Voci da seminare nei giorni – Francesco TOMADA


(Franco Langé, Radici)

Testi inediti

 

Quando venne il terremoto del ‘76

era sera ed io avevo otto anni

uscimmo tutti di corsa nei cortili

così come eravamo, noi bambini già in pigiama

 

ricordo la casa che tremava nel buio

e non ho mai pensato che potesse cadere

ma avevo paura, paura per il rumore

e perchè si muoveva la terra

e restava ferma l’aria

 

una cosa sconosciuta

 

il contrario del vento

 

 

Sul viale principale di Belgrado

ci sono ancora case di cui resta solo la facciata

attraverso le finestre vedi il vuoto

e sterpi dentro e nubi dietro

                                          il cielo in una stanza

oggi della guerra rimane questa immagine

                                          il cielo in una stanza

io penso a gino paoli

che in mezz’ora con una prostituta

scrisse una canzone che parlava d’amore 

 

 

Domenica mattina ha traslocato la famiglia di bosniaci

che abitava qui di fronte

 

hanno ammassato su un furgone scoperto

tutte le loro cose

reti di letti mobili e giocattoli dei figli

 

la gente all’uscita di messa li guardava

senza capire come si potesse

spostare una casa intera in un solo viaggio

 

hanno salutato sorridendo come sempre

poi sono saliti

hanno messo in moto e sono andati via

 

l’ultima immagine che resta delle loro vite

è una scritta a pennarello nero sullo scatolone

caricato in fondo

 

*

 

FRAGILE

..

Oggi ho composto il tuo numero

ma il telefono non suonava neppure

così non potevi sapere che ti cercavo

e io sono rimasto ad ascoltare il vuoto

che da qualche parte esiste tra di noi

 

ma è peggio quando mi sembra di sentirlo

mentre siamo in casa e parliamo e scherziamo

e nell’abitudine che abbiamo costruito

siamo sicuri di stare bene

 

 

(Alessio a Lignano, due anni fa)

 

Sei partito camminando dalla spiaggia

sempre in avanti fino a che l’acqua

non ti arrivava al costume

al petto alla gola

 

poi un’onda più alta delle altre

ti ha fatto cadere

allora sono corso da te

e ti ho portato a riva

 

non piangevi nemmeno

 

fidarsi della vita, è questo che

mi resta da imparare

ma un giorno sarò pronto per accompagnarti

se mi dirai di nuovo

“voglio attraversare a piedi il mare”

 

 

Il negativo e l’immagine

 

Quando i bambini di qui fanno la guerra

bastano quattro cuscini sul letto per costruire una base

tutti hanno pistole o fucili con il tappo colorato in rosso

alcuni perfino bombe di gommapiuma

 

allora mi chiedo se i bambini di Beirut giocano alla pace

e come ci riescono

perchè non ci sono case giardini genitori di plastica

e morire per finta è facile

ma vivere per finta non si può

 

 

Hai voglia di venire a trovare tuo padre?

Vedo mia madre che diventa anziana, e sempre più spesso mi racconta della sua infanzia con la necessità urgente degli anziani. C’è uno strano rapporto di comunione e distacco fra di noi, viviamo di quello che non riusciamo a dire piuttosto che di quello che diciamo, così fidandoci l’uno dell’altra sottintendiamo l’affetto.

Sempre più spesso lei mi parla in friulano e io le rispondo in italiano. Conosco anch’io il friulano, ma non lo uso perché sbaglierei verbi e vocaboli e davanti a lei mi sarebbe umiliante. I miei si rivolgevano sempre a noi figli in Italiano, in Lingua, così a scuola saremmo stati capaci di scrivere e leggere come si deve. Eravamo fortunati a studiare, a cambiare la storia di una famiglia che aveva sempre generato sacerdoti contadini e lavoratori comuni per non dire poveri. Eravamo la generazione del salto, e forse così è avvenuto.

Ma nessuno immaginava cosa avremmo perso.

Non lo sapevo neppure io, quando da piccola anima per piccole migrazioni sono andato via da Campoformido, ma solo fino a Gorizia e dunque non davvero lontano. Come tutti gli adolescenti avevo coltivato una fuga: troppo piccolo il paese, troppa gente che conosce di te per custodire la solitudine che mi è necessaria e insieme mi opprime.

Basta rosario con le castagne nel giorno dei morti.

Basta cene dei coscritti il 25 gennaio.

Basta partite di calcio, il borgo di sopra contro il borgo di sotto divisi per sempre dall’osteria del Trattato.

Eppure oggi mi ritrovo qui, dopo averlo evitato così a lungo mi ritrovo qui. Ho una famiglia, dei figli, un lavoro statale, mi sono indebitato fino alle ossa per pagarci una casa con un pezzo di terra. Ripeto fino ad illudermi che c’è una coscienza diversa, il non aver fatto le cose per dovere, ma  perchè le mie scelte mi hanno portato a questo.

Mi resta ancora la distanza da una friulanità che non ho mai sentito mia, ma a cui appartengo comunque – almeno ho imparato a non negarlo.

Mi resta sapere che siamo in tanti a vivere questi tempi di finta pace dalla parte fortunata del televisore, e forse per questo a sentire il bisogno di appartenere, se serve anche ad una minoranza. Non mi interessa di calcio ma vorrei dire che tifo Udinese, magari soltanto per essere deriso se scendesse in serie B.

Mi resta pensare che il ricordo è raccogliere quello che si è vissuto, la memoria è invece tentare di capire quello che non si è vissuto per impararne qualcosa quando ne saremo capaci. Le cose grandi: come quando sono andato per la prima volta ad Auschwitz, restando immobile per un’ora a guardare la neve quasi potesse servire a qualcosa; come quando scavando per cercare un tubo dell’acqua nel giardino ho scoperto che viviamo su una distesa di macerie e fili spinati e pallottole e gavette.

Le cose piccole: mia madre che chiede “Tu as voe di vigni a ciata to pari?”1 e io le dico “certo che vengo”, la ascolto e rispondo e mi sento parte di un mondo che sto aiutando a morire.

1:”Hai voglia di venire a trovare tuo padre?”

Le feste comandate

Oggi è Natale così tu mi dici

“telefona a tuo padre e chiedi come sta”

 

e mi sento come a diciott’anni

quando sono andato via di casa

per la prima volta

 

padre

quanta fatica per accettare che

mi hai generato al cinquanta per cento

e che in fondo somigliamo agli alberi

per metà radici e

per metà vento

 

(nudi pt. 4)

Se quello che stiamo vivendo è l’amore

cerchiamo che cosa c’è oltre

perchè avevamo giurato due cose

 

la prima: saremo fedeli non per dovere

ma per volontà

 

seconda: accontentarsi

è come tradire

 

Compiti x casa

Otto anni e ancora non sai fare le addizioni

per questo ti correggo troppo duramente

allora chiedi “ma tu non sbagliavi mai?”

 

e come posso dirti che facevo sempre tutto bene

ero troppo bravo troppo grande per la mia età

spiegavano i medici

come adesso lo sono per la tua

 

così racconto una bugia “certo che sbagliavo anch’io”

 

vedi, inventiamo un’infanzia che ci assomigli

per riempirla delle cose che avremmo meritato

tu un padre più paziente

io la matematica contata su cinque dita

 

Finisterre

Ricordo le maree di Loguivy 

l’acqua che tornava indietro per chilometri

e nel porto

le barche rovesciate di fianco sulla sabbia

le loro carene pesci di legno a brillare fuoriluogo nel sole

come un uomo che si sveglia in una stanza non sua

dove sono i miei libri sul comodino

da che parte è la finestra

dove è finito il mare

 

Piove fitto stanotte

 

il suono dell’acqua nelle grondaie è sordo e continuo

come il rumore dei bombardieri quando volavano verso Belgrado

come una coscienza che sta per presentarti un conto da saldare

tu dormi io ho gli occhi vivi di inquietudine dietro alle palpebre

mentre ogni goccia che cade se cade vuol dire che pesa più del cielo intero

così ti stringo per proteggerti – proteggerti da cosa mi chiedo

e rispondo: in notti come questa per proteggerti da me

 

Pompei

Quando fra duemila anni scaveranno questa terra

troveranno i nostri corpi ormai diventati sasso

nella stessa posizione in cui ci addormentiamo oggi

tu girata di fianco

io ti stringo appoggiato alla tua schiena

 

e non sapremo mai se il nostro bene

è così grande da superare il tempo

o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti

a indurire l’amore

fino a trasformarlo in pietra

 

Guarda che basse le rondini adesso

più basse dei tetti

i loro cerchi danno al cortile il senso

di un piccolo cielo

 

è come ci insegnavano alla scuola elementare

di sera volano vicine alla terra con gli occhi

semichiusi e il becco spalancato

così ingoiano insetti e respirano aria

 

io so che il cibo gli serve per vivere

però mi chiedo com’è

il sapore del vento

 

(Nel 1943, quando i tedeschi occuparono il castello, fucilavano i partigiani nel cortile esterno; oggi ci sono in mostra alcune armi medievali, anche se qui non si è mai combattuto)

                                                                                                                            (Ad A.)

Quando un bambino guarda la catapulta

pensa al sasso lanciato che cade nell’acqua

all’acqua che schizza fino al cielo

 

nei giochi del cortile anche la guerra ha un’anima gentile

a volte lascia che comandino i perdenti

come Lorenzo quando si offende e grida

se mi uccidi ancora io muoio per tutta la vita

io immagino un plotone di soldati coi fucili

già spianati e

non sanno più che fare

(Sul castello, ancora)

Passo dopo passo abbiamo reso lisci i marciapiedi in sasso

tanti uomini in cammino così scrivono la storia

ripetiamo sempre il medesimo percorso e gli stessi errori

così dicono i vecchi e diremo noi

quando saremo vecchi

 

ma si deve sperare che arrivi la generazione nuova

capace finalmente di imparare

vedi che si affaccia

guarda la cautela dei bambini per non scivolare

mentre sulle pietre levigate del selciato

si chinano a raccogliere pinoli

Ho preparato il tavolo per la cena

prima che tu arrivassi

 

pensavo ad una gentilezza

invece ho apparecchiato la mancanza

io leggo una rivista che non mi interessa

il piatto è un fiore di ceramica

si è schiuso ma dentro

non ha niente

Cadute le foglie delle viti resta un tronco basso

i tralci legati sui cavi somigliano a un uomo a braccia distese

                            i filari d’inverno sono un esercito di crocefissi

 

abbiamo un martire per ogni cristianesimo

un dio da coltivare che finalmente nasce dalla terra

dobbiamo custodirlo come un dono un nuovo gesùbambino

e avere tanta fede tanta finchè cresca

serve addirittura un miracolo al contrario

perchè alla fine il sangue si trasformi in vino

Il tuo seno mi riempie giusto il cavo della mano

 

oggi ho le dita tagliate e piene di schegge di legno

e c’è un complimento che mi spaventa

e non posso dirti: il tuo corpo ha

la forma del mio dolore

Cronaca di tre ore a Bihac, Bosnia.

Ogni viaggio, anche se piccolo, comincia con una frontiera.

Qui hanno costruito un nuovo edificio per le dogane e la polizia. Quello vecchio è poco più in là, le garitte vicine l’una all’altra, divise da una stretta terra di nessuno. In questo invece c’è più spazio tra croati e bosniaci, saranno duecento metri di campo aperto ed erba tenuta bassa.

Immagino cosa sia lavorare ogni giorno vicino a coloro che dieci anni fa ti sparavano addosso. Sapere che anche adesso hanno una pistola nella fondina, probabilmente la userebbero ancora.

Allora è meglio vedersi, controllarsi bene da distante.

E subito cambiano le strade. L’asfalto è irregolare, bitume molle nel caldo di luglio, i segnali quasi assenti. Non sai mai cosa aspettarti dietro ad una curva, se stringe o allarga, se c’è un carro che porta il fieno, qualcuno che cammina sul bordo perchè non esistono marciapiedi.

Improvvisamente ho paura della Polizia, un senso di angoscia, come nella vecchia Jugoslavia, quando ti fermavano perchè eri straniero ed allora non c’era modo di spiegare, potevi unicamente sperare che ti lasciassero per noia, o ti facessero pagare solo una piccola marchetta. La prima impressione che mi viene di questo stato è uguale all’ultima che ricordo di quello da cui è nato, il seme non cade lontano dalla pianta madre.

Tante case nuove, ancora senza l’intonaco di fuori e con i mattoni rossi in vista. I mattoni e le tegole, è il governo che li regala per ricostruire, e la gente di qui per tradizione conosce il lavoro del muratore. Così si aiutano a piccoli gruppi di parenti e amici, domani sarà il tuo turno e potremo ricambiare.

Altre case invece sono disabitate e in rovina, portano i segni della guerra, i muri e i tetti aperti in una istantanea di famiglia che è per sempre. Contrastano in tutto questo nuovo; sono le case di chi è andato via e non è mai tornato. Per questi il governo non può più fare nulla, oppure ha già fatto troppo. Mi viene in mente quello che scrive Gian Mario, muoiono le case se non hanno più il buio e i gesti da difendere.

A lato del ponte di Bihac c’è il monumento ai caschi blu. “In segno di apprezzamento ai soldati canadesi per il loro aiuto a costruire e mantenere la pace. 5 maggio 2007″, questo è inciso nel marmo. Davanti un mazzo di fiori, sembrano anche loro qui dal 5 di maggio ad appassire. Forse non è vera riconoscenza ma solo un atto dovuto, o forse in questo luglio caldissimo i fiori non bastano per tutte le tombe, almeno per chi ha la fortuna di averne una per farsi ricordare, ritrovare.

A Karlovac, non lontano da qui, i serbi presero dall’ospedale medici, infermiere e malati, li condussero fuori città per ucciderli e seppellirne i resti in una fossa comune. Li trovarono anni dopo, ancora con indosso i camici, gli zoccoli, i pigiami. Uno dei malati stringeva al petto le proprie radiografie, da quelle identificarono chi era, dalla macchia del tumore sopra il polmone destro. Un uomo riconosciuto dal proprio dolore.

Il minareto al posto del campanile, la moschea invece della chiesa, cambia il centro della città. C’è un Dio diverso. Ma come può “un unico Dio” essere diverso?

Ritorno al parcheggio da solo, non c’è quasi nessuno, solo un uomo dai vestiti logori e troppo pesanti per il caldo di adesso. Si avvicina per chiedermi soldi, gli dico di no. Ha il volto pieno di segni e gli occhi spietatamente azzurri. Fa qualche passo indietro, un giro attorno all’auto piena di bagagli, ritorna con l’aria furiosa, gridando. Intendo solo poche parole in italiano o che ci somigliano, “psikiatrik policija” “torno mai più” “Italija bastardi“, ed i suoi pugni tesi verso di me. Mi guardo in giro ed è deserto, mi alzo e lo fisso, mi fissa. Poi si volta e va via, tra poco anche noi faremo lo stesso.

Per comprendersi non serve parlare la stessa lingua, bastano l’istinto, la disperazione, la paura. Penso ai suoi pochi denti anneriti dal fumo, adesso condividiamo lo stesso amaro in bocca.

Uccideresti mai per amore? No, ti avrei detto ieri, non ucciderei per niente al mondo.

Oggi ho letto che qui un uomo sparò alle proprie figlie per paura che alla caduta della città i nemici le violentassero.

Allora ti chiedo qui e adesso, ma tu uccideresti mai per amore?

Bihac, 17 luglio 2007, ore 12-15

 

Bihac

C’è una ragazza che scende verso il fiume

la borsetta in una mano, un lungo remo nell’altra

ha poco trucco attorno agli occhi

un vestito chiaro e stretto e corto al ginocchio

la cosa più fresca di un pomeriggio d’estate

 

prende una piccola barca di legno e

si allontana sull’acqua

 

quando qui c’era la guerra

aveva forse quattro o cinque anni

mi chiedo che cosa ricordi di allora

 

guarda come è ostinata la bellezza

si ricostruisce da sola

è il seme che germina sotto l’asfalto e lo spacca

è una ragazza bosniaca che rema leggera senza il tuo aiuto

Europa vigliacca

 

Il museo della guerra di Karlovac è

una caserma bombardata che puzza di urina

nel cortile ci sono cannoni e mezzi corazzati

quelli nemici semidistrutti

quelli croati nuovi e lucidi

come se la battaglia dovesse ricominciare domani

 

nel mezzo quello che resta di un Mig

i ragazzini lo guardano entusiasti

gli corrono attorno

 

ma io vorrei dirgli che la coda di un aereo abbattuto

non è come quella di una lucertola

che si stacca senza dolore

se la stringi tra le mani

 

sulla fusoliera c’è una stella rossa

                              vorrei dirgli anche

che dietro non ha un cielo

ma lamiera

 

Preval

A volte capita che le farfalle

scorrano sul parabrezza prese nel flusso del vento

senza neppure toccare il vetro

e dietro alla macchina ritornino a volare come prima

 

non possono neanche gridare per lo spavento

 

sono così delicate che

si dovrebbe sollevarle con la mano

anzi, anzi

di mestiere voglio fare il lanciatore di farfalle

e alla fine di un giorno di lavoro

non dover contare le banconote in cassa

o controllare i voti scritti sul registro

 

ma guardare in alto un cielo

tutto pieno d’ali

 

(a Barbara)

Mi sei sempre sembrata così decisa

mai un dubbio sulla casa da ritrutturare

sul tuo compagno

sul non-matrimonio

 

da quando è nato Simone invece

raccontano che sei stanca

sono le le notti in cui non si dorme

la fatica di allattare o peggio

di non esserne capace

 

del resto il tuo corpo è così piccolo

dicevo “pesi quaranta chili quando sei bagnata”

chiedevo “da dove passerà il bambino”

ma anche la tua fragilità adesso

ha un senso

 

è come con le lingue straniere

non puoi capire il lamento di un neonato

se prima non impari a piangere

 

Ricordo quando ho catturato la mia prima lucciola, la sorpresa nel vederla spenta e tanto brutta tra le mani. La ho chiusa in un barattolo e ho aspettato che morisse senza riaccendersi mai, così potevo illudermi di avere preso l’insetto sbagliato. Già allora per me rabbia e speranza erano la stessa cosa.

Prima di dormire resto immobile con il corpo vuoto e le orecchie in ascolto, la testa sul cuscino come una pietra. Certe notti mio figlio urla e io vado subito e lui sta dormendo, gridava nel sonno. Sono venuto di corsa ma non cercava me: conosco la solitudine del buio.

Del buio conosco anche il disagio. Non è più la paura dei bambini che rifiutano di dormire perchè temono di non risvegliarsi, però non alzo mai il lenzuolo fino sopra al viso, da quando ho visto che si coprono così i corpi riversi sull’asfalto. Guarda come ci tornano indietro le cose.

Guarda come mi tornano indietro le cose.

Le mie amicizie a scavarne la profondità diventano un confronto di egoismi.

E non so abituarmi alla delusione, ogni volta mi viene il ricordo della lucciola spenta tra le mani.

 

(sono queste le righe che cercavo per Rose)

Cosa c’è nel museo di Auschwitz

 

ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi

di una intera generazione

 

occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa

 

valigie per milioni

di possibili ritorni a casa

 

tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima

il nome sulle etichette il fango secco sulle suole

solo una cosa è andata avanti

– non posso chiamarlo proprio vivere –

 

c’è una stanza intera di capelli

sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora

che nella vecchiaia

non li hanno mai raggiunti

 

Tre diviso due

Ricordo che un giorno scherzavamo

se ci lasciassimo cosa sarebbe dei nostri tre figli

uno e mezzo a testa?

li taglieremmo a metà?

 

era un gioco stupido, ancora più stupido

adesso che sembra avverarsi

c’è una realtà dove si perde tutti

                                     e tre diviso due fa zero

 

Plessiva

Guardo i kleenex bagnati dalla pioggia

sulla ghiaia del parcheggio

 

prima di avere uno straccio di casa

anche noi lo facevamo in auto

avremmo dovuto ripeterci ogni volta

“ho fede in te”

perchè poi sulla terra

che sia amore o istinto

è identico quello che resta

 

Fotogrammi sotto la doccia

L’acqua scorre lieve sulla pelle

come le dita di un cieco

che sfiora gli oggetti per riconoscerli

 

vedi

 

il nostro corpo ha la forma

di tutte le carezze

che non abbiamo saputo meritare

 

Nell’armadio

Tutti i biglietti che lascio nelle tasche

delle giacche ai cambi di stagione

sono indirizzi numeri di telefono

e dirsi ecco dov’erano finiti

sono persone da aggiungere alle tante

che ho cercato nei posti sbagliati

proprio quando ne avevo bisogno

proprio mentre le stavo perdendo

 

Del tempo

Madre che oggi hai chiamato mia moglie

con il nome di tua figlia mia sorella

verrebbe da sorridere se non fosse

che Stefania è morta otto anni fa

 

madre adesso sei anziana ma ho pensato

che la vita può essere lunghissima

se la misuri

con il metro del dolore

 

Io vivo qui

Ti voglio descrivere un orizzonte:

dal pendio del Podgora alla conca dove riposa la città e poi su al labbro scuro

del Sabotino saranno tre chilometri in linea d’aria.

 

Adesso lo voglio misurare:

per riempire il cielo serve un pugno di rondini in volo;

novant’anni fa per conquistare questa terra morirono quattrocentomila soldati.

 

Gorizia ha quarantamila abitanti, per ciascuno di noi ci sono dieci morti.

Le rondini invece non bastano per tutti.

Per questo, quando ne arriva una, fa primavera.

***

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23 pensieri riguardo “Voci da seminare nei giorni – Francesco TOMADA”

  1. mamma mia!
    hai pubblicato tutto… sei molto coraggioso.
    ti ringrazio anche in pubblico della tua gentilezza, che apprezzo molto, e dello spazio che mi dedichi.
    a presto
    francesco

  2. ps: sono saltate le spaziature nei testi.
    non importa, chi legge sappia che ci sono molti spazi bianchi in mezzo…
    grazie ancora
    francesco

  3. Francesco, adesso dovrebbe andare, almeno spero. WordPress, ogni tanto, si diverte a scompaginare quello che un attimo prima sembrava aver accettato. Misteri (poco) gloriosi, comunque.

    Grazie a te. Spero che tutti quelli che leggono e leggeranno possano apprezzare meglio questi testi. Soprattutto quelli che inchiodano gli occhi ai versi e impediscono di distogliere lo sguardo.

    fm

  4. Sono poesie a cui ritornerò ancora. E su questo avrò un bel po’ da pensare:

    “la memoria è invece tentare di capire quello che non si è vissuto per impararne qualcosa quando ne saremo capaci”

    Davvero grazie, Francesco. E una domanda-invito: a quando le prossime poesie di Francesco Tomada?

  5. Giorgio, prepareremo una strenna natalizia con una selezione di testi tratti dal suo unico libro pubblicato (che consiglio a tutti di procurarsi): “L’infanzia vista da qui”, prefazione di Maurizio Mattiuzza, illustrazioni di Gennj Volk, Gorizia, “Sottomondo”, Editrice La Quercia, 2005.

    Te ne lascio una “scheggia”:

    Non ho mani da operaio. Le dita sottili come una danzatrice
    maschio. Eppure avrei voluto una pelle dura stratificata dal
    legno, una cicatrice che biforca la linea della vita come il
    destino di una scelta inciso a fuoco sul palmo.

    fm

  6. Una scoperta (per me) leggere questo poeta; bravissimo, sa dire con la “semplicità” di chi frequenta la poesia con tutto se stesso, sangue e anima.
    Al solito, Marotta con due parole ha detto tutto su questa poesia “..che inchiodano gli occhi ai versi e impediscono di distogliere lo sguardo”. A me è successo proprio questo.
    Ammirata!
    Aspetto il seguito e certo acquisterò il libro.

    Si può sapere qualcosa di più su Francesco Tomada?
    liliana

  7. Cara Liliana, grazie.
    Ecco alcune notizie sul nostro autore.

    “Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia. Dal 1997 in poi ha preso parte a molte letture ed incontri nazionali ed internazionali. I suoi testi sono apparsi su numerose riviste e pubblicazioni in Italia, Slovenia, Canada, Francia, e sono stati tradotti anche in inglese e cinese; è inoltre presente nelle raccolte “Frantumi” e “Intrecci” (Sottomondo). “L’infanzia vista da qui” è la sua prima raccolta, edita nel dicembre 2005 e ristampata nel marzo 2006. È cofondatore della casa editrice Sottomondo di Gorizia.”

    Ed ecco la nota con la quale Stefano Guglielmin ha presentato una selezione di testi di Francesco, il primo novembre scorso, sul suo blog.

    “Francesco vive a Gorizia, là dove il mediterraneo fatica a farsi sentire ed i Balcani sono ad un tiro di schioppo; Francesco è un padre di famiglia, premuroso e attento; Francesco è un chimico, che misura le reazioni dei viventi, nel loro travagliato operare, e le riporta con ordine sul quaderno; Francesco, infine, è un poeta, che registra tutto questo in versi, che sono come brevi sentieri da passo, costruiti per meglio meditare sul paesaggio intorno. Ecco Marghera, Auschwitz, gli affetti, i dettagli ordinati con calma, per ribadirne il peso, la necessità di ricavarne radice. Sembra quasi che il poeta tema il vento, la notte e ogni altra forza capace di imporre l’oblio, di negare un orizzonte ormai addomesticato, dietro il quale tuttavia c’è l’immenso vuoto, l’incolmabile assenza, una sorta di lacuna originaria, che continua a chiamarci e che ci tiene lì, in quel sentiero familiare. E così capita che i dettagli, anziché salvarci, amplifichino la loro buia radice e che la poesia quasi chieda scusa per questo suo stare sospesa sul dolore del mondo, per questa sua incapacità di trovarne una ragione fondante.”

    fm

  8. Una poesia che arriva dritta, questa di Francesco Tomada, con versi lineari, ariosi, lievi ma dal consistente carico: di vita collettiva e familiare, di meditazione accorata; da cui scocca repentina, la poesia, da un arco di disarmante verità, di purezza di sguardo.
    Grazie, Francesco.

    E ancora grazie a Francesco (M) per l’ennesimo dono a tutti noi.

    Giovanni

  9. Eccomi qui.
    Prima di tutto vi ringrazio uno a uno dei vostri commenti, che come sapete bene, mi confortano.
    Questa ampia selezione di testi era stata spedita a Francesco Marotta per “uso personale”, non così com’è per essere pubblicata. Questi sono i miei lavori in corso, dunque qui ci sono testi che amo e altri che già adesso taglierei. Anche l’ordine è del tutto casuale. Dunque i vostri commenti mi confortano ancora di più, anche se so bene molte critiche possono essermi fatte, e a ragione.
    Voglio ripetere, di nuovo e di cuore, la mia riconoscenza a fm, che mi è stato vicino pur senza conoscermi personalmente, con un entusiasmo che da solo dice molto della sua persona, ed è una dote rara. Un’anima pura, nel vero senso del termine.

    Francesco (però Tomada)

  10. Francesco per me è una scoperta recente. è stato come scoprire un libro occultato in una bancarella della fiera.
    un libro da custodire.

    (mi è successo realmente di trovare/scoprire un libro “urgente” come il settimo segno- Cvetaeva- Pasternack-Rilke, al costo di un euro e amarlo tutto d’un fiato).

    una scoperta anche la “voce” di Francesco

    red

  11. Come faceva notare Giorgio Di Costanzo, la bellezza della vita è anche nella possibilità di queste scoperte.

    Ciò che invera scoperta e bellezza e ne fa (laicamente) grazia, dono condiviso, è la partecipazione agli altri di ciò che ci è dato. Agli altri, liberamente, accettare il dono o accontentarsi unicamente dei frutti (i versi) del proprio giardino.

    Accettare non costa niente e produce molto: la meraviglia di guardare con altri occhi anche il nostro spazio, e magari scoprirvi piante che non avremmo mai immaginato di possedere.

    Grazie, Roberto.

    fm

  12. Raramente capita di sentirsi scorrere addosso così intensamente la parola.
    La poesia diventa cuore corpo casa mondo vita, diventa suono immagine senso. L’emozione si libera e ti impregna e lavora fino a renderti pura anima che ascolta e vibra.
    Bellissime! Ma il termine non è appropriato. Vivissime, forse; o intense vere capaci di aprire attraverso la limpidezza di una parola che si muove semplice, il bosco immenso e meraviglioso che è l’uomo.
    Ah!, non so dire davvero quello che mi hanno rimandato questi versi, se non lo stupore che viene dalla bellezza e che mi dona la gioia di sentire.

    Grazie a Francesco Marotta di questo prezioso incontro e la mia più sincera ammirazione per Francesco Tomada.

  13. Del tempo

    Madre che oggi hai chiamato mia moglie
    con il nome di tua figlia mia sorella
    verrebbe da sorridere se non fosse
    che Stefania è morta otto anni fa

    madre adesso sei anziana ma ho pensato
    che la vita può essere lunghissima
    se la misuri
    con il metro del dolore

    sante e saggie parole. è proprio vero. anche quella dell’armadio ha in sè una grande verità, che poi la poesia deve dire la verità altrimenti è blasfemia. comunque strano quest’incontro con la poesia il tempo, comunque proprio bravo questo francesco tomada. saluti antonella

  14. i vostri apprezzamenti – so di ripetermi – mi confortano anche perchè arrivano in un momento complicato per la mia scrittura, che già di per sè è piuttosto fragile, come probabilmente è giusto che sia.
    caro fm, non ti ringrazio più perchè temo di essere noioso, ma sappi che lo ho pensato.
    francesco t.

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