Postludium I

(Da: Postludium, nota critica di Giuliano Gramigna, con un disegno di Giovanna Fra, Verona, Anterem Edizioni, “La Ricerca Letteraria – Collezione del Premio Lorenzo Montano”, 2003)

Da lì trapela,
dono notturno, una voce,
da cui tu attingi il tuo bere.

Paul Celan

*

marotta1.jpg

I. Al tempospazio di un sillabario serale

epifanie di segni  migranti  sull’orizzonte  di  roserespiro

intirizzite  di  finzioni   mentre la   pupilla   che   alberga

il non finito   frange  in  vertigine di  forme   lo  sguardo

sorpreso da  calici  di  immagini levate  in  muti  transiti

e forse vento e parole troveranno  un   delta  nel  fuoco

delle labbra  dove era stato un mare a fare senso  l’onda

a due voci assiemate a commento di luna  ora sulla pelle

straripa fragili pollini  d’aria   un   profumo  che   annega

oasi  rassegnate  alle  sabbie   e  si   tace    un cammino

a   ritroso   al   tempospazio   di    un    sillabario   serale

un verso che rischiara la  breve eternità  dei suoi accenti

*

solo    tu    fossi    in    me    farmacolume    di    similoro

vela pensosa di scogli  in acque  di  assenza   una  mappa

per dire  in punta di lingua   la  rotta   le  foglie  cresciute

su una cresta di suono  e  nel  palmo  la  traccia  di  neve

di corpi intravisti  furori assediati  sopiti   alla voce parole

di un viola   incarnato     abisso    in    solchi    d’impronta

*

sussurrati  bagliori  che la fortuna tende   o  insidie

di stelle e spine   a  pelo  di  un  bocciolo di polvere

decifrando  estasi di spighe  più di quanto s’accima

al regolo pulsante delle dita   ma  nel dolore invoca

all’orizzonte    fari  sentenziosi   in  vigili  mutazioni

di luce  steli  di rupe  estranei  a  pratiche  di  tagli

se  piagata d’ombre  sommersa è la parola in ludi di

sonno   le  labbra  sfibrate  tra  ipotesi  d’inchiostro

*

dal caso o  assediata  dal  deserto  la florescente filigrana

di carte accese da una visione che trascorre  forse decisa

da un grido che si tace  dove  l’alfabeto  dell’alba  è  rotta

per la rosa che brucia   e inavvertita  ci cammina al fianco

fiamma  indicibile   di profezie arroccate in chiuse d’acqua

specchio di pollini vaganti     ma non uno che infiori giorni

al moto   se  il  cielo  sporge  dalle ultime crepe del diluvio

*

pavesati   di    silenzio     come  ombre  di  alfabeti   scaduti

maschere d’innocenza    sul volto    per  approdare  da  cieli

inabitabili    alla  pietra  al sommo  di   luminarie   rossostella

dove  scorre  la  voce     declinando   in   radure   di   lampo

e  la   morte   si   perde   in  calligrafiche   pose  di  memoria

né  alcun  mesto  respiro   un  raggiro  di   lama   dà  credito

all’alba    tra   ruote   stridori   bottiglie   incendiate  di  sere

non saprei  se mi  leggi   segnando  con  frammenti  di calce

l’inverno  che   naufraga   a   vista   sul  foglio     imperfetta

presenza  poi simbolo cicatrice del bianco  sutura di un grido

*

tracciare  un   lento   lume   d’inchiostro   rosso   in  chiostri

di  silenzi  distanti    snervata   rimuove  la  lingua   fossili  e

accenti  di  fratte    che  gli  occhi  hanno  pane  che  indora

labirinti d’improvvise vastità   nuvole migranti  da un passato

di   neve   al   lunario   albeggiante   di  meridiane  interrotte

un  crocevia    intravisto  appena  di paesaggi appesi al cielo

altrove che accende radici sul labbro  parole di linfa   trafitte

*

dimore   di  ogni  possibile  tempo    vi  piega   dura   l’ala

se l’unica pupilla  s’inoltra  di soppiatto  tra anima e carne

vi  insinua  stimmate  e  distanze  e  prossimo  un  cadere

dalla rosa  di venti  illuminati  da ostinate cecità    il prima

è  un  corpo  segnico     radiante    una   piuma   riemersa

frugando le ossa   e  incensi  al  varco di muschiose estati

ma ci separa  il vetro  azzurrato di una parola fuori quadro

imbarcata d’incanto   sotto  la  costellazione  di  un  grido

*

imminenti ricercano libri  sfogliando il  declino  che  lascia

passioni combuste  residui  di  canti    non manca la fonte

segnata da eretici celesti lunari e a frotte questa ambigua

locuzione di sillabe   sprigiona l’evento   si eleva  a  rilievo

il ricordo dipinto  l’inverno abitato  in processioni  di fuoco

ma continua   sancita in corpi violati   la parola   si ammira

rimira lo spazio che accade   sopraffatta da incanti deserti

carte   da   cifrare  in  silenzio   sentinella  di  eremi  deserti

mentre  la  neve  scrive  breviari  per  la  luce    e  l’alfabeto

è  sale   per  l’uniforme  ferita  della  notte    o forse  sei  tu

che manchi  a guarigioni d’ombra   coniugando  l’atto  ebbro

degli  occhi    all’infanzia  naufragata  nel  ricordo   e  vuoto

rimani tra grappoli d’incenso  vanescente specchio dimorato

dalla   chimera   dell’estate   dall’identica   voce   incenerita

*

coloriture e  echi della luce ancora  s’aggirano  in  tonache

lacustri    vergando  in chiarità di spume un limbo di parole

assenza che beve l’urlo  al chiuso dei sagrati  o  geografia

di fari  pronunciati in trasparenti  roghi  d’acqua   ma oltre

la sponda fanno vibrare imbarchi di tempo   linfe incantate

che seminano erbe nei sassi  un rito d’incorporee palpebre

lampade di vetro  in  quel  rosario di  onde contro  il  cielo

*

radiografie   di   alfabeti    parlati   combinati  di  nausee

covate  in  letarghi  di preda  forse il tempo li ha graziati

sigillando  nell’ambra   labbra e silenzi   visioni  arate  da

avverse marine nel transito di secoli prima   labili  oracoli

riemersi  da  angoli  quieti  in liquidi segni di sale    segni

di un solo dolente profilo   lo specchio riflette ombraluce

d’oblio     l’immagine   cresce   lingue   spinate    florilegi

impigliati nell’occhio  di  dio   imboscata di pupilla sonora

*

stampi  sulla  frana  del  buio  se dal  lontano si  svuotano

le stelle  in labirinti d’aria  che  forzano  soglie  d’orizzonte

ma  non  è  delle notti irriflessa  traversata  di  specchio o

grazia  disarmata  di  acrobata  che ti sorprende a illazioni

d’inconoscenza  e tu annaspi  a lume di peccato  in  quieti

alvei di acque  che trascorrono  alla  curva  d’intermittenti

reliquiari  d’ombre   traccia  sul punto  di sparire  dall’ordito

***

Nota

Questa disposizione dei versi e dei testi è quella che più si avvicina, dopo ripetuti inutili tentativi di riprodurre l’originale, alla pagina stampata.

Il mio ringraziamento più sentito a tutti coloro che mi hanno richiesto questo libro.

1 commento su “Postludium I”

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