Apprendimento di cose utili (I) – Gennaro GRIECO

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FRA GLI ORTI SENZA UN NETTO DI CONFINE

(Erpicanti Erranti)

 

Al teatro muto dei figuranti
(Sotto i cieli di Torino)

Ma quale sarà il Nord su queste strade,

compagni miei che ancora seguitate,

dove sarà la tappa del riposo

o il miracoloso unguento che allevia

il passo – acqua fresca per le ferite?

E dove il tempio inviolato del tempo

per ingaggiare baruffa con le ore,

o le gocce in fuga dalle cascate

per smentire l’inesausta china?

Dove sta il petto di un solo nemico,

la pena che sanguina dai balconi,

l’iperurania flemma condottiera

ed il soffio che gonfia una bandiera,

e dove, dove l’insigne cordata

nel rogito scarno delle passioni?

Dove si cela il fremito di orgoglio

o la meraviglia che lascia il segno,

chi trattiene lo strepito di voglie

o la chiave di ovvie contraddizioni

– chi, alla grande soglia delle illusioni?

Da quale Nord il cuore in queste strade,

compagni miei che ancora seguitate,

dove si tengono le danze e quando,

quando il sacramento di una parola,

quando il sobbalzo di un’idea vera,

il cocchio che svetta e distingue il rango?

(Per non morire assediano la notte

civette dagli occhi gialli di luna,

la luna che ha l’ittero e fa da sfondo

al teatro muto dei figuranti).

4 giugno 1993

*

En passant, rileggendo monsieur Rousseau
(Eutanasia)

Dettano i tempi cicale ardite,

ritmi balcanici nell’aria stagna.

Curvi i rami dell’albero facile

di fauna; di sotto, il formicaio.

E per quanto ancora, contadino,

curare affanni di formiche stanche?

Dal tubo catodico agita la mano

l’uomoabortomalriuscito

che scaccia mosche, infastidito.

Spacca specchi di soli riflessi

sui muri di piazze caliginose

suasignoravanità

di nuova storia antica di sempre

(epperò a tempo determinato);

eterea, valica confini rassegnati.

E giocano, giocano a carte

cicale arse sull’albero curvo torvo

che più non regge il peso;

avverso il tempo, e segnando

punti con postille di eccosìsia!.

O terra, terra madre, singhiozza

l’orologio! E se poi, e se poi

è tardi, fallo per eutanasia.

11 maggio 1992

*

Persin facile il gioco alla mestizia
(Solo stecchi di suoni in lamento)

Sulla pietra, da quella stessa pietra

sedimento di altre vite e già in posa,

dalla pietra di solito comincia

il passo stentato che porta resa.

Sulla pietra, da quel masso che è fisso,

e mobile e traslato e atemporale,

proiettato e sempre sempre presente

nella perenne commiserazione

che – finanche vegeti – già ci cessa.

O – forse più – dalle ceneri inerti

che rivoltando la pietra scopriamo

in remotissime danze di sabba,

in fantasmi e streghe e mostri ingobbiti

dalle lenti sfocate di Leggenda

che comunque in calcolo ci sovrasta.

Incessante il rito glorificante

del proprio proprio solitudinario

: del poco o niente dell’oggi vediamo

vana sublimazione sulla pietra

che ricompatta il nome frantumato;

ma non si apre vertenza che sia l’ultimo

quel domani scolpito sulla pietra

che con l’oggi di già mistifichiamo.

(Persin facile il gioco alla mestizia

– forse è la nebbia che stasera intriga.

Perché poi i viaggi son flebili voci,

son solo stecchi di suoni in lamento

che non portano parola. E noi – gli Uomini –

interminabili codazzi al seguito).

27 dicembre 1992

*

Per la storia che avrebbe arriso al re
(Belviso Stanco, o della fissa dimora)

Ne avevano fatto fissa dimora,

investendo tutto in forza del vento.

Dalla valle i Soffiatori di Corte

davano il tempo, instradando le spire;

come i gatti, tracciavano perimetri,

allungandone il vento la gittata;

riscuotevano uva passa e canditi,

tingevano coi gessetti la fronte

di chi dava per l’ingrasso del re.

Sulle scrivanie lustrate di vomito

facevano la spola – in percentuale –

i Riempitori di Bicchieri indomiti;

mescolavano il sidro col citrato

– ragioni di reperibilità! –

felici, per le mance (e per le attese

al buio con cortigiane del re).

Riccioli tinti vestiti di niente,

garibaldini frolli e impenitenti,

fra i Dignitari Accreditati al Seggio

non erano un problema i capelli unti;

con spago tenuto teso fra i denti,

peraltro, si ostentava, l’opulenza,

ammiccando in lesti giri di danza.

Ed alla Bottega dei Giullari Utili

frotte di nanucoli e ballerine

– previsti per decreto in pianta organica;

un parastatale in aspettativa

e un seminarista pentito – insieme –

scrivevano canovacci plagiati

per la storia che avrebbe arriso al re.

Ne avevano fatto fissa dimora

– mi dicono – tutto in forza del vento.

              (C’è un pelo del vello che mai collima

              quando punti i venti verso la cima.)

6 dicembre 1992

*

Fra gli orti senza un netto di confine
(Belviso Stanco, ovvero il guado)

              (C’è un pelo del vello che mai collima

              quando punti i venti verso la cima.)

Cercare un guado, ora a Belviso Stanco;

a voltarsi indietro, nemmeno a dirlo.

Ora, certo, si aggirano gli untori,

votati un tempo all’inno per il re;

sono ritornati da Damasco, ora

: da folgore il segno – e il sacro furore;

ora – s’intende – ci racconteranno,

di storie che dicono che non nascono,

non nascono più re a Belviso Stanco.

Ci fanno strada occhi stanchi sfiniti,

rami divelti e silenzi palesi;

fra morie di serpi e antichi veleni

tagliamo l’aria spessa di bonaccia

fra gli orti senza un netto di confine;

e persino i mercanti hanno bruciato

ogni ipotesi di lucro immediato.

Ora, poi, i vecchi cercano carezze,

fossero solo da mezza pensione;

rovistano i gatti anche al tempo franco

dell’amore; e si sdraiano, di notte,

nelle periferie delle caserme,

le remote Ambasciatrici in Incognito

scaldate un tempo all’agenzia del re.

Cercare un guado, ora a Belviso Stanco,

riprendere il viaggio con nuova lena;

tanta è la distanza perché si arrivi

a un’ora buona, e al passaggio scontiamo

i fermi subiti per le dogane,

i fiati lievi da bassa pressione,

il ferro e il fuoco di lunghe catene.

Cercare un guado, ora a Belviso Stanco;

a voltarsi indietro, nemmeno a dirlo.

6 dicembre 1992

*

Come d’inverno il saltello del passero
(Homeless: storia di Michele)

Il movimento è mandato a memoria,

il movente commuove – tanto è storia,

è storia antica che a tutti appartiene.

Ha una sciarpa per cappello, Michele,

una mano in tasca e un guanto a tre dita.

Ha ventitre denti e barba di neve,

anche cuore di uomo e un occhio che piove.

Ha un’ora esatta che gli vale un giorno,

prima che un tram scuota tutti dal sonno,

le sirene portino albe e catene,

anche sbuffi di un camion comunale.

Ha solo un’ora e, per un giorno intero,

spazzatura in surrogato di pane.

Ha cuore di uomo e lividi di cane.

Quando l’infido coperchio rincula

– per i balzi dei gatti dallo strame –

retrocede al tentativo fallito

ma non si concede rassegnazione

: la posta vale ogni disperazione,

la vita è un dovere – anche questa vita! –

per Michele con un guanto a tre dita.

Il movimento è a strappi e un cielo piove,

il movente commuove – perché è storia,

è storia immonda che a tutti appartiene –

come d’inverno il saltello del passero

per la briciola affogata nel fango.

21 febbraio 1993

*

La nostra età dei naturali affanni
(Stagioni dell’anima)

Ché non bastò l’olofrastico sempre

sugli altari di maggio in fioritura

: settembre e andare – me lo disse il tempo –

ché c’è poi sempre un tempo per l’andare.

La nostra età dei naturali affanni

su letti di foglie nude a novembre;

la nostra stagione conchiusa in nebbia

su specchi di piogge fatue ad aprile;

il nostro amore acerbo di uva spina

che sai mai se cogliere a primavera.

Era nicchia di minuti rubati

il nostro amore di baci sudati,

come il vento fra gli orti di frontiera

s’involava in un punto della sera.

Ed era sogno, con occhi fanciulli

Vieni amore, prima che il ciel ci annulli!

Poi, poi c’è sempre un tempo per l’andare,

e in stagioni dell’anima, i ritorni.

Lontano, amica mia, sarò presente

: al tuo paese che è in festa, domani,

Rocco ammazza ancora il porco a Natale.

24 dicembre 1992

*

Questa notte è metafora di morte
(Come di orme di profeti sciamani)

Questa notte che indugia sul dettaglio

di ombre orbe all’ipotesi della luce,

questa notte sorda e piana che indulge

serafica e zelante e pulitina

e quasi balzello per ogni anelito

al risveglio, questa notte è anche mia;

questa notte che traghetta a tentoni

ristagna fra i vapori dello stretto,

si tiene di sbieco e non si pronuncia

questa notte che non propone viaggi,

che è partenza e arrivo senza un approdo,

questa notte di gelo che è anche tua;

questa notte che è vera notte e fonda,

dannazione di silenzi totali,

fatuità di passi in spazi negati,

come di orme di profeti sciamani

– o di sciamannati poeti in torme –

che ostentano nozioni d’infinito;

questa notte scostata in laterale

che assorbe stopposa e che non si assume,

non muove affanni questa notte inetta

che non rifugge e non trascina pene,

che non acquieta e che non appassiona,

che non solleva e neanche trattiene;

questa notte senza sudori e stinta,

questa notte che è ritratto del tempo,

questa notte è metafora di morte

: questa notte è morte del nostro tempo.

15 maggio 1993

***

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LA LINEA O PUNTI DI FUOCOACQUA

(Le Ragionevoli Aspirazioni)

 

La linea o punti di fuocoacqua
(Forse appigli)

L’idea era nata all’ombra del pioppo.

Tenera, esile idea; come il pioppo,

come gattice spontaneo, bianca,

a pagina bianca era l’idea. E alta.

E lievitava e cresceva. E saliva.

Come del pioppo la cima svettante

in apertura reputata prossima

di cielo, arrampicava – forse appigli –

la linea o punti di fuocoacqua.

Mozzarono il pioppo mentre di maggio

in arsura fremeva. E il cono d’ombra,

dilapidato al suolo di un sol colpo.

Precisamente non fu un’avventura.

Vero è che non rinunciammo all’idea,

poesia.

22 maggio 1993

*

Alle eterne latitudini mobili
(Dalla postazione)

        Oh,
        essere un uomo!
        (Serenata, Canto degli Indiani d’America Mandan e Hidatsa)

Però la dignità non è retorica;

nemmeno l’alibi della sconfitta.

La norma – si sa – è pura convenzione,

e i punti cardinali sul quadrante

si muovono con i passi dell’uomo,

alle eterne latitudini mobili

del pensiero

– pensiero tradotto al foro boario,

alle eterne latitudini mobili

delle idee

– ammassate nei granai del re.

Però la dignità non è retorica;

di per sé, è cosa vera che prescinde.

Come il sole che – si sa – resta vero,

anche quando nascosto ci sbeffeggia;

come la volpe che – non ci son storie! –

prima o poi si ferisce nella boria;

come la musica che fa atmosfera,

se appena c’è un fazzoletto di amore…

(Non mi muoverò dalla postazione,

inutili ambasciatori di resa!)

28 dicembre 1992

*

Un’ipotesi è il fuoco antico che arde
(Con le parole)

Certo non per foggiare ancora cieli

con il poco che resta dei colori,

o per le bizantine suggestioni

in coda a intramontabili tramonti;

nemmeno per noi che ci rimiriamo,

incredibili prede consenzienti,

le parole che – sole – ci portiamo.

Non per te Amore che pur canterò,

o per questa terra senza più semi

che agita croci e non segna più figli;

e per te, madre, un bacio sarà meglio,

dico ben più di mille ispirazioni.

Certo, parole; ma poi gli occhi spaziano

e attenti son testimoni del tempo,

si aspettano a volte misteri e incanti,

ma sfrondano temute storie di uomini;

con le parole svegliamo i silenzi,

quand’anche c’inventassimo – sfrontati! –

le improbabili ragioni del viaggio,

maneggiamo carne e sangue – e forse anime –

scostando il velo e carezzando il sogno.

E un’ipotesi è il fuoco antico che arde,

bruciore alto frainteso in metafora

dai discinti avventori delle fiere.

27 maggio 1993

*

Una preghiera al nuovo dio degli uomini
(Il colore del nero)

Non darmi sulle dita,

ché mi fanno male.

Ho attraversato deserti inutili

e terre con i fiumi morti;

ho varcato montagne

che gridano dall’alto della vista più lunga,

sopportando il peso dell’oggettività;

ho camminato per basse radure

dove passati sono

i segni della bonifica;

ho navigato su mari di sangue infetto

vomitando coriandoli di carne.

Ho pianto acidi

per stingermi la faccia

e indossato abiti sottratti

con la paura

a cadaveri abbandonati;

ho lucrato una cifra di endorfine

per legittimare

il Vostro mito del benessere.

Mi sono poi prostrato,

genuflesso e schiena curva

ai piedi dei Vostri totem,

ritornando nella tribù

bambino della Storia;

e sono certo

che un giorno imbraccerò anche i Vostri fucili,

per sparare ai miei genitori.

Non darmi sulle dita,

ché mi fanno male.

1 gennaio 1992

*

Potremmo sederci sotto il tramonto
(Una sosta ristora)

Potremmo sederci sotto il tramonto,

sulla roccia che ancora ferma sta;

nuove suggestioni, seppur riflesse,

potrebbero forse indurci a pensare

i segni ancor chiari di chi è passato.

Il piede è caldo e una sosta ristora,

se si è in ascesa e il vento spinge a valle;

nella quiete, esorcizzare l’affanno,

aspettare l’incanto della sera

e ripartire col cuore poi calmo.

Potremmo sederci sotto il tramonto,

sulla roccia che sempre ferma sta;

domandare il passo alla luna nuova,

magari invitare il vento daccanto

: che ci soffi alle spalle, sulle alture!

12 dicembre 1992

*

Ma insieme ci accarezza questo sole
(Unico emendamento)

Come cubetti di ghiaccio accostati

nel liquido sfregarsi; e liquefarsi,

nell’umido di posa. Inevitabile.

Agitati, ma nella trasparenza

di vetro spesso o cristallo che indora

– ma che, specchio deforme, gonfia il tratto.

E quante storie, poi, ma quali pianti!

Un bicchiere brinda col suo compagno,

una mano più grossa sempre si alza

sopra ogni altra a sovrasto. Scaturigini…

Ma insieme ci accarezza questo sole,

stagione di ricchezza a quattro mani.

Perché l’uno non abbia a restar solo,

e povero – meglio atteri senz’ali.

Ci scioglieremo, lo so, ma l’istante

comune è aspirazione ragionevole?

Perché non ci separi, questo sole,

stagione di ricchezza a quattro mani.

20 giugno 1993

*

In coro da cavità risapute
(Ansiti)

Ansito, ci suggeriscono dunque

maestri – e petulanti replicanti

in coro da cavità risapute.

Aiuto!, forse ci par di capire.

Ché, ansito è una scommessa poetata?

è circumnavigazione in apnea?

è respiro affannoso? O il nostro vivere?

23 aprile 1992

*

La morte fa collezione di niente
(Sulla pietra)

Diedi l’anima alla

vita

ed il corpo alla

morte,

che fa collezione di

niente.

18 febbraio 1992

*

Ancora non sarà vana stagione
(Del sentimento)

Ancora non sarà vana stagione

schienare il cono d’ombra della luna,

nel luogo della nostra conoscenza,

su questa terra pratica di scogli;

sperare la scintillante speranza

senz’attesa di un alfabetico ordine

e indulgenze di avverbi clandestini;

o matare la scimmia scimmiottata,

tensione d’interferenza specifica,

rivestimento accidentale d’albero.

Ancora non sarà vana stagione.

30 dicembre 1993
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5 pensieri riguardo “Apprendimento di cose utili (I) – Gennaro GRIECO”

  1. Grazie, Francesco. Onorato.
    Vedo, da parte tua, una scelta che privilegia il politico, con uno spruzzo di sentimento, un che di programmatico e, infine, una chiusa che non nega un filo di speranza. Sì, credo sia rappresentativa del mio mondo. Azzeccatissima l’immagine: eh già, tagliamo i fili dei burattini…
    Grazie ancora,
    gennaro

  2. Grazie a te, Gennaro. Questi testi, ai quali altri, di altra natura e ispirazione, seguiranno più avanti, sono un sentito omaggio alla tradizione di quella poesia “civile” che la tua opera ha contribuito a rinsanguare nel corso degli anni. Li ritengo, al di là dell’intrinseco valore, anche “esemplari”, paradigmatici di un fare poetico che nulla cede alla retorica e all’autocelebrazione di riflesso, ma scava in profondità tra le piaghe purulente del presente e le incide a fondo, senza compiacimenti, facendo emergere controluce il non detto di un universo “a misura umana” possibile.

    fm

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