Risonanze V – Gabriele PEPE

Rotte tracciate sulle mappe oscure

“Che cruna del fiore squarciando
In palpebra sera sovviene”

Forse basta un accenno di luce per riconoscersi uguali sul baratro – come sillabe perse, in attesa del verso mai scritto in cui ritornare sostanza di corpi e di voce. Quel grumo di assenza che serve, perché s’agiti e splenda il dipinto di giorni caduti, la piaga del vento, l’autunno che chiama a raccolta i suoi fiumi di polvere e si impasta di sere sul fondo degli occhi. L’imbrunire è uno sguardo lanciato a ritroso nel tempo, è accorgersi che c’è un’ombra che preme più forte all’altezza del cuore, che un’àncora precipita al suolo tutto il peso dell’ala, lo stringe alla terra in un nodo. Come fa la memoria – quando risale furtiva il sentiero dei volti per legare un grido alle labbra. E’ in quel suono deserto che si pianta la tenda – per ripararsi dal buio.


*

“D’un mosaico di vetro sotterrato
Di cui ignoro origine e trapasso”

Matura nel breviario anche la mano, quando cede al chiarore arso dei frammenti. Quando nel dubbio, macchiata di purezza, si profila la spina che accese il volo e la trappola azzurra d’ogni dire. Le carte del rimorso sono passi, l’arte della pelle a disquamarsi in grappoli. Ma l’eco che raccogli dentro il palmo non è un relitto, la preda superstite alla caccia, l’aroma che l’acqua schiuma e spinge fino al faro. Origine e trapasso – tu dici – sono l’anno geometrico che avvampa. Anno senza radici. Il prima e il mai di un verso – che l’uno senza l’altro è parabola di ciechi.

*

“Tu muori di me che nella boscaglia
Di spine d’acacia in foglia mi schiero”

Facciamo spazio al vento. Incurante di quanto fu già scritto, fermenta copie di scintille al suo passaggio. Vampate di colore dove immergere le dita, e con gli occhi ridipingere il giardino spianato in sabbie da uragani d’arsenale. La storia non costringe, l’artiglio non ti stana, se scavi nel suo ventre putrescente anfratti di stupore. Se ti fai cavo, intarsio, guaina, matrice, insonne abitacolo di sguardi. Chi ti vide in un verso farti foglia, e nel respiro solidificare in lampo di radura, conosce ogni ramo da cui spunti. Il suo corpo è la cenere che illumini. La casa.

*

“Rubano il verso
sfinite scogliere
dell’isola madre”

Uscendo dalla gola, come il verde covato da una zolla, la voce si scioglie in segni nella mano. La sua stagione è una limpida costanza, vocazione d’isola in fiori di corrente. La sera, qui, è solo il giaciglio provvisorio di una vela. L’inverno, un sogno d’astri – l’orizzonte rischiarato da pulviscoli di neve. Ma è un guado – una franchigia d’ombre dove la sete mormora i suoi riti. Oltre è la notte – severa madre che consuma gli idoli di un lume. Attraversarla così, a occhi chiusi. Sapendosi respiro leggero di farfalla che si abbandona al migrare silenzioso delle ombre – che aggiunge la sua ombra alla pietà di un fiore.

*

“Con un morso m’azzanno per la coda
E di serpe mi fingo l’infinito”

Colma, sull’ambra che riluce al tuo passaggio, si leva la musica di carne che inventa lo spartito e il controcanto, il morso dell’aspide e il farmaco sapiente di fonti, di stagioni. Si entra da stranieri nella notte, quando dispera il cielo la ferita del lume che lacrima sui passi. Vivere è forse un viandante che si sogna, mentre risale l’abisso gradino per gradino. Al riaffiorare al giorno, solo le sue mani senza pentimento stringono la stella che fa mute le campane. Si offrono alla luna come cristalli dove ha trovato dimora ogni dolore, voce ogni silenzio.

*

Testi

Da: Parking Luna, Milano, Società Editoriale ARPANet, 2002.

Il punto

Longitudine e latitudine mia
Bussola cervello astrolabio cuore
Sestante del dolore cometa e scia
Onda terra Ulisse Polifemo

Che rotte tracciare sulle mappe oscure?
Croce del sud orsa minore estremo
Sfiato di balena tosse di luce
Sono il viaggio oppure il viaggiatore?

*

Diario

Tutto s’inquadra lungo le torri del grande bordello
Petalo ombroso crescendo s’insinua nei fossi del cielo
Trituro parole nel grasso frantoio poi chiedo perdono
E lecco quell’olio che sgocciola sempre dall’otre del mondo

*

Il morbo della sera

Sarà ancora del serpente l’inganno
Il caprino presagio
L’eccitante scenario geomantico
L’umano teorema geometrico
Genuflesso alle delizie del pomo
Attratto raggio per raggio
Al pigreco bagliore
Frutto perfetto del cerchio dannato
Carminio stupore ferito
Sogno scarlatto del mio paradiso
Che nel fuoco screziato
Di un Ade inventato
Che cruna del fiore squarciando
In palpebra sera sovviene
Spossato fantasma di un sole ramato
Inconscia cancrena di luce
Che imporpora occhi
E pupille condanna
Al morboso imbrunire

*

Corrente capitale

Non posso che annegare
Nel mezzo del tuo guado strepitante
Oh fiume giallo del viandante
Trappola muraria
Marmorea corrente alluvionale
Dell’uomo costrittore
Né posso galleggiare o fingermi frammento
Scheggia rosacarne tessera
D’un mosaico di vetro sotterrato
Di cui ignoro origine e trapasso
Eppure a te m’accosta il formicaio
La giostra del mio palio
Volumetria d’ameba sopravvissuta
Ai laterizi di una Capitale Santa
Che ingloba futuri pezzi di sé
E di me l’intero strazio
Carico del tuo svanire bianco
Oh annosa pietra sfarinata
Sulla torta settimina

*

D’antilopi e d’altre storie

Bruca nel vento l’antilope ignara
Creatura solare carne perduta
Cuccia di sfinge riflesso di Saba
folta criniera del regno di Giuda

Tu muori di me che nella battaglia
Fuori le mura mi fingo guerriero
Tu muori di me che nella boscaglia
Di spine d’acacia in foglia mi schiero

*

Liturmagia

Prima che il buio congiunga le ombre
Al tocco del vespro intrise d’inverno
Future spoglie s’addensano caute
All’ultimo raggio del sole vermiglio
Curve e minute
com’isole scure
piagate dal vento

Vizze falesie venate d’incenso
Che genuflesse sul proprio declino
Determinate al lento svanire
All’infinito bisbiglio del mare
Rubano il verso
sfinite scogliere
dell’isola madre

Che nell’ingorgo di lingua e palato
Caste e solenni dal dio precipizio
Schiocchi e fischi di dentiera sgranano
Come un fioco verbo senile che
Sibila e mormora
alle bibliche stelle
canute preghiere

*

Masnada

Eppure in questa masnada di cervella
In questa strana navicella sottospecie di calotta
Lingua in grotta disciplina di vocali e consonanti
Che l’evoluzione concretizza l’agitarsi della forma
Che sostiene e minimizza la dimora che ci doma
Venuta carpentiera a schiodare la foresta di stampelle
Dalle mura incarognite delle celle. Venuta palombara
A respirare con bombole e bavagli di boccaglio
In quest’aria rarefatta nel cortile del guardiano
Silenziosa Belfagor che s’appressa ai lutti quotidiani
Secondina della pena e dei guasti itinerari
Venuta locandiera a demolire le botti e la cisterna
Tentatrice di bevute in un cuore sconquassato di Venezia
Che slaguna dalla testa e scricchiolando s’inbissa
Nelle acque di quel mare che ci vide navigare

*

Traversie

Intersecati i nostri corpi viaggiano
Fili tesi tra la tomaia del cielo
L’orlo profano del cuoio consunto
Che nel confine mondano
Dell’umile suolo – attraverso
Venature di foglia smagliature di foresta
Arterie di ferro e cemento
Mostruose faglie
Verso l’ultimo mistero vanno

***

Da: Di corpi franti e scampoli d’amore, Faloppio, Lietocolle Libri, 2004.

I. Corpiloquio

Corpi di versi

Un corpo crotalo che al mondo crepita
L’algoritmo caudato del suo nulla
Trillo strisciante di una morte acuta
Retrattile tossina che s’inerpica

E sotto i ciottoli ripone pelvica
Abbondanza di quel che sempre muta
Scagliogramma di scienza biforcuta
Per sistole e diastole d’estetica

Segnato sulle dune della mente
Papiro sensoriale di un dio scriba
Stellato codice di astro rasente

Nei cieli della carne mi trascina
Come una ritorsione delle vene
dal calcagno s’abbatte sulla spira

*

Serpigini

Strisciare in cielo con ali maligne
Di serpe sperando poi che l’alluce
Celeste non s’accorga delle spire
Velenose e accolga l’irte scaglie

Come nembi di lacrime tra l’alte
Nuvole che di pioggia sul paesaggio
Ambiguo delle vette e dei dirupi
Serpeggiando dilavi i miei viluppi

Eppure tra l’origine e il peccato
Del corpo dazio e forma condivido
Con un morso m’azzanno per la coda
E di serpe mi fingo l’infinito

*

Novembrina

Il verso novembrino della pioggia
Che per lagune e ragnatele
Di svaporati e immateriali suoni
Infine tra gli anfratti della mente sgocciola
L’umido cicaleggio del pensiero
Sfrangiato in mille rivi e cascatelle
Che zuppo langue tra le faglie della scienza

E verità sconfessa
E rosso s’accalora
Se viene rivelato

(Dell’ingegno) mio acquangelo battente
Ribelle al ciclo del carbonio
Al grezzo precipizio di materia
Crudele susseguirsi delle forme solide
Ricalco della melma e dell’argilla
Che nel rintocco della morte scioglie
Spiovuta recita dell’ultima preghiera

E libertà rigetta
E corvo mi s’invola
Se viene rinnegato

*

II. Guarigioni transitorie

Del mio guasto amore

1.

Eppur mi bagno
Amor di nembo
Stracarico di pioggia
Febbre d’acqua che sulla pelle scroscia
Goccia dopo goccia t’aspetto nella pozza
Ardore sovvertito alla caloscia
Che viscido diguazza e non si lorda

2.

Eppur ti guado
Amor di fiume
Scalpello di frangente
Furore sciabordante che riluce
Di sguardi divelti e labbra alluvionate
Convertite all’utero del gorgo
Travaglio d’acqua doglia di sorgente

3.

Eppur mi volto
Amor di grotta
Passione di caverna
Che gli anfratti oscuri della roccia
E della terra, esplorando, mi trascino
Come un sogno crinito di cometa
Che nel buio precede l’innocenza

4.

Eppur mi sazio
Amor di pane
Profumo del buon desco
Respiro bianco a nuvole di grano
Croccante e soffice peccato che di notte
Nella carne lievita e appena caldo
Divorato svanisce a colazione

5.

Eppur ti leggo
Amor di-lemma
Parola fuori schema
Lingua sciolta dell’ira e della pena
Che brividi nascosti e fremiti di rosa
Per linfa di favella dalla bocca
Sempre aperta mi sbrodola maldestra

6.

Eppur ti cerco
Amor presente
Amor t’aspetto sempre
Tra le bombe cadute silenziose
Nel vuoto aggiunto dei crolli e dei crateri
Convertite all’utero del gorgo
Travaglio d’acqua doglia di sorgente

***

Da: L’ordine bisbetico del caos, prefazione di Stefano Guglielmin, postfazione di Luigi Metropoli, Faloppio, Lietocolle Libri, 207

gabriele-pepe.jpg

Aracnosophia

Ramificati luoghi e tempi e spazi
e sfondi: gergo d’inganni, sirena
e sfinge criptolingua e ancor polena
barlume remoto di maschera
discreta che sulla prua dell’ego caravella
tra i flutti condivisi riconquista
deriva elettrica
ma ogni viaggio inizia con un laccio
neostringa ombelicale
di un essere cromatico che in lieve differita
concilia l’anima con il suo clone:
dinamico rovello appeso all’iride cablato
frattale impulso d’esperanto fuoco
logo mediale che in cristalli acchiocciol@
e assume censo inconsistente al cuore
comprime il cielo:
(dell’iperspazio
vetrose aurore trasparenti)
microsole che ri-sorge giallo magenta e ciano
sui liquidi giardini a babilonia
babilonia scorrevole la troia
sgualdrina processata di matrici e porte
groviglio di silici e scorie
boscaglia algebrica
mangime per quel ragno alfanumerico
che ai frutti mira dell’albero coassiale
il pomo turgido del fiore soffice
griglie di polpa
memorie di una vita
da mela morsicata
che vivamente sedentaria al pasto
s’intrattiene del baco resettore

*

Trittico calante

1.

Se dunque paradiso
per brillanze opache disperso e disperato
in carni mollicate e gocce di vinsangue
squarcio del mondo
che viene a risanare
cavia e carcassa appesa al gancio umano
che gravitando dondola
batocchio
di un dio che enigmatico risuona
e vibra all’occhio
riottosa voce dell’oggetto
portanza ponderale a vuoto scosso
d’angelo in stallo tra le piume
sospeso fino ai biblici macelli
a pia mascella d’asino
maglio del raglio avulso
che
sul cranio ai filistei martella
l’amara sicumera

2.

Se dunque purgatorio
ziqqurat profondo, sentiero di babele
torre millenaria di voci scombinate
scala di sguardi
per l’alto a contemplare
fatica tragica dell’incrollabile
pariglia al vomere: mitezza e scorza
dura
arsura e sole che erratico risplende
e brucia al suolo
filtraggio tenero del fiore
patto dell’arca nel tempio predisposto
spalla a spalla sopravvivendo
mitica fino al vortice dei cantici
ebbrezza del dio dattero
ombre di palma e ulivo
che
dal cielo ai farisei rinfresca
la verità promessa

3.

Se dunque sia l’inferno
dei viventi questa tirannide di corpi
scorza di firmamenti e atomizzati nodi
arco di vertebre
che scocca al gravitare
il dardo provvisorio del soggetto
che pur mirato all’oltre
nel sé
scagliando affonda e in onda si trasforma
rossa salsedine
marea dal ritmo addolorato
respiro madido di sangue e rose
fiato spinato dell’evento
atteso fino al colmo dei fardelli
al chiodo della luce
fulcro di leva azzurra
che
dal petto ai semidei solleva
oscurità riflessa

Genesi

Caos che nasce dalle fondamenta
vacilla sfrigola e concreto cristallizza
sintetizzando in scopi ignoti un universo
esposto e risoluto che nel guscio
dell’alte forze e delle discipline tribola

Accado nel sottrarmi o sottostare
a quel congegno lucivago dell’erranza
incanto della fisica compiuta
radice quadra della legge e del disordine
acqua della placenta accelerata
che il nulla mal s’accosta
al pieno che sprigiono

e sono tenebra che luce inchioda
all’esistenza
e sono il raggio che s’espande
e la dissipazione in sé trasporta

lucerna dello spirito
e della stella rosa
morte impietosa che si fa dimora

***

Nota

Il post riproduce, con alcune varianti, il testo uscito una prima volta il 2 aprile 2007 sul blog La poesia e lo spirito e poi compreso nel volume Scritture II da poco pubblicato in E-book da Biagio Cepollaro nella collana Poesia Italiana da lui creata e diretta.

11 pensieri riguardo “Risonanze V – Gabriele PEPE”

  1. Ringrazio Francesco per la disponibilità, l’attenzione e l’enorme sensibilità dimostrata nei miei confronti e per il mio umile lavoro come dimostra questa sua splendida vera Opera nell’opera.
    Le sue parole sono arte pura e formidabili squarci di vita interiore e non solo.
    Grazie grande fm! :o))
    pepe

  2. sto leggendo L’ordine bisbetico del caos, è una lettura che richiede tempo, voglio rileggerlo con più attenzione, ma mi sembra sia come un viaggio nel tempo arcaico, lì dove sono nati i miti, nel caos primordiale, un poema antropologico, lo trovo vicino al tuo per soglie di increato, avete visitato gli stessi luoghi. ciao a.

  3. Grazie a te, Gabriele, io non ho fatto altro che leggere tra le pieghe e gli squarci di una scrittura “plurale” che (mi) affascina: un corpo segnico votato all’oltranza e alla ridefinizione del senso, che ben si presta, cosa per me essenziale, a farsi specchio di risonanza e di echi profondi: la scrittura di un autore di grande valore.

    Grazie anche a te, Antonella: concordo col tuo rilievo in merito alla tensione poematica che attraversa pervasivamente l’ultimo lavoro di Gabriele, uno dei pochi libri di poesia veramente “durevoli” che mi è capitato di leggere quest’anno. Io l’ho definito “bellissimo”, consapevole che l’aggettivo può anche non significare niente: ma non trovo altro termine, anche perché, per me, è essenzialmente un sinonimo di “necessario”: che in poesia, al contrario, significa tutto.

    Un caro saluto.

    fm

    p.s.

    A breve, se tornerete su queste pagine, vi troverete scaraventati nel gorgo magmatico di una scrittura che azzera parecchi degli universi conosciuti e, a partire dalla tabula rasa, ricrea con l’ausilio della “voce” il “possibile” che è l’atto originario di ogni significazione. Un autore che come Pepe, e come (per fortuna) parecchi altri, solo l’idiozia imperante in campo letterario e editoriale può tenere lontani dal riconoscimento, anche in termini di visibilità, che meriterebbero.

    Colgo l’occasione, visto che ultimamente non sempre ho tempo per seguire con l’attenzione che vorrei, per ringraziare tutti i visitatori di questo blog, soprattutto quelli “silenziosi”: muovendosi, nella stragrande maggioranza, in modo mirato tra le pagine, dimostrano di essere lettori particolarmente attenti. Li ringrazio di cuore. I testi che di volta in volta propongo, non sono finalizzati a costruire un’antologia virtuale o chi sa mai che altro; tantomeno si aspettano di essere “accettati” in una sorta di gioco ad escludendum. Mi piace pensare che, d’accordo o meno, come è giusto che sia, si possa concordare sul “valore” intrinseco delle proposte. Che è quello che, in definitiva, mi/ci interessa di più.

    Grazie a tutti.

    fm

  4. Mi sembra che Gabriele abbia saputo creare, man mano, nel suo percorso poetico, un “libro”.
    La tessitura organica dei rimandi e l’architettura de L’ordine bisbetico del caos è notevole.

  5. Grazie Luigi, mi dài subito la possibilità di rimediare a una dimenticanza (ma sto andando talmente di fretta, ormai, che non so nemmeno più dove sono diretto), richiamando gli scritti che tu e Stefano Gugliemin avete dedicato a quest’opera. Provvedo, oltretutto, a rettificare anche all’interno del post.

    fm

  6. Mi è venuto un sospetto caro Francesco ma l’autore di cui parli è per caso un certo Stefano Amorese in arte Faraon Meteoses? Perché se è lui lo conosco benissimo siamo amici nonché colleghi parastatali. Se non è lui consiglio a tutti di scovare il suo libro da poco uscito pure lui per la benemerita Lietocolle con il titolo:”Psicofantaossessioni”.
    Ringrazio Antonella e il mio grande postfatore per essere passati di qui.
    pepe

  7. Ho dimenticato di aggiungere che comunque il meglio di sé e del suo lavoro Faraon lo fornisce con le sue esibizioni dal vivo: un vero grande spettacolo di arte declamatoria, da funambolico guastatore poetico, arte vocale e visiva circense.
    pepe

  8. Gabriele, non lo conosco, cercherò di saperne di più.

    Sul tuo postfatore, e sul tuo prefatore, e sulla loro bravura, invece, credo di saperne “qualcosa” di più…

    fm

  9. … navigando in Rete leggo qua e là il mio nome e lo pseudonimo
    e allora oso inviarvi un link di un breve video che mi riguarda (estratto della presentazione del libricino)

    cordiali saluti
    FM
    P.S. Ci vuole qualche secondo d’attesa per l’avvio del video

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