Ossa e Carne – Dome BULFARO

Forme del desiderio e della voce

Quello di Dome Bulfaro è un percorso di ricerca e di scrittura molto suggestivo, che trova nella sperimentazione formale (non solo poetica) il terreno più fertile per le sue intuizioni: una traccia fatta di sbocchi, di sussulti improvvisi, osservata da uno sguardo sempre in movimento che rovescia in visione l’esplorazione e la catalogazione dei frammenti del reale in cui si imbatte. La realtà, esplorata a partire dall’orizzonte enigmatico e freddo del frammento, si rivela, e si risolve, in una ricomposizione formale che, demolendo sintassi e pensiero in linee sghembe e frante, apre squarci di senso imprevedibili allo sguardo; uno sguardo che, indagando, si indaga, aggiunge nuove lettere all’alfabeto della visione che contiene. Il lavoro minuzioso sulla forma, scomposta e ricomposta in flussi significanti sempre diversi, e diversamente identificabili, risponde a una precisa intuizione di poetica (che fa della tensione all’oralità la sua ragion d’essere preminente e che, contemporaneamente, non può essere scissa, comunque, dall’opera pittorica dell’autore, che risponde allo stesso dettato unitario).

Tra “ossa” e “carne” si apre uno spazio incolmabile e insondabile di desiderio che stringe in un solo abbraccio la chirurgica e paleontologica osservazione scientifica di Benn col soffio vivificante e sorgivo della pupilla di Lucrezio.

Tra il nulla di nome (di tempo, di spazio) e l’immaginazione (la visione che crea, il flusso in cui il possibile s’incarna) si definisce il territorio di questa poesia dove “eros” e “epos” incrociano le proprie rotte, i propri destini e il proprio secolare rimosso. Parlo di un epos primitivo, dove l’elemento mitico e il dato concreto sono indistinguibili nella voce che li canta, in quanto il reale, come elemento da ricostruire (quasi ombra di un futuro già passato) si presenta in forme altamente metaforiche e simboliche, quasi a costituire una topica, una regione dell’inconscio dove la metamorfosi regna sovrana, a dispetto di un tempo immobile che guarda, impossibilitato a definire e a storicizzare le forme.

Nel regno dell’improbabile, che qui gioca tutto il suo ventaglio di possibili significati come categoria estetica preminente, echi di Bonnefoy e di Borges si mischiano in una miscela suggestiva e originale che annulla la distanza e il percorso tra “Ossa” e “Carne”, facendone un unicum privo di soluzioni di continuità, non fosse per le architetture formali, meno frastagliate e più distese, della seconda parte. La presenza di Douve, figura altamente simbolica, e, per ciò stesso, concretissima, fa da sfondo concettuale all’inventario di “ossa”, lasciando affiorare lembi pietrificati di desiderio in attesa di una mappa che ne provochi e ne indirizzi la ricrescita; e la mappa, borgesianamente, si presenta come la scrittura minuziosa di un labirinto di carne osservato nel profluvio inarrestabile delle forme, dei desideri, dei sogni che per un attimo si materializzano, perdendo qualsiasi identità di genere, in eterna tensione tra “mancanza” e “possesso”.

Artefice di mappe immaginali costruite dalla visione nei vuoti tra ossa e carne (indefinibili soglie di canto e di negazione di voce, contemporaneamente), il poeta semina lembi di universi claustrali o dischiusi che simulano, fino a renderlo tangibile, il calco originario, “ideale”, possibile, sempre in fieri, e per questo eterno, del mondo transeunte dove si consuma la nostra vicenda e i giorni assistono, impassibili, alla crescita della nostra morte. Nessuna ansia o deriva consolatoria: solo il naturale evolvere (lucrezianamente inteso) di un’escrescenza, una fioritura inattesa, sulla pelle del tutto, o del nulla. Lo spazio della poesia, dunque: tra un concreto smaterializzato, l’ante rem senza il quale il verso non ha ragione d’essere (“un poeta non vive che accanto alla / morte alle sue prossime morti e parti / vive al parto della prossima morte”), e una possibilità che, nel desiderio di essere ancora carne e voce, si definisce come volto e vita (“l’Io sia bacio alla sorgente, gocciolio monco di eco e goccia”).

Una poesia della visione che travalica tutti i possibili modelli di riferimento facendone lo sfondo di un’intuizione pittorica e immaginale del dettato poetico; una poesia che rifiuta gli orizzonti di ogni idealizzazione e si sostanzia nel senzatempo dei resti, dei frammenti d’ossa che, passati sotto una lenta che apparentemente sembra numerarli e ordinarli a caso, rivelano, intatte, le forme del desiderio di cui sono il simulacro, la cenere superstite da dare in pasto ai venti: e quel desiderio, desertico e desertificato, si rivela ancora potenza generatrice, tutta indirizzata alla ricomposizione, al rifiorire in nuove forme della carne che era.

Ossa” e “carne”, allora, come simboli concreti della scrittura poetica che, leopardianamente, è potenza creatrice che riveste di forme il nulla: il nulla, il vuoto, il deserto e la morte, segni ineludibili della condizione di finitudine dell’essere, come la materia da cui segno e voce prendono respiro per esistere: e la vita, florescente di desiderio, che prorompe dalle sabbie con la sensualità dell’acqua di fonte al suo primo apparire.

*

Dome BulfaroOssa e Carne
Da: Carne 32 contatti
(Alcuni testi compaiono in Carne 16 contatti, Napoli, Edizioni D’IF, 2007)

Da albero regredisco a forma, cerchio

otto morula braccialetto curva

a coniugare essi con io e io sono essi

sono l’umanità tornio per vasi

sanguigni, per ventitré dita visi

scuciti e ricuciti nel mio viso

conduci il cuore del tuo indice al primo

bacio col mio indice dai tuorlo e luce

alla caverna, allo scambio con l’embrione

col feto che si forma in un cucchiaio

d’acqua piega le sue dita a forchetta

e se sguscio maschio affilo la lama

e se sguscio femmina m’accoltello

al pube e ogni mese apro la ferita

imbratto lo stomaco di analgesici

torno alla scoperta del compimento

per riorbitare biglia stabilire

quale fra nasini becchi o proboscidi

è l’innesto naturale che sente

la mano: ceppo con rami recisi

da millenni e i polpastrelli: sezioni

in cui puoi contare tutte le vite

passate per incontrare te stesso

Se lasci eredità cariate al rientro

ritrovi in dote figli marci il puzzo

quando mi parli non puoi immaginare

quanto vento può nascere da un battito

quanto il dispetto snoccioli pazienza

nella bambina le smussi il sorriso

l’abbia resa ferri nelle caviglie

donnacapra con pelo e teste in fiamme

adolescente ribelle infilzata

tra le orecchie di suo padre: quel noioso

che si morde la coda con sbadigli

quel pavone che non stormisce

se il vento lo strattona: quando un uomo

parla tutto l’albero parla agisce

nel nome di ogni foglia unisce origini

nella punta dell’indice o separa

l’indice in due lame; quando un uomo

stabilisce un record mondiale o uccide

io mi sento in parte atleta e omicida

colpevole anch’io come gli altri di esserci

persi nel labirinto dell’impronta

di aver creduto che il corpo fosse una

prigione e non il bozzolo del cielo

Io non so nulla di poesia ascolto il polso con l’orecchio

e trascrivo sulla carta ciò che ogni rivolo mi detta

passo ore annodando asole nel vuoto brevi ricordi

che non vuoi dimenticare come quando nostra madre

ci insapona con le papere in una vasca di sangue

fraterno, o nel loro letto per contagiarci l’amore

So che un fratello può estendersi su me o riflettere

mediare fra noi come il legamento di radio e ulna

al punto che l’inciso nei palmi può rimarginare

ribaltarsi da supino a pugno riscoprire come

il taglio lama dei nostri polsi non porta alla fine

ma ci annega nel lavacro dello stesso barlume

Primi sassi d’allerta si sogna con una mano pistola sotto il cuscino

la discordia fa dell’uno un duello un cecchino un tonfo, attento

tu che rilanci per tre la scommessa di pittare una famiglia ideale

– non siete due Santi col Bambino – l’indice può rivelarsi una canna

col mirino e l’unghia rossa uno sparo se il pollice sgrilletta allora

l’avambraccio è imbottito di parolacce bicchieri rinculi che riducono

la vostra facciata un colabrodo: se il sangue scorre è sangue altrimenti

è l’ennesimo avambraccio che perde è di nuovo frutto maturo

che già ritorna fango. Attenta ai suoi baci d’amore indelebili sulla pelle

marchi per ammansire bestiame farne proprietà privata

baci qui e qui tatuati che a ogni conflitto mutano in piranha, attento

l’astuzia è una stoffa che si cuce nella carne viva

e la malizia un accappatoio allentato da una ragazza ladra

l’orgoglio è una divisa da parata e la gelosia una camicia di forza

la rabbia è un panciotto troppo stretto e l’Amore

è luce che intesse i vostri capelli o ne fa punte doppie

Questi solchi nelle carte degli avambracci

apron feritoie da cui spiare i morti e ai morti

fessure in cui spifferar misteri ditemi

perché s’impicca in cella e la sorella mangia

veleno, i morti vedono in noi un obitorio

in perenne allestimento, il macero del vento

A qualsiasi ora sveglio la folla disegno

muto la grata in versi a cui confesso uscite

dono la voce al nostro angelo seppellito

a chi vola esiliato, vedo i seppelliti

vederci orbi pararci dalla loro luce

esplosaci nelle sbracciate accartocciate

Se osservi il nostro bacio di lato non siamo più disegni opposti

il mio profilo è una linea che rinasce e continua nel tuo

il bacio è la chiave e lo spiraglio di ogni nostra serratura.

Quando un adolescente si fucila non metterti mai in mezzo

lui è il plotone lui il giustiziato lui dà l’ordine lui lo sparo

la tua immortalità ha denti di latte le tue ali sono clessidre.

Spara ucciditi e rinasci aquila con piume così mature

da abbracciare tutto lo splendore della vita umana e’ tempo

di saltare l’ultima volta il toro, giovane bianca o scuro,

la muscolatura ti catapulti fuori dalla vertigine

dalla presa di corna dal carpiato sulla schiena dai giorni

in cui del toro si saggia solo narici e fumo occhi e sfida.

Ribellarsi è, a questa età, una profilassi

alla carezza blasfema sul volto

che ami: l’anestesia a otto patricidi.

La scorza da cui nasci resta l’unica

foto della propria rivoluzione

di costume, l’ultimo tuo sarcofago.

Per questo i padri son sempre più giovani

dei propri figli e i figli fin dal parto

sono vecchi più dei padri e del tempo.

Metti il cuore dove io non l’ho, battiti/è questo il tango

col proprio sangue/padre e figlio, guancia a guancia, l’ultimo/

passo che m’insegni il primo mosso/ con chi mi è mamma!

O sei nerbo/ o vivi come un vile sciupafemmine

dici che uno danza il disegno che ha in corpo/ – lei o ha te

o la febbre/ tu hai lei e il profilo di mille sottane ebbre –

no, un padre che ha figlio moglie no, non si può permettere

di sparire uscire dai piedi blaterando in pancia

– figlio sei uomo quando non piangi quando metti il cuore

dove non l’hai! – con te è come danzare insieme ai guai

padre, uno è uomo semmai solo se è tango guancia a guancia

coi morti, se vivi e morti son tutti padri suoi.

Stupore che sa il peso di ombra e luce:

poeta, varco nel vuoto: cicatrice attesa;

crisalide col profilo di doglie;

squarcio di scintilla che scaraventi;

nel travaglio di teneri frontali;

scava la terra trova il primo filo;

di coppelle ed armi mirra ed artiglio;

sguardo a strapiombo prima dell’assolo;

piume al baratro; acuto al sole; o scolo

Trinità Madre del Latte, del Nettare e dell’Imperfezione

che insieme siamo ramo gemma dono, nutri e foggi altri pani

d’argilla, togli e aggiungi sangue all’impasto, cuoci nel ventre

l’informe che in te torna, entra esce dall’uscio di casa per dare

sembianza al nulla, al pensiero e al mondo che ci pongono

di fronte.

Madre che mi assegni al grembo delle prime acrobazie:

un padre una

Famiglia; mi riveli che tutti gli uomini sono emorragie

 nascono al tramonto e poi – è tutto un sopravvivere nella notte –

mentre spetta a noi dipingere le stelle, soli, rinnegare

che in questa mia poltiglia c’è Vita e indigesta Morte di fronte:

la schivo, chino la testa, penso non sparecchio, mi ribalto

ma con l’orizzonte mai dritto negli occhi: di fronte; diverto

mi discosto, pirlo, mi rivolto affermo che non ti conosco

ma con l’orizzonte mai negli occhi: di fronte; all’orizzonte

ci sei tu Madre, io che già mi sento pietra, al tuo volto: bifronte

Ora sai perché i nostri occhi a contatto piangono

pietre, perché il cielo resta imbottigliato in fronte

sai quanti ricatti ci sono nel mio esserti fedele

sai che due uguali a contatto s’irritano

ora sai perché trabocchiamo di luce che non si può bere.

Ora so perché il tuo bacio m’impregna

e spreme la mia carne in fiumi d’inchiostro

perché la brezza ti trapassa

e la foglia finché la guardi mai tocca terra

ora so perché le nuvole s’impigliano nel tuo ritratto

e ogni tuo gesto è l’ultimo nervo genealogico

frutto di sguardo che fiorisce al suo sfiorire

ora so quando vuoi dell’acqua uscire o annegare

d’amore perché ci strappiamo gli occhi pensiamo ora so

perché tutti i giorni ci vediamo e mai ci si guada si stona

da morire ora lo sappiamo che siamo tre occhi: i tuoi

i miei quelli della fine, che siamo puri, puri davvero, solo quando

ci appendiamo tutti interi ai muri, come quadri viviamo

con la pittura lavabile che ci copre sino agli orbicolari,

sappiamo quanto sia inutile lacrimare: tutto sbianca con una mano

di spugna, due colpi di stucco, la fine che ci resta a guardare

Padre! hai un sorriso quasi fossile!

non sai che sorridere rende uomo!

non sai che da generazioni tu padre ritagli le tue labbra!

e credendo questo patto ti salvi

le cuci sopra le gengive di me figlio!

non calcoli che se questo figlio ti rimpiazza come scapolo

si può innamorare di una ragazza che sopra i denti

stringe quello stesso fiore ereditato da suo padre

e che voi due papà, pur senza conoscervi, tutte le notti vi baciate

sgusciate lingue come lumache nella cavità dell’altro

montando papille e saliva in fragole e panna!

Padre non calcoli quanti umani si assaggiano quando baci la mamma!

Quanta fiducia riponi nei suoi trentasei denti carnivori! Quanto

vampirismo dipendenza e carotide c’è nell’affermazione: ti aamo?!

con la bocca storpia, cucita ai novembre di pioggia

questi tuoi ti aamo da sanatorio il baciarti lazzaretto

quanti morti bianche sul ciglio delle labbra

quante rose bianche nella verità delle nostre labbra

insegnami ad abbracciare il cuore padre, il senso dello stare sotto

insegnami qual è la grandezza del labbro inferiore, il dolore, lo sbocco

È da quando sono donna che dissanguo gli anni

batto la strada gli lavo i piedi coi capelli

e con spilli non più sotto il tacco ma come una farfalla

dispiego le ali e il dorso s’una bacheca di rovi t’accolgo

crocifissa per dirti quanto misura un battito materno

quanto una madre spiri di crepacuore per qualunque figlio

quanto essere madre sia condanna madida d’eterno

Sulle punte quasi stessi rincasando

tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

sulle punte quasi stessi rincasando

 tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

sulle punte quasi stessi rincasando

 tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

sulle punte quasi stessi rincasando

 tardi, danzo a un soffio da cielo e terra

per non esistere almeno una frazione

in forma di uomo o donna ma come sono

La tua gioia è la mia agopuntura, simula

lo stesso numero di scarpe, piedi giunti che rendono l’increspatura

di non essere il passo che sono, meno duro e lento allo sprofondare.

Ci copiamo non capiamo chi è sole o riflesso pare bello annegare

mi sento mare che abbraccia mare specchio d’universo solo quando

ti asciugo le lacrime col mio pane

Così delicato che l’impronta nemmeno spunti

uomo, c’è sempre un tallone che sbuca dal forcipe

sogni come un astronauta e pisci come un aborigeno

sapessi vibrare tatto al pensiero del calcagno

infilarlo tra le forcine del tronco più retto

troppi cuori cantano a testa in giù, si gonfiano di ombre

denti in fuori mento in dentro ara l’etere

uomo, vanga il fuoco che soffia in corpo

trasparenze – ungi il fianco nel cristallo –

non è questa la nudità che insegui?

non senti i piedi contusi smembrarsi

fino a liquefare i passi in profumo

così emaciato da infrangersi ovunque?

Come deglutire tutto il mare, farne il mucchio

che sono? Come stipare ogni voce nella punta

della matita? Come raggrumare giostre

corsie ospedaliere, nello stesso tallone

accomodare te e il padre del tuo cognome? Cantare

questo è il solo sangue che il poeta può donare

consonante dopo vocale, dissanguarsi nel tovagliolo

del bar scrivere – le poesie sono di chi se le beve

le poesie t’affacciano nel precipizio della pulsazione

per questo canto perché nella gola nessuno del coro

mai s’estingua perché quando canto m’illudo d’incarnare

l’unica lingua canto perché io non danzi con un moribondo

tuono, canto perché quando canto solo canto sono

Truccarmi per carpire i tratti nascosti di mia madre

quello che una madre non può dire ai figli e svela ai fiori

mentre l’innaffia capire se il tuo amore è ambidestro

o quando ci prendi c’è fra noi un gemello prediletto

Voglio versare nel cuore tutta la calma dei fogli

depennare dalla faccia tutti quelli che si specchiano

nel mio volto, non avere mille occhi dietro la barba

per una volta essere lo sguardo in cui mi riconosco

Nelle carni ho corpi contro corpi che premono come crampi

contratture mai riassorbite completamente: ruoli assunti:

non più nome, non un cognome che volontà o buoi porti,

fossimo sguardo che ci guarda silenzio che si parla.

Sapessi rispondere sì alla domanda: – È questa la morte? –

è una musica di pianoforte giunta alle ultime paure

Dome non preoccuparti dello spartito i tasti le luci, basta,

abbassa le palpebre; nuota senza braccioli; senza mare

Poi mi stacchi dal cielo adagi ciglia

con le nocche penzolanti sui denti

riposo in braccio al bacio di mia madre

che mi culla su fette di pane apri

la bocca e m’inghiotti nel seno mai

mi vedi per così: coi bulbi senza

tuorlo mentre trascinano il mio sguardo

che la fissa incurante delle buche

e del suo strazio che m’inzuppa il viso.

Inarchi gravidanze nella zanna

fuori dal grembo intagli urla neonate

e ora come un ponte con le costole

fratturate la inghiotto nel mio torace

privo di polmoni con le sue urla

ancora vive soffocate a mucchi

 ora ti comprendo! ci rinfacciamo

schiena contro schiena il mio schianto al suo

schiena nella schiena il mio spiro il tuo

E mi chiedi come distinguo la fine

non all’ultima poesia o al punto o a capo

la fine d’un libro si mostra quando

la schiena all’orizzonte schiuma, mai

mi trovo all’altezza quando bussi entri

nella carne mi dici che sei morto

su due piedi dai la schiena sprofondi

sordo esci di scena da me vorresti

sorrisi invece piango più per me

che per te – dei topi ho ancora paura –

resta! le mie chele ficcate in gola

resta! il mento che ti affonda la schiena

– così ci si uccide due volte – ad ogni

costo trattenersi non accettare

che la tua vita non sia mia, né sia

mia la mia, nella fine nessun bene

viene sottratto ma in terra rinasce

un seme, tu io dormienti tra due schiene

Una madre storta sul canarino

 è vasta più d’un matrimonio un dio

la sua mano è gradina che percorre

la nuca e sbozza nel cranio carezze

scoprendo fra i capelli angoli, urgenze

rattrappite – craniate nel buio ragli

quel folle brancolare nell’abbaglio

che urta statua e scultore nella scaglia –

la madre sul bambino… quel non più

loro parlarsi per fosse comuni

La fronte di mio padre è lunga otto ore

non ha capelli intorno ma irte donne

a lutto, fra gli occhi ha un cestino dove

porre baci impacchettati da troppi anni.

La fronte di mio padre è pianura al sole

ma nel resto è come noi: non finito

scabro dolore, per questo ti prego

ora padre lascia che tuo padre sia io

la mano sotto la nuca la mia

sia, padre morto, tu bambino mio

Con il capo perno al centro del cosmo

e i piedi pedalanti all’inseguimento del vuoto

la tua immaginazione per ennesima o radice

mi battezza Messia prima e giuda poi.

Ora zoppichi e vaneggi revolverate a Dio

fai ciao mostrando buchi e disprezzo per scuffia e dulia

te ne vai per gli unguenti della città col mio bacio

per sempre cucito alle labbra e i tuoi inceppati in gola.

Sei l’incendio e il rammendo

ora che la nostra anima è divenuta lino

la sindone vivente che formiamo non ci avvolge

in crocifissi né capestri non riscopre volto

a omicidio o suicidio ma semplicemente il corpo

di un risorgere naturale le cui macchie, verdi

come l’erba e le foglie, restituiscono

un bassorilievo di ricordi somigliante e misterioso

Di sette cieli vuoi salire l’ottavo, l’ignoto

fino all’ultimo metro speri il salto dalla torre

s’impenni, o un palmo ci afferri non sopporti l’equilibrio

asimmetrico figuriamoci il peso di uno specchio

o l’idea che l’incastro esatto non sia di macchie

la nostra bellezza semmai sta nello sposare sfide

già perse giurarsi eterno amore questa la folle

bruciatura che ci marchia umani davvero.

Il deserto fra noi ci screpola sgretola il mondo

il deserto è l’abito che ci cuce insieme, sei

la parte migliore di me quindi non merda o sputo

mestruo piscio o sudore nulla è rifiuto se viene

da te, se il nostro bacio è l’elica di ogni fuoco,

siamo fiamma che ripara tra due dita d’enigma

Cristi privi di scopo, l’infinito punto a capo

nel bregma, quel vuoto ignoto prima di essere dopo

Da: Ossa 16 reperti
(in Settimo quaderno di poesia contemporanea, Marcos Y Marcos, Milano 2001)

Tu che ladruncola piangi quando il mio spiro si disfa in canto tu che nel manto

del bianco lutto ti improvvisi Maddalena e Madonna di Giotto

tu che con una rosa lacrima d’aceto misuri a lato il mio

e il tuo viso, curi il digiuno di cielo e terra, disponi che il nostro riposo

abbia il gomito disteso e piegato in frequenze radio allineate

per comporre astratto sorriso con lo spartito agli angeli rubato

Coi battiti ti telegrafo: più di tutti amanti e amati

tu tatuato io prostituta spiriti da Lui traditi

In noi, s’impernia Galla Placidia, mosaico

di cellule staccate dall’arcobaleno

in noi, s’infuria Giovanna d’Arco, alla testa

di giuste, schierate ed apocalittiche, arse

vive per le stregonerie dei loro boia

in noi, il tempo ha succhiato il midollo del mondo

per farne il geniale pozzo di San Patrizio

in noi, ruota la scala della sapienza infinita, poggia

la colonna: serpente a sonagli affamata di popoli

antichi e moderni ingoiati come patatine ed hamburger

in noi, i ruderi di coda rizza, ci ammoniscono, sotto

rimembrano l’origine animale dell’umana natura

l’istinto quadrupede di sopravvivenza, di lotta

in noi, la posizione retta è coscienza, abbiamo ricorsi

di capobranco, di capostipite, di prevaricazione

di faraone che si mantella del sole, di graffi e amore

in noi, l’amore si alimenta nell’eterna follia, il pathos

l’elettricità che grida nel nostro vertebrato cavo

può illuminare città rase, far del cupo Las Vegas

in voi, domandatevi se per lui infilzereste il vostro cuore

come spiedino, per lei intingereste la lingua nel veleno

in voi, domandatevi se sareste disposti all’adulterio

pur sapendo che quel Malatesta già vi prende le misure

domandatevi se del vostro filmato siete attori autori!

ecco, ora posso sentirti superiore, sacro, or che scalzo fin le ossa

francescano, posso anche non manifestare la tua potenza

posso essere cibo e commensale dell’ultima cena

posso anche non essere di un sesso od esemplare

posso dare all’altro quel ch’è serbato a me

ecco, cosa è realtà cosa sogno

 cosa è la spina dell’essere

che dolce s’incunea

nel non dire

Sommo macrorganismo dall’età sterminata

composto da bipedi in corsa dalle falcate contate

ti accorgi della nostra presenza quanto noi

delle cellule che a ritmo frenetico e impercettibile

si tramandano storie e canzoni primordiali

così narrano e cantano in me le ossa di tutti gli uomini

come in lei le stelle di tutte le donne. Certo

forse mai ci addentreremo forse seno e vagina sono

punti di partenza troppo distanti dal pene

ma virilismo di secoli e femminismo di anni sono

passato, i due d’oro giocattoli per la prole

qui ed ora come mai possiamo condividerli alla pari

pari possibilità di crescere esploratori insieme

donnauomo enigmi diversi dell’infinito essere umano

Da un fiore d’elio, invece di una stella, tu rinasci bagliore non trattenuto

dal buco nero di tua madre, sei creta a mia insaputa con me ti formi sui torni

sentiamo attratti i caldi piedi di moneta e calamita a nostra insaputa prima

noi figure nere inceramicate poi avvicinate all’aurora: sei futura, sei spugna

sei viso, sei labbra, sei fico, sei oculare, sei pupilla, sei tunnel, sei brace, sei fachira

sei nervo, mio cervello, mia memoria, sono io l’inchino al cospetto della luce che ispira

i tuoi pensieri, sono io il sacerdote, il Pitagora, che allunga la lingua, la tempera

 segna numeri di bava sul tuo corpo d’altare con passo di lumachina te lo china

di preghiere affinché il tuo spirito affiori da tutti i pori, traspiri e m’inondi

con quella serenità che solo in fin di vita bevo travasa in altro imbuto

***

Dome Bulfaro (Bordighera 1971) è poeta e artista.
Come poeta ha pubblicato la silloge Ossa. 16 reperti nel VII Quaderno di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2001), a cura di Franco Buffoni, con nota introduttiva di Fabio Pusterla, e la plaquette “Prove di contatto” (Coen Tanugi Editore, 2006) a cura di Rosachiara Terenghi e Valentino Ronchi. Suoi testi e interventi sono presenti in numerose riviste di settore tra cui La Mosca di Milano, La Clessidra, Le voci della Luna, e in Wok n°1 rivista della civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate in cui ha pubblicato la silloge Versi a Morsi.

È presente nell’antologia “Subway 2004-2006. Poeti italiani underground” a cura di Davide Rondoni (prefazioni dello stesso Rondoni e di Milo De Angelis) ed è stato incluso tra gli autori/performer nati dopo il 1970 nell’antologia, prossima all’uscita, Il volo del calabrone, a cura de Gli Ammutinati di Trieste (nota introduttiva di Aldo Nove e postfazione di Gabriele Frasca).
Sulla rivista americana Interim è stata pubblicata la traduzione in inglese di Ossa. 16 reperti a cura del poeta Christopher Arigo.
È uscito di recente Carne. 16 contatti (D’IF di Napoli, marzo 2007) vincitore del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo

Ideatore di numerosi eventi poetico-artistici di grande riscontro, ad oggi, è direttore artistico della stagione poetica Poesiapresente per il Comune di Monza, città in cui vive.
Come artista le sue ultime personali sono avvenute alla Galleria Vanna Casati di Bergamo (galleria con la quale ha partecipato a Miart 2007) e a Milano presso Spaziostudio di Patrizia Gioia. Il suo lavoro artistico è sostenuto dal 1999 dalla Galleria Dieci.Due!

9 pensieri riguardo “Ossa e Carne – Dome BULFARO”

  1. scorgo una certa lacerante lacerazione in questo poetare, uno spaccato frontale l’Amore “luce che intesse i vostri capelli o ne fa punte doppie” quasi una morbosa ostinazione e godimento nel tormentare la carne le parole di tagli innesti affinché si biforchino come i sentieri che si biforcano (direi borghesiani se si può dire) per poi ricucire le mille trame di un volto che una mano un’impronta disegna altrettanto morbosamente “come il legamento di radio e ulna/al punto che l’inciso nei palmi può rimarginare” e poi per quel che mi riguarda e per quanto può avere importanza scopro con simpatia una certa simbiosi con l’autore (spero che non si offenda), con le intenzioni, voglio dire forse dell’autore (ma solo in quelle, ammesso che l’intuizione c’azzecca qualcosa, visto che sono carente di ogni sensibilità artistica genitrice), intenzioni suggeritemi, ma può anche essere che mi sbagli, dai titoli delle sue pubblicazioni Ossa e Carne (anch’io, e mi perdonerete spero quest’altra auotreferenzialità, motivo per il quale ho aperto quest’altra parentesi, anch’io avrei voluto pubblicare, come un po’ tutti gli esordineti, un primo libro di ossicini, poi è passata, quella specie di sbornia, per fortuna che le vie di pubblicazione sono transennate alle ingenue imbecillità le mie per prime, ma quando non lo sono sembrano davvero delle fosse comuni, ci sono anche quelle, ci sono sempre state, mi scuso), insomma mi pare che il progetto comprenda tra le altre cose: una struttura prima, una forza conseguente, “l’elettricità che grida nel nostro vertebrato cavo” e infine una genesi, ma al contrario, speculare per quanto ci è possibile concepirne un’idea, una creatura che voglia leggerci così come si fa più o meno con un libro, posando la nuca di padre o costa, per quel che concerne il libro, sulle linee della propria mano. sì, con un po’ di fantasia. “La fronte di mio padre è lunga otto ore…”
    grazie.

  2. Ho avuto modo di leggere la raccolta in questione, trovandola davvero eccellente, molto “corporale”. E trovo che ascoltate per voce dell’autore, molto bravo a mio modo di vedere in questo, le poesie assumano un’ulteriore sfumatuara, o intonazione.

    A

  3. caro Francesco, da due mesi ti leggo in silenzio.

    questo tuo spazio web è unico. A mio parere, ad oggi, sei redattore della migliore rivista dedicata alla poesia.

    Adesso mi leggo queste poesie offline.
    (non conosco l’autore)

    f.s.

  4. Marco, i tuoi commenti lasciano sempre il segno. Sono felice dei tuoi passaggi.

    Luigi, credo sia una caratteristica delle scritture che lasciano il segno: qui è bello profondo.

    Alessandro, sono perfettamente d’accordo con te, anche sugli aggettivi che usi.

    Francesco, i tuoi complimenti fanno sicuramente molto piacere: non quanto il saperti tra i lettori di queste pagine, cosa che mi onora davvero.

    Un grazie a tutti voi, scusandomi per la latitanza.

    fm

  5. L’abbinamento tra le immagini e i testi è molto ricercato e curato, mai casuale. Almeno dal mio punto di vista e nelle mie intenzioni. La validità del risultato, poi, beh, quella sta a voi deciderla e declinarla.

    Ciao, grazie.

    fm

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