Nell’ora che traduce fine alla fine – Marina PIZZI

marilde magni
(Marilde Magni, Una casa alla fine del tempo, 2006)

*

Da Marina Pizzi, Ricette del sottopiatto, 2007, inedito.

2.
ho pianto sul salario dell’alba
sul bavero scosceso, alzato, fatto frotta
sul gelo e la calura della postazione
informatica. ti dico dio per dirti un fratello
scalcinato, nato solo.


4.
nel conto del mancato
avrò perduto il dubbio prediletto
quel candore di resina sui polsi
che innamora le fissità del nome

5.
nessuna creatura del fortilizio
apporrà più mano
alla salsedine nera
agli avanzi del banchetto.
tu nel lutto che cheta le voci
tura il sipario frena chiunque
addobbi sulla sfera un altro
se con sì nel no di dopo.

10.
l’opera del tetto si consuma appena
eppure mio figlio è morto
il pendolo del nonno è intatto
eppure il mio dolo è logico
la nuca del ragazzo mi commuove
eppure ne muore un’altra adolescente
la scienza del ladrone ha la fiamma ossidrica
eppure qui da me non serve affatto
da ultimo il manichino che m’inchioda
nicchia lo sguardo come se vedesse

15.
a furia di malesseri lo sguardo
ha sevizie col margine del cielo
dell’ora arcinota a terra sfocata

17.
corre di molto il panico
il nudo ingresso per qualcosa forse
gioire alla cometa ballerina
vanesia più del cielo con l’ignoto.
arco di arcano il coma d’innamorati
quando la costa terge le risaie
i chicchi tutti per un permesso vero.

25.
accùrami alla noia della morte
alla carriera rapida del vento
con veto d’orizzonte giacché è vero
l’unisono di ciechi sul comunque
mucchio la china i crani per dispendio

26.
non dà libertà il tuo stravecchio
esperanto di dio, né lo stonìo del pianto
un pagliaccio di riso oltre rantolo.
così la toga della ronda
stemma a casaccio una casa vuota
pattugliata dalle turbe del blasfemo
patibolare rango l’ogni dì

31.
ti hanno sotterrata con le vesti zuccherine
con le vestali bambine solo per te
assassinata nell’ebete silenzio
d’una cometa coltivata, falsa.

33.
se darti occaso è apice di vento
datti la fonte di non guardarti in faccia
né alla cicala né alla formica, favole.
fuggi il costrutto delle regie di giro
spezza lo zaino in un nodino nomade
conchiuso in un daffarsi che non c’è.

38.
la baraccopoli del seme
è sempre un appunto aperto
un taccuino da acropoli
un polline da cantica dantesca
un permesso breve lasciato sulla tastiera
con un rancore di spirito
nel racconto sulla mensola a bagarre.

40.
erranza e sortilegio
la schiavitù del vitto
il vizio a fulcro della ruota ancora.
in pace nella nicchia dell’ossario
il sesto senso di chiamare
letizia la pazienza della fionda.

43.
ora che sconterò di un altro inverno il corpo
e la bestemmia estiva
sul far del coraggio mi fa da sciarpa
pandemonio d’arringa e resistenza,
mia la stiva di non caricar niente
nemmeno la betulla alla marina
neo la terra appena dentro il palmo.

50.
appello di scudiscio resistenza
quasi teca di ultima pazienza
catena con serratura, molte mandate
a spranga. il collo appena flesso
è già di dispatrio, spauracchio le unghie
già sul nero, rotolo di accuse l’agonia.
erta di arrivo lo scivolo del caso.

56.
malinteso di acrobata nel sangue
questa pietosa liturgia del ciottolo

60.
login con te la bellezza della zattera
questo minestrone d’ascia che tutti ci uccide
per un’informazione lesta stazza di dolore.
piove l’autunno sulla corriera spersa
all’autoparco nella grandine pietosa
che intacca e spacca lo stare della fuga

61.
il lutto appeso alla maniglia d’acqua
è sulla presa del grigiore tutto
il corpo in frullo della quasi morte

65.
non ho attori per rompere il silenzio
né ingressi altrui da violar per più belli
da sotto il caso che combina poco
e molto straccia le sostanze in mente

67.
quale calura storpierà il tuo viso
quale lucertola tornerà all’ombra
dopo la furia che convinse al pianto
il mondo appeso lanugine e sudario?

74.
appunto gaudente solo un appunto
questo di spatrio d’osso color del sangue
berretto per mansioni controvento:
s’accenda un talamo dall’inedia
a mo’ che veramente il passo voli!

76.
ero di te la siepe e il resoconto
andrà sfumando un sentiero al giorno
con la nomea la bella che fu bellissima
meraviglia la pena sul guanciale

79.
una voltura di occaso dirotto
occaso di sapienza la cometa
sferrata a rate per i miscredenti
nella puttana a tutto tondo bene
d’umano fatto smania il vitalizio
del ben oltre summa

80.
e mi piange sconfinato occaso
il senso plurimo di morirmi accanto
ai fiori appena estratti dalla terra
quali emblemi di una morte aggiunta
ancora con la bravura del tempo
supplice

85.
la morte giovane è un grafomane
di grande immenso occaso
è dove l’antro si ferma con l’origine
dove la giostra non scimmiotta se stessa
e la faccenda tutta è senza figli o legni cedui

86.
non troverò la pace né lo scempio
giacché di già ti ritorno in grembo
imbuto di faccenda giovanile
quando il lavabo è l’urto contro il secolo
se già lindo il furore coi cipressi
nel giorno che disamora così smorta la vita

94.
a titolo di enigma
stai sul respiro
a cornicione del tuo grattacielo
chiodo d’eremo e d’occaso.
venne quel tale male
legato alle grate d’eros
all’alef festivo la parola stiva.

***

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3 pensieri riguardo “Nell’ora che traduce fine alla fine – Marina PIZZI”

  1. (ho sbagliato il precedente era un commento riferito ai testi di Adriano Padua)

    i testi di Marina Pizzi – un distico esplosivo come
    “malinteso di acrobata nel sangue
    questa pietosa liturgia del ciottolo” – danno il senso febbrile/di libertà di infanti con musiche selvatiche nelle orecchie/ come un dopopioggia che ci veda accucciati a un desco paterno

    ciao FM mi daresti la tua mail (mandami un SMS sul cell.), un abbraccio, Enrico (il tuo blog è davvero una continua scoperta)

  2. Proprio così: “come spesso/sempre”, un acuto, “senso febbrile di libertà” con/nella scrittura. E con pochi eguali. O nessuno.

    fm

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