Quindicimila volte grazie…

Gaetano Jerace

La favola del mandorlo in fiore
[Da: Hairesis (2004-2005), E-book, Biagio Cepollaro Edizioni, Poesia Italiana, 2007]

rimanere – come un ultimo ricordo
che ridipinge vite su fogli murati
o calce che sbianca
pietre e
innaturali lame sospese sull’acqua
nerosangue –
risalire dal baratro al chiarore
seminati di nomi e di licheni
le dita nutrite di abbandono
al chiuso delle strade
le pupille ammutolite
che scortano lo scafo dei dannati
alle dimore sbarrate d’occidente

 

…                                 dalle torri di guardia

sparano gomitoli di lettere e immagini di bambini

lievitati come il pane

                            malati di purezza e di opulenza

prima ancora di nascere

         i corpi lucenti che perdono lune dall’iride

i sogni plasmati nella lingua

                                     senza memoria

di schermi modulari –

 

altrove

anche il mare s’impasta di vele e tra mani e

sudori rappresi

resuscita all’onda una testa un grumo di alghe

un corpo bruciato di sale

unghie capelli

frammenti di pelle che sembrano pece

piume annerite catrame

istantanee sbiadite

                          per il notiziario serale

 

–                          la cucina ribolle di suoni

e ovatta il cervello   gli occhi sono timer azzerati

che seguono le immagini senza guardare   ormai

lontana

fuori quadro

la scia dell’azzurro striata da florescenze

di sangue –            la cena è servita  dai piatti fumanti

sale un profumo che invita a raccogliersi

come in preghiera a stringere forte

quell’amore di moglie di mamma quel mostro

che colleziona tinture e ricette

da provare mese per mese

che ha partorito tre volte senza dolore

carezzata da vestaglie di lino imbottita di etere e pasticche

tra musiche soffuse

senza forcipi che frugano che slargano abbrancano

deturpano per sempre epidermide e vagina –

 

e allora finalmente sai   capisci

perché più alta più

                          profonda risplende

                                                    agli occhi di dio
questa civiltà di vetrine e di insegne

                                                  che mascherano il vuoto

di cliniche stupri domestici feti allevati nei bidoni

cesarei pagati con la rinuncia a quanto di umano resiste

nello spazio di un grido

                                che tracima rivoli di vita –

più alta più luminosa    perenne

                                           nel firmamento dei secoli

dei secoli…

 

…              proprio lì  all’altezza del cuore

dove battono cifre imbevute nell’oro e l’ora redenta

fermenta il programma che scioglie il cerone dal viso

il giorno

           inudibile nel suo smarrimento

deposita oceani e naufraghi relitti cromati –

l’usignolo

             intanto

delira di croci nel salotto familiare della solita recita

il suo canto spalanca le porte

a un battesimo in diretta   in prima visione

lava a risme compatte

                               a gettoni di solidarietà

                                                              ogni peccato

 

             (l’imbonitore che ha occupato le piazze

ride e ride suadente ai pensieri che vaporano

in fatui lampi azzurrini

da ipermercato              ride

a quelle anime ridotte a gusci vuoti

davanti al mistero di scatole numerate colme di tesori

ride   strizza l’occhio

alla frana dei cieli come un complice scaltro)

 

                                stanotte Esterina

nell’ora leggera che ricama la pelle di echi

come un lavacro di fiori lustrali

                                         e gli acidi

sparsi nell’aria

cancella dai tetti malati dai ricordi

dai suoi novant’anni di voci taciute e saggezza

dalla castità deflorata

di chi ha covato furtiva solo schegge acuminate

                                                  di esistenza

 

                                   (l’hai mai vista aggirarsi

                    nei quartieri in degrado

                    cosparsi di aghi di neve tra le case i tuguri

                    i dirupi di vite

                    lei che porta al pascolo figli mai nati

                    a osservare distese di campi seminati di spine?)

 

stanotte  Esterina

la scema la santa la vecchia puttana del borgo

vissuta nell’ombra di campanili di fumo

                                                   ricorda

il primo mandorlo scoperto per caso

dalle grate murate di un giardino invernale

esploso di bianco nel buio di un’infanzia negata

per soffiare luce all’aurora

                                   rivede la madre

chinarsi dai rami per cercarle la mano

stringerla forte per l’ultimo volo

                   chiusa a riccio in un chiostro di pace

svelarle il mistero

                       di una pupilla che rinasce al chiarore

 

                  – stanotte

è per sempre

                  raccoglie in un vaso le stagioni  perdute le labbra

gravate dal peso di universi di versi mai scritti

e felice s’immerge

                         nell’unica lacrima

                                               che scende dal ciglio

                                                                    ai suoi piedi

 

come rugiada caduta da un petalo

trascorre alla terra  in natura di linfa   di fonte

nel sonno

              approda al silenzio

                                        albeggiante

                                                        dei morti mai morti

*

7 pensieri riguardo “Quindicimila volte grazie…”

  1. “… ho un pò di vertigine, non sono abituato all’eternità” . Quando leggo Francesco mi tornano in mente queste parole che, scusate, non ricordo di chi siano e che cito non letteralmente.

    Un senso di “spaesamento” benefico, uno sguardo diverso, indagatore e profondo. Quei “morti mai morti” , Francesco.
    Un caro saluto
    Liliana

  2. Grazie a voi, Laomedea e Liliana.

    Penso, comunque, che la “bellezza” di un luogo virtuale, ammesso che esista, sia tutta da ricercare nelle parole e nei silenzi di chi vi transita e vi si ferma nella lettura.

    fm

  3. ciao Francesco, nella tua poesia (sia in queste che in Postludium) mi sorprende questa esperienza dello sconfinare restando sul crinale, che si autodefinisce nella conquistata soglia del sublime, senza, tuttavia, rinunciare ad un senso di apertura, di scacco al (de)finito…

  4. “rimanere
    come un ultimo ricordo”

    le parole scivolano dal ramo

    “come rugiada caduta dal petalo”

    per dissetare

    “come linfa di fonte

    il silenzio albeggiante

    di una bianca coltre leggermente rosata

    di morti mai morti”

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