La pupilla che sente – Giovanni NUSCIS

lascaux1.jpg

Da Il tempo invisibile, Bologna, Book Editore, 2003

Come tulipani

Come tulipani

si sono dischiusi

    i pugni

    in questa primavera indefinita

di cui attendiamo i frutti.

Nuovi padroni tessono

tappeti   

    nell’ombra

per i loro piedi

per la loro gloria. 

E ci troviamo qua

senza sapere dove siamo

a difenderci da

assunti fragili

anomie  impensabili:

travolti da fiumi di gente

e di inchiostro

che vanno a mondarsi

di rosso.

 

Visus

 

Bussano in piena notte

sugli usci delle cose

    un tocco lieve:

la bellezza contiene una pace lontana

qualunque strada fai

ti puoi voltare

regala una collina

la Gioconda

con l’ombra che ripara, che ristora

fremono invece le gambe, nascoste

ma il sorriso non so se vada oltre:

se, come specchio, rimandi esattamente

l’amore di chi guarda, di chi sente.

 

Transito senza catene

 

Siamo gocce di piovasco

che fiori e frasche non trattengono

siamo deboli preghiere che ricadono

    garbatamente

    ce ne andiamo.

L’eternità da un pezzo è cominciata

in alto come fumo

    sale

la legione stranita

eroica nel coprire voragini

col sacrificio di sé.

    Non a caso ci pensiamo tranquilli

prudentemente vicini

    alla soglia

    là, dove origlia il vento, si raccoglie

il tempo: presto o tardi, cosa importa?

 

Il buon nome

 

Nel gioco del nome

da dare alle cose

c’è sempre un pedante sconfitto

voce di popolo

echeggia

    trionfante

col nome prescelto.

Così, si disperde la voce

    isolata:

come un oggetto minuto

in una casba affollata.

Ma il vento continua a secernere

    il nome

l’orecchio

il lamento innominato

    delle cose.

 

L’ego della bilancia

 

Non

         ritornare fanciulli

immersi nella nebbia d’oro

del gioco

di una fede totale;

né piangere ossessivi il paradiso

perduto, disprezzando la vita

o ingoiandola, come amara medicina.

Ci basterebbe che metta giudizio

                   il mostro

la tentacolare mano che pesca

a caso, che assesta qua e là colpi mortali

che premia senza merito.

Ma non c’è gabbia o distanza

    che ci protegga

se non la fuga spavalda dello sguardo

il dannato cavalcare della bestia.

 

***

Da In terza persona, Lecce, Manni Editore, 2006

 

S’attenuerà la luce ed il calore

esaurite le scorte, dato fondo

alle energie pulite o sporche.

Ma lo sguardo sarà vivo nell’ombra;

più vicini al nulla ci ritroveremo:

padre, che non sei giudice né lama

vedrai, ci adatteremo

a nuovi dinosauri, a carestie,

a guerre per le briciole rimaste.

La rinuncia, la più ambita conquista.

 

*

 

Non ci perdiamo

in questa via che tira dritta

spezzata solo da pugni

di case vuote come orbite.

         Ombre di pali e cornicioni tremano

sulla strada, tra serpi di cristallo.

         La città s’allontana. Gli occhi

nell’oro d’una rada all’orizzonte.

E sorvoliamo a piedi pari la saliva, asciutta

di campagne affaticate, rustici

ville dimesse, grigie o stinte.

         Fiume Santo, [1] bagno d’uomini

con le torri lì vicino che si spengono.

Centinaia le tute senza i corpi

tra spuma e campi: anime, finalmente libere.

         Affacciati ai bordi di una luce

tagliente, tutto se ne vola

in una pace inquieta d’aria calda.

         Niente e nessuno più si ferma

rallenta, giace per sempre;

persino una scimmia antropomorfa

dopo milioni di anni, si risveglia. [2]

 

*

 

Sul dorso di anni molli come acqua

calchiamo l’orma, prendiamo il largo.

    Lontani ritrovandoci ogni volta.

Ma ci sono chiese dove torni in silenzio

entrando nell’azzurro degli spazi aperti.

    E ti stupisci del tempo che è passato

di quanto belle fossero le mute

impigliatesi là dove biforca il sentiero

    di stagione in stagione.

Più sottili si sono fatti gli occhi

più grossa la grana del ricordo.

Siamo volati via da noi e dai nostri morti.

Ma da qualche angolo si avverte

    come un monito, e non capiamo:

non capiamo se lo stiamo ascoltando

o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto.

 

*

 

Noce che si spacca nel periplo d’una vasca

e trova la luce il gheriglio.

Barche i gusci salpano da pareti immense, bianche

tra colpi secchi che richiamano confini, ore, acqua.

         Un gorgoglio precede, ogni tanto, il silenzio:

              del livello ormai sceso

                   dei gusci capovolti che si cercano.

 

*

 

Conservo un filo d’erba

sulla lingua,

non lo vedrò piegarsi e marcire.

Un filo che lega e ravviva

una città sbiancatasi alle spalle.          

E’ il viatico degli anni

l’architettura che resta

con la caduta dei mattoni

che il vuoto rende più leggera.

O, se si vuole, una fede banale,

come pantaloni che proteggono

dai graffi d’un sentiero frastagliato,

così fitto da richiudersi alle spalle,

dopo il passaggio, prima

che si crei un varco

davanti

 

***

Poesie inedite, 2007

 

Nei condomini in silenzio

la domenica, coi gatti pure loro fuggiti

tu nell’ombra del cortile

sei la calla tra i fondi di caffè

e le bestemmie dei vecchi rimasti.

Il giallo del tuo cuore

è la tosse del vicino che ti espelle.

Dalle caverne dietro le persiane

i loro occhi ti rotolano dentro

quando passi sfiorando le parole

oscure della tua gioia dolente.

Voli col tuo sogno di polline

e il corpo niveo resta immobile

ad accogliere gli sputi

e la cesoia dall’alto.

Prima dell’esilio agonico in un vaso

una cetonia si posa

e ti si annuncia come un angelo.

Penso a Fernanda all’ombra di quel re

che mai nessuno ha veduto

e vedrà e penso a te così lontana

che non sai e ti stringo cara

con dita di ruggine azzurra.

 

*

 

Ho abbassato il volume  alla musica

di anni. ritenuti straordinari;

ogni tempo ha la sua e quella

s’era allargata a dismisura

una folla di cantanti e rockettari

stravaccati in salotto.

Non c’era gesto, pensiero, parola

che non fosse accompagnato da una nota:

il loro tempo sul mio

ammutolito in un angolo.

Nel silenzio riaccorda ora

le foglie il  maestrale;

scostato il sipario dell’afa

un nuovo spettacolo.

 

*

 

Dal muro bucato la notte

ti vedi andare via leggero.

Ritrovi all’alba sul tuo letto

un ubriaco che ti legge la vita;

gli ruotano gli occhi e la testa 

nella veglia allucinata

nel ludo di parole

zitelle, in sella

ad un ronzare di cellule.

 

*

 

Ti scorpori

a poco a poco

e ogni incontro è più breve.

Cominci a vedere

la città che non era

e che sarà

quel delirio d’aria

che t’avvicina di un morso

ogni giorno

all’osso del tramonto.

Il tempo è appeso alla tua gola

le lancette dal quadrante

vi si figgono e cola

dell’ora più ferita

sulla carta, una parola.

Il passato lo si trova ormai 

pressato in pochi bytes

lo apri e da un chicco

di grano ti esplode

una nube di talco.

 

*

 

Cade in una nicchia

e tace. Ma dalla parete

vitrea d’una nursery

se non tu, altri

l’attendono nuovo

lo sconosciuto che

dopo un poco

a qualcuno somiglia.

 

§§§

1. Località, a pochi chilometri da Porto Torres (SS), dove è situata una centrale termoelettrica.  A Porto Torres sono invece presenti gli impianti petrolchimici attivati a fine anni Sessanta da Nino Rovelli, ora in  lenta dismissione.

2. Sempre a Fiume Santo, nel 1993, due amatori raccolsero dei piccoli frammenti ossei di animali che, analizzati dalla Facoltà di Scienze Naturali di Sassari in collaborazione con l’Università di Liège, hanno rivelato essere appartenuti a coccodrilli, antilopi, scimmie vissute circa 8,5 milioni di anni fa, nel Miocene superiore.  

Annunci

7 pensieri riguardo “La pupilla che sente – Giovanni NUSCIS”

  1. Giovanni Nuscis è poeta in osmosi col mondo; poeta anche civile, che calamita nel testo spirito critico acuto e autentico pathos – capace di scrivere una così suggestiva poesia sulla calla come di registrare l’agonia delle fabbriche (Fiume Santo) con rara originalità metaforica.
    Di questo poeta ho la fortuna di conoscere anche la grande generosità umana e le crescenti qualità di critico letterario e ne segnalo con piacere il blog personale http://www.giovanninuscis.splinder.com
    peraltro opportunamente ‘linkato’ da chi lo ha già potuto apprezzare
    Saluti cari a Giovanni e Francesco Marotta
    Antonio

  2. Poesia e pensiero, tanto più intensi quanto meno urlati. Una bella definizione della poesia:

    “il lamento innominato
    delle cose”.

    E un bel programma etico-poetico:

    “La rinuncia, la più ambita conquista”.

    Grazie a Giovanni e a Francesco.

  3. Grazie di cuore, Francesco, per avermi voluto tuo ospite; e grazie a voi, Antonio, Liliana e Giorgio, per le vostre parole.
    Vi abbraccio.
    Giovanni

  4. Grazie ad Antonio, Liliana e Giorgio per i commenti: credo ne emerga il ritratto più vero di Giovanni, in tutto simile al suo modo di intendere e praticare la poesia: etica e condivisione al servizio di una voce che scava in profondità, con la levità e la forza di uno sguardo fraterno che sa farsi uno con tutto ciò che vive.

    Grazie, Giovanni, per essere stato qui.

    fm

Rispondi a francescomarotta Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.