A casa di dio – Inediti di Giorgio MORALE

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(Emilio Merlina, Just a dreamer)

*

Da Giorgio Morale, A casa di dio, inedito

“Allora, abbiamo lavorato abbastanza?”

Teresa dorme con la caffettiera sul fornello. Carica. Appena in piedi, accende. Prima di lavarsi. E’ quello il suono più bello, la mattina.

Alle otto e trenta apre. Alle nove arrivano i volontari. Dalle nove in poi arriva Ombretta. Si occupa del collocamento donne. Quando sa che Martina non c’è, arriva dopo. Martina non chiede mai quando Ombretta è arrivata. Ombretta produce una gran quantità di assunzioni, per questo nessuno la controlla. In genere è Dario che raccoglie le offerte di lavoro, Ombretta le esamina e decide chi mandare. In questo è brava e per lo più l’azzecca.

Le più fortunate sono le prime della giornata: Ombretta è ancora calma e dedica anche un’ora a un colloquio. Poi guarda l’orologio, mette a fuoco e di punto in bianco accelera. Dopo le dieci e mezza s’incazza con tutti – la sua soglia di sopportazione è minima. Anche lei ha il mito del lavoro. Urla per far vedere che lavora.
“Guarda che deficiente! Che pretende quella?”.
E’ l’ora in cui potrebbe arrivare Martina e, appena a portata d’orecchio, rendersi conto che Ombretta è stanca e incazzata perché ha già tanto lavorato. Teresa chiude la porta per non sentire.

Martina arriva per ultima, quando non è in giro per tribunali e questure. Nel frattempo Teresa ha intrattenuto le persone a cui Martina ha dato appuntamento. Quando arriva, glielo dice:
“Sai che sono arrivati alle nove? Se prevedi di arrivare tardi, perché dai appuntamento così presto?”.
Lei se la prende con Teresa.
“Cosa t’importa? Gli appuntamenti sono miei”.

Martina cura i casi più pietosi. Arrivando fa una panoramica. Se una persona ha l’aspetto stanco perché fa anticamera dall’alba, ne è contrariata e la rimanda al giorno dopo. Se una le sorride e le fa festa, fosse pure arrivata quell’istante, le dà la precedenza. Oppure sta seduta al suo tavolo e fa i conteggi di inizio e fine rapporto. Assorta, chiusa, barchette di sudore sotto le ascelle. A volte non ce la fa. Dice agli interessati di venire a ritirare i conteggi martedì, ma si dimentica. In extremis si rivolge a Ilio, che provvede. Prende gli appunti di Martina, scritti peggio che un rebus, e su quelli lavora. Ha molto chiaro quando – e cosa – dire o non dire. Sa come fare l’impaginazione e i calcoli. Martina lo coccola.
“Dopo la laurea, puoi fermarti un po’ a fare esperienza” gli dice. “Ti si può dare qualche compenso”.
Allora si vede Ilio – se possibile – ancora più professionale, perché le persone sono così: come le tratti, diventano.

Poi chiama un datore di lavoro.
“Questa ha bisogno del permesso di soggiorno” dice Martina “quindi diamole venticinque ore” – che è il minimo.
Però non insiste perché abbia di più. Anzi dice:
“Più avanti chiedetele qualche ora in più, è disponibile”.
A volte gratis, a volte pagando lo straordinario, ma non i contributi.

E se chiama la polizia, per sapere se un tizio è davvero passato dal Centro, chi risponde? Martina. Se telefona un giornale, per un’intervista o un’inchiesta, chi risponde? Ancora Martina.
“Cosa vuoi parlare con questo giornale?” commenta poi. “Vogliono qualcosa da scrivere per guadagnare la pagnotta”.
Fa lo stesso con la posta: se non ha l’imprintig giusto, la cestina. Inutile che Teresa le dica che quello sarebbe il suo lavoro.
“Non pensarci” dice Martina. “Faccio io”.
Perde tempo per appuntamenti non previsti, telefonate arretrate, attività senza costrutto. Per poter dire, se il Presidente chiama dopo il suo orario di servizio, che è rimasta in ufficio perché c’è tanto da fare. Si gonfia d’orgoglio, quando si sente dire:
“Non sono riuscito a parlarti. Ti ho cercata, ma il tuo telefono era sempre occupato”.

Quando ha qualche minuto libero o è stanca, si concede una pausa e gira per il corridoio. A origliare le conversazioni al telefono. Malgrado la mole, scivola agile e silenziosa. Per lei sono tutti poco affidabili. Se viene vista, mette dentro la testa.
“Ti posso parlare?” dice.
“Certo. Metto giù, tanto non risponde nessuno” fa l’altra.
“Mette giù per non essere ascoltata” commenta Martina, quando l’altra non può sentire.

Martina ha reazioni umane solo quando il diabete la costringe. Allora, grande e grossa com’è, comincia a tremare. Diventa scarlatta e la prende la
frenesia. Quando ha carenze di zuccheri ingurgita qualsiasi cosa: snack, merendine, caramelle. Ne va in cerca di stanza in stanza. Così è per le necessità fisiche: accede ai servizi solo se è sull’orlo dell’incontinenza.

Alle quattordici e trenta: il bar. Se guarda la piazza, uno dice: dove son capitato? Se si gira l’angolo, ci si trova in una strada made in Milan, con bar e tutto. Quando c’è il bar, c’è tutto, pensa Teresa. Una città senza bar lei non la concepisce.
“Abbiamo lavorato abbastanza?” dice Martina.
E’ il segnale dello sfollamento. Significa che gli zuccheri sono in calo e urge rifornimento. Ufficialmente il bar è “per parlare un po’”. Teresa non sa cosa dire.
“Cosa prendiamo? Cosa prendiamo?” domanda Martina.
Ha l’acquolina in bocca. Mangia con gli occhi: torte farcite, confezioni di gelati, patatine. Siccome si sente in colpa, stuzzica le altre.
“Io non posso. Prendi tu”.
Di fronte all’insensibilità collettiva, capitola:
“Facciamo a metà?”.

Una volta non c’erano più dolci, erano arrivate tardi. Pulivano. Le sedie sui tavoli a gambe all’aria. Un puzzo di ammoniaca e detersivi che avrebbe fatto vomitare chiunque. Ma non Martina. S’è mangiate due brioche alla crema di due giorni prima. Ombretta idem – con la scusa delle economie per sposarsi.
“Visto che paga il Centro, tanto vale consumare” fa.
“Dovrei trovarmi in punto di morte per mangiare quella roba” le dice Teresa.
Intanto Martina si giustifica col barista:
“Sa, lavoriamo tanto, non ce la facciamo ad arrivare in tempo”.
Il barista dice l’unica cosa ragionevole:
“Se vuole, possiamo portare su”.
E Martina:
“No, non possiamo permettercelo. Siamo un’associazione di volontariato”.
(dall’inedito A casa di dio)

*

“Il Presidente lavora anche di notte”

Il Presidente non si sa mai quando arriva, ma se c’è, si nota subito. Sta abbastanza in ufficio, ma in perenne movimento. Non fa nulla in particolare – fa il Presidente.
“In vita mia avrei potuto fare soltanto il Presidente” ha confessato a Teresa un giorno che era in vena di confidenze.

Arrivando saluta solo i capi. Poi telefona e intrallazza. A chi telefona? A chi è dalla sua parte, per farsi riferire come si comportano gli altri. O ai volontari, per raccogliere i “si dice”. Oppure a persone di fiducia, a cui chiedere un quadro della situazione. Sui pareri degli eletti basa le sue decisioni. Altre telefonate sono per capire come rastrellare finanziamenti.
“Se presento una domanda in base a questa legge, da chi posso avere un appoggio? C’è uno dei nostri lì?” lo sentono dire al telefono.
Ogni tanto, per darsi un contegno, butta giù una sentenza:
“Lo stato è dappertutto. Lo stato è onnipotente”.
Se sta facendo una telefonata e vuole che nessuno ascolti, chiude la porta. Se vuole emergere come l’unica mente al Centro, urla al cellulare su e giù per il corridoio. Fingendo di spostarsi perché la linea è disturbata.
“Non ho campo, non ho campo” ripete.
In realtà è perché tutti sentano. Parlando fa un giro, saluta, apre una porta: tutti constatano che fa più cose insieme – e lo ammirano. Intanto lui controlla cosa fanno gli altri. Finito lo show, se c’è una faccia che nella perlustrazione l’ha ispirato, intavola una conversazione.

Non c’è verso di farlo agire in modo aperto, pulito. Una volta Teresa gli ha chiesto se non era il caso di convocare una riunione.
“Per questo basto io” ha risposto. “Te lo vedi un Presidente a discutere coi dipendenti? Se hai qualcosa da dire, puoi dirla a me. Provvederò io. Ma riunioni no. Sono perdite di tempo. Illusioni della democrazia”.
Un’altra volta Teresa gli domanda:
“Posso dirti la mia opinione?”.
E lui la avverte:
“Sì, ma chi decide sono io”.
Nessuno l’ha mai messo in dubbio, ma dicendolo lo gusta di più. Poi, l’idea degli altri, la spaccia per farina del suo sacco.

E’ così con tutti. I suoi dipendenti non sono che materia umana grezza e informe, un magma da cui distillare la personalità superiore. Se qualcuno gli pone un problema, non gli risponde subito, gli dice:
“Vai di là, ti darò una risposta dopo”.
Telefona a qualcuno e pone la domanda:
“C’è questa situazione. Tu che ne pensi?”.
L’altro dice la sua e lui gli dà lo zuccherino.
“Questa sì che è una risposta!”.
Poi parla d’altro, per occultare il motivo della chiamata. Poi mette giù. Lo stesso per tre volte, con tre persone diverse. Dopo tira le somme e chiama chi gli ha posto il problema.
“Ho la soluzione” annuncia.
E si fa i complimenti da solo.
“Chiaro che poi mi danno tutte le presidenze”.

Per lui la legalità non esiste, è un trucco dello stato per imbrigliare l’individuo – e su questo posso dargli ragione. Salvo che lui invoca l’individualità solo per sé. Ha elaborato una teoria, ha creato – come si dice? – un apologo.
Lui è come un istrice. L’istrice entra in una caverna e si accuccia in un angolo, con gli aculei a riposo. Si guarda attorno, studiando punti deboli e punti forti della situazione, ma non dà segni di vita. Finché non si crea l’occasione favorevole. Allora tira fuori un aculeo e lo brandisce contro chi gli sembra debole, tanto che lui possa colpirlo senza che l’altro riesca a reagire. Se quello subisce – magari non è d’accordo, ma non è in grado di opporsi – diventa alleato dell’istrice. Se invece reagisce, vuol dire che è un potenziale nemico: allora l’istrice tornerà al suo angolo. Aspetterà e ritenterà – e sicuramente prima o poi troverà un alleato. L’obiettivo dell’istrice è prendere il potere senza farsi scoprire. Millimetro dopo millimetro. Gli servono alleati e informazioni: su chi governa e su chi è alleato di chi governa. Di questo passo va avanti, conquistando persone e posizioni, curando che nessuno diventi più potente di lui. Chi non sta a questo gioco sulle prime viene ignorato. Ma quando l’istrice è al potere, chi non ha accettato la sua alleanza viene maltrattato o estromesso. Anche i più deboli vengono pian piano relegati in un angolo, perché a lui non basta aver vinto. Vuole stravincere e governare con persone di sicura fede. Può impiegare anche anni a raggiungerlo, ma non dimentica il suo obiettivo.

* * *

Il Presidente non vuole dipendenti onesti, ma sottomessi.
“La prossima volta che nasco, farò il dipendente” dice a Teresa. “Così avrò tutti i diritti, compreso quello di non far niente. All’orario smonto. Ci sarà chi verserà i contributi per me”.
Che dirgli?, si domanda Teresa.
“Fa’ come vuoi”.

“Il Presidente lavora anche di notte” fa lui. “Soffro d’insonnia e alle tre sono sveglio. Allora cosa faccio? Pianifico mentalmente il lavoro. Così prima di arrivare ho chiari i compiti per i dipendenti”.
“Così prima di arrivare sei bell’e frustrato per la giornata” pensa Teresa. “E chi la paga sono gli altri”.
Ma non lo dice. E quello riprende.
“Vedi quello che sta succedendo in Russia? La rovina è stata la rivoluzione. Si stava meglio ai tempi dello zar, è storicamente accertato. Ognuno faceva il suo lavoro e non pensava di avere il diritto all’ozio”.
Spia se arriva una reazione, pensa che Teresa voglia discutere quello “storicamente accertato”. Poi riattacca.
“Era meglio se il muro di Berlino non cadeva, così i peggiori non sarebbero venuti qui”.

Anche stavolta Teresa non proferisce verbo. Ma lui è come un computer a programma avviato: non si ferma se non ha concluso la sua filippica.
“Però qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto. Sarebbero dovuti arrivare scaglionati, in modo da poterli sopprimere con metodo. Arrivando tutti insieme, qualcuno sfuggirà al nostro controllo”.
Siccome non accetta che Teresa lo snobbi, rincara la dose.
“Guarda che io sto parlando seriamente, io sono per le crociate”.
“Io no, invece” Teresa ha proprio voluto dirglielo.
Così lui può compassionarla.
“Appartieni alla categoria degli illusi, di quelli che non hanno i piedi per terra”.

Teresa non ha mai capito Sonia, quando ripeteva:
“A me piace essere dipendente”.
“Cosa vuoi dire?” le domandava.
E lei:
“Mi piace che mi dicano cosa fare, mi sento più sicura. Io eseguo e poi mostro il mio lavoro. Mi piace se mi dicono brava. Mi piace svolgere compiti di precisione, ordinare gli archivi, compilare i moduli, preparare gli assegni…”.
Proprio a Teresa veniva a dire certe cose! A lei spiace solo l’idea di non poter scrivere diecimila euro su un assegno intestato al suo nome. Se pensa di farlo per un altro, s’incazza.

Che non le si parli poi di archivi, non finiscono mai. Una volta le dicono di farli in ordine alfabetico, poi in ordine cronologico, poi per argomenti – e poi si riparte daccapo. Meno male che questi dubbi non li ha avuti il Padreterno nel creare il mondo, se no staremmo a domandarci ogni giorno dove siamo. Fino a qualche tempo fa Teresa non sapeva nemmeno cosa volesse dire mettere ordine. Poi ha capito cosa intendeva la gente: mettere il simile col simile. Allora volendo ce la fa anche lei.

Oggi il Presidente l’ha riempita di lavoro extra: pagargli le bollette, sporgere una denuncia di smarrimento, fare attivare il cellulare… Insomma: le file agli sportelli, i litigi con gli impiegati, le mezzore al telefono. Lo fa per sfruttarla fino all’ultimo. Lo stesso alla fine della giornata. Quando Teresa è pronta per andare lui arriva e le dice:
“Facciamo il punto della situazione”.
Così Teresa ne ha per un’altra mezzora.

Come sotto Natale o Pasqua, o prima dell’estate: arriva con attività buone per un mese. Teresa potrebbe svolgerle qualunque giorno dell’anno, ma lui le accumula per quei giorni: ha paura che il dipendente lavori troppo poco. Che annusi l’aria delle feste. Per mostrare che lui non è da meno, dice che non andrà via da Milano.
“Sono legato” si lamenta “Mani e piedi. Ce n’è sempre una”.
Se qualcuno lo chiama sul cellulare, lui dice che sta a due metri, ma non può muoversi per un’occupazione impellente. Poi si scopre che era a Rapallo.

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8 pensieri riguardo “A casa di dio – Inediti di Giorgio MORALE”

  1. Molto efficace la descrizione delle volontarie, anche se non mi è chiaro come faccia Ombretta a arrivare “dalle nove in poi”: quanto dura la sua entrata, quanto è lunga l’Ombretta? Bella la figura di Teresa. Quella del Presidente è invece più scontata, berlusconiana nelle aspirazioni. Ma complimenti! Mi è venuta voglia di leggerlo questo libro, quando uscirà. Stupenda anche la copertina, se è copertina il just a dreamer.

  2. Grazie a te, Emilio.
    Spero che il tuo lavoro, così come quello di Elio, sia sempre più
    (ri)conosciuto ed apprezzato per quello che veramente vale. Moltissimo.

    Marco, anch’io, che ho avuto modo di leggere e rileggere l’opera nella sua veste compiuta, spero che questo libro sia presto pubblicato: Giorgio Morale, per quel che mi riguarda, è scrittore di assoluto valore. Tra l’altro, basta leggere il suo romanzo d’esordio, “Paulu Piulu”, pubblicato da Manni nel 2005, per rendersene conto.
    “Just a dreamer” è la riproduzione di un’opera di Emilio Merlina. Mi è sembrata l’immagine più adatta a dare un’idea dell’intero romanzo e della “profondità” di sguardo con la quale la protagonista attraversa la quotidianità che vive: con la radicalità di chi ha i piedi sempre ben piantati nel reale, e l’acutezza della percezione che trasforma anche il sogno in concreta proiezione utopica.

    fm

  3. Grazie di cuore, Francesco, per l’attenzione e l’ospitalità in questa bella dimora.

    E grazie anche a Marco per gli stimoli, soprattutto adesso che il lavoro è in fieri. Purtroppo l’equivocità del linguaggio è sempre in agguato, e salta fuori quando meno ce l’aspettiamo. Cercherò di rendere più chiara quella frase (bella però l’immagine dell’Ombretta che continua ad arrivare!).

    Per quanto riguarda il Presidente-Berlusconi: ho paura che sia il destino non solo del personaggio, ma anche della persona, essere la parodia di se stesso… ma vedrò di lavorare anche su questo, per quanto mi sarà possibile.

  4. Non ho letto , ovviamente, tutto il romanzo, ma da quello che posso arguire le figure femminili, a parte quella del presidente,sono in primo piano, ciascuna con una sua caratteristica. Simpatica la scena al bar e molto perspicace il tratto psicologico azzeccato, pur abbozzato in poche parole, di Ilio “le persone sono così: come le tratti, diventano”.
    Mi piace il periodare spezzettato, conciso, che non fa confondere il lettore alla ricerca di un possibile soggetto. Complimenti!

  5. Tutte le parole di stima per il lavoro di Giorgio Morale, uomo dalla sensibilità non comune.
    Chi ha avuto la fortuna di leggere Paulu Piulu, come ricorda Francesco, può rendersi conto della sua bravura e della sottigliezza con cui riesce a raccontare le sfaccettature dei personaggi, donandoli al lettore a tutto tondo (“anima ed esattezza”, mi verrebbe da dire), e a tracciare il rapporto che l’essere umano ha con la società che lo circonda. Ha uno sguardo che è prima di tutto “umano”, per quel che può significare ancora questa parola per gli altri (ma credo che per Giorgio significhi ancora molto).

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