Di luci ferite e altri corpi d’amore – Chiara DAINO

dekooning-pink-angels.jpg
(Willem de Kooning, Pink angels, 1945)

*

il boia di bambi [1]

[da Sàrxophone]

minuta grazia di gracile membra

[la creatura che una] – sola
una solo una primavera per te
fronte fiera: è mondo, si mostra

pronto a tutto!  – è nel
“tu” la prova che ci fu

 [un mio minuto lieto]

essere me senza

avere te [dentro]

non posso

non posso

 [mi lacrima]

non posso

[non posso

 che lacrime]

rimane lo spirito: le…

ali nell’aria bussano la…

carne| nel corpo| a terra

la prima nota di Bambi

[batte un colpo intende]

in*

arco| sopra| folle| dove|
fu|  al trotto| risa| scalzi|
dove*

il Boia di Bambi?

macello

macello

macello
qualche furia dovrà:
[è uno è solo]

è uno, il solo

tempo e morte
quale che sia: la mano diede

lo sparo – esploso! – piccolo

Bambi [mai prestare la fede

a quelli in enfasi: amore che…

si calca si cala]

io-sono chi-amo

te per me:

un povero

Bambi Bambino
boia del boia: deciso
nella truppa marcia [quella

corrotta] sarò!         con tutti

i bambi ribelli                sarò!

tutto – con uno: con chi

crede

alle parti che       restano

dopo gran botto si grida
«AL BOIA!» «AL BOIA!»

 

***

per il chicco di grifo, il grumo che macina il mio corpo di sangue. glifo del segno: è tutto doppio. e mi perdo di vista: «dov’è chiara?». zanna stanca morde il fumo, ti appanna la lingua, ha una penna bianca. razza mista, nuda di maschio. per la follia mi basto – e recito un nuovo modo di dire, un mondo da rifare: dammi le radici e cambia le luci. per il palco che ha retto ogni ribalta di morte e ha piantato un chiodo: fisso. le pelli che vesto. recito il meus ex machina, il mea culpa e l’atto di dolore. recito il copione che hai scritto per me e cambio una sorte data per certa – è un dato di fatto: recito la fiamma che brucia ogni mio letto [è una pagina rossa – che ho già scritto] s’intona al mio occhio: ogni volta è cielo. volo via.

la mia natura pericola: è in bilico. è strascico. non si sposa, non riposa: è chiusa d’amore. recito nel filtro di ghiaccio che non ha prospettiva – solo dimensione. una zona privata: recinto. e mi muro nel silenzio: non calpestare le tagliole – voglio solo farmi male [e non sentire!] non ti chiedo, ho smesso presto, di capire: sono tre punti di sospensione. il non detto che fuggo e non puoi colmare. punti sparsi che non puoi unire –  per intendere la figura. sono ombre sovrapposte, tracce oscure nel sottotesto. e nel tempo dell’allora? quando cresci? quando riesco: recito – per riscuotere le coscienze che avete impegnato. impiegato al sistema. un lungo tratto – e spezzo un luogo fuori di testa. dentro il senso che è il sesto. è un fantasma malato nel castello di carte. trascina i suoi ferri: è un mestiere [il mistero della musa]. e ancora si prova: per la pax gitana che riporta la quiete del colore, dopo la tempesta di lividi, di piedi gonfi [ti diedi i tonfi del mio ego franto].

per la memoria che è marcia – è contro il tempo, per il fato che non, per la stima che sia, per la lingua che batte in levare, lungo la linea che è dizione. l’unica direzione che seguo: verticale. la vita parallela. recito e ti presento l’energia che manca: nel dono il perdono al diverso. recito la passione, lo studio di viscere, ogni lato del prisma. recito con la disperata serietà, col gioco di maieutica, catarsi e carisma: recito per la libertà! e non basta la parola: il corpo è un testo –  Opera! taglio a sette: colpito e affondato. grazie al camice che è forza: mi medico. e recito: spalanco il sipario. in alto le mani: l’abile bersaglio, la chiave di bambino, la ruga del vaso che mi crepa il viso. la goccia del crono esploso.

corda stesa: per il gabbiano che porta la croce, per l’oblio che seduce, la miseria di gavroche. recito per ogni tu che è: erede. tutte le donne che suono. il drappo che non cede. il baule di viv e la valigia dell’autore: e quanto, dimmi [se tutto se un poco] mi mancava per arrivare? raccontami tu, quando sarai a destinazione. quando sarò decisa: una rosa col “mal bianco” – una rosa dei venti [la sabbia e la rabbia, soffiata come polvere. uno sparo…] recito per ogni calice di vero, per il nome in codice: piccola niki e dama di forbice. tutti i nomi che vivo. la lupa che sai, la moglie che mai. per ogni crisi nella ruota dell’estasi: prima della prima. che è sempre la prima – e non vuoi fine alla replica. un’onda che si moltiplica: orgasmo dell’arena, non si argina e non si paragona! recito perché è oltre: il mio mondo altro, migliore, al di là della parete che non mi chiude.  per un largo malessere e un minuto benestare. un applauso intona la sintonia: bella e buona – la famiglia che non c’era. eroina in vena di battaglia.

imbianca per me la cura, vincere la diagnosi: e lo spettacolo dov’è? chi mi dice: continua? niente di nuovo. e sotto questo sole: ti lascio pedalare – hai voluto la bicicletta? gira la tua ruota di criceto. compro una finale: lettera che è ultima. non muovi, muori! – per il sorriso che mi avete rubato, per ogni indice puntato, per la tortura di sentirsi sempre: refuso e sbaglio. un errore di vampa: uno scherzo della paura. Si rompe la doglia: oscena e pietosa – carrellata. cancello. non si trapassa: e il perché – si evita. quando tace la voce, ti ricamo la luce: uno scatto in bianco e nero. io recito il contrasto e l’estremo: il mio limite mi esclude da ogni comune: parola che. e normale – mai. la retta via è precisa per voi.  ho una corolla di spire: medusa si guarda allo specchio [una diva petrosa] e si getta a mare. cerchi nel piatto? no: sono solo gironi. mancava l’ultimo. ecco, è passato: livella l’onda perfetta. quale carta pesta? il blu si dispone e ritorna tavola – la legge che non accettava. ripaga subito: il prezzo della solitudine [e mi cullo sul fondale, un pesce mi presta la pinna]. 

recito il profumo che è gusto: la carne schiva, la curva della schiena. l’animale con le ali: amici di macchia. ci diamo – senza tregua, senza taglia. non ci pesano e non ci prendono. recito nel luogo che è l’ago di una bilancia rotta, recito la natura, il ciclo di luna, la frase di fiele.

e la mia droga si chiama: una lingua nuova. non mi tradurre. è la poesia che conduce. il gesto dell’alba. e per l’utero di vento: recito il parto per spargere il mio seme – al firmamento. recito l’androgino, il ramo che non si declina, il metro che non teme chiosa: il patto sotto pelle, il frutto ancora verbo, costrutti non maturi, la messa di ricettori, riflesso di. e quello che. recito e rendo omaggio, con tributo: il futuro dell’intuito. e riporti il sacro alla comunione: messa in atto. e cambio segnale: una nuova trasmissione.

mio figlio chiama.

***

 

da MOMAR [uso e consumo della lingua]


Radiation #11 [A. Padua]

Our human cores burn out through thermic trips

Night lives there waiting the light has an end

By the sky to reply the day to run again to die

It’s a little brave game by poetry and flame right now

Wonders happen as they used as they are padlocks

Looks are lost in non-sense eyes

Tight in a lasting dreamlike calm

That dynamic does dominate the space to pack it

With empty strain to link all that standstill has in

Clear and concise the short word is like the thrill

the pure dark ran over untaken gap and burst into

just made hush it spreads to return the lack is you


Monocito

Dama in volo [2]

 

[da Monodico teAtraBile]

 

 [Dama, 20/25 anni.

Ambientazione: uno studio.

Dama è sdraiata – prona – su un tavolo. Un riflettore acceso, alla base del tavolo, è puntato sul suo volto. Dama, a occhi chiusi, si gode la luce artificiale come: il sole.

 Indossa un accappatoio bianco, marcatamente largo. Sorride. Improvviso spalancare gli occhi: si siede sul tavolo].

Dama: «Io sono una dama, una Dama – Dama… Ma no! Questo non c’entra. Io sono un’attrice. Io sono. Io sono chiunque si possa. La riprova.

Io odio il buio. Odio il sonno. Odio la notte. Quando mi sveglio presto, mi svegliano gli uccelli. Sdraiata, guardo.  Guardo e che sguardo! Quando? Quando le maniglie d’ottone dell’armadio si fanno chiare e gialle; e il catino dell’acqua… Ma no! Voi, voi non potete capire, pur ardite: conoscere… Voi dite. Voi non potete.

Voi non potete capire che cosa si prova quando si prova, quando si sente di recitare male… E vivere peggio. Quando tutti gli oggetti della camera risplendono, anche il cuore batte forte. Il corpo torna pieno; prima è rosa, poi giallo, poi è marrone. Troppi colori per una scelta sola. Rosso, sì! Rosso! Un vestito rosso. Come il tappeto: spettacolo.

Io voglio essere la prima! Devo. Devo scegliere: è giorno. Un giorno rosso… Lo sento. Quanto? Quanto il sole: nelle ossa! Le ossa si sentono sole e non è carne, non c’è altro che sostiene. Con le mani percorro le gambe e tutto il corpo: sento come si sporge – e la sua esilità. [Ritrae bruscamente i piedi sul tavolo come un ranocchio] Io sono una dama: ero un gabbiano. Io ero in gabbia… No! Questo non c’entra…

Voi non potete capire: quando i piedi si posano sul pavimento, piango. Sarà un giorno non bello? Imperfetto? Io sto bene. Tra poco lasceremo questa scuola e avremo gonne lunghe.

[Distende le gambe dinnanzi a sé e si fissa i piedi nudi]. Di sera avrò collane ed un abito bianco, senza maniche. E ci saranno feste! [Scatta in piedi] Un abito bianco! Un abito bianco e rosso! Rosso: tappeto e petali. Fiori! Sì? Fiori per me? Sì! Grazie! Grazie! [Si inchina a ricevere un’ovazione immaginaria]

Ci saranno feste. E un uomo mi vorrà, prima di tutte: mi troverà la più bella, la più, più di tutte. Di tutte le altre. Quelle con gli occhi verdi: gelose. Mostri di gelosia: Otelle novelle. E un uomo mi vorrà, ma non sarò di una sola persona. Eh già… Ma lui, lui non credeva nel teatro e non credeva alla verità, la verità che riposa sul testo. Io sono una dama e voglio essere la prima!

Ho ancora cinquant’anni da vivere, o sessanta: e non ho ancora fatto tutto quello che devo. La vita inizia qui! E ho qui, davanti, a me, una nuova giornata da forzare… Mentre dondolo i piedi, seduta…

Chi muove anche le gambe? Voi non potete capire: quando mi guardo vedo il corpo e la testa insieme, e quando muovo la testa e gli occhi, allora tutto il mio corpo magro diventa pieghe e le gambe sottili sembrano un’alga in acqua… Tutto è reale, tutto, e tutto è saldo, senza vedere ombra che sia ombra, e sulla fronte la bellezza corre! E sulle guance…

Il corpo è corpo. E opera. È tutto lucido – le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso]

Io voglio essere la prima che si cambia il vestito! Mi legherò i capelli con il mio nastro bianco: quando salto, io voglio che il nastro sia bandiera! Non è bandiera bianca, ma segno: io voglio il tappeto rosso. Io sono un’attrice [declama con enfasi]

Il frutto è gonfio

sotto la foglia.

La stanza è d’oro;

io dico: vieni.

io dico: vieni

la stanza è d’oro;

Sotto la foglia.

Il frutto è gonfio

[ Pausa. Chiude gli occhi per qualche istante, inspirando a fondo. Si risiede sul tavolo e riprende, pacata e placata]

Ma no, questo non c’entra… Come siamo orgogliosi, noi sediamo qui e non abbiamo venticinque anni! Ci sono rami, donne, alberi; e macchine corrono via! Resta a noi: il deus. Ex machina. Anche lui.

E chi è giovane uscirà da un brutto buio, si guarderà sicuro intorno e avanti. E una porta si apre. Una porta, dopo, si apre sempre. La porta vicino e non è la mia! E mai: il lavoro. Non ha fine mai il lavoro, non finisce mai: il lavoro! Voi non potete capire: ero meschina, proprio come lui mi voleva. Ero mediocre, nella fossa di leoni fatti lenoni… Recitavo sconnessa e deprimevo anche la Stanza, così…

Per scommessa… Non sapevo più stare sul palcoscenico: restavo sul patibolo. Altre voci mi minavano e non riuscivo più a dominare la mia. La mia voce! Io: dama e domina! Io non riuscivo più a dominare la mia voce! Voi non potete capire. Ma dite. Non ditemi più di aver baciato la terra dove rotolavo. Io non sapevo più dove mettere le mani, mani che allungavano senza – mai – tendere…

Poi? «E poi il Sole baciò la mia Crisalide – e Io mi alzai – e vissi -». Ora le mani restano poco aperte e poco chiuse: tra non molto le mani… Si contraggono in una presa. [Stringe i pugni in gesto vittorioso] Io voglio essere la prima. Dama viene, dama va. Dama vola. Io sono un gabbiano. Ma no, questo non c’entra…

Pensa a una scimmia che lancia le noci: e io – non resterò seduta a lungo.

Volubile per gli uni; oppure rigida, fatta di angoli acuti come il ghiaccio; o voluttuosa – come il fuoco… L’oro… E rosso. Ancora. I piedi sul tappeto, non io. Voi dite?

Mai, mai! Non finisce mai il lavoro. Tra poco lasceremo questa scuola: da quando sono qui, faccio sempre delle lunghe passeggiate. Cammino e penso: passo fatto, passi falsi, passo – passo e passo a farsi…

Ho guardato. Ho osservato. Ho scelto il giallo o il bianco, il lucido o l’opaco, l’abito largo o aderente che stavano meglio. E ho osservato…

Ora divento grigia. Ora divento scarna. Mi contemplo nel viso a mezzogiorno, con luce piena, allo specchio; siedo. Ho cura nel guardare… Ma lui rideva sempre delle mie fantasie e derideva – sempre! – i miei versi… Bramìti, fantasticati… Io voglio essere la prima. E ora? Ora sono una vera attrice, recito con piacere, con godimento: diletto… non di letto!  Sul palcoscenico sono come ebbra – e febbre e fuoco! E mi sento bella… La più! Una dama.

E poco importa se recitiamo o scriviamo: nobilita e opera. Poco importa. L’essenziale è la capacità, abile e ampia, di saper soffrire. Resistere.

Saper soffrire e non: offerta in pasto. Chi dice dama non dice: mangia. Tutto il mio corpo magro… Ma no: questo non c’entra… Di che? Di che cosa stavo parlando? Ah, sì! Il Sole baciò la mia Crisalide: sappi portare la tua croce e credi. Io credo e non soffro più…Tanto. E quando penso alla mia vocazione: azione è voce – non temo più la vita. io non ho mai paura. Io sono una dama… Ma no! Questo non c’entra…

Io voglio essere la prima. Un soggetto per un breve riscontro.

[Si strofina gli occhi, sbadiglia e scoppia a ridere]

Non si finisce mai. Devo cambiarmi. Ecco la prova. Generale. Scena: a me! Deve essere buona.

La prima!

*

Note

[1] Who killed BambiSex Pistols.

[2] Nel corpo del testo sono interpolati alcuni estratti de “Il Gabbiano” di Anton Čechov e “Jinny” di Massimo Sannelli.

6 pensieri riguardo “Di luci ferite e altri corpi d’amore – Chiara DAINO”

  1. è un piacere ritrovare anche i testi di chiara qui con tutto quello che c’è dentro (tanto, troppo) ma è una grossa sorpresa trovare una traduzione in inglese della mia radiazione n.11. l’eccellente traduttrice (direi transcreatrice) ha però commesso un banale errore omettendo la traduzione della dedica, che per me maldestro translatore dal sassone credo sarebbe: dedicated to chiara d.

    saluti (e baci)

    adriano

  2. Puro Grazie a Francesco – la mano che segna, la pupilla che abbraccia (tutto: si dona – nei testi. insegna: lontano da ogni pregiudizio, immerso nel forte sentire) e abbraccia, abbraccia anche non-lingue giovani – che si cercano.

    Chiedo venia al transcreato autore: fu la prima “tradotta di luce” – e non fu voluto: omettere la dedica (solo: stanchezza cronica). Nella mista di border rime & border crime baciamo le meccaniche, Adriano!!!

    Gentile Franco
    premesso che è nota squisita la sua educazione ( mi dia pure del tu) – non può che essere senso aggiunto il suo interesse alle frasi frante del mio metronomo scarlatto.

    Nell’a presto, a chi, a voi

    Chiara

  3. è la prima volta che mi capita di leggere una ricca “selezione” di opere di Chiara Daino.
    Sarò anche influenzato dalla sua attività teatrale, ma ci leggo una dolente teatralizzazione dell’io, quasi una forza centrifuga che mina la stabilità del soggetto, facendolo esplodere e rinascere sotto nuove/i forme/flussi.

    un caro saluto a tutti (vedo il commento dell’amico Adriano là sopra)

  4. Grazie a te, Chiara. Solo il “cercare”, “quel” cercare, dice ancora la vita e ne coniuga il verbo.

    Grazie a Franco, Adriano e Luigi per il passaggio e i commenti.

    fm

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