Postludium III

(Da: Postludium, nota critica di Giuliano Gramigna, con un disegno di Giovanna Fra, Verona, Anterem Edizioni, “La Ricerca Letteraria – Collezione del Premio Lorenzo Montano”, 2003)

Mit Namen, getränkt
von jedem Exil.

Paul Celan


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III. Oltrarsi in qualche specchio all’insaputa degli occhi

 

 gabbie  disinfettate   piegando   le   mani   in   posizioni  di  gioco

oltrarsi   in  qualche  specchio   all’insaputa degli occhi    muovere

pagando   l’impulso    che    dispone    memorie   a   un   crocevia

di  epoche  (lei  si produce  intanto   nel chiaro di nebule chimiche

e  raggomitolata  si offre alla sera quale feto di scimmia impazzita)

eppure  quel  liquido  oscuro   che  sciama  dal  ventre  sul  foglio

in  fondo  alla  pagina   lo vedi   soffia  sul  seno  lettere  immobili

calligrafiche labbra di adesso   ossari  di  canti  in  sudari  di  resa

 

*

 

traduco in infanzie  le  vene  gli  occhi abitati da penombre

di passo  così  numerose che  non  tace   il   labbro   segni    

pensati nella profondità del loro  suono   proprio  nel  punto

a un  bivio di  luce  dove la mappa  vocale  si  fa  specchio

radura  alluvionale    estasi   immillata   di   rituali   inquieti

 

*

 

in sogno contratta  un  varco  un  guado  sopravvissuto a

immobili  sabbie  meridiane   e  non un grido   che  richieda

anni  a  una  morte  fanciulla   la sua  mutazione  in  copie

avanzi  di  schiuma    e   all’improvviso   leggere nella sera

pagine di un mare attaccato alle ali    la  durata   descrive

una  sorte   in archi di danza  una ghiandola tesa  esplode

di  ruggine    fiore di miele   incantato dal  lampo  del  nido

 

*

 

ci  fosse ancora   luce  con  dentro  un’ora  bassa  il luccichìo

che guizza  fingendo piume ritrovate a caso    cellule  in  semi

cerchio   a gara nel sognare arpe d’erba    e il fumo acre di un

flauto  il lento abisso che batte tempo agli occhi   tra le vocali

brucia     vagando  come  azzurro     fossile    lampo    azzurro

 

*

 

luna  su  uno  stagno  in punteggiate labbra di finzione

che va perdendo umori di conchiglia   e  riveste  giorni

di strani lampi  a un crocevia di rondini    ma  al  primo

grido  è  un  pensare in cifre di fondali   e si  annuncia

tra  rovi  e  faville  mentre sanguina grumi di presenze

respira  valichi  di  piume   si offre a bussole nascoste

vermiglio  squarcio   dall’immobile profumo di accaduto

 

*

 

l’epidermide  accesa da spine di stelle innevate da sabbie

di  zodiaco  che il naufrago  tesse e  ritesse per sortilegio

d’isole  sperate  o  forse  gioca  con  l’inquietudine silente

dei relitti   e  le  sue  labbra gonfia di preghiere salmastre

se la notte cede alcuni sensi  lasciando  il respiro confuso

nei suoni vaghi di presunti porti   ma la luna va sulle onde

a  scoprirsi  lume di  una  pupilla  offerta in voto all’acqua

 

*

 

di  fughe   come da certezze  o volti    che sanguina il mattino

inchiodato  all’àncora    sopraffatto  dal   lontano   dai   lunghi

incensieri   dell’ombra    così  ardisce   rose    colme   di   sete

mente nella lingua  dei  viandanti    di   essi   tenta   la  notte  

vi fruga attese  erbe stupefatte raccolte dietro grate di parole

 

*

 

rose  innevate di giorni   appagati dalla forma dell’andare

sorgenti  di un altrove  remoto   nell’arsura  di una pupilla

che si fa  dimora  inaccessibile  di segni   e  nel  chiostro

furtivo  dell’ala    si   raggomitola   tra  l’astro  e  la  sera

connubio semprefuoco  che cede istanti    perciò l’ombra

rende alle mani   la sua voce  nutrice   l’intorno  inondato

dal   silenzio     che   annuncia   il   lontano   albeggiante

di un seme   in  limpide  pozze  di  gelo    carne e stupori

che danzano   un   aroma   perduto    di   illuse  eternità

alfabeti   sensibili   al  nome  impronunciabile  del  tempo

 

*

 

conserva  impronte  sbocciate dal fondo   la riva di un sasso

battezzando  il   passato  dei nomadi   in nome del suo corpo

che dilegua   al lievito dell’onda    che   fu   cratere  o  felce

leva  sincronica  di  archi   o  sostanza  fumante di  papaveri

forse   una  luna    in    r e s p i r i    di   cielo   sulla  gronda

divinazione di fuga  in un gioco di assedi    stelo  di  uragano

per  la  parca  che  s’annuncia  dal guado  dilatato delle foci

 

*

 

rotta imprevista  di ritorno  da  fuochi  di  marea   e c l i s s i

notturna  che fa eco da un passato di  derive   quando  frana

in  chiari  sillabici  contro  fari  azzerati  in  ritagli  di  luna   e

ancora  inquieta  memorie  di  venti    correndo  in  superficie

albagìe di specchi   un dubbio d’isole  intraviste   imprecisabili

 

*

 

lingua  appassita  come un naviglio all’àncora  che da tempo

si  nega  all’acqua  che  dimora   e  più  non  traccia un volo

dai  fondali   dove  ricoperta  d’oboli  ansima   e   di   silenzi

la  febbrile  pupilla  di  cattedrali  d’alga   eppure dava  voce

a  crediti  di  memoria  quando  si  tolse  gli  occhi  e   cieca

lampada  d’argilla   rischiarò  le  vetrate  dei  suoi  a b i s s i

fiammante  verbo  di  fossili  remoti   o  seminagione   d’albe

 

*

 

schianto di  foglia   che   è   primavera  autunno  fuoco

del crepuscolo   risale con folti dolori ogni piccola morte

ogni paesaggio un ritorno  e il passo una lingua bambina

per dire di un lume     nerissimo astro dal gelo degli anni

 

***

3 pensieri riguardo “Postludium III”

  1. Grazie, Marina.

    E grazie a “memoranda litteraria”, con l’augurio di buona continuazione al gestore: mi sembra una gran bella idea, che seguirò sicuramente con attenzione.

    fm

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