Max LOREAU tradotto da Adriano MARCHETTI


(Jean Dubuffet, Lunaison claire, 1954)

Dans l’Éclat du Moment
(Nell’erompere del momento)

VII

J’allais ce matin-là
épris de très vaste et de mer fuyante,
songeant, sans le savoir, au sol,
à ses distances de jour en jour si courtes,
à ses galleries ensevelies
s’enforçant vers les regions basses d’avant-éclore
où les ombres de presumption, revenants,
se mêlent à l’ombre,

le silence aux rumeurs futures,
et l’oeil s’étreint
d’une noirceur qui prélude
à l’Orient battant son plein.
J’allais ce matin-là
me souvenant d’aubes à naître
et la voix comme anéantie.
Le long du ravage se hâtaient
d’interminables foules migrantes
nourrissant l’écoulement du jour
égal à ce qu’il est.
Le monde avançait désoeuvré
dans l’attente de ce qui n’est pas
aspirant à voire se lever
tournoyer en haut
la magnifique courbure du monde
qui donne regain aux choses.
Sous chaque pas résonnait inouï
l’antre qu’Orphée le musician
hante
et, d’une volte-face, peut abolir
de sa voix d’éblouissement noir qui monte
jusq’aux nuits les plus reculées.
Sous chaque pas veillait, noyau d’éclat au fond de l’ombre,
Orphée l’illuminant
qui chante
en sa voix d’aubes à naître,
ce matin-là
aux abords d’un monde
comme inhabité
au milieu de sa lumière ronde
suspendue à un soufflé, rien
– abîme à peine tremblant
du temps
plein de brusqueries neuves

VII

Andavo quel mattino
invaghito d’infinito spazio e fuggevole mare,
pensando, ignaro, al suolo,
alle sue distanze di giorno in giorno così brevi,
alle sue gallerie sepolte
sprofondate verso le regioni basse del pre-nascere
in cui le ombre di presunzione, spettri,
si mescolano all’ombra,
il silenzio ai futuri rumori,
e l’occhio nelle prese
di un’oscurità che prelude
all’Oriente nella sua pienezza.
Andavo quel mattino
rammentando albe a venire
e la voce come annientata.
Lungo la riva incalzavano
interminabili folle migranti
nutrendo lo scorrere del giorno
sempre a se stesso eguale.
Il mondo procedeva inoperoso
nell’attesa di ciò che non è,
aspirando a veder levarsi
e in alto vorticare
la curva magnifica del mondo
che dà rinascita alle cose.
A ogni passo risuonava inaudito
l’antro dove il musico Orfeo
appare
e, con un voltafaccia, può abolire
con la sua voce d’abbagliante nero che sale
fino alle più remote notti.
Ad ogni passo vegliava, fulgido nucleo in fondo all’ombra,
l’Orfeo illuminante
che canta nella sua voce albe a venire,
quel mattino
ai bordi di un mondo
come inabitato
al centro della sua rotonda luce
sospesa a un soffio, nulla
– abisso appena tremulo
del tempo
colmo di rudezze nuove

*

XV

Anarchie d’aube,
voix des douceurs subtiles
imprévoyante
éclose,
rose du matin aux doigts legers
pleins de dactyls latins
se répandant avant l’emphase au ciel,
voix d’éther
d’alcools
brumes.

Anarchie d’aube
sans nombre
et pourtant belle
comme une brutalité mystique
saccageant toutes les proportions.

Le plus que nombre
s’est accaparé la lumière,
le large
qu’il rend plus large,
faisant claquer la profondeur comme un ressac
qui s’étendrait
aux plus nerveuses, irritables terminaisons
de l’être.

XV

Anarchia d’alba,
voce delle sottili dolcezze
imprevidente
dischiusa,
rosa del mattino dalle dita leggere
colme di dattili latini
sparsi prima dell’enfasi nel cielo,
voce d’etere
d’alcol
brume.

Anarchia d’alba
senza numero
eppure bella
come mistica atrocità
che devasta ogni proporzione.

Qualcosa di più del numero
si è accaparrato la luce,
il largo
che rende più largo,
agitando la profondità come risacca
che si estenda
alle più nervose, irritabili estremità
dell’essere.

***

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Max Loreau: anarchia aurorale

Non saprei affermare se quest’unico testo teatrale possa essere paragonato a un progetto d’opera che avrebbe assorbito, di fase in fase, per molto altro tempo, le intenzioni, la vocazione, la disperazione, lo stesso respiro dello scrittore. Il testo era il suo stesso corpo, la sua inquietudine, con quel tanto di luminoso e di oscuro che l’irrequietezza trascina con sé: ecco un mito più forte e più potente di qualsiasi apoteosi: il mito di Orfeo. Max Loreau rivela un talento di riscrittura e d’invenzione che ingaggia un titanico scontro con l’aldilà dell’evidenza e dell’espressione. L’aspetto più segreto ed emblematico dello scrittore appartiene alla sua aspirazione – una mescolanza di esultanza linguistica, irrisione, insofferenza, angoscia, intonazione squisitamente erotica e mentale – piuttosto che all’esito stesso del suo lavoro e alla sua destinazione musicale. Questo testo in particolare, uno e duale, più che la tappa di un compimento è la testimonianza di una ricerca. Loreau è prima poeta che pensatore della percezione. Dans l’éclat du moment e Le Matin d’Orphée, da annoverare tra i suoi ultimi scritti, costituiscono un’opera più evidentemente sperimentale, in vista di uno sviluppo estremo della sua infaticabile vocazione a pensare poeticamente l’origine del mondo. […]

Il mito di Orfeo rispecchia bene la vicenda artistica. Non penso tanto a un Orfeo infero e girovago, che grandissima fortuna ha nel Novecento, quanto al destino poetico che l’Orfeo antico incarna. Il mito ha una sua evoluzione: prima della morte di Euridice, il poeta canta la realtà, nomina le cose e le cose lo seguono, obbediscono al suo canto. E’ un poeta evocatore che porta in presenza la cosa con la forza della sua voce. Tutto cambia dopo la morte di Euridice, o meglio, dopo che Euridice è perduta per una seconda e definitiva volta. Ma dimora ugualmente in lui come presenza assente. In nome della sua capacità evocativa, il dio dei morti concede la grazia di riprendersi l’amata. Dunque, quando scende agli inferi, Orfeo è ancora il poeta classico che trascinava i sassi e le piante con il suo canto. E’ proprio lì, nel mondo dei morti, nello sprofondamento che il suo classicismo svanisce. Avendo disobbedito al divieto di voltarsi (“flectere oculos“, dice Ovidio), perderà il suo potere evocativo, nessuna Euridice più lo seguirà, e il suo canto sarà d’ora in poi solo il ricordo di un oggetto scomparso. […]

L’orfismo di Loreau, se così posso dire, consiste in un progressivo affrancamento del linguaggio dai dati dell’esperienza, separa il fenomeno dalla contingenza e dai suoi attributi soliti, riconoscendo quindi nelle qualità l’essere e nelle sostanze il provvisorio. Da una parte si fa segno al fenomeno assoluto – pura manifestazione di luce, immagine di sé, come ad esempio nel Novecento per Breton – e dall’altra alla danza solare dei significanti. Ma in questa abolizione teorica di qualunque significato, anche il nuovo termine sostituito non è meno incerto e casuale. La necessità è la contemplazione mentale di rapporti infiniti tra i suoni della lingua, liberati dalle traiettorie del senso comune. […]

Al poeta post-lirico sono vietate le delizie di un lirismo troppo ingenuo né egli può non rinunciare all’ascesi di una poesia bianca senza soggetto. Non gli resta che alternare, senza fondere, il canto in forma di dramma con un recitativo cantato, rivendicando così ai veri luoghi poetici – recitativi, forse, salmodiati – la capacità di indicare il prima di ciò che è già accaduto. Per Loreau è derisorio e illusorio il lirismo di un Orfeo tradizionale; preferisce materiali grezzi, più in accordo con un mondo ancora magmatico. In un mondo ancora informe, la poesia non può che apparire allo stato di schegge in fuga, in cui la struttura è la loro stessa sostanza. La lontananza e la prossimità, questa ripartizione in piani che dispone spesso le rappresentazioni mentali, le figurazioni del desiderio, i paesaggi naturali, strutturano certamente anche un certo anelito che è comunque inscindibile dai canti, come dalla loro stessa rivoluzione siderea; da lontano echeggia il lirismo, inaccessibile e inattuale; più vicino appare, forse, il poema parlato. Sussistono alcune sopravvivenze di quel canto mitico, ma nel senso che la suite delle poesie si distacca su questo fondo di canto come canto perduto. […]

(Dalla “Introduzione” a Max Loreau, Opera da camera, Rimini, Panozzo Editore, 2005).

*

I testi di Max Loreau e i passi riportati dalla nota critica sono tratti da Adriano Marchetti, Scritture di passaggio, con un saggio di Enrica Salvaneschi, Verona, Anterem Edizioni, “Itinera”, 2007, opera insignita quest’anno del Premio Lorenzo Montano.

*

Max Loreau (Bruxelles, 1928-1990) si dedicò dapprima a studi di filologia classica e, successivamente, di filosofia, presentando una tesi di dottorato su Lorenzo Valla e l’umanesimo italiano. Insegnò estetica e filosofia moderna all’Université Libre de Bruxelles dal 1964 fino al 1969, quando decise di dedicarsi interamente alla scrittura e alla ricerca filosofica. Per anni collaborò strettamente con Jean Dubuffet, redigendo i primi 28 volumi del catalogo ragionato delle sue opere. In italiano si veda: La prova (in “Origini”, IX, 25, 1995, pp. 28-31), Il corpo in rappresentazione (Intorno a un quadro di Magritte) (in “Studi di estetica”, 25, 2002, pp. 9-24), Opera da camera. Nell’erompere del momento e Il mattino di Orfeo (Rimini 2005).

Tutte le notizie riguardanti l’attività e l’opera di Adriano Marchetti le trovate qui.

*

8 pensieri riguardo “Max LOREAU tradotto da Adriano MARCHETTI”

  1. Sono contenta che grazie a Marchetti, ad Anterem, a questo blog Max Loreau cominci ad avere un certo seguito anche in Italia. Ho avuto il piacere di leggerlo quest’estate con un bellissimo saggio: ‘Della creazione, pittura, poesia, filosofia’, Ed. Labor e vorrei riportarvi quanto segue:”..l’oggetto è percepito come finito soltanto quando lo spirito è teso verso il processo di formazione e di conquista della forma; terminata la conquista, l’oggetto ritrova l’infinito…l’impresa di conoscenza si rivolta segretamente contro l’uomo.Nella sua attività di costituzione, l’uomo è preso dall’oggetto come in un campo elettromagnetico. E’ la sua stessa potenza che dirige contro se stesso con l’intermediario del finito.’

  2. Grazie del passaggio e del (prezioso) commento, Stefy. Ti assicuro che vedrai spesso Max Loreau su queste pagine.

    un caro saluto.

    fm

  3. Contento anch’io che Max Loreau cominci ad avere un certo seguito
    anche in Italia.20 anni di amicizia,collaborazione con J.Dubuffet…
    Per favore,”della creazione,pittura,poesia,filosofia”(saggio)dove e come
    si può trovare?
    Salutando Renato Ingrao

  4. Credo si tratti di un saggio contenuto in un’antologia pubblicata in Belgio qualche anno fa. Se Stefy ripassa da queste parti, magari può essere più precisa, ma non penso sia stato mai pubblicato in Italia. Ad ogni modo, tra qualche giorno avrò modo di consultare uno dei maggiori esperti italiani in materia e vi farò sapere.

    Intanto non è difficile procurarsi il bellissimo libro curato da Marchetti per l’editore Panozzo di Rimini (Nell’erompere del momento, 2005).

    Un saluto e un grazie per il passaggio.

    fm

  5. Scusate ,dopo un po di tempo, desideravo sapere,se avete saputo da
    Stefy,come e dove trovare,”della creazione,pittura,poesia,filosofia”
    Saggio di Max Loreau
    Ringraziando
    Renato Ingrao

  6. Caro Renato, probabilmente Stefy non è mai più passata da queste parti…

    Comunque, il libro che cerchi dovrebbe essere questo:

    De la création. Peinture, Poésie, Philosophie, Anthologie, Lecture d’Éric Clémens, Bruxelles, Éd. Labor, «Espace Nord», 1998, pp. 281.

    Ti do gli estremi di questa traduzione italiana, ma non avendo il libro non saprei dirti se contiene il saggio di Loreau (il titolo sembrerebbe spingere in quella direzione):

    Abitare la gola di dio. Scritti sull’origine della poesia, Traduzione e cura di Riccardo Campi, Milano, Ed. Medusa, «Argonauti, 28», 2006, pp. 144.

    Ti consiglio, comunque, di consultare la bibliografia che puoi trovare qui:

    https://rebstein.files.wordpress.com/2011/02/max-loreau-bibliografia.pdf

    Saluti.

    fm

  7. La prefazione ad “Abitare la gola di dio”, tra l’altro, è di Éric Clémens, curatore, a sua volta, del volume “De la création” (è uno dei maggiori studiosi di Loreau): se tanto mi dà tanto, il libro curato da Riccardo Campi dovrebbe contenere, almeno in parte, il saggio di ML che stiamo cercando.

    fm

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