Coltivare macerie sul volto (Parte seconda) – Enrico CERQUIGLINI

[La prima parte si può leggere qui.]

Da Tra nebbia e fango, Campanotto, Udine, 2007

Elegia di fine anno/secolo/millennio
(Arbeit macht frei)

reloj, detén tu camino…
se cade in piedi
vedi l’elasticità del corpo
…haz que esta noche sea perpetua…
e la finestra aperta
aspetta fuochi
fatui tentativi
giochi-stordimenti-alcol-sesso
bare di tempo
tempo di bari
fucine antiche
alambicchi e gorgiere
indi Nobel
Nobile, oceanici trasvoli
neve eterna
Deutsch über alles
l’adolescenza prima dell’infanzia
al posto della siesta
la fiesta della seta
plastica-vilpelle-cartachesicomsuma
Descartes a prezzi speciali
chip e gulager
sicuri campioni del presente
in oneste performances
avanzi verso la caliente
ciudad do sol
sole del sei agosto
sole di vittoria
secondo sole secondo le scritture
gaslignitepetrolioferromagnesite
tungstenografitesaletalcocaolino
uranio
indi, per cui, cioè…
nella maniera in cui…
un momentino…
ME NE FREGO!!!!!!

piallatore saldatore verniciatore
silicosi
da produzione inconveniente del mestiere
erre moscia
il motore del 2000 sarà bello e profumato
a me la luna, please
due etti di polpa transgenica
un grano di rosario
indi ruanda
burundi
scintillanti le vie di Vienna Berlino Chicago
le borse di Tokyo, di New York
un soldo di memoria
Gino Lucetti
Violet Gibson
il corno dell’abbondanza
sul seno procace della vamp
con gambe a forma di serpenti
i Titani mutilarono Urano
e lo costrinsero a rinunciare al suo regno
…ultime notizie dagli inferi:
Satana abdica:
lotta per la successione
tre sono i punti di forza
dell’azione del nostro governo…
Friedrich Wilhelm Nietzsche
moriva il 25 agosto del 1900
Hitler aveva 11 anni
Stalin quasi 21
Mussolini 17 da pochi giorni
Louis Armstrong era nato da 52 giorni…

mio padre è morto il 21 marzo
era stato in guerra
aveva 87 anni
ha lasciato un pastrano della Wehrmacht
frutto d’un destino senza filtro
dei buoni del campo di prigionia tedesco
che servivano per lo spaccio
dove davano acqua sporca chiamata birra
e terrore chiamato onore
ha conosciuto miseria e dolore
anche fuori dalla guerra
un’abbondanza di miseria
un supplemento di dolore
ha visto sotto la calvizie
nascere regni e cadere muri
noci e nacchere nel suo campo
parlava con gli animali
alla terra rotonda non credeva
né all’uomo sulla Luna
uno tiene que comer

sarà questo un secolo
di pace e di progresso

di certo, lo dicono le stelle
forse attanagliato dal nulla
la carta non resterà
non resteranno le pellicole
non resterà il cemento armato
il migliore dei mondi possibili
ve lo assicuro io
tutto viaggerà in rete
tutto tranne il pesce
– in scatola –
secolo di fini umoristi
di artisti del pensiero
libertà da censure e ferrovie tra due piantagioni
di banane sansebastianizzate
uno tiene que comer
Date oro alla patria
indi in Balilla
indi in 600 (DC)
nel boom della bomba
nell’atomico sogno
dell’eterno ritorno
Berlino Praga Budapest
Saigon L’Avana Belfast
lo Sputnik II Laika cagnetta
chiuse le case
aperte le imposte
“Love me do” – Fontana di Trevi
Barbudos/Barnard/Dubcek
metteremo i cannoni
nei vostri fiori
La pace fredda dei gulag
stalattiti
meteoriti/canirobot
“Dio è morto” la croce di ferro
l’insanguinata
l’uncinata periferia delle coscienze
solo amici alleati fratelli
Wall Street
i bordelli di Sam
profumati di gas-napalm-sesso
alamari strappati
tra pampa e tundra
nel pianoro della paura
Ginger e Fred
maccartismo e maccheroni
sul mitra di sigari
alcol sottobanco
Viva la muerte!

Nel terzo mistero doloroso
si contempla…
quattro calci, una pedivella
un pugno
la rossa che sbuffa
il nero che crepa
grasso il mercante
e l’amante desnuda
“putains a go-go”
con in mano i rosari
finzioni di finzioni
acute riflessioni sul niente
rotte/flotte di ventri
da inseminare
dal popolo eletto
Lì a due passi dall’inferno –
bestemmia in serbo
il morto di oggi –
fuocomarchioindelebile
lì nella corteccia
aggiogati
giocando alla sorte.

***

Elegia di fine anno/secolo/millennio
(The work makes free)

Alberi del socialismo

Alberi del socialismo, a moderare l’arsura,
hanno accompagnato la nostra primavera.
Giungevano echi di sogni universali
nelle più remote plaghe. Le apriche piagge
erano mari di speranza: rubini le bacche
dei ciliegi, avorio il tuo sorriso.
La brezza tra i capelli – lunghi ritorni –
tra le mani portava l’odore della felicità:
la cercammo a Cuba, all’isola di Wight,
nelle risaie cinesi, nelle cupe valli boliviane,
nel socialismo di villaggio. Trovammo solo
sogni interrotti. Le parole di Ernesto –
tradito violato ucciso – giravano a vuoto
nelle teste. Preti di partito bollarono
d’eresia la fame di giustizia, inebriati
al calice del potere, aprirono i cuori
ai dogmi del mercato. Non era più maggio
non era più primavera e per chi, come noi,
a luglio avverte la nostalgia dell’estate,
piovve fuoco anche a gennaio.
Eretici tra chi si diceva eretico,
ribelli tra figli di ribelli, conoscemmo
il riso beffardo, lo scherno dei nuovi arrivati
al ballo del mercato – intelligenze a perdere,
bucanieri da bordello, strateghi della dolce
dittatura – il loro cinismo dal volto umano,
l’etica della sopraffazione, lo sfruttamento
in nome dell’uguaglianza, la gerarchia
dei desideri. Nel frattempo, ridotti
a monadi, abbiamo dato alla luce
figli annoiati, intristiti, incattiviti
dalla testa piena di cose, senza pensieri,
pronti a distruggere a distruggersi
suffragati da una libertà senza idee,
deboli oggetti da smontare e oliare
prima di servirli sul piatto del potere.
Ridotti al silenzio, senza riferimenti, pronti
a credere, a cedere a un prete polacco
gli avanzi di noi stessi pur di non cadere
nella ricerca di un senso umano,
vittime della superstizione, schiavi
di una ragione che esalta il nulla,
incapaci di vedere la luce che filtra
tra dense nuvole, ci aggiriamo, morti tra i morti,
fingendo una gioia di vivere
che sfibra ogni muscolo,
rimandando, incoscienti, al futuro
il sogno di sognare.

*

Gli uomini uscivano di mattina, sbadiglianti…

Sbadiglianti, di mattina gli uomini uscivano
con nelle tasche la miseria e pochi sogni.
Attraversavano la periferia senza lena
certi di essere comunque in anticipo.
Nella brina scendevo verso l’autobus
con la stessa miseria – avevo in più
fagotti di sogni, libri che illuminavano
la strada -. Ero un maldestro studente:
detestavo gli insegnanti, le loro vite
di presunti detentori del sapere –
in realtà meschine figure di frustrate
donnette isteriche e, poco soddisfatte
da mariti – suppongo – apatici
o alienati da un lavoro all’altezza:
erano la prova d’una borghesia incapace
di insegnare alcunché, perché niente
possedeva sotto i ceroni inclementi
sotto il sarcasmo di ghigni di sfida
difesi da un potere che credevano eterno.
Solo dei volti sfuggivano alle trappole
della muffa borghese: erano voci basse
che trasmettevano amore, curioso
stupore per quello che riuscivano a dare:
l’entusiasmo d’una giovinezza mai
appassita, di sogni da trasmettere
intatti, accresciuti.
Ero un pessimo
studente, coi capelli troppo lunghi,
troppo attratto dalla libertà, dai libri
che si aprivano quando le lezioni
terminavano, dai sorrisi di ragazze
che avevano l’atavico sapore della terra
non ancora incrinato dalla maschera
da signore da rispettare.
Erano quei
baci, tra i versi di Verlaine e Rimbaud,
con in lontananza A horse with no name,
cantata da figli senza fiori, che davano
il senso del vivere, dello sperare, al di là
delle incertezze di un domani sognato
mai progettato.
Erano anni di calcio,
di musica, di amore, di sesso, di comunismo
fuori dal socialismo reale! Eravamo tollerati,
mai accettati, mai capiti, certi che tutto
– prima o poi – sarebbe tornato nelle regole.
Ma noi sentivamo che avremmo avuto
destini diversi dai padri: una vera giustizia,
una reale uguaglianza, un amore eterno!
Cosa ci ingannò? Quale brivido inavvertito
percorse la terra, inascoltato profeta?

*

La caduta degli dèi

Quando caddero gli dèi, prima dell’avvento
della notte, esplosero in cielo i sogni
mutilati delle migliori menti dell’emisfero
boreale. Vecchi pontefici parlarono di segni
che dagli astri giungevano agli uomini
di buona volontà e agitavano in alto croci
di svariate dimensioni. Avevano in bocca
il sentore dell’incenso e dello zolfo, alcuni
sorseggiavano la delizia di un passito rosso
godendosi lo spettacolo di un X agosto
fuori stagione. Teologi e prostitute trovavano
inusuale il fatto che i falò ardessero in cielo.
Forse nell’essenza divina, filtrata dalla ragione,
rifulgeva una luce di un incorruttibile fuoco.
Forse il fumo dei copertoni addensandosi
in nere nubi veniva dalla Via Lattea,
illuminando destini e scaldando notti
d’aliene passeggiatrici. Anche il mare
ribolliva (un’immensa soupe de poisson!)
friggendo a volte per fiammelle che vi spegnevano.
I creatori del mondo ritennero giusto
incatenare lo spettacolo in un cavo
rilanciarlo ai satelliti, gettarlo in pasto
agli sproloqui degli opinionmans
alle blandizie dell’umanitarismo a peso.
Gli accademici, col tafanario ben in vista,
disposti a noleggiarlo alla spada vincente,
disquisirono, con fine erudizione, di fochi
ancestrali, di fuochi fatui, di fuochi eruttivi,
di dardi accesi, di combustioni epiche:
dalla città Peripatetica alla Mosca riarsa,
quando il còrso rincorse l’ultima gloria,
al defogliante in esotici futuri bordelli,
alle cataste di fascine di Campo de’ Fiori,
ecceterando ecceterando salivando e risalivando
in una crescente erezione d’intellettuale
memoria: un diuretico antipertensivo.
Quando caddero gli dèi arse Hiroshima
e non era ancora il giorno della paura
liofilizzata. Caddero gli dèi. Irruppe l’Io.

*

Despido definitivo

Devo averlo attraversato questo fuoco
in tempi lontani o ne sono dentro,
senza la necessaria fiducia, nudo –
per quanto può esserlo un moralista immorale –
ormai disabituato alla lotta (alle lotte, alle contorte
querelles di un presente costante)
suaso da sogni che oscurano il giorno.
Alimentavo questo fuoco – che ora
langue sul limitare degli occhi –
certo, oh ingenua certezza dei versi!,
che l’incendio nulla avrebbe salvato
del male che affliggeva la vita,
ora lo guardo, forse attratto, pronto
forse ad esserne preda – novella strega
dannata da un auto da fé – bonaria preda
che non dispensa sorrisi. Ma cosa alimenta
queste patetiche fiamme? In cosa trovano
vita? Cosa riducono in cenere?
Devo aver visto, in qualche incubo,
l’orrore della morte. Ne serbo memoria
in qualche parte del corpo, una memoria
senza ragione, atavica, mitica.
Piccoli episodi di una vissuta trama!
Delle strade di Parigi ricordo l’Africa
coloniale, nera, calda, nella nebbia
che bruciava la Senna. Tra le sue gambe
son nato e morto e rinato e rimorto
fino alla fame assoluta. Ho conosciuto
i morsi del cane infernale e ne conservo
ferite ancora rosse che al mutare dei venti
tornano a lacrimare, a lancinare le carni.
Ardevano i prati dove l’amore
s’aggrappava a seni immaturi,
dove le mani stringevano la rabbia
di un mondo da salvare. È scomparso
con gli anni l’amore – residui di palpiti
ora sono diretti a sogni non miei –
è scomparsa la salvezza dall’orizzonte –
anche la primavera, se torna, ha colori
melanconici e lontani – resta il suono,
percepibile appena, di un’arpa indiana…
Il mare freddo del Nord – bestemmie
ininterrotte – portava con sé il silenzio
premonitore. Non ne conoscevo allora
i misteri. Credevo che in mille corpi
avrei trovato mille strade dirette
al vero, che nel dissetarmi avrei perso
la sete, la fame con la sazietà.
Andine tiritere m’hanno spiegato
il senso della ricerca di senso
ma nulla mi dissero di un ritorno –
disperato e disperante – al luogo
dove il giorno svanisce nella notte.
La vecchia cieca, in quechua,
cantava l’amore per la vita
(le avevano scannato tre i figli
i regolari!) nell’angolo meno freddo
d’un gelido inferno. E sentiva il sole,
baciava le ombre di tre pargoli
freddi. Non seppi che bere birra
dopo birra, rannicchiato, tremante,
ridicolo in un poncho mai più indossato.
Per le strade c’era odore di sangue,
coprifuoco, pianti trattenuti
e una fretta che rendeva irreale
anche l’acido della birra. (Ero altrove,
avevo tra le mani la tua anima,
vibrava il tuo corpo stretto al mio:
era di yucca il tuo bacio, di mare
il tuo sesso. Era la vita?).
L’aereo non cadde. Dell’Urubamba
era eco il motore. Vale tornare
lasciando la vita scorrere
verso la foresta?
Da foresta a foresta, nel silenzio
scolpito da mille forme, da mille
frammenti di musiche, da versi
scavanti le rughe, senza consultare
nessun orario, senza una bussola
capace di direzionare il respiro.
“Forse laggiù, con la morte,
avresti trovato quel senso…”
– mi diceva la tua voce nuda
con tono ironico, canzonatorio.
Non l’ho neanche trovato nella tua
voce arrochita da fredde escursioni
nell’Alta Badia, né tra le tue braccia
sempre troppo fredde.
Sentivo – sento – su di me il peso
di un mondo che non grava su me.
Un senso di inutilità pervade
ogni atto. Ogni verso ha il destino
dello uadi, ogni parola perde il suo
suono. Ora il silenzio lo colgo
come rifugio solitario, estremo rifiuto
di una maschera di rumori,
di una guerra ch’è dentro di noi.
Se uno sguardo apre il Paradiso
so che non mi è diretto. Guardo
altrove a vedere quale punto,
quale muro, quale forma si apre.

*

Sono nato nel dicembre del 1962 (appunto autobiografico)

Sono nato nel dicembre del 1962
in un ospedale tra ulivi e vigne,
non lontano da una chiesa museo
affrescata dal Gozzoli.
Mio padre aveva già compiuto
i cinquant’anni da qualche mese,
mia madre i quaranta.
Fu un parto gemellare.
Per estrarci fu necessario un cesareo
– che sia stato un segno del destino
o di chi per lui? -. Non eravamo
attesi, non rientravamo nei piani
di una famiglia composta di padre madre
figlia. Già pensavano alla vecchiaia
i miei. Già era vecchio mio padre.
Da diciassette anni era tornato
dall’ultima guerra, dalla prigionia
tedesca, ma conservava macerie
sul volto e nello sguardo azzurro.
Era stato un bell’uomo – gli occhi
non mentono – ma era stato minato
dalla malaria, dalla paura, dal dolore.
Vedeva nel piatto sempre un residuo
di fame, un ciuffo di ortica, scorze
di patate, rimasugli di riso.
Era tornato a trentatre anni dall’inferno
al suo ruolo di schiavo della terra:
umile e instancabile coltivatore
di miseria. Si sposò, costruì una casetta,
con la stalla al piano terra e il granaio
vicino alla camera da letto.
Nella stalla allevava vacche da tiro
e qualche vitello da vendere appena svezzato.
Nella casa non era previsto il bagno,
non c’erano riscaldamenti, solo un focolare
che serviva per cucinare, per scaldare le mani.
Non c’era luce elettrica né acqua corrente.
Non c’erano nemmeno quando io nacqui.
Mia madre lavava le fasce in una fontana
vicina, rompendo il ghiaccio d’inverno
e imperlandosi di sudore e rabbia d’estate.
Avevamo sei ettari di terra rubata al bosco:
scoscesa e avara. Ulivi, grano, fieno, avena,
uva, lupinella, erba medica e sulla ruotavano
su un asse che sembrava eterno.
Raramente nell’orto, tra pomodori da sugo
cetrioli e insalata riluceva un melone.
In inverno si sgozzava il maiale,
tra i geloni e l’odore dell’acqua bollente
sulla cotica pelosa. Una festa di gridi,
di fretta un po’ insana, di coltelli
che scivolavano sulla cote
con suoni sinistri di duelli da campo.
Ho avuto come primi fratelli
gatti e pulcini. Infidamente dolci i primi,
piagnucolanti e impertinenti i secondi.
Imparai ben presto ad arrampicarmi
sugli alberi a caccia di nidi e di frutti.
Imparai ad accudire conigli e polli
e poi maiali e vacche. Non ebbi
altro nei primi anni di vita.
Campagna e animali, pochi contatti
con gli uomini, pochi con i parenti.
Ero mezzo animale, mezzo bambino
impaurito. Accompagnavo mio padre,
la sera, in una bottega, dove al lume
dell’acetilene si bestemmiava
sulle carte, si bevevo vino denso,
si raccontava di guerre e di morti.
Si parlava anche di politica, ma spesso
finiva in lite. Non capivo come ci si
potesse aiutare nei campi e scannarsi
la sera per non so bene cosa.
Dicevano di essere comunisti e fascisti
ma io vedevo – a ripensarci ora – soltanto gruppi
di straccioni che ugualmente smadonnavano
nei campi che faticavano a comprarsi
scarpe e vestiti, che mangiavano
insalata e vendevano polli ed uova,
che andavano in chiesa e alla fine
della funzione bestemmiavano sul sagrato.
Qualcuno pregava più di altri,
ma erano perlopiù i vecchi a farlo:
pregavano si ubriacavano bestemmiavano
ripregavano e morivano all’improvviso.
Li si accompagnava al camposanto
con strazio antico e moderna ipocrisia.
Nulla sembrava mutare da secoli.

*

I padri antichi

Partirono
Sospinti da sogni impropri
A colonizzare il mondo
A conquistare terre dai nomi esotici
Ricche di sabbia e di neve
Destinati alcuni a concimare steppe
A dormire per sempre tra dune infeconde
Straziati nei cuori e nei corpi
Altri a glorie nere
A carriere destinate a smottare alle prime piogge
A bandiere rosse sudate e sporche
Simboli di un riscatto forse possibile.
I padri antichi nelle processioni
Dei santi patroni
Con crocefissi immensi sulle spalle
Poveri cristi nella vita
Poveri cristi nella festa
Disposti a digiunare a macerarsi la carne
Per un peccato più sognato che vissuto
Sicuri di avere un ruolo in un mondo che li vedeva
Schiavi senza diritti.
Mangiavano poco
Più ubriachi che sazi
Attraversavano strade di terra
Campi e fossi
Per giungere a mercati poveri
Dove svendere un po’ d’anima
Per acquistare un purgante
Un po’ di sale
Due sardine una zappa
Un paio di scarpe per dieci figli.
Scarpe per una generazione
Di senza scarpe
Abituata a camminare scalza nelle stoppie
Dietro porci e pecore
Dietro a figli scapestrati
Poco propensi a sfalciare il fieno
A spaccarsi le mani con picconi e vanghe
Scarpe sempre troppo strette o troppo larghe
Ricucite con spaghi e lucidate col lardo
Di maiale o con l’olio bruciato.
Morivano i padri antichi
Di un calcio di un mulo
Cadendo da un carro di fieno
Incornati da un bue
Mentre rifacevano la stalla
Di un colpo apoplettico
Di un ernia strozzata
Di un colpo di sole o di zappa
Di una coltellata ubriaca
Di tetano o cancrena.
Morivano spesso giovani
Tre giorni di incoscienza
Un bicchiere di vino risputato
Una vipera nelle brache
E lasciavano al sole la carcassa
Al pianto di madri e mogli sempre in nero.
Conoscevano la morte
Dal sorgere del sole
Ne riconoscevano i segni
Che lascia lungo via
Lungo le rughe che affondano appena.
Tornano a volte
I padri antichi
Nei racconti dei figli invecchiati
Sono fantasmi
Forza bruta astuzia ventri gonfi
Bestemmie e improbabili preghiere
Priapismo e odore di stalla.
Tornano ma non riconoscono
Le strade le case le campagne.
Hanno occhi smarriti
E sentono di essere davvero morti.

***

Da Fine attività, inediti. In parte apparsi sul blog Tra nebbia e fango e sul tomo I di Nel Verso.

“L’amore – diceva Buk – è un cane che viene dall’inferno” e morde
con denti roventi, ustioni su tutto il corpo, sugli organi interni,
pupille bruciate, gola gonfia, pelle che cade per strada, nel passeggio insulso,]
nel rimestìo di idee circolari che nulla concedono al futuro, che sono il fiotto]
impertinente di corpi altrimenti muti. L’amore è tagliola per volpi e lupi,]
recide tendini e rende possibile l’arduo, impossibile il possibile, scatena]
l’anima rendendoti nudo ectoplasma, dissolvenza incrociata tra vita
e trapasso: nessuna schedatura è possibile nel serio sguardo che vede,]
in ogni ombra, il sembiante disarmante, il paradiso del mio inferno, il gesto]
che inghiotte nel ventre della terra per tacitare tormento ché dissuasione,]
smembramento d’ogni certezza. Costruire voliere, per rinchiudere zanzare, api,]
moscerini e pensieri, è l’arte del colpito, del dimezzato, di chi ha scoperto]
di essere vuoto contenitore di vuoti a perdere e percepisce una pienezza possibile]
che cartesianamente sa vuoto ulteriore, ma vuoto necessario. E tu, incauto lettore,]
che tra versi/righe cerchi ciò che pre/senti, sai che rischi corri, copri di fiori]
la vipera per non vederla, mascheri di cerone la piaga infetta e cammini dritto]
sfidando discopatie invalidanti, per mesi e anni, lieto di inganni
che scolpisci sui muscoli a futura memoria, a serbare ricordi di viuzze,]
di astuzie paesane. Controlli le sillabe e diffidi affidandoti al verso
che si rompe a mezza pagina onde trovare armonie e melanconie per fissare]
immagini a fonemi. Ma della radice tutto ignori: credi di cogliere il ritmo]
del mondo nel tuo cuore che urla, bestemmia, invoca, supplica abbeverandosi]
nel fiume di fiele che irriga la vita, che nutre la morte. “Si può amare un essere]
umano?”, si domandava ancora Buk, “sì – si rispondeva – ma solo se non lo conosci]
fino in fondo”, poi sarà la parte straniata di te, il riflesso di te,
i resti di Coventry nella melma di emicranie e ipocondrie inclementi,
e sarà latte versato, il fondo di caffé che resta sulle labbra adulterando]
il dolce di bietola o canna, adulterando quel che resta dei tuoi giorni,]
incanalato in oleodotti pronti a saltare al primo miraggio di sole. Resta]
il sapore di un frutto mangiato immaturo insieme al fiato di mille
sigarette che ti rispuntano in bocca nel tentativo di versare fonemi
per riempir di suoni il silenzio annidato tra gli occhi chiusi e gli arti.

*

Il passo scurrile della soldataglia nelle nervature rintrona, nel vibrare]
molesto della soglia: soldataglia allo sbando, sconfitta
da sconfitti, dispersa nella boscaglia affamata di pane
carne vino, di gambe a forza slargate, di camice lacerate.
Resta lì – mentre il poeta a voce levata piscia ingiurie e sangue
sul cibo precotto – la carcassata membranza in languidenti lunari
crepuscolari. Ma l’artiere combatte la materia sputa
sul ferro rosso catarro e futurescenze in versi da cooperativa
di scrittura, da reading e kermesse ammansite. Ma il maglio
che schiaccia e sul maglione schizza atomi di passione…
Ma l’affetto che si libra con voce autocantante ridondante
tra scapole e mutande bagnate… Qui il vecchio con la vecchia mauser]
sfidò il cerbero nerobruno scancherando Germanie kartoffen
merdaglia fascista medaglia del Carso rosariando progenie
e dal libro delle piaghe nei secoli… alluvioni paralisi torcibudelli.
È lì, il versifacitore nell’ano di luce interna espellente microclismi
di coproliti da berciare alla luna pensando al ventre infecondato
della vergine, alla suppurazione, alle ispirazioni transpirazioni
lisergiche e siderurgiche di braccia sanguinanti in fanciulla
età e puttane e zozzi vecchi per tremilalire! Mirò al fattor primo
il vecchio: mille nel sanguine vendette, strage di colpevoli,
giustiziere d’analfabeti soprusati, gambe parkinsoniane e mano
ferma sul ferro vindice. Scacciacani di ruggine senza cane
bagattella infantolina, inceppata prima del colpo e del “canchero
a te a ‘sti infami” e del mitragliante guizzo postmoderno
che in dua divise il vecchio su una siepe per educarne mille.
Smadonna misticheggiando l’aedo, urlando pace o pece
o pesce in fottudanze microforate e ingazzettate
tra quietanze e flatulenze di ricorrenze ecc. ecc.

*

Menestrello

Essere nato da mille e più anni non mi mette al riparo
dalla giovinezza. Ho efelidi e acne e strane pulsioni. Le barche
tirate a riva hanno uno stantio sentore di pesce e beccheggiano
contro rami di olmo. Li sento tutti e mille gli anni, nelle articolazioni
del pensiero: dev’essere il mercurio o l’arsenico che danza
nell’aria o nanoparticelle di idiozia insinuate nell’ipotalamo
o l’odore del tuo sesso o l’aria insalubre di questa garçonnière:
ho dolori alla schiena, nessun chiropratico riesce a ristabilire
la verticale posizione: scomposte composizioni babeliche
evidenziano radiografie d’autore. Non digerisco più il sole:
due spicchi e resto immobile per giorni. Eppure la giovinezza,
scimmia che gioca col vento, ha quel sapore di liquirizia
che sollecita il cuore a un pluslavoro senza plusvalore
e partite doppie e saggio di profitto. Corsi e ricorsi, corse
e rincorse per cogliere al volo un’idea, spesso infetta,
che si mostra nella sua oscena nudità, ancheggiando
in smorfiette angeliche con satanico retrogusto, e la prendi
l’idea, la penetri fino a vederla in trasparenza,
senza nessuna attrazione, scompigliata, abusata, oscurata.
Non c’è riposo: m’invecchiano intorno le case e cadono,
come beccacce il dì dell’apertura, ulivi secolari, ramoscelli
e figli di fattori obesi ed io, millenne e satiro, ingravido
la luce che filtra dalle feritorie, priapico e bolso ricercatore
di senso, aduso all’inganno, bordellatore da novanta,
ed io millenario fanciullo, non Dorian Gray, serbo nel volto
sguardi da serpente e un plastico gesto da discobolo
bolscevico abbeverato nel trogolo con barolo e passito
di Pantelleria. Ma la grazia e la potenza dell’eretta
ebbrezza che non si sazia in diuturni amplessi
mi fanno semidio e menestrello di coturnati stronzi.

Sì, va bene: c’era il fiume, il canto dei grilli, le ginestre
più a monte, l’alba di fuoco. Ma c’eravamo noi? Avevo filo
spinato nell’anima (?) e le formiche mi gremivano gli occhi
e avere vent’anni non giustifica niente. Tutti hanno avuto
vent’anni, almeno quelli che han raggiunto i trenta, ma questo
non lecita intrusioni nei ricordi. Sì, c’era il fiume, il canto…
ma far di conto sugli anni e bestemmiare sottovoce il tempo
che senso ha? Da qualche parte avrai quaranta e più anni,
da qualche parte li ho anch’io, avrai una vita devitalizzata
come tutti, cervello atrofizzato, principi di artrosi,
mal di schiena, forse figli distratti o distrutti e capelli
ravvivati da pozioni dal colore naturale… Avrai forse l’aria
d’una figlia dei cavolfiori o della nipote idiota di un ridente
cocainomane coi coglioni secchi, forse conserverai sprazzi
antelucani nei sorrisi o smagliature di mille cibi ipocalorici
e sandali infradito e vinili graffiati. Sì, va bene: c’era il fiume,
il canto dei grilli… e c’erano i cadaveri freschi di Bologna,
le bombe-non bombe, le gambe nude, il sesso… c’erano
scioperi e gallerie inghiottitreni e gli esami, le bastonate
e qualcuno aveva pistole e tatuaggi. Non conservo memoria
del tuo corpo. Ne avevi uno? Io devo aver perso il mio poco
prima o poco dopo. Non si tratta di perdite irrimediabili
(non ero io quello che camminava sicuro di avere un seme
superiore nei coglioni, ero quello a sinistra nella foto
ma mi si vede poco: qualcuno mi chiamava e allo scatto
mi son voltato). Sì, va bene: c’era il fiume, il canto…
ma qual fiume trasporta acqua? e quali terre solca?
No. Il letto è prosciugato, i grilli che cantano sono i figli
dei figli dei figli… di quei grilli. Non ti permettere
più di entrare di notte e d’infilarti ventenne nei miei sogni!

Non sette, ma settanta e una volta sette sono scivolato
nel tuo nero profilo, inghiottendo vivo argento e esche
di rosa. “Ho disdetto tutti i sacri impegni ed ho chiuso conti
correnti e finestre prima di lasciare tutto al fuoco”. “Mio padre
restaurava crani ed estraeva denti, prima di volare via, missile
di ossigeno; mia madre piange ancora…” “Trenta volte
ci perdemmo in amplessi assurdi e per trenta volte deviai il corso
dei fiumi ed eruttai vulcano e fui tuono… poi silenzio
e ritorno e disperanti algoritmi”. “Da grande voglio affrescare
il mondo o costruirmi un minareto o un figlio”. Giurerei di averti
in qualche modo salvato dal nulla, ma le prove che produco
servono solo sentenze contro il mio agire; – ho sempre fidato
nei numeri costruendo cabale e tabelle di viaggio – meglio brindare
con aceto e fiele alla polvere bagnata delle tue gote e dare
alle giornate che restano le ultime sfide di sole,
di sesso infecondo, di sostanziali silenzi. Ora non ha più senso
questo post-vivere tra-scrivendo le non-vita sperando
in pietas da posteri di ingegni lucenti! Ore le parole,
le ultime di miliardi di parole, sono destinate al silenzio
del deserto che abbiamo allevato. Bruceranno questi fogli
come dannate anime prima di cadere spenti nel cumulo
di mille insignificanti ceneri. Sul finire, quando
l’aria nulla potrà più dare, rivedremo asfissiati
tre sorrisi o quattro e qualche carezza di cui non capiremo
il senso. Non sette, ma settanta e una volta sette devo aver gridato]
al mondo, elaborato piani, dismesso abitudini da umano
e non ho che visto il culo del mondo in fuga – nel silenzio
cadeva il mio corpo, trascinandosi in una lezione leziosa
di buoni consigli per una pessima vita, di tradizioni
seviziate da spade e rasoi, di cristianate a peso
da appendere agli uncini del cervello o da sciogliere in bocca.
Tartassando il tempo, ritornavo nei silenzi disumani del mio corpo.

***

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4 pensieri riguardo “Coltivare macerie sul volto (Parte seconda) – Enrico CERQUIGLINI”

  1. Confermoquanto scritto sulla prima parte!Queste mi sa le avevo lette tutte.

    Un caro saluto

    Luca Ariano

    P.S.Enrico hai mai pensato di fare un auto-antologia cartacea da diffondere per far conoscere raccolte vecchie introvabili? Mi riferisco ad autopubblicazione per amici, interessati, ecc..una sorta di ciclostilato alla Roversi.

  2. Grazie Luca per la tua presenza.
    Non ho intenzione di fare un’auto-antologia cartacea. Non interesserebbe a nessuno e agli amici posso sempre dare i testi digitalizzati.
    Credo poco alla diffusione cartacea e all’interesse per la poesia.
    A presto
    Enrico

  3. Una bella sorpresa queste poesie, in alcuni brani mi ricordano il Leopardi critico del progresso. Grande libertà inventiva e perfetta aderenza alla materia.

  4. Gran bella osservazione, Giorgio, ricca di spunti che andrebbero approfonditi. Un grazie a te e a Luca.

    Un grazie e un ‘a presto’ anche ad Enrico.

    fm

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