, pugni, sanguigni trastulli.
Qui non c’è terzanella né rogna.
Noi sappiamo schiantarci ma il sogno più grande
è di farla per finta la guerra, in campagna,
a chi spacca più legna senz’ascia e non frigna.
Qui non c’è tremerella né gogna.

***

18 pensieri riguardo “La traccia vocale dei dispersi – Luigi NACCI”

  1. Sì, i primi testi li ho detti a Milano (che bella memoria!). Effettivamente la dimenzione della voce e delle voci per me è fondamentale: siano esse voci dell’autore performer, siano voci altre che – regolate o sregolate dall’autore-regista – (s)leggono a voce alta.
    Il file audio del primo testo si può ascoltare qui: http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article878.
    Mi piacerebbe far sentire altro, ma purtroppo on line non c’è nulla che si rierisca ai testi pubblicati qui da Francesco (che ringrazio per l’occasione e per la sensibilità).
    Luigi (N.)

  2. L’utilizzo dell’epos, nella configurazione e nella struttura della materia in chiave poematica, è un tentativo di ricucire le trame di una “oralità” in via di dissoluzione: un argine ai colpi di una parola deprivata di senso e di intrinseca capacità di comunicare altro che la frana che, ignara o complice, si porta dietro. La restituzione della parola a una “voce” che, ricompattando le “tracce”, ri-crea un tessuto a misura umana, ne è la dimensione e la cifra di più evidente leggibilità e autenticità: etica e testuale.

    fm

  3. fiato e bracciata nel III di “Inter nos. Trilogia del prima e del dopo (2006-2005)” e ritmo ben dosato. per il resto l’impressione è di budinaggio poetico; forme molli all’interno di stampi. prevale la logorrea più che l’epicità.

  4. Grazie dei tuoi preziosi commenti, jack: “budinaggio poetico” è un chiaro esempio di sintesi critica che compendia secoli di lavoro di scavo sui testi.

    Mi piacerebbe avere, se ti è possibile, una tua lista di poeti veri, di modelli da imitare. Da usare come promemoria.

    So già che non vorrai deludermi, così come non farai mancare ai lettori di questo blog appigli teorici degni degli autori che avrai la bontà di proporci.

    Grazie.

    fm

  5. dài, un po’ di immaginazione, si può anche non rimanere attaccati alle logore e muffite escavazioni critiche e rendere bene il proprio pensiero, sebbene tu storca il naso. io non prendo in giro.
    modelli da imitare non ve ne sono; la poesia finisce quando se ne sente il bisogno, di modelli.

  6. Pardon, Jack, con tutta la più buona volontà: prima esplicita nome+cognome (tuoi), poi esplicita il significato di “BUDINAGGIO” (in italiano ‘standard’), poi – forse – iniziamo a dialogare. Adieu!

  7. Ho trovato stupendo il seguente stralcio:

    Di vitto si vive, non di diritti
    civili. Di liquidi, di glucidi,
    non ditirambi, odi, brindisi, epodi.
    Di viavai, viaggi, vïatici, viottoli,
    non di villette, villini, villotte.
    Di vecchi vitigni, vini, vigneti,
    non di diamanti, diademi, digiambi.
    Di indovinazioni, non di dïagnosi.

    Allitterazioni, rime, stiramenti e strusciamenti della lingua italica…

  8. Davvero le lunghe non le legge nessuno? Io le preferisco alle corte. La visceralità, a mio parere, prevale sul lirismo, per altro sicuramente degno di nota.

    P.s. Caro Jack, non vedo nulla di logoro o di ammuffitto qui, anche volendo scavare non ne vedrei traccia.

    P.s. Jack: com’era la storia della volpe che non arrivava all’uva? :-)

    Un abbraccio a tutti!

    Anna

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