Canti dalle rovine – Rossano ASTREMO

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(Edvard Munch, Night in Saint Cloud)

Da Corpo poetico irrisolto (Besa, 2003)

La notte ha perso le sue ore di acidi e vomiti
e tu sei qui, accanto a me,
con la tua carne nuda che mi solletica e satura,
sei qui, con i tuoi occhi che mangiano
profumi di illusioni e catene,
sei qui, con le tue cosce di malattia e cadute,
sei qui, con il dolore del tuo ventre
ad allietare le mie cadenti manie.
La notte ha perso le sue ore di acidi e vomiti.
Chiudo la mia testa sul tuo collo,
piangendo per la gioia che il tuo sorriso sa donarmi.

*

Mi basterebbe un attimo della tua poesia
in questo inizio di settimana
che accumula lune e divarica gambe,
mi basterebbe il tacito assenso
delle tue labbra chiuse,
pronte a perdere un granello di rabbia,
pronte a perdere la gioia chiusa tra le stelle,
la gioia violentata dalla castità delle mie mani d’avorio.
Mi basterebbe perdere il fiato per un attimo
per poi ricongiungermi con l’assordante rumore del mare in onde,
nel fallimento delle mie dita che vorticano,
nel fallimento della mia pelle che si agita,
nel fallimento del mio tepore che solletica,
del mio lucido tepore che in nevrosi solletica.
Mi basterebbe solo un attimo della tua poesia
in questo inizio di settimana
con gli amici a cui hai donato il tuo fegato
che sputano sulla tua prosa di vili fonemi
e si nascondono tra tappi di sughero e liquori di acido,
con gli amici a cui hai donato il tuo fegato
persi e dispersi, nel dolore che solo la mancanza sa offrire,
nel dolore che l’assenza sa nutrire.
Mi basterebbe solo un attimo della tua poesia
da accompagnare a questo ultimo bicchiere di vino.

*

Mi hai infilato il tuo coltello nel cuore
senza pietà,
hai colpito il mio cuore
e mi hai visto morire,
lentamente sanguinare,
non hai avuto pietà del mio cuore,
mi hai fatto saltare in aria,
in mille brandelli,
hai sdrucito i pezzi più piccoli del mio cervello
e ora mi disperdo sul mio cuscino
di piume d’oca e d’ovatta dolente
cercando un riposo per la mia testa pesante.
Mi hai infilato il tuo coltello nel cuore
senza pensare
ai castelli di vino e pane
che insieme abbiamo costruito,
senza pensare
alle notti insonni
nelle quali ci siamo amati,
hai sbattuto il mio muso
contro gradini di granito
e i miei denti si sono aperti
in uscite di sangue lucido e perfido.
Questa notte ho l’anima a pezzi,
ne hai mangiato quattro o cinque frammenti
e ora li starai digerendo
lontana da me,
sorseggiando la tua solita birra di ghiaccio.
Mi hai infilato il tuo coltello nel cuore
e mi hai impedito di amare.
Ora rinchiuso nel mio cerchio di vomito,
ora rinchiuso nei miei vicoli bui,
ora rinchiuso nella mia pazzia,
ora rinchiuso nella mia pazzia
non ho più peso di me,
non ho più controllo di me,
non ho più le mani che sudano al vento,
non ho più le labbra che chiedono silenzio,
non ho più controllo di me,
rinchiuso nella mia pazzia,
alle quattro del mattino,
rinchiuso nella mia pazzia.

***

Da Senza respiro (autoproduzione, 2004)

Tutto si apre, sprofonda nel lutto della vita,
le ferite della terra non fioriscono rigogliose,
rinchiuse tra radici putride e madide di sangue,
allargano i vicoli mostruosi di questa città spicciola e deforme
(il barocco ci ha rinchiuso il cervello
dentro una scatola di pustole e arguzie).
Il cuore, chiuso nel cellophane del non detto,
batte aritmico, punzecchiato con ferocia
dalle spine brillanti di un prato raso al suolo,
tutto si blocca, viviamo nel senza respiro,
sospesi tra il cemento e un cielo sotto sequestro,
siamo simulacri di noi stessi, con i nostri cazzi eretti,
le nostre fiche espanse, fissiamo con questi occhi
frammenti di carne, appesi ad una corda incandescente,
nell’abbraccio cancerogeno di sintetiche visioni
(il barocco ci ha inculato senza sosta,
ora lecchiamo pietre morbide,
nell’arcuata posizione di un’esistenza in apnea).

*

Io non so perché la mia voce erompe così dal mio corpo.
Me ne sto fermo, non muovo quasi la bocca,
non ho idea di cosa succeda nel frattempo
dentro di me, mentre emetto questi suoni vocali,
indistinguibili dalla respirazione,
che si ostinano tutti quanti a chiamare parole,
come nel primo grido respiratorio, nella catastrofe della nascita.
Strappo l’ossigeno al resto del nostro spazio
imprigionato nell’atmosfera,
con tutta la massa polmonare portata al collasso.
Il mio corpo si scuote per l’espansione dei polmoni
e della cassa toracica e la contrazione dei muscoli
intercostali, del diaframma, tutto il mio organismo
elasticamente si espande, il mio busto si erge,
la mia testa si arrovescia per innestarsi in altri spazi più grandi,
le mie palpebre si abbassano, socchiudo gli occhi,
la pupilla sale verso l’alto, si scorge solo
il filo delle bianche lunette delle cornee.

*

Cos’è questo terrore che mi bagna l’anima?
Edifici esplosi, corpi a brandelli, religioni che sfiancano,
militari che inghiottono uranio, nazioni che si lustrano i culi a vicenda,]
tutto questo caos mi rivolta le palle, mi blocca il respiro,
mi sbarra il cuore, sotterra ogni mio battito regolare.
Cos’è questo perdersi di anni in atroci dolori allo stomaco?
I semafori non lampeggiano, le librerie si sollevano,
i lampioni che illuminano le strade sparano luce in alto,
bruciando il cielo grigio che imprigiona le stelle.

***

Da L’incanto delle macerie (Icaro, 2007)

Cauterizzami le ferite,
piccola piega insinuatasi dentro,
magma dello strazio ventricolare,
ambigua aritmia da mare verticale,
bambola in una casa da bambola.
Inondami le arterie di fiamme,
pur se controluce, affogami di fuoco,
ancora, ancora e poi ancora.
(lo schermo ci mostra filmati
sanguisuga, stratificazioni di suoni
e colori, immagini che catturano,
occhi visti dall’occhio centrale,
massacro dell’autonomo pensiero).
Elimina il peso dei tuoi giorni
instabili: io e te puro deserto.

*

Ti parlo, ti sparlo, nel mattino
dal metallo in gola, depongo le mani
lungo ombre desuete, mi soffermo
sullo zero che ogni calcolo motiva,
mentre il raggio di miele dell’autunno
cola tra i tuoi silenzi. Per l’aria tremula
la città si scioglie in delizia, in continua
curvatura tra pioggia e schiarita,
dissesto puro, esitanti microfratture
di terreni, solcature squamate di pelle
che nell’unione si sperdono. Ti parlo,
ti straparlo, sul lento passo che misura
l’istante, la tua cruda bellezza mi ferisce,
negandomi la stasi. L’accesa carne
è la sola voce che divarica le chiuse imposte.

*

Fuori piove: una corazza musicale
a scandire il respiro (un suono
che ricorda le tue danze). Come onde
contro il pietrisco così precipita
il tempo spezzandosi in once morte.
I nostri corpi perdurano
nel cambiarsi da materia in materia.
Tu posi sulla soglia in statuario profilo.
Nel sogno di te posso cullarmi.
Nella mente, nella sola mente.
Gli incensi bruciano:
un profumo esangue
s’impossessa dell’aria.

***

Da Distanze (inediti, 2007)

Tu parli una lingua straniera:
i suoni solcano l’aria come onde furiose,
vorrei si posassero su questa pelle
risalendo la cima irta del collo,
dominando le curvature del volto,
inserendosi tra le aperture delle labbra.
Io e te per un refolo di tempo uniti,
voci diverse nello stesso sangue.

*

Nell’assedio della tua distanza
osservo la fragilità dei bordi
su cui m’adagio, senza oltrepassare
la linea che separa l’illecito
dal lecito, il vitale dal vano
consumarsi di questo fiato deserto.
L’assurda qualifica dei giorni
avviene lungo questo discrimine,
dentro o fuori, vita o morte,
tutto a portata di mano, il bordo,
ma così distante perché è la mente
inane che urla sotto vuoto spinto
la fragilità di sogni lacerati
come pagine di libri ingialliti.
La poesia è azione senza sugo.

*

Il tempo scorre malato su di noi
ed il pensiero di ciò è struggente,
null’altro importa se non l’ombra
di quel che saremo tra mill’anni:
non più corpi invasi dalla voglia
di possedersi su letti sfatti, alieni,
non più il ritmo di arti che sondano
il battere religioso del coito.
Bambocci disadorni d’occhi i nostri,
come sogni conservati e bruciati,
custoditi tra strada e cielo, poi
sbudellati al tepore del chiaro di luna.

***

Nato nel 1979, Rossano Astremo è di Grottaglie (Ta). È giornalista pubblicista. Scrive per il “Nuovo Quotidiano di Puglia”. È il curatore del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine. Collabora con l’Università degli Studi di Lecce al progetto “Il lettore di libri nella regione Puglia”. Ha pubblicato Corpo poetico irrisolto, edito dalla Besa nel 2003; Jack Keroauc. Il violentatore della prosa (Icaro Editore, 2006); la raccolta di versi L’incanto delle macerie (Icaro Editore, 2007). Suoi testi critici e creativi sono sparsi su riviste cartacee, webzine e antologie.

5 pensieri riguardo “Canti dalle rovine – Rossano ASTREMO”

  1. Bella autoantologia Rossano. L’unica cosa che mi sento di dirti è che starei attento alle mani d’avorio, e alle radici putride e madide di sangue: mi spiego: è più interessante se dici “la gioia violentata dalla castità di avorio delle mie mani”…è più facile che le mani siano d’avorio nell’immaginario poetico, è più strano vedere una cosa come la castità assumere dei connotati materiali. mentre”rinchiuse tra radici putride e madide di sangue”: il sangue è una cosa che certamente imputridirà presto, ma se è madido deve essere appena schizzato, allora se tu dici prima radici putride mi dai un imput ed io immagino, e l’immagine successiva è una specificazione che rende il tutto madido di sangue, però le due cose assieme non me le immagino bene (parlo per me stesso ovviamente): allora forse a posto della congiunzione “e”, ci piazzerei una “o”… “rinchiuse tra radici putride o madide di sangue,/allargano i vicoli mostruosi di questa città spicciola e deforme”…in pratica così crei una doppia per strada per vedere lo stesso concetto non appesantendo le “radici” di una modalità (putride) e di un’altra (madide) che possono apparire confuse o in conflitto.
    Siccome lavori l’immagine, puoi dare a questa più libertà, anche se forse poi non corrisponde esattamente con la tua rappresentazione – però un po’ guida l’opera un po’ il poeta… Non so se mi son spiegato!

    Ciao!

  2. L’esplorazione delle “rovine”, l’orizzonte all’interno del quale la scrittura di Rossano si muove, avviene attraverso una progressiva dilatazione dell’immagine, quale sprigiona dagli stessi frammenti di senso raccolti nella “traversata”: l’estrema metaforizzazione del dato, fino allo scardinamento del tessuto semantico attraverso accostamenti “dissonanti”, credo sia una scelta di poetica precisa, che vedo presente fin dalle sue prime prove. Posso immaginare che questa alchimia verbale, che a tratti balena nei/tra i versi, risponda al bisogno di lasciare una traccia ben visibile, il corrispettivo segnico della miscela che, a monte, ha provocato la frana leggibile nel presente.

    Ciao Christian, grazie delle tue pertinenti osservazioni.

    fm

  3. Rossano è un poeta interessante, Francesco, e forse risponde più di altre poetiche a un mio personalissimo gusto, credo proprio sulla metaforizzazione di cui scrivi. Ed è qui che vedo i rischi più forti, a livello di elaborazione dell’immagine, che secondo me potrebbe essere più incisiva rielaborando la funzione che svolgono le aggettivazioni, da un risultato descrittivo a uno che svolga più azioni, che corra nell’azione, riverberandosi in altre parti del testo o come approfondimento della stessa costruzione dell’immagine. Ad esempio la “sequenza”:

    Cauterizzami le ferite,
    piccola piega insinuatasi dentro,
    magma dello strazio ventricolare,
    ambigua aritmia da mare verticale,
    bambola in una casa da bambola.
    Inondami le arterie di fiamme,
    pur se controluce, affogami di fuoco,
    ancora, ancora e poi ancora.
    (lo schermo ci mostra filmati
    sanguisuga, stratificazioni di suoni
    e colori, immagini che catturano,
    occhi visti dall’occhio centrale,
    massacro dell’autonomo pensiero).
    Elimina il peso dei tuoi giorni
    instabili: io e te puro deserto.

    Qui la piega diventa magma aritmia etc… corre nel testo moltiplicando il suo effetto. In questo senso, più azione e meno descrizione.

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