Affreschi sul palmo della mano – Franco ARMINIO

Franco Arminio

Da Affreschi sul palmo della mano

1977-2007

Nota d’avvio

Ho scritto una quantità imprecisata e imprecisabile di versi. Più che a libri o plaquette nel mio caso l’unità di misura più appropriata è il metro cubo: cinque, sei metri, senza considerare quello che non è mai arrivato alla carta, i versi che vivono nelle cantine del computer.

Di tutta questa produzione estraggo qui una sorta di campionatura annuale, il dna, il cimelio di una disfatta dell’anima e delle sue ossessioni.


*

Nel ronzio pasquale

lunga e nera la carovana

dei fedeli.

Un clamore frigido

segue la figura incerata, il santo.

(1977)

*

L’esistenza educa le forme

ad appassire.

Dal mio nome ogni giorno

cade una lettera.

(1979)

*

Esce la morte

dalla buca

come la formica

per riportare al buio

il chicco.

(1983)

*

Nel pomeriggio amniotico

lentissime acque.

Noi minoranza degli umani

in infinito svenimento cadiamo.

(1984)

*

Dove nascono le grandi malattie

degli uomini e delle stelle

tra le guglie dei tuoi tratti

vorrei  trovarmi

e non qui tra queste acque

inaridite dove l’anima di molti

è un secchio pieno di sassi.

(1987)

*

Pallida ai margini la pelle e schiva.

Non potevo immaginare all’interno

la sala degli affreschi così viva.

(1989)

*

Materia prima il corpo

giacimento profondo di paura.

M’inquieta il mio svanire

fra le cose future.

(1990)

*

Io faccio la lepre, il suicida

delle corsa che dopo uno o due giri

scoppia.

Dietro di me

restano i migliori

continuano a seguirmi

anche quando non ci sono.

(1993)

*

Ieri sera fu più facile scrivere e pensarti.

Adesso, nel fuoco dell’insonnia, provo

a fare gli scalini per arrivare

a bagnarmi nella luce

del giorno che dovrà venire.

È chiaro, la prima poesia della notte

non ha ancora un tema preciso.

il figlio di un anno fa la tosse

ed io muovo la culla con un piede

per aiutarlo a dormire.

Scrivere è meglio che pensare, sembra

che il tempo non passi invano,

ma mentre scrivo

penso agli occhi gonfi che avrò domattina:

devi sapere che non guardo mai i miei occhi

da vicino, ho paura di vedervi il sangue

e il tempo che fugge col suo bottino.

Ora il figlio più grande, vivo neppure

da tre anni, chiama sua madre nel sonno,

chiama e piange.

(1996)

*

Manfredi va avanti

con le scapole volanti.

Ogni volta che lo vedo

mi chiedo se usa il mio stesso filo

per cucire il suo tappeto di fantasmi,

o se di quel tappeto io sono

la polvere.

(1999)

*

Nessuno può vivere

totalmente a carne viva,

senza una qualche forma

di anestesia,

ma adesso siamo

chiamati a questa prova,

al totale abbandono alla poesia.

(2003)

*

Gli scapoli qui sono davvero tanti,

ma non dormono all’aperto

sui cartoni,

stanno con le madri,

comprano

la frutta e le medicine,

non fanno niente,

hanno una vita

scarna e lenta.

Puoi vederli facilmente

dentro un bar alle dieci di sera

o in piazza a consumare un po’ di cera.

Ce n’è uno che cammina sempre

e un altro che sempre sta seduto.

Fino a qualche anno fa

in qualche modo

chiedevano ancora aiuto.

(2004)

*

La bella luce di febbraio.

quest’anno è mancata anche quella.

Febbraio è stato a avvolto e avvilito

da questa luce vecchia, dicembrina.

Prima della fugace primavera

bisogna aggirare il muro di marzo

e le montagne russe dell’aprile.

Il paese non è più la belva

di un tempo,

la bocca sdentata, l’umore spento,

sembra che più nulla ormai lo scuota.

Io qui sono un fantasma

dentro la testa e dentro la mia casa,

mi sento come una madre

che guarda in una culla vuota.

(2005)

*

Ti chiamavo da una terra lontana,

era una telefonata da niente

e invece mi sono lentamente

sgretolato sotto le tue sillabe

e l’isola in cui ero rinchiuso si è dissolta

sotto le onde della voce,

adesso non posso scrivere, adesso aspetto

che mi chiami: ho la punta del cuore

che mi trema come una lama,

la punta delle mani senza sangue,

chiamami, sfiorami sul ventre nudo,

ho buttato i pantaloni per terra

come si butta per terra un giornale,

resterò nudo fino a quando

non vieni a baciarmi con la tua voce,

resto qui, ti aspetto,

voglio che mi vedi così, inerme,

scomposto, voglio che mi lecchi

la punta del cuore, voglio sentirti

con la mano che gira sul ventre,

prendi la mano

che non ha mai toccato nulla

prendila senza sapere se è la mia o la tua

vieni a prendermi senza indugi

vieni a prenderti, sei qui

tra le mie braccia.

(2006)

*

Caro Gianni,

prima di dormire ho letto qualche pagina di “ecce homo”,

poi sono entrato lentamente in un sonno di carta velina.

a un certo punto mio padre mi ha telefonato

per dirmi che mia madre era morta,

saranno state le quattro,

avevo in bocca i nitrati del salame mangiato a cena,

avevo in testa i nitriti di un giorno passato

nell’usuale fallimento della scrittura.

Adesso sono le sei del mattino, ho già aperto la posta,

l’alba mediatica è senza luce

e fuori c’è la stessa nebbia di ieri sera.

Antonietta fra poco scenderà in cucina

e poi arriveranno Livio e Manfredi,

sarà un giorno di marzo, i miei giorni

difficili di marzo, il mese in cui è morto mio padre

e la nonna che mi somigliava,

il mese in cui l’inverno finisce e ricomincia

molte volte, perché marzo prosegue anche ad aprile.

ieri sera ho chiesto aiuto

adesso non mi sento di chiedere niente.

se è vero quel che penso

se penso veramente che siamo all’autismo di massa

dovrei solo calmarmi, riprendere

a leggere “ecce homo” o andare in qualche paese,

camminare in silenzio dentro il suo silenzio.

(2007)

***
***
***

[Lettere dal futuro]

A Santomenna

se perdi un figlio
puoi venire qui a dormire in macchina
alle due del pomeriggio,
puoi sentire il tremore del tuo corpo
come un cespuglio sente una formica.
non disturberai nessuno
non sarai disturbato nel tuo lutto
nella tua voglia di stare lontano
dall’usura degli impicci
anche quella minima
che viene dal restare in casa.
ora sei qui di passaggio
ancora non sai come accantonarti
come accantonare il mondo guasto.
ma guardali, alcuni già lo fanno,
magari a quest’uomo
che ti sta di fronte è già capitato
qualcosa di simile,
ha già chiuso la bocca
alla sua vita.

(Tratto da Zibaldoni – III serie – del 2 aprile 2006)

*

La mia cosmica rivoluzione

Voglio la rivoluzione, nient’altro che la rivoluzione. La voglio da me stesso, prima ancora che dal mondo. La voglio perché la furberia dolciastra e la scalmanata indifferenza hanno preso in mano i territori della parola e anche quelli del silenzio. Chi scrive viene tollerato a patto che rimanga nel recinto. Le sue ambizioni possono essere anche altissime, ma solo se vengono esercitate in luoghi millimetrici, invisibili. I fanatici della moderazione avanzano ovunque. In politica come in letteratura.

Io sono fuori dal mondo e fuori dalla vita. Non è un merito e spero non diventi una colpa. È andata così e sono fatti miei. Dal luogo in cui parlo, con la morte che mi passa nel cuore molte volte al giorno, io sono costretto ad ambire alla rivoluzione, non ho altra scelta. E se guardo un albero non gli chiedo soltanto di farmi ombra, e se vedo una donna non mi accontento delle solite cerimonie, voglio l’infinito e non mi basta neanche quello, dell’infinito voglio la radice, il luogo in cui inizia, voglio sentire come è cominciata questa infiammazione, questo delirio della materia che chiamiamo vita.

Ogni tanto qualcuno mi consiglia una cura: mastica bene… cammina… prendi i fiori di Bach…lascia il computer…mangia il riso integrale.

Io lo so che non ci sono cure, lo so che si muore veramente e la prima rivoluzione è contro chi applaude ai funerali, chi non porta più il lutto, chi nasconde la morte dentro gli ospedali.

Per me non c’è cura e allora c’è solo la rivoluzione. Non credo neppure nella pace dell’attimo, non credo nella distrazione dell’attimo. Io voglio correre sulla pista del tempo, con gli occhi aperti come una voragine. Venitemi dietro, dico ogni tanto. È un dire guastato dalla mia insicurezza, come se apparissi uno che non ha un luogo dove condurre in pace l’esasperazione che ribolle nascosta in ogni petto, ma solamente vuole placare la propria infantile insicurezza.

Rimane la sensazione che ogni intelletto sia messo a riposo dal disincanto e si cammina tutti sull’acque dell’ovvio e irrimediabile disastro che ci aspetta.

La rivoluzione significa non solo spostare o abolire i poteri, ma cambiare posto alle mani e al cuore. Dare a ognuno un nuovo corpo, ignoto e lontano come il cosmo, familiare e sicuro come gli abbracci di una madre.

(Tratto da Nazione Indiana del 2 febbraio 2007)

*

La salute feroce

ci vuole una salute feroce
per stare tutto il giorno davanti alla morte.
chiedo ad altri di avere la stessa
salute e mettersi il dinosauro sulle spalle
e venire con me nella palude del mondo.
io mi sono sfilato dalla vita corrente
forse quando avevo tre mesi:
in quel coma in cui ho vissuto
mi è maturato un altro pensiero,
si sono fusi giostra e cimitero.
ci vuole una salute feroce
per scrivere ciò che scrivo
dentro la cristalliera del paese.

ogni parola è l’ultima parola
l’ultima bomboniera.
lo so che l’amore, il dormire
mangiare una pizza o bere un aperitivo
sono eventi preziosi, buchi
in cui nascondiamo l’anima
e il suo osso. ma non chiedetemi
di incollarmi
come figurina nell’album
dei sopravviventi.
io sono fatto per scalciare dal vivo,
per tirare la coda all’universo
e per accogliere lo sbadiglio della pulce.
neppure questo è molto
neppure questo può bastare
alla mia salute feroce.
ho la gola arsa
è vuoto il bicchiere
della vostra voce.

(Tratto da Nazione Indiana del 5 maggio 2007)

*

10 pensieri riguardo “Affreschi sul palmo della mano – Franco ARMINIO”

  1. nella girandola delle cose che scrivo
    neppure mi ricordavo di avere scritto una poesia intitolata “la salute feroce” e che fosse apparsa su nazione indiana.
    caro francesco
    ti dico pubblicamente che sono molto contento della scelta che hai fatto.
    ti rimanderò una scelta della trenta poesie. non capita tanto spesso di trovare una persona che sente così profondamente il lavoro degli altri.
    ne approfitto anche per segnalarti il pezzo apparso oggi su nazione indiana.
    un caro abbraccio

  2. Ciao, Franco, avevo già letto stamattina il (bel) pezzo su NI: una riflessione pacata, ma impietosa, che mette ancora più a nudo la piaga putrescente prodotta dalla “malattia mortale” che tutti ci pervade, quella che tu chiami, da tempo, con una felicissima e pregnante espressione, “autismo corale”.

    Per quanto riguarda la “scelta”, non potevo non presentare, tra l’altro, la tua lirica “A Santomenna”: ce l’ho stampata nella mente e nel cuore fin da quando l’ho letta la prima volta.

    Ti anticipo che prossimamente pubblicherò un tuo testo narrativo.

    Un caro saluto e un abbraccio.

    fm

  3. Impressionante vedere la progressione della malattia mortale in questa scelta di poesie, ma anche le persistenze, dalle acque inaridite e i secchi pieni di sassi di una delle prime alla gola arsa e il bicchiere vuoto dell’ultima.
    E’ una malattia mortale, l’indifferenza, e la palude più insidiosa dei maelstrom… Anche io sento fortissimo il dolore per questa situazione…

  4. perché leggendo queste poesie penso al mestiere di vivere? Una forma diaristica che riflette sul senso della scrittura e, quindi della vita? Perché il pubblico è sempre una forma che riguarda il privato?

  5. Grazie a tutti voi.

    Valter, lo sai bene: la “voce oltre le parole” è quella che lascia il segno più profondo (una volta si diceva: appartiene ai “grandi”).

    Ciao.

    fm

  6. ..che già noi con mezzi rudimentali sperimentavamo la Paesologia, ignorandone però il nome e l’esistenza, finchè l’abbiamo scoperta scienza esatta, codificata – benchè selvatica, indisciplinata – quel giorno che ti abbiamo ascoltato, seduto sopra una pietra di Topolò, in libera conferenza. Dalla lettura del tuo libro Viaggio nel cratere, abbiamo in seguito anche appreso chi fa il barbiere a Montaguto e l’esistenza del quinto dei quattro venti che soffiano su Bisaccia…
    Per ciò che non sappiamo bene dire, per i segni degli affreschi sulla mano, ringraziamo il rivoluzionario Franco Arminio.
    Cristina Micelli

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