Coltivare macerie sul volto (Parte prima) – Enrico CERQUIGLINI

Parlare della propria scrittura non è mai facile e lo diventa ancora di meno se si deve provare a tracciare una linea, un’autoantologia che riesca in qualche modo ad essere rappresentativa della propria produzione. Ho cominciato a scrivere, come molti, nell’adolescenza, affascinato dai versi di Rimbaud e di Gozzano ma anche dai versi meno letterari di Bob Dylan, di Neil Young e Leonard Cohen. Era, come quasi tutte le scritture giovanili, una scrittura ingenua, in cui il dire immediato trovava una costruzione metrica balbettante e precaria. Una scrittura che, solo oggi, leggerei come eserciziario, come adolescente tentativo di interagire col mondo in modo naif e disperato.
La mia prima raccolta, del 1982, portava come titolo Le correnti della landa (un verso di Rimbaud) ed è un po’ il consuntivo di un’epoca della mia vita. Dopo le Correnti, nei primi anni dell’università, più che dedicarmi alla scrittura mi sono dedicato allo studio – non proprio matto e disperatissimo – approfondito della poesia italiana dalle origini alla contemporaneità. Grandi amori: Dante, il Burchiello, Ariosto, Pulci, Tassoni, Parini, Porta e, del Novecento, Montale, Gatto, Sereni, Pavese, Vigolo, Cattafi, Porta (Antonio), Pasolini, Caproni e decine di altri (Accrocca, Moretti, Palazzeschi, i futuristi, Ramous, Penna, Pagliarani, i dialettali). Uno studio protrattosi nel tempo e pieno di richiami e rimandi, narrativi, cinematografici, musicali, filosofici: Dostoevskij, Proust, Kafka, Scorza, Jarry, Marx, Nietzsche, Heidegger, Sartre, Marcuse, Fanon,  i poeti beat, Bukowski, Neruda, Garcia Lorca, Borges e mille altri. Anni di felici letture, di lotte politiche, di esami universitari, di grandi eterni amori e di poca scrittura. Versi sparsi e una fitta corrispondenza con un autentico maestro: Pino Lucano, direttore della rivista “Alla Bottega” e straordinario lettore di poesia e narrativa. Un vero padre poetico. L’unico di questo mondo letterario, che già cominciavo a detestare, in grado di mettersi in discussione e di mettere in discussione il senso della scrittura e del fare poesia.
Solo alla fine degli anni Ottanta, ho ripreso a scrivere con una certa frequenza. Avevo in testa un ritmo endecasillabico che mi sorreggeva in testi brevi che raramente raggiungevano i fatidici 14 versi. Brandelli di pensieri, di emozioni, di immagini che si dispongono nelle due sezioni del volume, Vendette azteche: Variazioni altimetriche e Sodalizi estremi. La seconda parte, Sodalizi estremi, è già un uscire dalla forma rigida del componimento isolato, un dirigersi verso una forma poematica a tema.
Il risultato di Vendette azteche non dava luogo a sviluppi di sorta.
Solo tre anni dopo, con Ballate B.I.T., del 1997 – testi scritti in un paio di mesi – ho ricominciato a provare una certa soddisfazione nella scrittura, per non ingenerare equivoci, nei risultati della scrittura. Sono testi satirici, legati alla realtà, nati da riflessioni amare sul presente e sullo sfacelo immanente, sul deserto in costruzione.
Dal 1997 al 2005 ho scritto pochissimi versi. Ne ho letti invece moltissimi (dai 100 ai 150 volumi all’anno) maturando la convinzione che la poesia italiana abbia già detto tutto, che la tradizione abbia esaurito la sua spinta propulsiva, si sia chiusa in stilemi sterili e incapaci di mordere, di “dire” senza echi o, peggio, rimbombi.
Nel 2006 ho ripreso a scrivere in modo abbastanza costante. Le Vendette azteche erano dimenticate e forse anche le Ballate B.I.T., quello che urgeva era interagire con la realtà, accoglierla nella sua veste devastata, coglierla nel suo nientificarsi. La privazione di orizzonti, la guerra che domina e costituisce l’uomo, l’oblio imposto del passato, la triturazione della mente, il senso imminente della fine individuale e collettiva sono gli aspetti che emergono nei versi di Tra nebbia e fango (uno tra i libri meno letti degli ultimi tre secoli, come ho avuto modo di dire in altra sede).
Negli ultimi mesi ho scritto molto. Un progetto, probabilmente il mio ultimo e definitivo, si è andato concretizzando in modo quasi inaspettato. Mi sono trovato a scrivere versi anomali, lunghi, che sconfinano spesso nella prosa, pur mantenendo, magari incapsulati, ritmi che ricalcano i versi classici. Ma la poesia, che nella tradizione affonda le sue radici, credo che non si basti più. Il dire – per me disperato – urge.

Enrico Cerquiglini

Testi

Da Vendette azteche, Campanotto, Udine, 1994.

Ti accompagnano sordi rumori

per questi giorni nutriti di noia

lasciati fluire, lenti, nel sonno

che solo può darti requie e placare

quel senso di smarrimento frequente

che percorre, nel gelido tremore,

le distese del corpo

fino alla mente che tende, stanca,

a spandere le parole d’un tempo

nel vento del rimpianto.

Ti soffermi, allo specchio, sul volto:

nuove forme disegnano le ombre;

nuovi colori scoprono le ciglia.

L’immagine s’invortica, si scioglie,

decompone l’idea e sfalda la posa

nell’attimo, percepibile appena,

che la forma incrina il sorriso.

Distogli lo sguardo. Nel muro bianco

ritrovi senza tela la cornice

che chiuse altre vite;

altre vite sommerse nel disegno

scuro della spazzola che libera

dai granuli di fango.

Ne cogli le antiche crepe nere,

pendule tele di ragni, amati

nel tentativo di sentirti viva.

Si fondono gli oggetti nel quadro,

si ordinano, si muovono, leggi

nuove compongono nuove armonie …

Solo un istante … un sogno svanito,

uno scherzo degli occhi stancati

da troppa luce restata nel vuoto.

Cerchi echi lontani,

ritrovi solo cenere, residuo

d’un fuoco morto nell’azzurro canto

di pescatori scalzi.

Il silenzio che fermenta nei muri

ti impregna le vesti e ti seduce

creando cumuli astratti di voci.

Voci che ti dicono, silenziose,

le parole che vorresti sentire,

poi negano e ridono con e di te

lasciandoti sola in mezzo al guado

di un fiume che trasporta la montagna

minacciando la quiete precaria

di corpi senza seme.

Riscaldi il caffè sperando un sollievo,

una spinta per rompere la calma

che plasma ogni gesto

fino a fermare le ruote segrete

che muovono la massa di materia

disposta in circoli senza storia.

Apri le porte alla notte e taci;

nel buio trovi la forza di uscire,

stregata dallo stellato di giugno,

di guardare le sagome informi

di cose che fuggiresti nel giorno,

fiutando non so che strani imbrogli.

Tutto per un po’ tace.

Ma l’agguato è lì; nella consueta

frattura tra cose e schermo di luce

che produce la scelta

tra ciò che è e ciò che danza nel fuoco

senza mai bruciare (neppure in sé);

essiccando ogni stilla di sangue.

Solo un vago sentore

di canto senza pretese ti segue

nella sconsolata notte di giugno

mentre altri rumori

sembrano ricomporsi più lontano

fugando appena i soliti sospetti

prima di tornare, sola, nel guado.

Preferisco alle facili offerte

il dolore della lotta senza speranza

contro le mistiche forze del lieto

fine, mielosa patetica meta

raggiunta nel piano che demolisce

la struttura di ruvidi momenti.

Nell’attesa di ricadere nel vuoto,

cadavere di morto, guardo le mani

stagliate contro il fuoco, ricercando

rughe o pieghe di chissà che mistero.

Ti ha segnato un amore senile.

L’ultimo rigoglio prima del pasto

che consola cibato

e cibo, lasciando spazio

al vino, per chiudere

storditi, l’ultima tenda del circo.

Distruggono, gli amori senili,

il momento, nella certezza del crollo,

del ricordo come angoscia perenne.

Non credere di invecchiare bene

(sono frasi di gergo giovanile

sputate per franare

la marcia inesorabile del tempo),

sono, le ultime stille di vita,

veleni in dosaggi crescenti,

pronti a lasciarti carogna

mentre cerchi nel braccio

la certezza di essere vivo, per oggi.

Parlammo delle piazze di Berlino,

di Boulevard Raspai! gremito di cigni

rossi, nella nebbia nata dal fuoco.

All’angolo d’una via senza nome

s’affaccia Parigi, nel blu tedesco

e ride in russo un angelo nero

nella bottiglia di vino spagnolo.

Cercai nel tuo seno l’odore fresco

del Reno, i riflessi del vino rosso

di Bordeaux, l’acqua del Mare del Nord,

fiordi scandinavi, presi dal mare,

resi ai tuoi piedi lungo il Tamigi,

lungo le coste dalmate, cercate

dalle mie labbra fuse

nel bronzo dorico di armi rapite.

Parlasti del vento che trasportava

le pietre di Roma sotto la neve

viola guidate da cavalli roani,

dalle fratte boeme fino al mare,

fino al mare dove rompe lo scoglio

l’azzurro e ritorna la neve viola,

il salmastro sapore dei fantasmi

che recano l’anima alle fonti

dell’acqua, dell’acqua che sa di neve.

Da Ballate B.I.T., Grafiche 84, Perugia, 1997.

IL POETA SOTT’OLIO

Tra salse piccanti

aromatici condimenti

pietanze elaborate da mani sapienti

all’apertura del banchetto

un assaggino, con vino freddo, bianco,

meglio paglierino,

un assaggino di poeta sott’olio.

Va, solitamente, preso

un poeta maturo

sui quaranta o giù di lì,

meglio non grasso.

Dopo averlo spogliato dei peli,

avendo escluso herpes vari,

carie ed orchiti,

va svuotato, conservando

accuratamente cervello e midollo,

quantitativi appena appena presenti

ma proprio per questo pregiati

e richiesti (fascino della nouvelle cuisine),

lasciato in acqua e aceto

per ventiquattr’ore

perde quell’odore di monte,

di penne, di capri, di sangue

ed assume, se nell’acqua si aggiungono

rametti di lauro, bacche di rosa canina,

essenze di vischio e di muschio,

sapori nuovi

che deliziano il palato.

Tolto dall’acqua d’aceto,

legato con più giri di refe

va passato in padella

a rosolare per una mezz’ora,

fin quando cioè vedremo

il colore dell’alba

confondersi con l’oro del giorno,

solo allora potremo pensare

di porlo in frigo a freddare

con foglie di basilico e menta.

Va poi tagliato in sottili fettine

e disposto in un vassoio di vetro pirofilo

prima imburrato, e cosparso con trito

di peperoncini e licheni.

Sopra lo strato così

formato si avrà cura di spargere

ceneri, lacrimucce di ceri votivi,

foglie tritate di invidia (pardon, indivia),

acciughe marinate,

salmone affumicato

(in caso di poetessa: filetti di platessa),

olive ascolane, foglie di gelsi fiesolani,

petali di stelle alpine,

origano e timo.

Il tutto va passato in forno per almeno due ore,

affinché pesce e poeta,

origano e timo

possan creare un tutt’uno

e mescere l’una grazia all’altra.

Dopo tale operazione

il tutto va lasciato riposare

irrorato con il suo fondo di cottura

arricchito

con cervello, dado Knorr e midollo.

Tale riposo per almeno un giorno.

Per conservarne

la fragranza

va coperto con olio d’oliva vergine, di roccia.

Servire freddo

con una goccia di vodka,

uno spicchio di limone

e un briciolo di pena.

IL GRANDE EVENTO

A thousand birds were flying… [1]

Gli eresiarchi, con cattedre e potere,

rotti gli scrupoli, passarono all’attacco:

costruirono case con porte strette

e lanciarono fiori sul cemento,

aprirono corti nelle baracche

versando oboli, gestendo circhi;

chiusero i centri delle coscienze

garantendo ai servi vite zojose

tra vetri opachi e pietre preziose

saziando d’ozio gli stanchi asceti

vestendo a festa mondane e preti,

dame di carità, censori e clown,

artisti, eunuchi e inquisitori…

Pigs feed on acorns…. [2]

Cene a base di onestà, virtù e bon-ton

presero il posto di danze scomposte,

lucidi frac, capelli lisciati, barbe rasate

parlavano a lungo senza dir niente;

giovani efebi, stelline ochette,

guappi e buffoni, vecchi faceti

tenevano allegri i devoti al dovere

cantando a turno, mostrando il sedere;

persino i giovani, garzoni ad arte,

sfoggiavano pregiate icone

e quadri d’autore sui risvolti

delle giacche, recitando a memoria

sermoni e prediche nella baldoria…

Watch TV provided you are quiet… [3]

Imbonitori da poche lire

aprirono fucine per celebrare

un nuovo Dio, lanciarono slogan,

formaggi e salumi in faccia ai vecchi

oranti il vetusto Dio; stamparono

icone in grande stile, sfilarono muti

alla gran festa con occhi lucidi

e buone intenzioni. Tra un’ostia e l’altra,

da buoni credenti, facevano acquisti

in sagrestia ed immolavano sull’altare

una caciotta senza réclame.

Monsieur Buondì, gran sacerdote,

stilava liste di proscrizione…

The rain fell down as though is was  April.. [4]

Nel girotondo pubblicizzato

ridevan felici i convitati,

strizzavano gli occhi, palpavano

i seni, baciavano a turno la mano

d’oro ed ogni tanto, rinchiusi al cesso,

sniffavano coca e sorbivan tisane

per restar svegli e continuare…

Approfittando del grand’evento,

un militare, da poco in pensione,

scordati i piani della difesa

passò all’attacco con un’ochetta,

tra mosse a sorpresa e attacchi di petto

prima di un’ora finirono a letto…

In the cage you can see a bull-elephant… [5]

Intanto in strada tra smog e sangue

branchi di piccoli commendatori,

vestiti a festa, tutti firmati, tessevano

lodi agli eresiarchi cantando inni

e innalzando roghi. I più felici, i più contenti,

tra crack e estasi in quantità

sgozzavano i luridi dissidenti, agitatori

di professione, che commerciavano sottobanco

prodotti agricoli non vidimati.

Dopo il dovere del cittadino

correvan festanti al magazzino

a ristorarsi con birre fredde e tramezzini,

prima di assistere al grande evento…

Thousands of flowers were spoiled… [6]

Persino vecchi contestatori

riposero gli eskimi, allargarono

i cuori, in piazze piene di facce note

citarono Popper, Cristo e Totò,

Seneca, Dante e Adam Smith,

Shakespeare, Pound e Ridolini

senza contare le allusioni a Kennedy

Roosevelt e Pasolini: scrosciavano

applausi e risate immense mostravano

carie male curate e  tonsille grosse,

un po’ malandate. Tutti guardavano

verso il sole, scrutavano il tempo

sperando bene per il grande evento…

He comes, greets me and goes away… [7]

Scese dal cielo benedicendo

col volto serio ma ben disposto

fece un saluto  un poco formale,

fissò negli occhi un cardinale

strinse più mani e in un momento,

tra cori d’angeli e luce azzurra,

sparì nel nulla. Era l’evento.

Il gran portento. Un povero cristo

perse la vista ma acquistò in fede,

divenne santo, un bell’esempio

da portare tra gli infedeli. Piansero

tutti persino quattro millantatori

da tutti creduti ciechi cantori.

[1] Mille uccelli volavano…
[2] I maiali si nutrono di ghiande…
[3] Guardate la TV purché stiate quieti…
[4] La pioggia cadde come se fosse aprile…
[5] Nella gabbia puoi vedere un elefante…
[6] Migliaia di fiori furono sciupati…
[7] Viene, mi saluta e se ne va…

ADOTTATE UN POETA

(supplice richiesta)

Adottate un poeta

se ne starà buono

nel salotto buono

in un angolo come un’abat-jour

non sporca

si adatta a vivere con i cani

con i gatti con i ratti

non temete per la vostra vetrina

fine Ottocento

rispetta gli specchi

non orina dietro i divani

Adottate un poeta

si adatta alle piante d’appartamento

figuratevi adora bossi ligustri

pioppi limoni tronchetti

ficus ginestre e violette

gli basta un angolo

dove posare le membra

basta potarlo in autunno

versargli un po’ d’acqua la sera

Potrete lasciarlo

per spasso ai bambini

ma non chiedetegli d’essere padre

madre o girasole

non vende parole

le mastica come chewing-gum

le gusta e le evacua

Adottate un poeta

signore dai denti di brina

saprà intrattenervi

divertirvi e cremarvi

se a volte le mani

gli cadono basta incollarvi un sorriso

una zip una millefoglie

non crediate che abbia moglie

dei figli dei fogli nascosti

espone al bel mondo

il suo rododendro

la corona di spine appassite

una foto un po’ osé

Adottate un poeta

ne avrete conforto

col morto dà tutto di sé

imbastisce epicedi

vestitini e foulards

si veste di nero

ancestrale prèfica

e lancia i suoi versi

emersi dal pianto

Adottate un poeta

dagli occhi azzurrini

dal pelo ingrigito

un po’ grasso un po’ magro

un po’ bianco un po’ negro

messo in disparte

non piange si diverte con niente

un bottone una zecca un gelato

è discreto nel sonno

se russa russa un sonetto

un madrigale uno strambotto

Adottate un poeta

magari bambino

un po’ grandicello

ogni tanto riceve in dono

una manciata di more

un pollo ruspante un souvenir d’Alcatraz

una pantofola d’oro

firmata Picasso Matisse Chagall

un cestello di margherite

di rose e violoncelli

e cordicelle vanèsie

Ogni tanto lo vedrete

negli occhi del mondo

serio e compunto

parlare di sé di sere di serre

Adottate un poeta

se fa capricci lo darete indietro

si nutre con poco

e bestemmia di rado ma in versi

provoca simpatia

non graffia i tappeti

quando è in amore… sublima

ed elimina con idilli e odicine

i dolori degli anni

Adottate un poeta

per la vostra famiglia

per la Chiesa celeste

per la vita del giardino

per la réclame del salame

per la salute dell’anima (sua!)

per la salvaguardia del bon ton

per la carica dei 101

per la nobiltà del capoverso

Adottate un poeta

senza riserve

non ruba non è irriverente

non mangia cipolle

si lava si profuma

ogni tanto s’accorcia le unghie

i capelli la lingua

è silenzioso come un’anguilla

Adottate un poeta

se lo offendete

interiorizza ironizza stizzisce

nel muto comporre

in metafore oscure

in calligrammi in astute astrazioni

Adottate un poeta

lo richiede il sistema

lo richiede il buon senso

lo richiede il poeta

tra lazzi e lai

in religioso abbandono

lo richiede la sacra cultura

la scrittura che serba al futuro

le disgrazie le grazie

di un presente squallore

Adottate un poeta

sarà presto di moda

tra un Guttuso e un Monet

tra Moschino e Missoni

di sera nella penombra

fa la sua onesta figura

Un ultimo sforzo

signori dal cuore grande

signore dal cuore grande

Esistono ahimè esistono

strani esseri dagli strani

inopportuni costumi

sono antiestetici rifuggono i salotti

bestemmiano per strada

bevono sangue vino

acido muriatico

sono gobbi sporchi

sono lenoni lestofanti paraninfi

hanno strani vizi

s’accoppiano per strada

frequentano loschi ritrovi

loschi tipi loschi animali

Sono asociali schivi scurrili e lascivi

sono gobbi olezzan di morte

volano in Africa

muoiono rinascono a Cuba

dormono nelle piazze nei campi

nelle metro

schizzano parole

come sputi verseggiano

muoiono formiche

passeri sull’autostrada

belve fameliche

Non vi si chiede

signore dal cuore grande

signori dal cuore grande

di portarveli in casa

(anche noi abbiamo dei figli

dei cani dei gatti

dei mobili antichi

degli amici influenti da preservare)

pensate ad un’adozione a distanza

darete pane e tetto

a tanti derelitti

senza averli tra i piedi

senza vedere ogni giorno

questi eccessi della natura

questa vergogna del mondo

li chiuderemo in appositi spazi spinati

avranno cibo acqua carta e servizi igienici

non li vedremo più irrompere e rompere

nel mondo civile

vomitare versi blasfemi

irridenti venefici

Se ne staranno buoni nel loro mondo

malato

a parlare di mondi diversi

di sogni sconnessi

di urgenti regressi

Un’adozione a distanza

signori dal grande cuore

signore dal grande cuore

in nome di Dio e del ben vivere

non sapranno mai nulla di voi

garantito

saranno anonime donazioni

Con un’adozione a distanza

s’abbusca il Paradiso

si nettano di tali lordure

le elicònie strade – punto –

Notizia

Enrico Cerquiglini è nato a Montefalco (PG) nel 1962, vive a Gualdo Cattaneo (PG). È tra gli organizzatori del Premio Nazionale di Poesia “Sandro Penna”. Suoi scritti sono apparsi in diverse riviste, anche straniere, e in atti di convegni. In poesia ha pubblicato Le correnti della landa, Roma, Gabrieli, 1982; Vendette azteche, Udine, Campanotto, 1994 e Ballate B.I.T., Perugia, Grafiche 84, 1997. Nel 1996, per i tipi della Campanotto, ha pubblicato il saggio Pier Paolo Pasolini, Uccellacci e uccellini (dalla sceneggiatura alla realizzazione cinematografica). Ha inoltre curato l’antologia poetica La voce dolce di resa, Grottammare, Stamperia dell’Arancio, 2000.

Negli ultimi anni si è dedicato alla critica letteraria con saggi su Bukowski, Guccini, Eco, Moriconi, Volponi e Pasolini.

*

7 pensieri riguardo “Coltivare macerie sul volto (Parte prima) – Enrico CERQUIGLINI”

  1. Enrico mi fa molto piacere leggere una tua autoantologia. Non conoscevo le “Ballate B.I.T” e devo dire che le sento molto vicine al mio “Bitume d’intorno”; se non stilisticamente dal punto di vista della poetica. “Vendette azteche”, come sai, mi è stato difficile da procurare ma ne è valsa la pena aspettare. Tra nebbia e fango l’ho molto apprezzata così come il tuo modus poetandi. Ma dici che sono allora uno tra i pochissimi lettori degli ultimi due secoli ad averlo letto (e riletto).
    Io attendo che il tuo nuovo lavoro prenda un corpus organico come scrissi un un altro blog (forse il tuo?).
    Leggere poesie, secondo me, è fondamentale. Anche io ho una media di 150 libri all’anno di poesia (conto anche quelli riletti a distanza di mesi o anni) ed altrettanti ma forse meno di narrattiva (con saggi anche). Non capisco davvero quei poeti o scrittori che non leggono. Se ami il genere hai una voglia matta di approfondirlo…
    Complimenti a te ed al padrone di casa per la scelta!

    Un caro saluto

  2. Grazie a Luca e a Gennaro.

    Anche a me la poesia di Enrico è particolarmente cara, perché, al di là del suo intrinseco valore, della coerenza etica dell’autore e del suo percorso di scrittura, ogni volta che la leggo ne ricavo la stessa impressione che, molti anni fa, mi procurò la scoperta dei versi di Luigi Di Ruscio: ed è un’impressione di quelle che segnano in profondità, che non si dimenticano.

    Oltretutto, anche se in tempi diversi, le nostre prime prove sono comparse sulla rivista “Alla Bottega”, al cui direttore, Pino Lucano, ci legano memorie e affetti che nessuna distanza e nessuna assenza potrebbe mai cancellare.

    Aggiungo solo: sapere che il mondo della poesia è abitato anche da intellettuali e poeti come Enrico, me lo fa sentire come un universo meno vuoto e inutile, meno pomposo e assurdamente autoreferenziale.

    fm

  3. Certo, Francesco. Sarò fuori dal mondo (da questo mondo) ma, per me, l’uomo innanzitutto. E la sua coerenza, la sua statura morale. Dubito – anche se molti lo sostengono – che una canaglia possa essere un buon poeta. Sarà, al più, un mestierante senza sangue. E difficilmente potrà avvertire, coltivare le macerie sulla propria pelle, sul proprio volto.
    Ebbene sì, anch’io ho fatto, all’inizio degli anni ’90, le mie brave esperienze su “Alla bottega”. Con Pino Lucano (lucano lui di nome e io di fatto) ho fatto in tempo solo per un paio di brevissime corrispondenze, prima che ci lasciasse.
    Lo dico sempre: alla fine ci si trova…
    gennaro

  4. Come darvi torto? L’uomo prima di tutto anche per me; putroppo oggi l’uomo pare essere diventato come uno di quegli oggetti consumistici usa e getta. Valore e dignità umana sono regolarmente calpestati. Valgono meno di zero.
    Pino Lucano? Scusate la mia ignoranza ma non lo conosco. Perchè non fate un bel post per farlo conoscere a quelli giovani come me? In questa deriva odierna c’è davvero bisogno di riscoprire l’insegnamento di persone tali.
    Concordo su quanto scrive Francesco: bello che ci siano ancora poeti non autoreferenziali, proprio come un tempo…

    Un caro saluto

    Luca Ariano

  5. Sì, Gennaro, “alla fine ci si ritrova”: soprattutto quando determinati valori si hanno nel sangue e si coltivano per tutta la vita.

    Luca, vedrai che entro la fine dell’anno riusciremo a fare qualcosa: il tempo di rintracciare qualcuno dei collaboratori storici della rivista.

    fm

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