Il passo nomade della scrittura – Ranieri TETI

leonora carrington

Da: Il senso scritto, con una nota critica di Tiziano Salari, Verona, Anterem Edizioni, “Limina. Collezione di scritture”, 2001

Non possiamo vivere che nel frammezzo, esattamente
sulla linea ermetica di condivisione dell’ombra e della luce.
Ma siamo irresistibilmente gettati in avanti.

René Char

Pneuma

dimora nel lineamento dell’ombra

idolo della veglia in opera
ha per titolo aperti e chiavi
iniziali a darsi incipit d’incognita

mobile dedalo del movimento

uno spazio che sia varianza

aprire strofe trarne resistenze

itinerari e cascami dove distare

*

ali in metafora di strato e quali aria silenzio
degli oggetti conserti al freddo e non colore
altrove in uso d’olfatto a resti e quanto manca
a lacune nel divario del doppio esito dagli arresti
del calore all’usura di cosa in parola al fondo
bocca e sboccando parole sotto parole in ombra

*

a luogo e moto sovrapposti intorno scartamenti
declinare che oscilla da distanze vuote demarcato

in evidenza lascia trovano la scia calco o scarto
il gesso di un’orbita tra combustioni trasparire
un fermarsi movimento di foto al dileguarsi voci

cori dalle attese nella selezione tra notturno
e farmaco e luci da un colore a partire sospese

*

tra materie dette all’afasia un bestiario
per voce femminile in ampex e pause di stanze
questo tempo intorno la parola il suo emisfero
in ombra in continuità di cerchio e orbitale
di scorie questo tempo intorno la parola verso
altro variante per tema uguale nominativo
tra dire e disfarsi in ripetizione a margine
crome nello spostamento di arie e viceversa

*

sono colpi nell’acqua corpi in affondo e astanti

e singolare un verbo tra non esito e declino
per un tempo da scrivere che macchina usuale
riporti e resti uguali a verbi fermi di transito

eccipienti di tempo per altre ore e un fare

all’inizio di un fratto inchiodare figure linee

la prima volta di una soglia nello scartamento

inaugurando moti parole senza parole edili

*

Densità del vuoto

involontari a densità prossime al piano
muto della rotazione e volo di torsioni
mille in metro circolari a treni edifici
quadri e superfici in asse in vertebra
ferma la muta dei profili ferma con vene
variazioni a stasi delle venature in sé

*

densità e portata d’aria portata a palmi
declivi a cori di gronda al tratto piano
dei giorni a braccia a oltranza e persi
nel segno dell’acqua in deriva di suoni
lasciati al buio mano della separazione
tra tempo e frammenti l’attraversamento
di strade nello stesso senso territoriali

*

stradali per linee erogando orizzonti e aggregati
semiluoghi ritmi i franti le tracce più cercate
pulsare fermarsi nell’incessare balla dentro
attimi e battiti bassi continui attriti dosando

luoghi ulteriori in vitro verticali nel correre
specchiarsi in risonanza a modulazioni di zona
in sequenze balla dentro incorporei letterali
frequenti accelerando a domani volumi e domani

*

La parola atonale di Ranieri Teti
(di Tiziano Salari)

[…]

Ranieri Teti è un poeta dell’inizio, cioè del tempo in cui poesia e filosofia si interrogano sull’origine, o meglio ritrovano il luogo della loro fondazione iniziale. «La fondazione è l’esperienza della trascendenza finita: la finitezza, come tale, senza uscire dalla propria non-essenza, decide o si decide per l’esistenza, essendone al tempo stesso il fondamento» (Jean-Luc Nancy, L’esperienza della libertà, Torino, 2000, pag. 89). E la spazialità della scrittura è il luogo in cui poesia e filosofia sono indistinguibili nell’attuare la “decisione separatrice”. «Funzione del poeta è di mettere il mondo dei significati e dell’espressione articolata in relazione sempre più stretta con l’indifferenziato che abita le origini e con la parola quale struttura di separazione e luogo di evento» (Flavio Ermini, Dell’inizio, in Verso l’inizio. Percorsi della ricerca poetica oltre il Novecento, Verona, 2000, pag. 9). E quella che ci viene qui descritta è in realtà anche la funzione del filosofo, non del pensiero poetante (come è stato detto per Leopardi con un’espressione ibrida), ma del pensiero tout court, come d’altra parte ha sottolineato, poco prima del brano citato, lo stesso Ermini: «Nel percorrere questo cammino sta la forza del pensiro e nel non uscire da esso sta il suo compito» (ibidem).

[…]

Non si tratta oggi di elevare l’arte al rango di proposta filosofica, ma di creare uno spazio, nella scrittura, al di là della letteratura e della filosofia. «La scrittura non ha nulla di filosofico, né di letterario. E’ la traccia, semmai, di un’essenziale indecisione tra due sponde – tra le due e, di conseguenza, all’interno di ciascuna. Potrebbe risultare necessario includervi anche il discorso della scienza. Questa indecisione mostra che il ritrarsi/offrirsi del senso si compie dalla “filosofia” alla “letteratura” – o alla scienza» (Jen-Luc Nancy, op. cit., pag. 160). Ranieri Teti si muove con piena consapevolezza – che equivale all’arrischiarsi più incerto – all’interno di questo spazio. Le sue monadi di scrittura, apparentemente isolate una dall’altra, ma in realtà all’interno di un flusso ininterrotto di “trascinamenti” “verso l’inizio”, sempre ritornanti su se stesse, insieme differenza e ripetizione dell’identico, formano un tessuto discorsivo in cui la parola, non più filosofica e non più letteraria, è trasfigurata da una risonanza in cui vengono meno i tradizionali riferimenti sillabici e ritmici della poesia, richiedendo una predisposizione all’ascolto più interiorizzata. Direi più spiritualizzata, se la parola non desse luogo a equivoci di vacua trascendenza. Analogicamente, si tratta di compiere, nella parola, quel passaggio dalla musica tonale alla musica a-tonale, secondo modalità che sono tutte da scoprire, passaggio avviato e mai portato a termine dalle avanguardie storiche (ultimo il Gruppo ’63), per aver lasciato il discorso sul piano esclusivamente letterario, in competizione con altri codici letterari, e quindi non secondo quella necessità interiore (equivalente alla necessità tout court), che nel concetto di scrittura, di spazio letterario, unifica e divide (problematicamente) filosofia e letteratura.

[…]

Afferrare lo spazio in tutte le sue estensioni. Spartirlo in monadi che a loro volta abitano lo spazio fisico della pagina circondate dal bianco che svolge un ruolo attivo, come il silenzio intorno al suono in una composizione musicale di Anton Webern o di Luigi Nono. Moltiplicare profondità e superfici, buche, altezze, bassezze, soglie, adiacenze, spostamenti, rimozioni, proiezioni, linee di apertura e di chiusura «in strutture compatte e insieme dai sensi multipli» (Giò Ferri, Nota ai testi di Ranieri Teti, in Verso l’inizio, cit., pag. 85), che determinano eventi percepiti come manifestazioni del fluire plurale dell’Essere. Una “Vita nova” dalle infinite riprese e riassorbimenti in ricettacoli di spazio che, come la chora platonica, siano intermedi tra l’essere e il divenire. La parola a-tonale di Ranieri Teti si muove, rigenerando parole sfigurate dall’uso, tra differenza e ripetizione e, come scrive Valery (citato da Derrida in Margini, Torino, 1977, pag. 366) un testo non può avvenire che «su questa scena definita, che i destini hanno circoscritto e che, avendola separata da non so quale confusione primordiale, come il primo giorno le tenebre furono separate dalla luce, hanno opposto e subordinato alla condizione di essere vista…».

La parola a-tonale, la parola che rompe con la consuetudine ritmica di una consolidata tradizione ancora oggi dominante nelle poetiche, nei canoni e negli annuari di poesia, richiede un’attitudine all’ascolto più profonda e interiorizzata del pensiero, un qualcosa che ci radica nell’assenza di luogo del Moderno, ed è forse la sola che può abbracciare, oggi, tutte le complicazioni e le lacerazioni del nostro destino. Ranieri Teti si è arrischiato con pochi altri, e tra questi i suoi compagni di “Anterem”, a pronunciarla. E’ l’attraversamento del deserto, la scelta della solitudine, «e della sua natura fa parte anche qualche altra cosa, un’esperienza tragica di se stessi da parte dei poeti», come scriveva Gottfried Benn per l’esperienza soggettiva della grande lirica moderna (Problemi della lirica, in Saggi, Milano, 1963), che ha sempre teso, nelle sue punte più alte, alla soppressione dell’io e alla pura percezione dell’essere. Subordinato alla sua condizione di essere visto nelle sue chore sospese tra essere e divenire («in crome a riprese di / senso in filo diviso di assenza»), il pensiero di Ranieri Teti non tenta di ridare un senso al mondo divinizzato, ma di mostrare una via di resistenza nell’incertezza e nella devastazione.

***

Altri testi

Da: La dimensione del freddo, nota critica di Alberto Cappi, Verona, Anterem Edizioni, “Wildniss – Collezione di Poesia”, 1987

le foglie della palma quasi un’oasi
frastagliata costa rimandata a memoria
dal viaggio di andata tra la punta
e il solco che ora approfonda ora inclina
rimuove il braccio se la musica è finita
dalle spalle per voltare se si dimentica
qui o in alto altro mare su una cresta
che sfiora e sfibra intorno e dentro

*

con quelle due dita da musica
misura dal polso la vita un’alba
pèrdono vigore all’orlo dell’oro
luci se permea da una crepa da un
crepito al risalire a fiotti e fiordi
nel tempo di scorrere dell’inchiostro
blu brillante sull’amalgama bianco
dei denti serrati attorno a un suono
di righe serrate fino al margine

*

dal punto di non ricordo ritorna
primavera di pioggia che non dispera
a ripercorrerla ora a tremarla incuba
nella sera inflitta tra cigolio e
chiave sotto le porte richiuse sopra
la luce bagnata di interni a dire
non dire i forti moventi degli assalti
i pugnali d’acqua che si conficcano
versano sangue in terra fanno fango

*

l’incrocio la croce quanti semafori lumi
il silenzio squaderna il crocevia dalla strada
infila giornali alle ascelle nel corteo
stringe le mani stinge le bocche nel moto
al luogo figurato sfigurato in maschere
di quest’ora da quest’ora ti scrivo
nella luce rifatta rifratta dai vetri
nella ripetizione che consuma il gesto
e aggiunge millimetri alle unghie ai capelli
quasi un atleta un braccio più in là

*

percuote uno spoglio albero vertebrale
armadio di anni murati quante
parole sono rimaste incise sul nastro
afono dello sguardo infila il guanto
di paraffina al sorriso dai denti
agli occhi li incatena a palpebre onde
quando mille nodi di vento fanno
corsie sul livello dell’aria

***

Da: Figurazione d’erranza, nota critica di Ida Travi, con un disegno di Nicoletta Sauro, Verona, Anterem Edizioni, “Wildniss – Collezione di Poesia”, 1993

violando un colore come stinge qualcosa
tardi ancora se non curva il suono
improvvisa ritorni altre fughe provvisorio
un concavo ora di affluenti e detriti
tra rilievi e lieve scorrere di specchio
sfigura un volto per convesse atmosfere

*

ancora la pagina è prato mentre muta insabbia
da una linea di marea a paesaggio aereo
di solchi se con suolo d’esilio si portano
impronte se con rumore di tacchi tornano
rette e fusi rotte di ore chiamando a gesti
doppi se confondono passi moltiplicando metri

*

quello che fermo nei passi muove falesie
nel rigore del sonno fabbrica dintorni
capitali che imbiancano radio sintonie
divaricate a stormo nel gesto del battito
apparente la vita compiendo anni a momenti

*

multiple della misura angolare e fragile
pieghevole del passo variate direzioni
inquieta fermata in forma di parentesi
guardando in una figura una che scompare
nella neve di un giorno bianca medaglia
doppiamente cambia profilo spessore al foglio

*

in superficie inabissa slega mani anni
sprechi a un passo dal vetro e specchi
hanno echi ne fanno e ostacoli una corsa
per labirinto e deserto per rotaie di
convogli in fuga da deviare più avanti

***

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12 pensieri riguardo “Il passo nomade della scrittura – Ranieri TETI”

  1. qui c’è il giocolare o un cammello che blatera, basandosi i testi sulla predominanza dei significanti. si vuol toccare la “crepuscolarità”, appunto la si costruisce; il crepuscolare, come categoria dell’anima, costruito. così, lo sperimentalismo sotto specie filosofica spinto all’eccesso, oltre che gusto snobistico, si svela per insignificanza; lo sprigionamento sintattico ricercato rende inutile ogni sforzo di scrittura, e del pensiero del lettore.
    da cosa è mosso l’autore?

  2. Ti rimando al mio commento precedente. Ringraziandoti, ancora una volta, della tua capacità di analisi e, soprattutto, della formula dubitativa che sempre contraddistingue i tuoi scritti.

    Se ti dico che questi testi sono, come, su un altro versante, quelli di Nacci, al di là di ogni tua più remota possibilità di comprensione, mica ti offendi, vero?

    fm

  3. La poesia pensa e pensa altrimenti. Forse è un antipensiero. Quella che preferisco e tento di scrivere (vorrei dire “scrivevo”, dato che alcuni testi qui proposti hanno 20 anni, altri quasi 15, e che emozione rileggere e grazie anche di questo, Francesco) non è appiattita sul falso reale che ci circonda. Tenta di smascherarlo offrendo, come ha scritto Tiziano Salari, una via di resistenza alla devastazione. Quante volte, caro Jack Leopardi, pensiamo “non ci sono parole” per descrivere qualcosa: ecco, rovesciamo la frase, potenza della poesia, e pensiamo “non ci sono immagini per queste parole”. Forse saremo andati un po’ più in là, forse non sarà tutto solo un blaterare di cammello, o qualcosa di snobistico che, mi creda, non mi appartiene. Forse si troverà un calore dentro le parole. r.

  4. Grazie Ranieri, è un onore e un piacere per me ospitare i tuoi testi, accompagnati dal “pensiero scritto”, sempre illuminante, di uno dei nostri maggiori filosofi e studiosi di letteratura.

    Un abbraccio a te e a Tiziano Salari.

    fm

  5. caro ranieri, grazie. è vero la poesia pensa, ma non sempre pensa. ciò che non comprendo è come, da devastata quale è, la poesia possa offrire una via di resistenza alla devastazione, dato che chi pensa è devastato, annullato, e casomai risorto,e il campo poetico, per come lo presenta con queste colture, iper-arato.
    ora, il problema non è nel “non ci sono immagini per queste parole”, ma nel surplus di “informazione” poetica tentata. sembra di trovarsi dinanzi a un codice irrelato, costituito come genere, dunque non dominato, scontato. e non lingua ma linguaggio, o meglio lingua dimidiata, perché lavora solo di mente automatica. e mi veniva da pensare a edoardo cacciatore, all’adolescenza della poesia e a tutto quello che ho scritto prima.
    infine volevo dire a fm che se si comprende da cosa si è mossi il bon ton reclamato va meravigliosamente a farsi fottere, per cui ciò che è espresso, ha frontalità, non tracotanza.

  6. caro Jack Leopardi, una poesia di ricerca, antilirica, non dolente, non mimetica del reale, presuppone che tutto abbia un moto inderagliabile verso un meglio. La sua metafora del campo, quello che riesco a leggervi di sotteso, non regge. Il codice è irrelato solo per chi si aspetta dalla poesia un messaggio chiaro. Non c’è niente di più lontano dalla mia poesia di allora degli automatismi che lei cita. C’è invece il tentativo di piegare le parole oltre i loro limiti indotti dal linguaggio strumentale, cercando di salvare qualcosa partendo proprio dalla lingua, restituendo alle parole logorate di tutti i giorni la loro potenza originaria. Le hanno detto qualcosa Steiner o Rella, quando parlano della rottura del patto tra la parola e la cosa? Non riesco a comprendere le ultime tre righe. r.

  7. caro ranieri, l’ultima volta che ci siamo visti con steiner e rella, abbiamo parlato d’altro. mi hanno detto che aborrono tutti i lettori piluccanti che li avvicinano. un caro saluto.

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