Il libro di Egon – di Stefano ZANGRANDO

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1

Egon Ventura atterrò a Berlino il 29 ottobre 2000, nel tardo pomeriggio. Aveva alle spalle venticinque anni di vita vissuta tra virgolette all’ombra di un monumento fascista, in tasca un’inutile laurea in lettere brillantemente conseguita quattro mesi prima e in banca un gruzzolo di proporzioni assai modeste, frutto di un’estate d’intenso lavoro come inserviente aggiunto in un autogrill dell’autostrada del Brennero. Uscì dall’aeroporto di Tegel trascinando il suo pesante bagaglio e salì sull’autobus 128, il quale, secondo le indicazioni della mappa contenuta nella sua nuovissima guida turistica, lo avrebbe portato alla più vicina fermata della metropolitana U6, quella il cui percorso era indicato dalla linea viola. Fiducioso, richiuse il libretto. L’autobus chiuse le porte e partì.
Rimase in piedi, attaccato al corrimano, la valigia tra le gambe e lo zainetto sulle spalle. Era a ridosso del vetro, ma fuori era già buio, così vide soltanto la propria immagine riflessa. Indossava un giaccone imbottito grigio scuro che aveva acquistato prima della partenza per proteggersi dal freddo berlinese, contro il quale era stato messo in guardia dal senso comune di amici e parenti. Ma adesso, complice lo sforzo che gli costavano i bagagli, ci sudava dentro abbondantemente. Gli altri passeggeri indossavano giacche da mezza stagione, l’autista soltanto una camicia con le maniche rimboccate. Ventura si asciugò la fronte con un fazzoletto e, già che c’era, diede un colpetto ai capelli davanti mandandoli a coprire alla meno peggio la stempiatura sinistra, che negli ultimi mesi era avanzata a vista d’occhio. Maledetta eredità genetica, pensò, e spinse gli occhiali contro il naso.
Quando il display nero sopra le teste annunciò in caratteri gialli “Kurt-Schumacher-Platz”, afferrò la valigia, scese dall’autobus e, senza guardarsi intorno, si infilò nel tunnel sotto la grande insegna al neon che riportava la stessa dicitura in caratteri bianchi su sfondo celeste. Ogni esperienza è un frammento di vita che solca la superficie dei sensi incidendo un nuovo brano di memoria. La metropolitana U6 fu la prima esperienza berlinese di Egon Ventura. La luce al neon che si posava fredda su ogni cosa, il silenzio dei viaggiatori immobili e la voce di una donna elettronica che pronunciava parole incomprensibili gli diedero l’impressione di un’indifferenza diffusa, rarefatta: metafisica. Ogni nuovo brano di memoria va a sua volta ad arricchire il grigio spartito della conoscenza. Qualche giorno più tardi, imparò: “Einsteigen bitte”, “Zurückbleiben bitte”.
Dopo circa mezz’ora nella quale apprese a consultare le mappe che tappezzavano le parti alte del vagone, constatando con piacere che quella contenuta nella sua guida non era che una riproduzione ridotta della mappa generale affissa sopra la sua testa, sbirciò oltre il vetro e, sull’insegna di una stazione più grande delle altre, dove i due treni opposti dell’U6 si incrociavano con i due dell’U7 su quattro diversi binari, lesse come previsto “Mehringdamm”. Esperienza, memoria, conoscenza. Scese dal treno, sollevò da terra la valigia e risalì in superficie, uscita “Gneisenaustraße”.
Un viale enorme. Rombi d’auto. Luci giallastre al neon. Sagome d’alberi neri. Passanti senza nome. Cani senza guinzaglio. Alla sua destra, seduto sull’ultimo scalino del tunnel, uno straccione con la barba sudicia bevve l’ultimo sorso di birra da una lattina da mezzo litro. Alla sua sinistra, vetrine. Con un ultimo sforzo, s’incamminò trascinando la valigia sulle rotelle. Un bar-ristorante messicano. Un negozio di abbigliamento giovanile. Un takeaway turco. Un porticato d’accesso a un cortile interno. Un altro bar, la gente all’interno seduta ai tavoli, nessuno in piedi. Finalmente raggiunse l’incrocio che aveva segnato sulla mappa con un puntino blu. Aveva il fiatone e le spalle illuminate da un’insegna al neon più grande e luminosa delle altre. Si voltò, alzò lo sguardo e lesse: “Copyhaus”. All’angolo opposto dell’incrocio, all’altro capo della diagonale, c’era un’insegna uguale: “Copyhaus”. Humour tedesco? Verde. Attraversò la strada e, fortunatamente, trovò subito l’indirizzo della sua Gastgeberin. Riprese fiato e suonò il campanello.

2

    Frau Altriss era una settantenne imbellettata come un sinistro pierrot, ma aveva uno sguardo vispo e introspettivo che sembrava ritenere nella luce delle pupille, senza lasciarla tracimare, una sensibilità matura e gelosa di sé. Accolse Ventura sulla porta di un ampio appartamento dai soffitti alti, al secondo piano di un edificio del diciannovesimo secolo restaurato e ammodernato, e lo guidò immediatamente nella camera degli ospiti. Viveva sola, indossava una gonna in velluto rosa e spesse calze nere. Zoppicava, e camminava scalza. Il pavimento del corridoio, che si estendeva nella stanza dove egli avrebbe soggiornato, era costituito da strani tappetini in fibra vegetale, giustapposti l’uno all’altro come piastrelle.
Mentre Ventura si concentrava affinché non gli cadessero gli occhi sulle parti intime della sua Gastgeberin, Frau Altriss pronunciò frasi che lui non capì indicando diversi punti della stanza in cui erano appena entrati, poi lo invitò a sistemarsi senza fretta. In seguito, concluse, gli avrebbe mostrato il resto dell’abitazione.
Ventura comprese le sue ultime parole e la ringraziò in preda a un vago stupore. Posò la valigia e lo zainetto, si levò il giaccone imbottito e lo appese al gancio sul lato interno della porta che Frau Altriss, ritirandosi, si era chiusa alle spalle. Rimasto solo, si guardò attorno. La prima cosa che notò era un canterano in legno scuro, la cui parte superiore, aprendo il pianale, rivelò uno scrittoio con piccoli cassetti e scomparti. Sulla sommità del mobile c’era un volume in brossura. Lo prese in mano. Era una dettagliata guida architettonica di Berlino scritta in un tedesco che, a colpo d’occhio, gli parve totalmente incomprensibile. La rimise a posto e non la sfogliò mai più. Dalla parete sopra il letto – un letto comodo, coperto da un piumone con una fodera variopinta – un grande dipinto astratto effondeva in tutto l’ambiente la tenue malinconia delle sue macchie grigie e violette. Sulla parete di fronte, tra il canterano e un mobile ad ante e scaffali rivestito in fòrmica bianca, pendeva invece una piccola riproduzione monocromatica: paesaggio urbano berlinese, primi anni del XX secolo. Davanti a quell’immagine, Ventura ripensò a Walter Benjamin, ai suoi ricordi d’infanzia. Tutta un’altra storia, si disse. Anzi, Storia, si corresse, con la esse maiuscola. Vicino alla porta, sopra una stufa maiolicata marrone probabilmente fuori uso, una radio gli garantiva, se avesse voluto, una compagnia musicale e un po’ di esercizio linguistico. Infine, dietro una tenda gialla, una porta vetrata dava accesso a un poggiolo. Guardò fuori, ma era buio pesto e non vide niente. Si ritrasse e chiuse la tenda.
Adesso che cominciava ad acclimatarsi, si accorse che la casa non era molto riscaldata. Si alitò sulle mani e, con calma, cominciò a disfare i bagagli. Aprì lo zainetto ed estrasse una decina di libri. Aprì la valigia e ne tirò fuori altrettanti. Li dispose tutti in bell’ordine su uno scaffale del mobile bianco. Poi dalla tasca anteriore dello zainetto tirò fuori un quaderno intonso, il suo futuro quaderno berlinese, e lo posò sullo scrittoio aperto.
Finì di svuotare la valigia, preparò sul letto gli asciugamani e gli oggetti da toilette che più tardi avrebbe portato nel bagno e sistemò il vestiario dividendolo tra gli scomparti chiusi del mobile bianco e i cassetti inferiori del canterano. Quando ebbe finito, uscì dalla camera e si aggirò smarrito nella penombra del corridoio, finché Frau Altriss non sbucò da una porta laterale e lo invitò in soggiorno. Da qui partì zoppicando per mostrargli gli altri locali, eccezion fatta per la propria camera da letto.

3

    Ventura non arrivò a Berlino da solo. Era con lui Tommaso Weber, suo pari e conterraneo, un giovane laureato bolzanino con il collo corto e gli occhi azzurri e sfuggenti. Condividevano lo stesso programma di soggiorno, una sorta di pacchetto formativo promosso e organizzato dall’Ufficio Bilinguismo della Provincia di Bolzano: quattro settimane di corso di tedesco al Goethe Institut e altre quattro di Praktikum, cioè di tirocinio, presso sedi che lo stesso istituto avrebbe provveduto a individuare sulla base della formazione professionale dei clienti. Ma Weber, che aveva chiare ambizioni politiche, sapeva già che sarebbe finito all’SPD – «alla corte di Schröder», come avrebbero scritto i quotidiani locali un anno dopo, in occasione della nomina di Weber a segretario del Partito Laburista Sudtirolese. Ventura, invece, incapace com’era di applicare alla pratica le sue confuse velleità letterarie, aveva deciso fin dall’inizio che si sarebbe affidato al sorridente personale del Goethe Institut, nella speranza che il destino sarebbe venuto incontro alla sua nebulosa volontà.
Fin dal viaggio in treno da Bolzano a Monaco, Ventura e Weber si dimostrarono ben disposti l’uno verso l’altro: presi da un’incontenibile loquacità, si trovarono presto immersi in una specie di dialogo sui massimi sistemi, ovvero uno di quegli scambi di opinioni tra intellettuali in erba che servono solitamente a conoscere tanto quella dell’interlocutore quanto, soprattutto, la propria (che anzi in questi casi è solita prendere forma all’improvviso, con soddisfatto stupore del soggetto). Durante quel tragitto, tuttavia, Weber manifestò un interesse piuttosto ambiguo per il punto di vista di Ventura: più che conoscerlo, volle verificarlo. Mentre Ventura gli stava parlando di una raccolta di poesie che aveva pubblicato un paio d’anni prima (- Un libercolo, niente più di un esperimento giovanile – affermò, ostentando in effetti una modestia poco convincente), Weber lo guardò improvvisamente negli occhi (un gesto, questo, che fino a quel momento aveva per lo più evitato) e lo attaccò: – Montale!
Ventura fu colto alla sprovvista, ma il dito di Weber puntato verso il suo mento gli chiarì l’intento del compagno di viaggio: lo stava interrogando! E aspettava la sua risposta. Ripresosi rapidamente dalla sorpresa, Ventura dovette dunque dimostrare la sua conoscenza del poeta ligure. Si limitò a rivangare le nozioni apprese durante un corso universitario di qualche anno prima, ma il suo esaminatore ne sembrò soddisfatto e lo interruppe a metà di una frase per dare mostra, a sua volta, delle proprie conoscenze in merito, spartendo lo sguardo di nuovo sfuggente tra il vuoto davanti a sé (erano seduti trasversalmente l’uno all’altro) e il paesaggio alpino fuori dal finestrino. Per finire, accompagnò con ampi svolazzi delle mani qualche imprecisa citazione dagli Ossi di seppia. Nel breve silenzio che seguì, Ventura preferì non correggerlo. Poi, inaspettatamente, Weber lo fissò di nuovo negli occhi (quelle pupille azzurre, così lontane e impenetrabili dietro le spesse lenti da miope!) e lo attaccò una seconda volta: – Caproni! Ventura sussultò, ma si difese bene anche stavolta. Dopo di lui, Weber tenne una nuova lezioncina. Finalmente, dopo questa reciproca dimostrazione di conoscenza molto parziale della poesia italiana del Novecento, Weber gli spiegò che aveva voluto metterlo alla prova, perché non sopportava quelli che si dicono poeti senza avere una minima consapevolezza letteraria che giustifichi un simile titolo. Fu allora che a Ventura tornò in mente quel passo della Vita nuova di Dante che recita: «…però che grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cose sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia, domandato, non sapesse denudare le sue parole da cotale vesta, in guisa che avessero verace intendimento. E questo mio primo amico e io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente…». Ventura pensò: “Cominciamo bene!”, mentre Weber concludeva: – Tu mi capisci, compagno, volevo assicurarmi di non avere di fronte un ciarlatano.
Poteva forse dargli torto? Naturalmente no, così rimase zitto anche stavolta, anche perché l’altro, senza interrompersi, s’imbarcò in un’interminabile digressione sul rapporto tra poesia e filosofia che lo condusse in seguito su un versante più propriamente speculativo, e allora parlò di Hegel e di chissà quale altro filosofo che gli diede il pretesto per portarsi finalmente sul terreno politico, quello che, con ogni evidenza, gli stava più a cuore di tutti. (Per Weber, tutti i saperi e comportamenti umani erano riconducibili alla politica: scienza delle scienze, arte delle arti, mestiere dei mestieri!) Quando ebbe terminato, Ventura lo stremò con una lunga apologia del «romanzo europeo», citando a memoria alcuni passi dalle opere di quello che egli chiamò «il mio maestro»: lo scrittore polacco Witold Gombrowicz (che Weber non aveva mai sentito nominare).
Da allora, e per tutto il primo mese almeno, Ventura e Weber si proposero di parlare esclusivamente in tedesco. Ci riuscirono quasi sempre e, a causa della loro incapacità di esprimere i pensieri più complessi nell’idioma straniero, in tutto quel tempo non ritrovarono più lo spessore agonistico del loro primo confronto.

4

    La sera del suo arrivo, prima di addormentarsi – la luce era già spenta, i suoi occhi già chiusi -, Ventura si trovò al cospetto dell’ignoto a cui sarebbe andato incontro nei giorni a venire: era un percorso insondabile che penetrava nel futuro segnato soltanto da poche indicazioni elementari (sapeva pur sempre che avrebbe frequentato un corso di tedesco e che, in seguito, avrebbe esercitato un tirocinio da qualche parte) e lui, Egon, era una sagoma oscura ferma sulla linea di partenza. Davanti a quell’immagine provò la sensazione di una strana libertà, una libertà che riposava, gli sembrò, sulla sua nuova solitudine: era una solitudine materiale, concreta, che però si avvicinava molto, nella percezione che Ventura aveva di sé, a quella solitudine interiore, “ontologica”, che qualche anno prima un uccellino gli aveva canticchiato in un orecchio, lasciandogli intendere che si trattava di una condizione comune a tutti gli uomini, volenti o nolenti. – Adesso che te l’ho rivelata – aveva concluso fischiettando l’uccellino, – ti porterai appresso questa verità fino alla tomba. Arrivederci.
Certo, pensò Ventura rimboccandosi il piumone (mentre riecheggiava in lui la meritata bestemmia con cui quella volta aveva scacciato l’uccellino canterino del malaugurio), ben più dolorosa sarebbe una solitudine di tipo sentimentale, derivante dall’assenza di persone che mi vogliono bene! Ventura, infatti, aveva imparato a distinguere tre tipi di solitudine: una solitudine materiale (o concreta: qualcosa di simile all’isolamento), una solitudine interiore (o ontologica: ciò che egli identificava con la condizione umana in generale) e una solitudine sentimentale, ed era quest’ultimo tipo quello che gli faceva più paura. Ma in Italia, per fortuna, aveva chi lo amava e ne era separato da una semplice distanza fisica, e questo gli creava intorno una specie di isolamento protetto: era una monade vagante sorretta da invisibili affetti. Era solo, ma al riparo dal disamore. Confortato da questa certezza, si cullò a lungo nella sua nuova situazione e, lentamente, si lasciò trascinare dal flusso ininterrotto del pensiero che andava liberandosi in infinite forme e concrezioni, sempre più sfilacciate, indefinite e vaghe, sempre più a fondo nell’abisso del sonno.
[…]

(Da Stefano Zangrando, Il libro di Egon, Greco & Greco Editori, Milano 2005, parte prima: «Primi passi»)

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Recensione di Stefano Donno

A quanti ritenevano di essersi lasciati debitamente alle spalle spleen e simili, mi permetto di consigliare il lavoro di Stefano Zangrando dal titolo Il libro di Egon, per i tipi di Greco e Greco editori di Milano (www.grecoegrecoeditori.it), nella collana Meleusine diretta da Vittorio Orsenigo. Egon Ventura, approda a Berlino per la prima volta, alla veneranda età di venticinque anni, dove l’attende un corso di tedesco al rinomato Goethe Institut e un tirocinio da portare a termine in apposite “gabbie d’apprendistato” individuate dal medesimo ente. Il protagonista, che misura il suo soggiorno attraverso categorie dermografiche di eichendorfiana memoria (Vita di un perdigiorno), si troverà a non reggere il peso di una metropoli cosmopolita e plurisemantica, i cui codici azzerano qualsiasi possibilità di costruzione di dialogo. Il riconoscimento dell’altro avviene nella trasformazione/trasmutazione del termine latino alter (altro per l’appunto) in ater (aggettivalmente atroce), la cui voracità cannibalica, riduce di fatto all’osso qualsivoglia presenza agente nelle vicende narrate. Non è un caso che ad esempio il lettore di quest’opera non venga debitamente fornito di coordinate temporali per potersi più agevolmente muovere nel lento dipanarsi delle vicende narrate. E non è una questione di sublimazione di categorie emozionali. Per di più la scelta di condensare gli attimi, o meglio cristallizzarli, o ancora museificarli per la precisione, aumenta l’atmosfera asfittica che permea l’intero libro, dove la tendenza alla sopravvivenza viene resa ancora più greve, da una sorta di cecità nella costruzione di un incontro autentico possibile, venendo quindi a inficiare una potenziale apertura individuale, soggettiva alla conoscenza. Egon, è pieno di dubbi e inquietudini, gode del dubbio stesso nella ricerca della verità, o in maniera più puntuale di una via di fuga dalla certezza di una verità dove il respiro dell’intuire ha buon gioco, mentre intorno tutto è nausea. In Egon (per sottostima e per inettitudine, decadente ma non troppo, pulp ma non troppo, tendente al pop con scarso successo) vengono a sintetizzarsi quelle peculiarità proprie di vecchi personaggi, a tutti noti da tempo, della storia della letteratura italiana: Emilio Brentani, Alfonso Nitti, lo stesso Zeno. E come Svevo l’autore lavora su una materia di selezione stilistica, lessicale, deliberatamente incolore, talvolta banale, spregiudicatamente dimessa, arida, strumentale però allo svelamento di un’ironia melanconica, che permette al lettore di osservare gli ingranaggi degli alibi mistificatori, le false convinzioni, i vicoli ciechi dei drammi personali. Il fatto è, in tutta sincerità, che l’espressività di Zangrando, trasparente e malleabile, tattile sulle cose da dire, sugli accadimenti immiserenti della quotidianità, senza alcun guizzo o accensioni di sano egoismo, non risponde a quei parametri indispensabili ad un miniaturiale intarsio argomentativo circa una plausibile anche se scialba materia autoanalitica, non in dolby surround, o in technicolor, né tanto meno in bianco e nero. Egon in fondo si muove su una tensione fondamentale che è quella della “riuscita”, del self-made-man, alla ricerca nel capoluogo teutonico, della pepita d’oro che lo trasformerà nella caricatura di uno zio Paperone (per paradossi naturalmente). L’imprinting ontologico è quello del salotto borghese di provincia, dove la nuova progenie deve riscattare col successo, il fallimento degli avi. E giù pesante allora, con croniche insoddisfazioni, gelosie, dissidi, rancori, tutto l’armamentario per allestire un teatrino delle oscenità, dove ciascuno recita la parte di una vita che non gli appartiene ( non solo Egon, ma anche altre comparse come Laura, Zoe, Selene, Chantal, Weber e altri), nell’inesorabile piattezza del giorno dopo giorno in cui hanno ampia libertà l’urto di malesseri, di ipocrisie, di capricci (mai autentiche passioni), veleni dell’anima a cui non si può trovar alcun rimedio, frutto dell’incapacità di riassumere sulle proprie spalle il peso di responsabilità o scelte, e quindi di rigor d’analisi, che produce dinamicità e forza. Zangrando pare compiacersi nel farsi portavoce di quella pesantezza che Nietzsche attribuiva al popolo tedesco per quella sua incapacità genetica di reggere il dionisiaco, e che in questa sede si manifesta in tutto il suo fulgore. E Berlino (eccetto una sua congenita pretesa “egon-centrica” di essere Storia) diviene oltre che pre-testo di scambio ecolalico di relazioni, tensione endoscheletrica di Egon a percepire la città come visione, al di là delle leggi immediate della realtà che la contraddistinguono, di un movimento che è Eros, dimorante in ogni dove. Al di là di qualche ovvietà, come la vita di uno studente fuori dai confini della madre-patria molto simile a quelle dei college americani ( sesso, alcool e rock’n’roll, e singolari bravate), il libro in oggetto ha un suo pregio fondamentale, che è quello di rimanerti dentro per lungo, lungo tempo. Custodirai il malessere di Egon con una strana morbosità, e non mancheranno occasioni di fermare lo sguardo sulla sua copertina, mentre passi in rassegna i libri della tua biblioteca, con una malcelata voglia di rileggerlo, perché Zangrando ti sembrerà di conoscerlo da chissà quanto.

2 pensieri riguardo “Il libro di Egon – di Stefano ZANGRANDO”

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