La conoscenza, la sollecitudine, l’ascolto…

Vorrei ringraziare tutti i lettori che per diecimila e più volte, negli ultimi due mesi, hanno lasciato il loro silenzio carico di ascolto, o le loro parole, in questa dimora senza porte: dove nessuno è straniero, dove non serve bussare per entrare, se ognuno porta in dono, da condividere con gli altri, domande e non risposte, dubbi e ricerca e non verità assolute, volontà di dialogo e non presunzioni e deliri di onnipotenza, eresie di versi, di percorsi e di esperienze e non fedi.

Che la sabbia seppellisca quest’oasi, quando sarà, col respiro della musica fraterna e senza confini sulle cui note è stata scritta questa lettera.

La mia gratitudine, sempre, a chi, senza conoscermi, ha saputo parlare anche in mio nome, interpretando il mio più intimo e riposto sentire. Grazie Irene, grazie Giovanni.

Gentile Nicola,

prima di entrare nel merito delle sue argomentazioni, corre l’obbligo di dirle quanto, questa volta, le parole del suo primo post siano state inequivocabilmente interpretate, anche dai media; non poteva essere altrimenti tanto erano esplicite. Il linguaggio, nel contesto dei rapporti tra culture, diventa l’azione principale di relazione. All’inizio, è tutto. Comunque, lo scambio e la discussione possono sempre concorrere a raffinare le idee, soprattutto tra persone che hanno avuto esperienze di diversa intensità e significato, quali siamo noi e lei.

Lasci che le descriviamo le emozioni e le immagini che frammenti del suo post ci hanno restituito. Quando lei urla “sono di sinistra…”fuori il marcio dalle nostre carceri, strade…confini“, a noi vengono in mente tre bambini Rom che, una mattina dell’aprile scorso mentre entravamo alla ex Snia, ci sono corsi incontro urlando felici:”domani andiamo a scuola!“. Accidenti rispondiamo, che bello! Non era vero. Stavano giocando a fare gli alunni, ci stavano provando. Nessuno li aveva mai iscritti a scuola. Considerati “persi“, le istituzioni li hanno abbandonati a se stessi e ai genitori analfabeti, ai fratelli adolescenti analfabeti. Li abbiamo iscritti noi, volontari, passando attraverso la Procura. Questa a nostro fermo parere è Giustizia, è legalità piena. Le centinaia di topi che vivevano tra questi bimbi in una vasta area industriale dismessa, sono scappati verso il centro città il 31 agosto, giorno dello sgombero dell’area, non avendo più cibo. In quest’area si costruirà un grande centro commerciale e una multisala. I 200 Rom ivi dimoranti in condizioni disumane, sono stati cacciati da Pavia con soddisfazione dell’amministrazione. Siamo sicuri che lei non si riferiva ai bimbi quando citava il “marcio“. Tuttavia, se “marci” sono considerati tout court i genitori, vita da “marci” saranno costretti a condurla anche loro, i bimbi. Converrà con noi che si tratta, nelle condizioni in cui versano le comunità Rom, di una condanna senza appello. E l’appello, lei mi insegna, è però garanzia di legalità e di giustizia.

Abbiamo conosciuto in questi lunghi mesi, uno per uno i cittadini Rom che vivevano a Pavia. Abbiamo avviato con loro le relazioni che avvieremmo con qualsiasi altro cittadino: la conoscenza, la sollecitudine, l’ascolto, la rabbia per l’inevitabile e momentanea incomprensione, lo stupore, la fiducia. E lo sdegno, quando venivano diffamati e oltraggiati come popolo, senza che i diffamatori si sentissero anche solo un poco soggetti alla Legge. La responsabilità è individuale, signor Nicola, secondo quanto recita la nostra cultura giuridica e il codice penale. E la responsabilità di alcuni non può ricadere sulle generazioni future, né su quelle passate, né su tutto un popolo. Seguendo questa nostra civiltà noi consideriamo l’individuo, non il Rom o il rumeno o l’italiano, o il polacco. L’individuo. E in quale codice sta scritto che l’individuo che si sente di appartenere alla cultura Rom debba vivere tra i topi, senza casa, senza istruzione e senza lavoro? Ha mai chiesto personalmente ad un cittadino di cultura Rom che cosa voglia fare della sua vita? Ha mai provato a chiederlo a due cittadini di cultura Rom? Ci sono molte probabilità che gli rispondano in modo diverso. Come uno di noi e lei risponderebbero in modo diverso.

Non confonda cause con conseguenze. La povertà e il degrado sono conseguenze della discriminazione secolare a cui quel popolo è soggetto. Si tratta della più cospicua minoranza etnica in Europa. Secondo la Dichiarazione di Copenhagen del 1993 tutti i Paesi europei sono obbligati a tutelare le minoranze etniche. Solo per i Rom non è mai stato così. A proposito di Europa, ci sono, attive da più di un anno, le Raccomandazioni del Commissario Gil-Robles, che intendono togliere i Rom dalle situazioni discriminanti che vivono nei Paesi europei. L’Italia, a proposito di legalità, se ne è fatta un baffo. E’ stata richiamata dalla UE, e se ne è fatta un altro baffo. Si dà per scontato che debbano vivere in baracche ed elemosinare per vivere. Si dà per scontato che i ghetti che le amministrazioni vogliono silentemente per loro, vadano bene anche a loro. Si dà per scontato che la segregazione “tollerante” sia da loro stessi causata, dalle loro manoleste e dall’irrefrenabile gusto per il sopruso e la ruberia. In realtà, è una condizione che fa comodo a noi. Se non ce ne vogliamo occupare, occupando risorse per loro e tempo e cultura e giornate a conoscere e parlare, allora torna molto utile segregarli in quella identità, nell’identità di chi “è povero perché vuol continuare a rubare, a sfruttare i bambini e le donne“. Facile allora escluderli dal dominio dei propri valori morali e isolarli dalla società.

Lei cita l’Europa a 25 come se dovesse reggersi da sola, come se bastasse la bacchetta magica dell’allargamento ufficiale a togliere dalla discriminazione culturale un popolo di 8 milioni di cittadini. Questo è un impegno che tocca a noi, individualmente, in quanto cittadini europei. Tocca a noi richiamare le istituzioni pubbliche, anche locali, quando non rispettano i dettami europei, i diritti alla dignità, e usano politicamente le emozioni negative che i Rom suscitano se lasciati nella miseria e nel bisogno.
La politica, anche quella fintamente democratica, ha bisogno della paura; è l’emozione più inibente la libertà personale.

A proposito di “sacri confini“: non costruiamoli intorno a noi. Questo è il messaggio della Resistenza e dei Partigiani che lei cita. Hanno lottato per liberarci da coloro i quali hanno bruciato 500.000 Rom nei forni crematori.

Un caro saluto

Irene Campari
Giovanni Giovannetti

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6 pensieri su “La conoscenza, la sollecitudine, l’ascolto…”

  1. Grazie, Francesco, anche da parte di un lettore silente. E ti sono grato di aver dato notizia di questa lettera.

    Questa estate ho ripreso in mano un giornale verso la fine di agosto, dopo circa un mese che non guardavo giornali, e l’effetto è stato comico: non ricordo tutte le notizie, ma quella che campeggiava in prima pagina riguardava i lavavetri!

    L’egoismo e il perbenismo, ammantati di programmi come ordine e sicurezza, stanno portando avanti campagne igienistiche che fanno rabbrividire l’umanità e la sua lunga storia. Quando mai si è vista una cosa del genere? Tra un po’ sarà vietata perfino la carità perché troppo sporca…

    Giorgio

  2. hai detto bene ..un silenzio carico di ascolto. Il più delle volte è di questo che si ha bisogno, è il segreto appagante che compensa di ogni corsa obbligata.
    rina

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