I grani del buio – di Chiara DE LUCA

Da I grani del buio

Wie ein Knabe, ein Fremder, wenn man endlich ihn zuläßt,
doch den Ball nicht fängt und keines der Spiele
kann, die die andern so leicht an einander betreiben,
dasteht und wegschaut, – wohin? -: stand ich und plötzlich
daß du umgehst mit mir, spielest, begriff ich, erwachsene
Nacht, und staunte dich an. […]

Come un fanciullo forestiero, se finalmente lo ammettono
al gioco, non afferra la palla e non sa alcuno
dei giochi così facili per gli altri;
se ne sta là guardando altrove – dove? – così stavo
e all’improvviso intesi che tu eri con me, con me giocavi
notte adulta, e ti guardai attonito. […]
R. M. Rilke

*

Stipiti acuti di voci negli anni

spuntati sul loro cammino

confusero al buio il disegno

disfecero i tratti, sfumarono i toni

d’un mistero venuto alla luce volgare.

Lei lo portava nel ventre racchiuso

come un uccello straziato,

strappate le ali vibravano ancora

nella terra arrossata sul fiume…

Muove le gambe di bimba e procede

a tentoni nel grigio.

Irrigidite dal freddo

le ciglia imbiancate dimezzano il buio.

Muove le gambe più forte

ritmando il variare del cuore,

il fiato che la precede di poco

ampio si riapre al passaggio.

Degli alberi resta agli occhi la base

in alto le braccia in un tuffo al contrario

nella calma inquieta del cielo in bonaccia.

Onde di vento vorrebbero alzarsi

stracciare il velo, dissipare il gelo.

Lei muove le gambe di bimba e procede.

Lui prese a scavare battendo impazzito

avrebbe voluto squarciarle

rabbioso la gabbia del petto

a colpi violenti di becco.

Sbarre di costole inclinarono molli,

non cedette la porta del ventre.

Le ali, le ali fluttuavano a pena.

Lei aveva indossato il sorriso

schivando punte taglienti di voci

a rimestare fango infuocato.

Muove le gambe di bimba e procede

si lascia avvolgere dentro le pieghe

di cielo grigio disceso che aperto

accondiscende al passaggio.

Nebbia potrebbe partorire ogni cosa.

Si apre lo spasmo in condensa di acque,

il fiato disegna profili di mani,

nasce in sordina la sera sporcata

scrivendo sul corpo troppo in fretta la vita.

Lei sa che sua madre l’attende nel freddo

avvolta dentro un cappotto

nell’auto che nebbia rilascia

ogni volta a sorpresa al ritorno.

Aveva indossato un silenzio attillato

custodendo il cuore nella distanza

lasciava che il tempo le riscrivesse

un corpo che nessuno avesse sfogliato.

Avrebbe voluto lavare la pelle,

versare i ricordi nel buio,

avere sete di nuovo,

bere alla sorgente pura

d’una profonda fonte futura.

Essere letta dalla fine al principio,

saltando di pagina in pagina

da un capitolo all’altro segnando

a mano note sui lati

negli spazi rimasti intentati,

geometrie di parole non ancora tracciate.

Qualcuno che con le mani d’un cieco

sul braille del passato si lasciasse guidare

ad aprire nel centro con gesto sacrale,

sentisse la carta,

la pelle e il suo odore.

*

È un campo ferito la storia di ciascuno

sentieri infiniti si aprono ai confini

selci sono pietre miliari di domande

sabbia morbida ad accogliere le orme,

in un proliferare dissennato di stagioni.

Puoi entrare di tallone, o più leggero

lasciando tra le dita scivolare i grani,

di piatto calpestare l’erba o consentire

che disteso a croce ridisegni il tuo profilo,

strappare vorace frutti acerbi o avere cura

di arbusti che crescano in tronchi da scalare…

Lei sulla sua terra incoronò un assoluto

sovrano conferendogli potere,

di vita, di morte,

o di capire.

*

I grani del buio sono mille

occhi chiusi che prolungano

la mente ad osservarsi nel tramonto.

Ci salvano le scene della fine

sotto lo spergiuro delle assenze,

odi si cibano d’attese

allo scongiurarsi dei ritorni.

Volute di giorni circoscritti

nell’andirivieni delle notti,

ascoltale piangersi di gocce

mani di cielo sparse in palmi

sui vetri a disegnare polpastrelli

nell’immaginazione di bambini,

quando si spuntava come fiori

da sotto le coperte a festeggiare

l’insolvenza del male il capolino

d’un raggio tra le assi lievemente

discoste degli infissi alla finestra,

e per disattenzione un ventre d’ala.

*

Snocciolo

come un rosario le nocche,

li vedi i sentieri che abbiamo

lasciato la ghiaia che scricchiola

sotto la pelle tornata

insensibile al taglio

profondo dei giorni.

Fasci di canne ingrossate

sembrano aver prosciugato

il vanto guerriero del fiume.

Blocchiamo le zampe sottili

in corsa d’un lampo e due anni

d’acciaio in ostacoli

ci hanno spezzato i ginocchi.

Il tuo nome è un prisma infinito

riverbera sillabe che ricombino

a chiamarti, e ogni cosa.

*

Ci fascia a fiotti l’aria del mattino

mentre estenua l’eco e insiste voci

gravide di buio a ripercorrere

il cerchio delle notti abbandonate

con le mani stolte ad intrecciarsi

piantando nella carne la speranza.

Si è aperta in qualche modo la stagione

dal catenaccio lento dell’inverno

che non ha irretito le ali in cerca

non ha fatto ghiaccio da spaccare.

**

Contesa tra salute ed ossessione

procedo sollevata verso il varco

che a sera conduce nella terra

dove rifugiati i desideri

danzano sul filo delle regole

su cui ho costretto i piedi

al tuo comando.

Più facile centrarmi in traiettoria

rettilinea come il non sapersi

– ma ho rubato gli occhi

d’un passero in paura

fermi nello scatto appena prima

del volo per spiccare la salita -.

Intercetto i passi del ritorno

nel vano vorticare di derive

si fondono le ali per protervia

gettandosi in ciò che più somiglia

al sole: l’incendio d’un abbraccio

per sfida dimentico d’inverno.

*

Abbiamo aperto i boccaporti del buio

a farci caldo solo di pensiero,

entra freddo nelle parole

nudate del senso fino al silenzio.

La mano me la strappi di mano

mi chiudi in un angolo e torni

a forzare il fiume dentro un bicchiere.

Faccio pressione sulle pareti

di vetro scompongo frantumi:

acqua si divincola, e cocci.

*

Ci vorrei stanotte ritornati

animali prima del diluvio,

lasciarci il coraggio di un approdo

sicuri incastonare la prua della nave

nella sconosciuta baia del vissuto.

Raccogli naufrago nel vento il mio sbandare

agitarsi di mani appese a rami emersi,

appuntando gli occhi brancolanti ad una cima.

Perché la pelle nuda da sola non riscalda,

avvolgersi del manto generoso dell’infanzia

accovacciati in fondo a una tana condannata

dove il gioco lento è scivolato nel massacro

riapriamo nella carne cicatrici per leccare

animali prima del diluvio.

*

Ha slarghi di sonno l’incedere del giorno

impastando notturno la farina della resa,

in alto si schianta il corpo d’un lampione

profila nel nada la testa luminosa,

passi sono spari di silenzio nel viavai

d’auto in branco nel recinto delle strade,

fughe di guardrail finiscono nel ventre

di colline disadorne all’altare della resa.

Avvolti di vibrante solitudine ferina

abbiamo volto gli occhi di miseria nel passato

denocciolato il senso alla polpa del futuro,

abbiamo indurito lo sguardo contro il muro,

ceppi spezzati impedivano l’andare

contratto allo spiraglio dove

un fiore stringe, incapace a risalire.

*

Costringe oggi dentro la furia liberata

di pioggia a proseguire il martellante

attacco a sorpresa intrapreso nella notte.

Silenzio sopravvive stretto sullo sfondo

– guardalo graduale dilatarsi tra le gocce –

inghiottono voci familiari le finestre,

lucide si spiegano le foglie semisecche

di piante sole rovesciate sul terrazzo.

Stalattiti molli si distaccano fluendo

dai cornicioni appesi al cielo sceso

per precipitare nel tuo punto

più oscuro esausta mi rannicchio.

Essere niente e voler essere tutto,

nelle tue caverne brancolo a cercare

se con me nel buio per errore

lasciasti cadere una traccia del tuo bene.

*

A vegliare le notti ed evacuarne i sogni

sfondare di delirio gli argini del bene

straripare sola suadente possessione,

non ho più visitato la tua casa

per non trovarla vuota e dirti invano

sarebbe bastata la grazia del tenersi

stretti per mano, andare verso. Resto

come per bussare di fronte a San Francesco,

ma sono aperte e nude le tue stanze.

*

Come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.
Nadia Campana

Adesso non occorre più inchiodare

i palmi del tempo alla memoria,

dalla croce a fondo sdrucciolata

riplasma terra scura nella storia

di lato al funerale dei miei giorni,

corolle sfilate dai contorni

petali sul petto sarchio il buio

rovesciata in scaglie perdo argento,

alborella affondata assisto amore

mio per

dono.

*

Palmi premuti sulla panchina

la schiena è un arco a riposo,

la testa inoffensiva

freccia dondola in basso.

Capovolta la gente rimbalza

sulle piante dei piedi leggera,

il ritmo si è fatto uniforme

da quaggiù è gentile seguirlo.

Ho pelle di carta lo vedi

anche il sole malato

ci ha fatto disegni

concentrici anelli spezzati

– fiato freddo ha marchiato

a fuoco parole interrotte

nei punti più aperti -.

Si avvertono al tatto rilievi di pause

descrizioni, dialoghi, scene

le oscene…

Stiro le membra strappando

pagine, e trucioli scrivono

muti dal principio la storia.

*

Ho spiato scendere la luce

tra le fitte tegole nascondere

rosata la vergogna, e proprio lei

che denudava gli occhi nel mattino…

Ne ho visto il barcollare lieve

lungo i vetri come a non volere

abbracciando ombre camuffarsi

per svanire. Dicono sia errore

anche in incognito il peccato

vestendo panni candidi d’amore.

*

Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,

vestirsi, prepararsi, anche il dolore:

non infuria in gorghi nelle tempie

non preme in gola o sotto il velo

degli occhi che indosso per uscire.

Falda sotterranea scorre quieto

sottopelle, non asseta.

Adesso sono io a chiedere

d’essere salvata.

*

                                           a Carla

Lo vedi, adesso, il mezzogiorno,

lo scottare imprevisto della luce

sullo scudo delle palpebre assorbite

dalla notte, siamo noi, quell’ombra

che al fianco scivolando ci accompagna

fotogramma fissato nell’inizio

agli occhi di chi ha perso l’avanzare

nell’impercettibile assommarsi dei colori,

mentre la pellicola si è svolta

sul fondo del silenzio di una stanza.

Al rinominarsi dell’estate con gli amici

d’un tempo estranea la guardiamo

nel variare della sera ci voltiamo

un’ultima volta per vederla

ombra tra ombre seminata.

***

10 pensieri riguardo “I grani del buio – di Chiara DE LUCA”

  1. Fa sempre piacere rileggere un poeta come Rilke tradotto poi da una poetessa che conosco e apprezzo. Siccome non conosco il tedesco non posso dire nulla sulla traduzione ma mi fido… ;-)

    Complimenti a entrambi (intendo Francesco per la proposta)

    Un caro saluto

    Luca Ariano

  2. Chiedo scusa per la mia confusione mentale. Complimenti a Chiara per le sue poesie. Rilke non centra nulla. Mettiamola così: dovresti essere lusingata del paragone con un grandissimo! Ho proprio bisogno di una vacanza: lavoro troppo! :-)

    Un caro saluto

  3. Non penso, infatti, tu debba rammaricarti, Luca… Il tuo lapsus la dice lunga sulla qualità dei versi di Chiara… forse ne indica il valore assoluto più di qualsiasi richiamo o paragone consapevole…
    Quanto alle vacanze… sono sempre auspicabili…specie di questi tempi: chi ha detto che il lavoro nobilita, non conosceva la nostra Legge 30…
    Complimenti a Chiara. Buon lavoro a Francesco Marotta, per questo spazio così appropriatamente ambizioso. E un caro saluto a tutti.
    francesco (d. g.)

  4. Bellissimo il lapsus di Luca e altrettanto bella la riflessione di Francesco, che condivido, sui versi di Chiara. Ma si sa che quando entrano in scena le poete (si vedano anche i versi tratti dal nuovo libro di Liliana Zinetti nel post precedente) la profondità e le risonanze dei testi acquistano echi vertiginosi.

    Grazie a tutti.

    fm

  5. Quando si può parlare si parla liberamente di cose che quasi mai ci interessano. Poi si scopre che scrivendo de versi, se si ha la giusta tensione, quasi distrattamente si viene a capo della propria violenza repressa nella vita reale, cosciente nei sogni, diretta nella scrittura. Li avverto così questi versi. Colpi di lamette sulla pella liscia della buona cosienza. Va bene così. Manca un pò di respiro, che potrebbe essere dato da versi più lunghi. Ma se il prezzo fosse la ‘sbrodolatura’ di questa violenza, direi proprio che non è il caso. Stelvio Di spigno.

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