Testo a fronte II – I. Bachmann/Davide Racca

*

Davide Racca traduce Ingeborg Bachmann.

WAHRLICH
(Für Anna Achmatova)

Wem es ein Wort nie verschlagen hat,
und ich sage es euch,
wer bloß sich zu helfen weiß
und mit den Worten –

dem ist nicht zu helfen
Über den kurzen Weg nicht
und nicht über den langen.

Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
auszuhalten in dem Bimbam von Worten.

Es schreibt diesen Satz keiner,
der nicht unterschreibt.

*

IN VERITA’

A chi mai una parola ha tolto,
e lo dico a voi,
mi raccomando – chi sa aiutarsi
con le parole

non è da aiutare.
Non su brevi cammini
non sui lunghi.

Un’unica resistente frase è da fare,
da sopportare nel bimbam delle parole.

Nessuno la scrive questa frase,
che non sottoscrive.

*

KEINE DELIKATESSEN

Nichts mehr gefällt mir.

Soll ich
eine Metapher ausstaffieren
mit einer Mandelblüte?
Die Syntax kreuzigen
auf einen Lichteffekt?
Wer wird sich den Schädel zerbrechen
über so überflüssige Dinge –

Ich habe ein Einsehen gelernt
mit den Worten,
die da sind
(für die unterste Klasse)
Hunger
Schande
Tränen
und
Finsternis

Mit dem ungereinigten Schluchzen,
mit der Verzweiflung
(und ich verzweifle noch vor Verzweiflung)
über das viele Elend,
den Krankenstand, die Lebenskosten,
werde ich auskommen.

Ich vernachlässige nicht die Schrift,
sondern mich.
Die anderen wissen sich
weißgott
mit den Worten zu helfen.
Ich bin nicht mein Assistent.

Soll ich
einen Gedanken gefangennehmen,
abführen in eine erleuchtete Satzzelle?
Aug und Ohr verköstigen
mit Worthappen erster Güte?
erforschen die Libido eines Vokals,
ermitteln die Liebhaberwerte unserer Konsonanten?

Muß ich
mit dem verhagelten Kopf,
mit dem Schreibkrampf in dieser Hand,
unter dreihundertnächtigem Druck
einreißen das Papier,
wegfegen die angezettelten Wortopern,
vernichtend so: ich du und er sie es

wir ihr?

(Soll doch. Sollen die andern.)

Mein Teil, es soll verloren gehen.

*

ALCUNA DELICATEZZA

Niente mi piace più.

Dovrei
munirmi di una metafora
con fiori di mandorlo?
crocifiggere la sintassi
ad un effetto-luce?
chi si romperà il cranio
su cose così inutili –

La comprensione l’ ho appresa
con le parole
che ci sono
(per le infime classi)

Fame
Infamia
Lacrime
e
Tenebre.

Con malrimati singhiozzi,
con la disperazione
(e mi dispero ancora per la disperazione)
su queste ampie miserie,
sulla malattia, il carovita,
arriverò.

Io non trascuro la scrittura,
ma me.
Gli altri sanno
saiddio
aiutarsi con le parole
Io non sono il mio assistente.

Dovrei
acciuffare un pensiero,
tradurlo in una cella di frase illuminata?
dar da mangiare occhio e orecchio
con un boccone, il più prelibato?
indagare la libido di una vocale,
rilevare il valore di amante delle nostre consonanti?

Devo
con la testa grandinata,
un crampo di scrittura in questa mano,
sotto trecento notti di pressione
lacerare questo foglio,
spazzare via le opere di parole accampate,
mai finite: io tu e lui lei esso

noi voi?

(Dovrei – ma. Dovrebbero gli altri)

La mia parte, dovrebbe perdersi.

***

Note a margine

  • I due testi presentati qui sono presi da Saemtliche Gedichte, di Ingeborg Bachmann, sezione Gedichte 1964-1967, casa editrice serie PIPER (ristampa 2007).
  • I testi – che richiedono altre, ulteriori, traduzioni – sono tradotti col solo intento di riportare una testimonianza di poetica.
  • Questi testi mi sono giunti tra le mani in modo quasi casuale. Non sono un esperto del lavoro poetico della Bachmann. Non sono un germanista. Il tedesco mi inciampa ancora sulla lingua. Ho lavorato sui soli strumenti che posseggo: vocabolario e intuito.
  • Credo che da questa traduzione – come da altre traduzioni degli stessi – si può partire per una riflessione sullo scrivere poesia e non solo.
  • Parto dalla mia:

Scrivere necessita rigore. Non si scrive per darsi agio. Per aiutarsi. Questo rigore è la perdita del conforto del Sé. L’operazione poetica della Bachmann è un egotismo salvato. Non si trascura lo scrivere. Ma il sé. Il sé si allontana dall’espressione compiaciuta dello scrivere. Si scrive, dunque, per essere, non per dar sfogo all’espressione. Qui è la libertà artistica: una cella di frase illuminata. Questa illuminazione è artificiale. Come l’arte è artificiale. Artificialmente ingabbiata. Partire dal limite della libertà, nella consapevolezza dell’artificiale, ma anche partire dall’io auto-censurato, è sentire le trecento notti di pressione sulla mano, fino al crampo delle articolazioni sensoriali. La trasfigurazione dell’esperienza e del pensiero avviene artificialmente sotto il dettato del crampo. Un crampo, che mollando la presa sul muscolo cerebrale, trasfigura la percezione in un senso più profondo, lascia essere una parola non aiutata, non salvata dal compiacimento, e per questo etica – degna di ascolto.

[1] Questa poesia è stata scritta verso la fine del 1964, dopo l’incontro con Anna Achmantova, avvenuto il 12 Dicembre 1964 in occasione del Premio Taormina conferito alla poetessa russa.

[2] È questo uno dei testi più significativi dell’ultimo periodo della Bachmann. Esso ha subito varie riscritture (i manoscritti originali ritrovati sono circa 13, conservati alla Oesterreichischen Nationalbibliotheck), riscritture che partono dal 1963. Per ulteriori informazioni si rimanda al testo LETZTE UNVEROEFFENTLICHTE GEDICHTE, Ingeborg Bachmann, EDITION UND KOMMENTAR VON HANS HOELLER, Suhrkamp 1998.

***

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24 pensieri riguardo “Testo a fronte II – I. Bachmann/Davide Racca”

  1. Come estimatore da molto tempo della Bachmann (una della autrici che leggo e rileggo, anche senza anniversari) non posso che ringraziare Davide Racca per questo suo lavoro. Devo però ringraziarlo anche per le sue note e considerazioni, a cominciare dalla sua lapidaria frase “Scrivere necessita rigore. Non si scrive per darsi agio. Per aiutarsi.”, che mi sembra faccia piazza pulita di certe persistenze di una poesia di sollievo, o taumaturgica, o di eruzione della coscienza, persistenze che mi sembra colpiscano certa poesia che si legge in giro, forse di più quella al femminile. Cosa che risulta più evidente se si legge la Bachmann, ma anche se si leggono poetesse di altre aree linguistiche e culturali. E forse il problema è proprio di cultura…
    un saluto

  2. La Bachmann è una pietra di paragone ineludibile, non solo per la poesia al femminile: non fosse altro perché, “spietatamente”, costringe ad allontanare lo sguardo (generalmente “compiaciuto”), dalle proprie interiora e dal proprio ombelico: al di là del valore assoluto che la sua opera ha sempre avuto per me, la ritengo una vera dispensatrice di “soluzioni ecologiche” dove immergere a fondo i versi.

    Concordo anche sulla necessità del “rigore” di cui parla Davide nella sua nota (un controllo di natura etica, senza il quale la poesia è pura “accademia”, nell’accezione più sterile e non-necessaria del termine).

    Grazie per il tuo passaggio e la tua nota, Giacomo: sempre più che graditi entrambi.

    fm

    p.s.

    Per avere un’idea del lavoro poetico di Davide Racca, si può dare un’occhiata qui e qui.

  3. L’impossibilità del dire, nel senso più autentico del termine, credo faccia parte della poesia, credo sia il movente di chi scrive poesie.
    Certo può apparire una contraddizione. Scrivo nonostante sia consapevole che nulla di quanto scrivo potrà svelare alcunché, indago attraverso la scrittura anche solamente per posare il mio sguardo su un particolare del vivere che può aprire altri orizzonti.
    Si scrive per accumulare orizzonti che mai potremo sondare: “la comprensione l’ho appresa/con le parole/che ci sono…” .
    Quindi non credo, come afferma Giacomo, esista una poesia di sollievo, taumaturgica… sarà un limite mio, certamente, ma questa cosa non la capisco proprio.
    Un saluto a tutti
    Liliana

  4. Liliana, credo che il discorso di Giacomo sia di ordine generale, anche perché mi riesce oltremodo difficile, per non dire impossibile, trovare nella tua poesia, in quella di Chiara o di tutte le poete che ho pubblicato finora, richieste di “risarcimenti consolatori” al verso.

    Ciò non toglie che la “tendenza”, in alcuni contesti una vera “deriva”, esista: a tutto scapito di quel “rigore” che è, o dovrebbe essere, nella natura stessa del mezzo espressivo che si utilizza. Almeno io ho capito questo.

    fm

  5. Francesco, può darsi benissimo che abbia frainteso, oppure sono un tantino
    ottusa :) … se qualcuno scrive poesie tanto per fare (!) o per una sorta di “consolazione”, al di là degli esiti letterari delle stesse, potrebbe certo svolgere attività più adatte. Però, come tu dici, le derive esistono e come,
    in questo senso lo capisco.

    Un saluto a tutti

  6. Liliana, nessun fraintendimento: l’ottanta per cento dei blog, dei libri, delle riviste sono pieni del materiale al quale facevamo riferimento.

    Il vero problema, purtroppo, è che nessuno prende in considerazione la possibilità di “svolgere attività più adatte”.

    Un abbraccio grande.

    fm

    Devo lasciare per altre incombenze, e mi scuso. Ci si sente (legge) appena possibile.

  7. vi ritrascrivo i testi come sono nelle copie originali. così è meglio. evidentemente – caro francesco – abbiamo avuto un problema di comunicazione dovuto al net.

    stesera mi connetterò per un tempo più lungo

    buona giornata

    WAHRLICH

    Fuer Anna Achmatova

    Wem es ein Wort nie verschlagen hat,
    und ich sage es euch,
    wer bloss sich zu helfen weiss
    und mit den Worten –

    dem ist nicht zu helfen.
    Ueber den kurzen Weg nicht
    und nicht ueber den langen.

    Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
    auszuhalten in dem Bimbam von Worten.

    Es schreibt diesen Satz keiner,
    der nicht unterschreibt.

    KEINE DELIKATESSEN

    Nichts mehr gefaellt mir.

    Soll ich
    eine Metapher ausstaffieren
    mit einer Mandelbluete?
    die Syntax kreuzigen
    auf einem Lichteffeckt?
    Wer wird sich den Schaedel zerbrechen
    ueber so ueberfluessige Dinge –

    Ich habe ein Einsehn gelernt
    mit den Worten,
    die da sind
    (fuer die unterste Klasse)

    Hunger
    Schande
    Traenen
    und
    Finsternis.

    Mit dem ungereinigten Schluchzen,
    mit der Verzweiflung
    (und ich verzweifle noch vor Verzweiflung)
    ueber das viele Elend,
    den Krankenstand, die Lebenskosten,
    werde ich auskommen.

    Ich vernachlaessige nicht die Schrift,
    sondern mich.
    Die andern wissen sich
    weissgott
    mit den Worten zu helfen.
    Ich bin nicht mein Assistent.

    Soll ich
    einen Gedanken gefangennehmen,
    abfuehren in eine erleuchtete Satzzelle?
    Aug und Ohr verkoestigen
    mit Worthappen erster Guete?
    erforschen die Libido eines Vokals,
    ermitteln die Liebhaberwerte unserer Konsonanten?

    Muss ich
    mit dem verhagelten Kopf,
    mit dem Schreibkrampf in dieser Hand,
    unter dreihundertnaechtigem Druck
    einreissen das Papier,
    wegfegen die angezettelten Wortopern,
    vernichtend so: ich du und er sie es

    wir ihr?

    (Soll doch. Sollen die andern.)

    Mein Teil, es soll verloren gehen.

  8. Caro Davide, vedo che hai scelto appositamente questi due testi che escludono l'”agio della parola”, come l’hai chiamato tu.
    Credo, anche non essendo un poeta, che la scrittura e la vita siano vasi comunicanti non livellati. Laddove, da un lato, si accumula, dall’altro si dissipa e disperde.
    La scrittura è dissipazione del sé, parafrasando quanto tu scrivi in nota.

    Vedo che dal mandorlo in fiore Francesco ha preso spunto per inserire una sua bellissima lirica…

    un abbraccio ad entrambi (a Davide: ti scriverò meglio non appena possibile, quando mi sarò liberato di alcune scadenze e impegni).

  9. forse, caro luigi, lo spreco vitale non porterebbe a scrivere. forse il reale esaurirsi delle risorse vitali non permetterebbe nessuna forma d´arte. penso a una riflessione della Weill su LA CONDIZIONE OPERAIA, in cui si dice che la coscienza di classe un operaio che lavora a una catena di montaggio, non potrà mai averla – perché troppo impegnato ai ritmi -estenuanti del lavoro.

    qui forse non é neanche in discussione il rapporto di vita e arte. non c´é dissipazione di vita che arte contenga.

    entra in gioco l´artificiale, la cella di frase illuminata. siamo sul piano della sola arte. anche contro se stessa. la vita, vi é sempre dentro, come essere, da smascherare – non esprimendola – non estetizzandola.

    un abbraccio anche da parte mia

  10. Scusate le assenze più meno prolungate, ma non dipendono dalla mia volontà. Ed è un vero peccato, in questo momento, non poter alimentare una discussione come quella che avete messo in circolo.

    Davide, il problema “tecnico”, riguardo ai versi della Bachmann, nasce dalla volontà perversa di wordpress che, in alcuni casi, pubblica a suo piacimento una impaginazione diversa rispetto a quella che hai salvato, e ti ha accettato, in sede di formattazione del testo. Ho notato, ad esempio, che se riposto a interlinea uno, si scompagina tutta la disposizione dei versi, soprattutto di “Keine Delicatessen”.

    In definitiva, quello che importa e che rimane, è la validità del tuo approccio e la tua sensibilità di traduttore, rigoroso e coerente anche nelle scelte lessicali, che rispondono, pienamente e coerentemente, all’assunto di cui dai conto nella nota.

    Un grazie a tutti voi.

    fm

  11. caro francesco – lo so bene. del resto anche nel mio post che ritrascrive i testi ci sono degli errori di trascrittura. adesso va bene, e questo conta.

  12. Caro Davide,
    sono d’accordo con te sull’impossibilità di scrivere in una condizione di dissipazione vitale (al di là dell’arte, oggi l’essere umano se messo in condizione di conservare energie da dedicare ad altro, forse non si assopirebbe davanti alla tv per poi “decidere” di votare i partiti che vota).
    Infatti intendevo ribaltare causa e conseguenza. E’ la scrittura che pian piano finisce per dissipare anche la vita, proprio perché la ospita nella sua gabbia artificiale e, in qualche modo, mettendola a nudo. Senza estetizzarla, come scrivi tu.

    Un caro saluto a tutti.

  13. Mi permetto di aggiungere un rispecchiamento a queste intriganti riflessioni:
    La promessa del senso. A questo ci affidiamo quando tentiamo l’esercizio della scrittura. E tuttavia questa promessa è destinata inevitabilmente a mancare. E’ la mancanza stessa,in realtà, che ci spinge a scrivere. Scrivere è infatti cercar d’ in-scrivere la mancanza, darle un nome, uno spazio. Di che cosa parliamo quando diciamo ‘mancare’? La mancanza si riferisce a un vuoto, ad uno stato di incompletezza e di denudamento. La mancanza è esposizione al senso e rischio del non-senso. Mancare è l’essenza del linguaggio che declina il senso continuamente negoziato nell’asserzione di una frase. La parola manca ed è per questo che viene pronunciata.
    un caro saluto a tutti

  14. La mancanza è assenza. La traccia che stringe in un solo legame nulla a nulla. Lo spazio della scrittura è il vuoto che occupa l’assenza del proprio volto. Il segno è l’unico occhio che lo vede.

    fm

  15. We really need to hide their identity, to point out an “error” of any kind?

    And however the text was in a proper German form also in the earlier version.

    fm

  16. Salve, il mio intervento prescinde dalla discussione sulla poetica e va dritta alla traduzione. Per quanto riguarda Keine Delikatessen io quel “ausstaffieren” lo vedo più come un “travestire”, anche perché eine Metapher è al nominativo, non al genitivo: quindi tradurrei “Dovrei forse travestire una metafora con un fiore di mandorlo?”
    E’ solo un’idea!
    Grazie per aver tradotto queste poesie!

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