L’ultima neve – Liliana ZINETTI

via lattea

Sull’oscillante confine

“Io guardo con gli occhi grandi di bambina
e con gli occhi spenti di mio padre.”

Sfidare l’assenza a rivelarsi, a farsi corpo plasmato nella lingua materna delle nevi, tra le pieghe di stupore delle sue “oscure fioriture”, dei suoi accenti senza suono e senza alfabeto: è questa la prova che attende chi scrive sui margini, e intanto si legge nell’acqua che scivola via con le parole, in ascolto; chi sente il suo inchiostro animarsi nel palmo, vivere e trascorrere “in accumulazione d’albe e di tramonti”; chi cerca un “inizio”, un soffio inatteso di luce, un respiro nella magmatica, metamorfica materia, nell’erranza senza geometrie prestabilite che fiorisce a ogni istante, a ogni passo, a ogni grido “in tutto questo finire”: chi sa immergersi nella corrente che trascina al vero luogo della poesia, al “verso che manca”, a quel territorio che si dispiega sotto il nostro sguardo, ammutolito nel chiarore albeggiante come una ferita del ricordo, mentre attraversiamo l’epifania che in queste pagine si compie: “un altrove inabitato / dove tutto è in attesa di tutto”.

E’ proprio qui, dove si apre un baratro incolmabile nel cuore dei giorni e la sinfonia delle stagioni diventa frastagliata eco di note che non ci apparterranno, di spartiti che non scriveremo mai compiutamente, che il poeta si inoltra “disarmato”, senza lume e senza rotta, come chi deve, varcata la soglia attraverso la quale si accede a un sogno, a “una parvenza / d’eterno”, percorrere un cammino a ritroso verso le sorgenti della prima orma e del primo canto: per restituire alla vita almeno un riverbero dell’attimo aurorale, l’istante dove si cova il desiderio di una parola che pronunci uno a uno tutti i nomi, tutti i colori della perdita. Perché è qui che la mano che traccia segni si fa ombra e musica del suo indicibile trasalire e del suo abbandono, un’ombra che si cerca, vagando e frugando nella sua stessa carne: come un viandante, incerto sul confine tra deriva e deriva, che porta incisa a fuoco sulle labbra la certezza dell’inadeguatezza del suo dire, l’impossibilità di restituire ai deserti della pagina una traccia della visione in cui si immerge, una parvenza della luce che dà movimento ai paesaggi che la sua pupilla esplora e ingloba.

Egli sa, per antica consuetudine di dolore e di silenzi, che i suoi passi verso la dimora dell’origine non potranno mai colmare il vuoto abissale delle sue domande; che a niente vale implorare la quiete, quando si abbandona la mano conosciuta nei cieli dell’infanzia e l’unica guida, il lume sopravvissuto al naufragio, è appena quel residuo lampo di passato in cui la stretta delle dita e l’immagine stessa si sciolgono, un volto perduto per sempre che trascolora in altre sconosciute, indicibili forme; quando il futuro si distende a specchio su orizzonti perennemente brinati, senza disgelo, e un cielo sporge dalla cenere degli ultimi fuochi, mostrando una distesa dove non fioriscono ali, né consolatorie figurazioni di volo capaci di cancellare il rimpianto: la sostanza stessa in cui la vita si fa sale e linfa.

Poesia, allora, è abbracciare, per interminate scale di parole, in un estremo gesto di ospitalità e dolente condivisione, “l’ultima neve”; tradurre in sillabe la sua impronta che non resta, nell’atto di trascriversi ogni volta, rimanendo fermi “davanti alla mano che cancella”. E’ vagare sull’oscillante confine, là dove il tempo che, incurante, ci porta via radici e speranze, si ferma, ci osserva mentre lo guardiamo ricomporsi in nuovi battiti, intraducibili segmenti di sabbie e stagioni sciolti da ogni impedimento, da ogni infermità del passo. E intanto ci dispone alla sua lingua, capace di cantare il vero volto di ciò che, appena trascorso, o passato da sempre, si staglia immobile, assoluto, come un’immagine allo specchio, come fonte in attesa di esplodere la lontananza delle sue acque dalla sete delle nostre labbra: un’immagine che si profila per un attimo nella sua dimora di vento, di cenere e fiamma che dalla cenere rinasce, dove ogni somiglianza separa da sé il riverbero del perdersi: nel silenzio, in “questo spazio nevoso dell’anima”, dove i giorni si stringono nel loro calice “concavo d’ombra” e liberano nell’aria solo la nostalgia di tutto ciò che tace, “lo strazio del dire qualcosa / che non va oltre / la sinopia della rosa”.

Testi

zinetti_neve.jpg

Autobiografia

 

Certe sere hanno silenzi più lunghi

ombre che ci sfiorano leggere.

Sono i sospiri di quelli andati

di là dalla soglia inavvertitamente

           fermi  appesi

sull’oscillante confine allo stipite d’aria

             lacerati

da un sonno che non viene.

Quieto inferno.

Spettri che non sanno tornare.

Servirebbe una mano.

Ma i morti non hanno mani.

 

*

 

                                          A che fine vogliamo musiche

                                          se non c’è niente da cantare.

                                          Josè Hierro

 

Resta ancora qualcosa

da spendere nella sera

qualche parola nell’aria

come petali leggeri di mandorli

nel vento, a dire la pena

di una vita sprecata

negli intendimenti distorti,

in parole come sassi

per un lieve corrugarsi e chiudersi d’acque

e poi il silenzio

questo spazio nevoso dell’anima.

E guardo i tetti bui distesi nell’ombra

come i miei pensieri, gocce

dalle gronde erose le parole

a nominare il sonno

la cenere sui colori

infradiciati dalla pioggia

il passaggio alto delle nuvole

                            questo vivere infranti.

 

*

 

                  Esiste o no

                  il sogno che smarrii

                  prima dell’alba?

                  J.L. Borges

 

Quando viene il giorno

e la luce è sull’orlo dei tetti

l’aria ovunque e i petali dei fiori

cerco il sogno smarrito all’alba.

Vero, più di ogni cosa pensata vera.

Di questo mattino che galleggia

bianco.

Dei viali dove vanno gli uomini

e le foglie e il vento.

Ricevo una lettera mai spedita

senza traccia del mittente.

Anche oggi accade il niente.

Senti

della pioggia la malinconia sugli orti

gli orli sfrangiati della luce

che cominciano il sonno.

Creature alate sul fiume

(angeli inaccessibili?)

e la luna, memoria

di impenetrabili colori.

Ascolta

        verrà nel sogno il verso che non trovi.

 

*

 

     per un quadro

     di Georgia O’ Keeffe

 

In questo scavare

il fondo erboso del vento

– le mani ai cancelli schiusi della notte –

in un mattino d’acqua

– sguardo sulle fronde tormentate –

nella malinconia di una sera

senza suono di passi

– qualcuno chiude piano una porta –

nella pioggia che ruscella

dalle gronde dei tetti ammutoliti

– periferia, taglio di confine, lacerato cielo –

si rivela il cuore nero della rosa.

Non parlare, bellezza sfatta, presagio

di un’ultima sillaba screpolata sulle labbra

petalo riarso –  non parlare – silenzio

dell’ultimo ritorno.

 

*

 

Tutto era  stato scritto

per noi che conosciamo

l’azzurro indicibile sulla foglia,

il riverbero di intatte nevi.

Vortice d’astri e polvere, alfabeto celeste.

Abbiamo guardato

fino a straziare gli occhi.

Gli alberi erano neri e freddi.

Le finestre avevano gli occhi chiusi.

Ci deve essere una logica nella pioggia

nel volo della foglia. Questo luogo

della morte che ci abita, ci sottrae.

Le porte pensate sui muri

aperte alla luce delle stelle, a corridoi

ampi di luna. Era questo,

e un paesaggio che rinasceva ai colori.

Era plasmare il mondo, una devozione

terribile alla vita. Alfabeto estremo,

vena d’acqua nella roccia.

Questa la strada

nel buio che è di tutti e di nessuno,

questo il nostro giorno.

Le nebbie inamovibili e cieche ai cancelli.

“Abbiamo confuso le sillabe

               – niente rimarrà scritto, niente”.

 

*

 

A volte, quando la luce è più nuda

pare di sentire l’impercettibile

scricchiolare del cielo.

L’incertezza di un uscio

fugacemente socchiuso, quel chiaro

dell’aria che trema

Così disarmati a una parvenza

d’eterno. Alla frontiera di noi.

Indecifrati e franti.

 

*

 

Io dico di questa luce che pesa

nel respiro leggero dell’alba

prima dell’urto dei corpi e delle voci.

Io guardo con gli occhi grandi di bambina

e con gli occhi spenti di mio padre

tra le piante inquiete

una danza di folletti e fate

qui dove l’attimo brucia

in un volo di cenere

inondato di albe e di mattini

nel paesaggio in corsa che va via

io che mi perdo e ritorno

ad ogni possibile inizio

a un’improbabile primavera

io che non so il luogo

che mi cerca e tenacemente scava

(eppure canta l’aria stamattina

ali sfilano matasse d’azzurro)

Muovono un cielo inabitabile

                                     lontano.

 

*

 

Vivo in accumulazione d’albe e di tramonti.

Chi ha sottratto il giorno? i suoi colori

e i miei passi

tra la sponda bianca dell’aurora

e il ciglio rosso della sera?

(e dentro il nulla di un tempo anestetizzato,

luce che non fiorisce).

Vivo in sottrazione di voci, mani, gesti, fuoco.

Mi dirai che il rumore, il sibilo

del vento che dai monti scende

a sfiorire le rose, la neve

pesante sui morti, il tanto di un dolore

e il poco di solitudine che suggerisce l’abete

ritto nel paesaggio spento delle ore,

mi dirai che questo è il giorno?

Vivo in accumulazione di nascite e sepolture,

in sottrazione di senso, finisco

anche in queste parole, oggi

che nella luce abbacinante di luglio

dalla finestra guardo l’abete,

la pazienza immobile

delle sue fronde al sole.

 

*

 

A volte è la notte chiara, è il buono

del pane, il volo della rondine,

è ordire endecasillabi

e curare la ferita.

A volte è raccogliere la pioggia

in un secchio senza fondo,

accogliere l’ustione, a volte

è come sparire.

A volte è stare immobili

come un albero solitario

su un dirupo di remota luce.

A volte è un cielo di nuvole stretto

tra i vicoli e i tetti, il pallore

di un sole invernale, è la grazia

di un volto.

A volte è il freddo

dei morti sotto la neve

è una fame smisurata di stelle

è grigia periferia a nord

di nessun luogo

e sempre

è la tormentosa voce

che dice:

” non c’è che questo    

  e questo ti deve bastare.”

 

*

 

Dire il dolore, l’esatto dolore

e tra gli aceri bruni

il nero di settembre entra nel nero

e l’ombra delle foglie entra nell’ombra.

Tornano ai loro nomi, la chiostra dei denti

a mordere l’azzurro, l’indice teso

a nessunluogo.

Dire l’esattezza del dolore, io

che porto con me l’ombra dei colori

i prati di gennaio e l’ultima neve.

Dove la parola fiamma che bruci

gli spettri rossi della notte?

Bufera di buio

questo dolore perfetto

sopravvissuto al grido del sangue, che sa

la ferita della rosa senza occhi

il millimetro di luce che scava il giorno

il peso del vento sulla foglia.

Dove la parola fuoco che bruci

il nero delle siepi, l’osso a morsi spolpato,

levigato, da nulla scalfito?

Eppure scrivo, scrivo davanti alla mano

che cancella.

 

*

 

Ancora dentro il chiaro

di un’altra primavera

con un silenzio che si fa grande

come la promessa verde dell’erba

dentro il silenzio che mangia i colori

e non c’è distanza che non mi appartenga

e non mi tenga qui, questa solitaria mattina

che l’aria è bugiardo azzurro

il foglio unica vela

tra azzurro e azzurro

e fiocchi di neve le mie parole.

E vorrei un centro

gli alisei e il mare

che questa vela conducano

al colore del colore

a un rosso di tetti disteso

al sole, a un’alba trasparente.

Qui è la polvere di troppi ciechi sentieri.

Cerco un inizio,

                       in tutto questo finire.

 

***

9 pensieri riguardo “L’ultima neve – Liliana ZINETTI”

  1. La poesia di Lilliana mi aveva già colpita per la capacità di assecondare il male dell’uomo, farlo proprio fino a desiderarne lo svelamento, che passa attraverso l’accettazione, che non è resa, bensì ascolto puro, quello che chiede la verità delle cose, la sua forma più limpida a costo del dolore.
    Lilliana sa tendere i sensi dentro il magma irrisolvibile dell’esistenza umana, sondandone i tratti più bui che colgono spesso all’improvviso lasciandoci gravidi della potenza della vita, facendoci sentire inerti.
    Ma la sua è viva lotta contro lo stremo sforzo di sondarne il percorso.
    Così, la consapevolezza dell’ombra lascia spazio anche al pensiero della luce “Le porte pensate sui muri/ aperte alla luce delle stelle, a corridoi/ ampi di luna.
    Nella fatica dell’ascolto c’è per la poetessa una ricerca continua, come dice in questo intenso passaggio: “Cerco un inizio,/ in tutto questo finire.” E io mi ritrovo in pieno accordo con il suo feroce scavo.

  2. Grazie del tuo commento, Iole, anche perché mi conforta nell’intuizione da cui è scaturita la lettura/prefazione a questo gran bel libro, che invito tutti a leggere. Non ho trovato un solo testo, in tutta l’opera, che non nascesse dalla “necessità” assoluta che investe chi in quel lavoro di “scavo” e in quel “percorso” si spende, si consuma, si (ri)conosce.

    Piacere di averti qui.

    fm

  3. ciao francesco
    ripasso perchè mi sono resa conto che nella foga di scrivere di quello che mi hanno mosso i versi di Lilliana, non mi sono soffermata a dire niente della tua attenta prefazione, che riesce a sondare la raccolta in modo preciso e capace di aprire nelle pieghe più sottili il respiro delle poesie.
    A volte credo che le prefazioni servano a doppio binario: prima per introdurci in un luogo che non conosciamo, indicando i punti cardinali essenziali, e in seconda lettura, rendendo a quei vertici il fascio di luce necessario ad aprirceli pieni.
    buona giornata.

    p.s.
    Leggo altre cose interessanti qui- nel blog. Torno.

  4. Concordo con Iole sul commento alla prefazione di Francesco, che ha il grande dono di saper ascoltare con un’attenzione e una sensibilità rari.
    Ringrazio Iole e Francesco per la loro considerazione, ma penso di avere ancora molta strada da fare. La poesia, così come la vita, richiede un rigoroso impegno “perchè i versi non sono, come crede la gente, sentimenti , che si hanno già presto, sono esperienze. Bisogna aver visto i fiori, i gesti con i quali si schiudono al mattino..” cito a memoria da Rilke, scusandomi per la non fedele riscrittura. E dato che “frequento” la poesia solo da poco, nonostante la non più verde età, molto ancora ho da imparare.

    Un saluto affettuoso a Iole e Francesco.

  5. Vi ringrazio, ma tengo a precisare che la mia, purtroppo mal controllata, autocitazione di prefatore nasceva unicamente dal piacere di riscontrare, nel commento di Iole, l’indicazione di un percorso di lettura molto vicino a quello sul quale mi ero incamminato scrivendo quelle note.

    Resta il fatto che uno scritto del genere è sempre più o meno valido in relazione ai testi di cui parla: non bastano belle frasi, infatti, a validare un libro che non lo è o che non sa di niente. Nel caso del”L’ultima neve”, non c’è una sola parola della prefazione che io non mi sia portato dietro riemergendo da un’opera che assorbe in profondità e fruga come una lama irrequieta nello sguardo e nella memoria di chi legge. Esattamente come fanno le opere che, finita la lettura, riponi in un “angolo” ben preciso: quello dove sai di dover tornare per leggere, e rileggere ancora: perché in quelle pagine c’è molto di te che ti chiama da chi sa quali abissi di tempo, di dolore, di oscurità, di sofferte luci.

    fm

  6. Cara Liliana,
    non so se hai ancora da crescere, alla tua “non più verde età”, come dici, ma sicuramente questa è una prova di crescita come è difficile vederne oggi. E non penso solo al tuo impietoso scavo del dolore o delle aree più scure e impietose dell’anima (dell’esistenza? del mondo?)–che è una cosa che sei sempre stata incline a fare e col rigore che non potresti abbandonare neanche se lo volessi, io credo–ma per il suono del verso che sta vistosamente perdendo ogni ridondanza prosastica e si sta concentrando di luce e illimpidendo come un cristallo. Grazie per la meraviglia di versi che mi piace pensare abbiano sorpreso anche te, come “Certe sere hanno silenzi più lunghi”, “ma i morti non hanno mani”, e lo spazio nevoso dell’anima, lo scricchiolare del cielo (ma certo, come ho fatto a non sentirlo prima?). Grazie per queste parole che risuonano in uno spazio perfettamente vuoto e teso e che ha accolto l’attesa.
    Mi convince meno il dramma del “quieto inferno”, se devo proprio trovare il pelo nell’uovo per avvalorare il mio apprezzamento–forse perché io ho sempre paura delle parole forti. Ammiro invece il tuo studio e la tua restituzione della percezione più attenta. E adoro ogni nuova, inedita, articolazione del linguaggio, come “il buono del pane”, e quando il suo suono sembra mescolarsi, subliminalmente, alla nostra percezione.
    Grazie e complimenti anche a Francesco Marotta, per questa operazione preziosa, per la sua dedizione, e, sì, per l’altra cosa tanto rara oggi (paradossalmente anche tra i poeti, con le dovute eccezioni): l’ascolto.
    Paola

  7. Da poco conosco questo spazio dedicato alla poesia
    ho letto con emozione e gioia la serie di poesie di Liliana Zinetti

    SONO MERAVIGLIOSE!!!!!!!!!

    Come posso trovare il libro? grazie Emma

  8. Che poesie stupende !!!!!!!
    Carissima Liliana, scriva scriva scriva !!!
    Lei ha un dono rarissimo.
    Sono un “divoratore di libri” e ho letto la sua poesia sul mensile “Poesia”.
    Il mio rapporto con la letteratura (italiana, contemporanea) è in profonda crisi anche se continuo imperterrito a non darmi pace nel cercare qualcuno che mi convinca della fecondità (o non sterilità, forse è meglio dire così) della stessa. Quando ho letto, riletto varie volte la sua poesia ho ricominciato a sperare !! Complimenti Liliana

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