Nel mare del poema III – Christian SINICCO

(La prima parte, con la nota critica di Christian Sinicco, qui; la seconda, qui.)

***

Da Passando per New York (2001-2002)
(Faloppio, Edizioni LietoColle, 2005)

primo passaggio su New York
in risposta ad un Arcano di Jack Hirschman

Scende la neve nera
sopra New York,
la neve nera di piccole labbra rosate
e nuvole da cui non vorrei sgorgasse l’origine
di una creatura talmente inospitale da fluttuare
nella natura… O Man, per ogni spenta coscienza
i versi composti dalla sera inginocchiata,
dalla sera frantumata, dalle tante parole inutili
posano luci e melograni di pensieri
infiammati con le ultime lettere dondolanti al vento.
Quotidiani non si possono stendere, non ci sono
sul canto che libera il mio vuoto volante
su questa sera che cade portando la farsa con sé.
Apro la bocca ai sultani delle stelle
dove svaniscono lentamente ospedali su milioni di ali,
apro un varco in me per tutto ciò che non esiste
e viene tollerato da moltitudini, in piedi
riscaldandosi dal freddo polare di un’anima pensierosa
che sente i battiti e il respiro della storia mentre le sue gambe di cielo]
sgretolano come marmo e materiale plastico
al primo passaggio dell’amore.
Sotto la tenebra di grandine alterata, che ci vorrebbe ricoprire, la voce]
di un uomo come tanti altri in fila scomposta calpesta
su quel ponte stanco il destino invisibile che attraversa tutti:
ultimamente è percorso masticato
di un sentimento di sgomento, di panico
perché vivere è soffrire e soffrire è vivere la guerra
tormentata di una Psiche roteante
che sull’Olimpo della memoria brucia ogni suo dio.
Ed è dall’inizio di questa oscurità cerebrale che io gli chiedo
solo amore per me e per ogni uomo, ma vedo in lui l’unità di crisi
e più di diecimila uomini operosi che corrono in cerchio su occhi di buio]
e hanno paura di morire ma danno la vita per la vita…
All’inizio di questa oscurità cerebrale
questo folle volo non può ancora atterrare sui sentimenti che vorticano ma le ragioni]
dei signori degli eserciti già sostituiscono il signore degli eserciti dov’è la Palestina]
in festa con rami d’ulivo e celebra
l’angoscia dell’uomo che come il palestinese cattolico o mussulmano ha ancora angoscia, o l’ebreo]
israeliano o il mussulmano israeliano sulla linea rossa
di sangue che continua a fuoriuscire
senza fine, senza pace,
senz’amore…

Sposi
a Cana
una volta
danzavamo
con fiori che lanciavano
sull’essere immenso.

Ma chi ha barattato
questo volo libero e individuale?
Chi ha barattato – tutti noi l’abbiamo fatto –
ha due soluzioni da meditare e il rischio è contemporaneo:
la guerra globale, gli eserciti degli insetti potenti che senza nome sul portafoglio di valori]
costruiscono la torre dell’invidia, piena di nicchie, cadente e ne fanno simbolo]
del malessere, dio di carta, e da ogni parte vogliono planare
senza misericordia, restituire distrutta
con un processo lento ed inquinante questa limpida lampada con il nulla oleoso]
che raccolgono come un gioco sotterraneo di soldi,
di odio, di interessi sulla nostra coscienza!
La coscienza che si illude per non vedere,
gli uomini con falsi sentimenti e regole fallite di benessere
che quotidianamente stampano anima di marca,
la guerra che ci uccide da dentro e che comincia fuori
a trasmettersi dai nostri esseri condizionati, manichini di altri!
O la limpida lampada
che piange una pupilla per contrastare questo nulla,
la limpida lampada sopra Washington, Pittsburgh, Philadelphia, Seattle, Kabul]
in fiamme, Gerusalemme, Pechino, Mosca, New York sui suoi palazzi!]
New York
da dove la gente è in fuga
e su quel ponte non è solo New York in fuga.
Se come un solvente assieme diradiamo l’ignoranza con ogni mezzo
ed altre lampade con simili occhi che piangono allargando questa luce]
tante luci espandono sulla pianura senza fine
sopra la nostra coscienza,
sulla nostra coscienza,
nella coscienza e oltre,
dentro
sciogliendo la neve nera
che cade,
sciogliendo la neve nera
la neve nera
la neve nera
la neve nera
non cadrà
mai più. 

*

Argentina
su una poesia di Carmen Yáñez

Sulla strada di ferro di un proiettile che sibila,
Argentina, io vedo
le tue automobili bruciate e sono mare,
incendio,
folla, mare, incendio: è il tempo
della poesia che non serve a nulla che divampa…
Quando la protesta l’afferra e se la mangia
dissemino ossa,
angelus stecchiti di radici
capovolte e rami consumati: le molotov
piovono oltre la mia corsa.
La tua carne poesia io rubo al supermercato
tagliando l’orrore con mani insanguinate
– tu che sfidi l’esercito e lo batti,
affondando
non sei distruzione!

Argentina, io vedo
sulla strada che porta al nulla
che il bisogno è poesia,
l’osso della verità.

Argentina,
io scaglio i tuoi morti per questo bisogno
sul parlamento dei poeti.

*

reazione della nostra velocità
al disastro della generazione di Allen
Ginsberg, Dylan Thomas, Ezra Pound

Sulle scorie
mentre scelgo la polvere,
sui libri chiusi
come una scintilla morente
l’ingiusta giovinezza mia
addiziona le Madrid,
Rome coi tricolori,
Berlin bombardate,
Hiroshima vuote,
Paris occupate dai palazzi,
ciudad lacerate,
strappate e nervose
ginocchia che corrono.
Con una mente interna,
noncuranti del resto, benzina
pronta al riciclo, i nervi sfiatatoi allungano e tendono
l’umanità pompa, orecchie che in persistente nausea
suonano il timpano di verità allagate… Spesso, in periferia,
l’industria nel petto dell’uomo robot
è un nuovo cuore aperto
e bruciante
Eternità.
Guardami storia
mentre scelgo di piangere stamattina
la polvere sui libri chiusi
come una scintilla morente;
guarda l’ingiusta giovinezza mia
e della mia generazione
dissolvere queste.
Guarda.

Tra i cespugli che passano, nuvole secche
di un deserto, l’uomo precipitato di città
rompe la carlinga
e quel volto
del senza corpo oramai,
la velocità immane
tenuta da forze
più grandi di qualsiasi forza,
si vede. Su innumerevoli giri di frequenza
questa velocità
dilania la poesia di Ezra
sul vento del potere Pound,
l’astronomia di Thomas
sulle navi di lobby e di metallo Ginsberg,
la ciurma salpata
con ali di muffa e soldi, sulle vergogne
tutto ciò che ha nome ignoranza…! …la guerra,
quella inosservata, che proclama
il suo individuo, sottraendolo
ad un universo diverso
che non pare umano ed è invece l’umano
prodotto della distillazione,
lo scarto del sistema
vomitante il suo polmone,
una costa di lettighe
intrecciate da chi è nulla… La morte
è il nostro contributo al progresso, storia?
Ma tra i cespugli che passano, nuvole secche
di un deserto, esplode la velocità come lo sgomento
di chi abbia visto il padre
urlare nella notte,
urlare tra le lenzuola
tremanti; vi coglie nella febbre
di ciò che preferireste dimenticare e non c’è
una coperta che possiate stendere
sotto le lenzuola…!
Allora vi alzate,
sulla pelle
la velocità
non vi resiste
e sul deserto
dell’uomo precipitato di città
sciogliete il volto.

Dopo poco sapranno
cos’è la generazione.

*

passaggio di New York
su una foglia di Walt Whitman

In quella mite giornata
una New York illuminata dai sogni di libertà di un popolo,
una piena che in qualsiasi momento avrebbe potuto trascinare
la roccia che tiene, l’appiglio resistente alla distruzione,
con la sua mano forte e la sua voglia di luce
ed il piede sulla terra in una determinazione di pace
nell’uguaglianza, nella fraternità,
cadeva come una medusa con i suoi tentacoli
in un abisso senza speranza come carne di lamiere.
Nell’immagine televisiva erano quelle parole ad andarsene,
le poesie di Whitman incenerite sulla carta di cambiali,
le banconote che per i giorni successivi
avrebbero reso irrespirabile l’aria
scendendo come dei antichi su Manhattan.
Per questo noi siamo nel processo
ancora sopra il Ground Zero
ed interroghiamo gli aruspici che lavorano
allo smantellamento; siamo nudi
avvolti nello smog, ombrelli di Luna
che non sanno dove posare;
santi una volta per tutte
siamo nudi.
Sulle cinghie slacciate dei ponti come pensieri immobili,
frecce, specchi veloci di veicoli solari,
labbra d’asfalto per un Atlantico calmo siamo nudi
e le foglie secche dell’oceano, infiammiate sulle onde,
corriamo avanti di secoli…
Troviamo il tramonto, spuma
e vento sui capelli e slancio e mai più
gli uomini in stazioni di catrame – infatti ciò che è vile
e aggrappato non vuole morire
e non può reggere il peso
di una volta di stelle.
Uniti troviamo noi stessi,
ricomponiamo la poesia eterna
che eterna comporrà stravolgendo l’eco
della sua melodia.
Ricomponiamo dall’amore che siamo.
Siamo.

*

passaggio sulla fenice della poesia

Poiché mi alzo in piedi e l’energia
esplode, il corpo si genera –
la volontà è della mia creazione e della mia natura.
Perché oltre ogni dove esisto,
in questo luogo scendo
come lacrima
su un volto di fiamma, fiume
sulla cenere che rimane.
Così quando tenere questo mondo sul pensiero
è creazione, senza fine e senza sosta cacciavite dell’eterno
io sono la madre.
In questo vivo, non sogno: esiste.
Ma quando la distruzione
alimenta,
in qualsiasi scenario
è un brivido, è la fame
di giustizia… E’ difficile allora, amando
sul cemento che si sgretola, rinascere col tempo?
Estirpami,
non avere rimorso,
sarò un fiore secco. Bruciami,
poi il verde che non ha fatiche né problemi a flettersi al freddo
che da sempre spezza la storia riconoscerà nell’aria
sul volto della fragilità
un percorso verso l’alto
e rinascerà con la sua voglia senza padroni
grazie al gelo
che non resiste.

***

Da Ingegneria dei materiali (2003-?)

L’impossibilità è possibilità verticale che fa gli uomini
sbocciando sul muro. La pioggia cade sulle loro labbra,
quindi a terra. Quando un uomo muore rimane il solco
di una radice, per un po’ la fragranza.

*

Ci sono attimi come perderti
dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia
hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?
Dove le strade sarebbero state non guardasti

la pioggia,
quale fosse il giorno, la goccia
dove questa convulsa e luminosa corsa allunga
dove sfogli la pagina, soffiando

come in uno specchio, sopra i detriti
camminando nelle pozzanghere, qualsiasi fango sbricioli
e chiunque non abbia mai pensato
sui vetri opachi…

I segni non cancellano,
il materiale le cui infrante labbra appoggi non è tuo,
l’hanno truccato. La storia, i battiti
elettrizzano l’aria, la gravità

sostituita con qualsiasi cosa. E quale carta hai scelto?
Questa, il braccio che le conficcasti, è un cuore.
Qualcosa di forte
si ferma,

continua a piovere dove sei, continua a piovere.
Sapremo mai cosa c’è oltre
dove non sei più invisibile
di ciò che stringi?

*

Per quali geometrie
come maschere dell’oceano sopra l’oceano, sospesi
in questi dove, sopra questi perché essere qui
rincasate? E’ un attimo

il tempo, i gradini
il vento di novembre li strappa. Infine
con lo sguardo di ciò che è dietro l’aria,
il vero e il falso annullano, le pareti accanto

i nostri no staccano dalla bocca
e ci sono colonne che portano i segni di questa marea
costruite di là da campi, ogni sera
nella cucina, seppellite assieme a una sigaretta.

Tra gli abiti stesi, risalendo
i palazzi, i silenzi, il signore morente con piante alla finestra
di fronte pare quasi quel ritratto, e a battere
sono i martelli del suo carattere

ma questo non battere più
incudini di ingranaggi si inabissa
come a portarci negli uomini, a riempire di materiale
mancanze che non si possono riempire.

Nella nostra immaginaria devozione
un programma, lo stesso di ieri e la ripetizione,
questo sarà un sogno e tutti questi potrebbe
oltre ogni accensione, dispositivo –

e l’erba di un giardino, la crescita ad ogni rassegnazione,
dentro casa non avrebbe potuto più rassicurare
e il nome, con un cancro allo stomaco,
fu prima la libertà senza gli specchi

nel dimenticare, farsi città e germoglio.
Ma come sottrarre alla menzogna?
Come dimenticarsi in questa costruzione
il dolore, le finalità, il non sapere

il nostro amore? I tavoli sono rovesciati, i punto
rappresentazioni di infinito, le aperture
l’eco di sentirvi questa periferia
e questa instancabile sconfitta non è altro

che la nudità.

*

Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti.
Forse hai seguito la sua cronaca,
i mattoni esplodere sulle abitazioni, i volontari
e a centinaia l’alternarsi… Il cane abbaia,

ma la confidenza è rossa; ieri
respiravamo senza aprire labbra al non ancora, lanciato
in avanti… Nei corridoi
pieghe di materia difficile da lavare, petali forati

e lettere dall’invisibile, volti,
pezzi della tua infanzia… I graffiti? Una teoria, la nostra
prima di flettere, con i passi
sulle pareti recidere il ventre

– dove slacciano gli organi, anche le definizioni percuotono
noi, sigillati al muro, emozione o vuoto,
esplorazione senza fine, occhi
chiusi. Questa stanza senza più ricordi

e alle sue finestre una corda: tirala,
le piogge allagheranno piano le lenzuola, i palazzi
inclinano già, annegano con paura… L’umanità, il domino?
Le sonorità che non sai

e non puoi tornare com’eri perché
l’architettura non sarà il riflesso dell’inevitabile,
perché se si aprissero le case e lo spazio fosse la nostra capriola]
vedresti la profondità. I chilometri del nero

dall’altra parte della strada tra le stelle
hanno grida? Un padre
bestemmia ai suoi figli
al piano di sopra: le grida

le hanno strappate ai silenzi,
abbattute le porte.

*

9 pensieri riguardo “Nel mare del poema III – Christian SINICCO”

  1. Le poesie da ingegneria dei materiali non sono ben distinte Francesco, uno potrebbe leggerle di seguito! Approfitto per dire che un tuo poema è su AbsolutePoetry, giusto per strappare il silenzio da quel post!

    …di una radice, per un po’ la fragranza.

    ***

    Ci sono attimi come perderti

    …………………….

    di ciò che stringi?

    ***

    Per quali geometrie

    ……………….

    che la nudità.

    ***

    Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti.

  2. Un ultimo appunto: tutti i testi di Passando per NY sono stati pubblicati da LietoColle nel 2005…visto che è l’unica opera pubblicata; e forse tra 30 anni, con tutta probabilità, usciranno le altre in un formato di cui è ancora sconosciuto il programma!

  3. caro Christian,
    come ho già accennato altrove, ad unirci non sarà soltanto il formato word sconosciuto in cui usciranno i nostri prossimi testi fra qualche decade. nella tua scrittura, che per alcuni aspetti fatico a comprendere del tutto, riconosco però un filo di ricerca comune, anche se indirizzato in modo certamente differente. così come nel tuo agire, per quel poco che ti frequento quando si riesce.
    la percezione più immediata che mi resta è un desiderio di espressione vivo e violento, che nei testi più recenti mi sembra tu stia riuscendo ad incanalare più di quanto facessi in passato (sarà l’età?) senza per questo perdere in forza. può essere?
    un caro saluto a te e al padrone di casa

    francesco t.

  4. …sarà l’età? Francesco (Tomada?), credo che semplicemente siano progetti diversi, l’architettura non sarà il riflesso dell’inevitabile. Banalmente, Passando per NY si svolge in un contesto che non ha necessità di una grande dotazione tecnica, ci pensa già la realtà a conservare un immaginario; Ingegneria dei materiali, è qualcosa invece che si situa nella possibilità di progettare la realtà. Passando per NY è una poesia di speranza, che avverte il senso del tragico; Ingegneria dei materiali di utopia, che avverte tutte le nostre possibilità.
    In generale queste prove non hanno alcun bisogno se non quello di riflettere i bisogni degli uomini, fare un po’ più in là, sentire, aprire immagini, e che noi si faccia un futuro, quello che si vorrebbe, possibile, impossibile.
    Questo fine settimana ero in Austria ad un simposio di riviste, e discutevo con un poeta e filosofo tedesco, Reinhard Kacianka, del fatto che sapere di morire non è spaventoso, ma del tutto adrenalinico. Io qui mi dissolvo quindi nella domanda e nel silenzio successivo…sapremo mai? Sapremo è plurale. La paura ha truccato le labbra? Il pensarsi, credersi, parte di una storia ha truccato le labbra? Il pensiero utopico e quello tragico non danno prospettive di salvazione, ma in questo si fa, e si apre alla possibilità di fare.

    Ingegneria dei materiali: quello che faccio è un gesto, la tua-nostra possibilità: il braccio che le conficcasti è un cuore. Ospito un’utopia nella misura in cui possiamo farla.
    In questa modulazione di immagini c’è la volontà di forzare-forgiare lo spazio, certo, e una nuova escatologia se vuoi, ma pure un nuovo mondo che non si fondi sull’egotismo, pure sulla pretesa di conoscere le sorti progressive… c’è il fare, tu, io: anche allacciarsi le scarpe è meglio della disperazione, di sentirsi parte della commedia; allacciarsi le scarpe è un fare superiore, un passo in avanti. C’è una differenza fondamentale di conoscenza tra chi fa, e chi dice “questa è la poesia e questo quello che ci accade e questa è la nostra sorte, la nostra letteratura, il nostro linguaggio, questo è quello che sta scomparendo, noi non abbiamo possibilità, noi siamo in questo, emettendo una serie di convinzioni che dovrebbero essere/risultare fondative della realtà”. Io dico, se si aprisserò le case, e lo spazio fosse la nostra capriola: tu puoi fare di questo un mondo, che non sarà il mio, se non in piccolissima parte. Io con grande arroganza dico solo che vedresti la profondità (ma quando vedrai la profondità cosa farai?): questo è davvero arrogante, anche perché immagino che la vedresti la profondità essendo tu del tutto predisposto a vederla. C’è una grandissima arroganza a dire che sarai in grado di fare, di rendere un mondo utopico possibile in questo tragico…non credi?
    Quindi di conseguenza non nutro grosse preoccupazioni: nel mondo c’è chi vive con nulla ed è felice semplicemente dello stare assieme: in occidente c’è chi problemattizza troppo, facendo della propria visone un assoluto, progettando elitarie combricole culturali, ma poi, socialmente, a cosa dà vita? Io al limite sono arrogante, semino una visione da cui trarre energia; il nihil esiste ma noi ci siamo accidenti, questo dà una forza spaventosa! Prerogativa di molti poeti italiani, una sorta di piangersi addosso, di compatirsi, di sentirsi accerchiati da questo nihil, di rendere il senso scadente, scaduto, una sorta di non possibilità o di attestazione di una realtà materiale a cui non c’è scampo. L’adrenalina c’è anche nella riflessione…certo, dipende dove incanali, ma anche da cosa senti urgente fare, non solo come intuizione-necessità, anche come responsabilità etica. In ogni caso, per me, dove non c’è la molla che fa scattare il desiderio e il bisogno, spesso c’è disperazione e paura, e la paura stessa è spesso paura della morte e la disperazione stessa spesso diviene autocommiserazione e, whitmanianamente, i poeti che han paura della morte o si autocommiserano non sono poeti, ma patetici moralisti che sperano di scioccarti con qualche effetto speciale.
    Io accidenti ci sono, poi vedremo. Anche tu ci sei, anche questo è grande!

    Alessandro, Reazione della nostra velocità, sì, è potenza; ma Ingegneria dei materiali è una risposta a Reazione della nostra velocità: Reazione della nostra velocità è fatta da tutti i materiali di scarto di Passando per NY, dalle scorie: il processo di formazione dell’opera coincide con la teoresi – anche se non c’è nulla di nuovo in questo, dico sotto il sole della mia poetica ci sono teoresi simili, vedi città esplosa.
    Quindi Ingegneria dei materiali non fa altro che utilizzare ciò che è accaduto per Reazione della nostra velocità come procedimento per la produzione dei testi, delle finzioni. Il risultato è che scrivo un testo all’anno, producendo in pratica una raccolta (di lacerti/combinazioni etc) all’anno per la pruduzione di un solo testo, saldamente convinto dell’utopia del progetto.
    Ovviamente una reazione conserva una molla non meditata, mentre una risposta è più ponderata.
    Tuttavia per tornare a Francesco, più pondero, meno ho voglia di ponderare, e quando non pondero, poi capita che debba riflettere.
    Però non sono regole scritte, e in fin dei conti tutti i testi presentati su Rebstein sono stati scritti in dieci anni e non credo rappresentino grandi evoluzioni del mio scrivere.
    Una cosa che certamente è cambiata è il mio atteggiamento riguardo l’etica, a cui do più importanza. In ogni caso è più ballo parlare dal vivo di queste cose, e questo dovrebbe interessare di più un po’ tutti!!!

  5. Grazie, Christian. Penso che la tua nota iniziale e i tuoi commenti rappresentino un contributo importante (e, quindi, oggetto di una possibile discussione e analisi “critica”), non solo per l’intelligenza dei tuoi testi e del tuo percorso complessivo di scrittura, ma anche come auspicabile modus operandi nei blog letterari: credo, infatti, che il confronto, se vuole essere proficuo e avere futuro, possa/debba avvenire proprio a partire dalla declinazione delle singole teoresi a cui i testi mettono capo, o dalle quali partono, rappresentandone il mobile, momentaneo approdo. Io sto riflettendo da tempo su quanto hai lasciato qui scritto e, appena possibile, cercherò di aggiungere anche la mia riflessione, sperando nell’apporto di tanti altri.

    Un caro saluto e un abbraccio, con l’auspicio di averti spesso da queste parti.

    fm

  6. Un grazie anche ad Alessandro e Francesco.

    Credo anch’io che “Ingegneria dei materiali” rappresenti un momento oltremodo significativo. Immagino un’onda che, formatasi lentamente nel gran “mare del poema”, dislaghi in correnti autonome, rendendo possibili nuove, insospettate rotte e navigazioni.

    fm

  7. Caro Francesco, certamente questo blog rappresenta una delle belle novità presenti in rete, e il fatto che sia tu a curarlo mi dà molta fiducia.
    Lo sto frequentando, e anche se non commento ciò che ho scritto, partendo dalla mia poetica, si relaziona ad alcuni post. Di temi da sviscerare ce ne sarebbero poi molti, quanti i livelli interpretativi di un’opera – ne ho scelto qualcuno, come il rapporto tra il tragico e l’utopia, che è forse la chiave di volta di Ingegneria dei materiali.
    A proposito, ora che lo vedo, in passaggio di NY, la parola determinazione è in corsivo, qui non si vede: è una sorta di mimetica citazione al primo famoso discorso di Bush dopo il crollo delle Twin Towers, ma se ben si osserva la raccolta è piena di questi espedienti, come pure sono presenti degli spot rispetto all’inverso della mimesi di ciò che si rappresentava come l’immagine in quei momenti.
    A presto, un abbraccio,
    C!

  8. Grazie della fiducia, Christian.

    Per quel che mi riguarda, so solo che, presentando i tuoi testi, abbiamo avuto modo, tutti, di confrontarci con uno dei percorsi di scrittura più coerenti, originali e interessanti degli ultimi anni: tanto nella resa e nel valore della scrittura poetica in sé, quanto negli assunti teorici che la sorreggono e negli spunti di riflessione che semina.

    Personalmente, questo confronto lo avevo in essere già da parecchio.

    Un abbraccio a te: qui sei sempre ospite graditissimo.

    fm

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