La lingua plurale del senso – Antonio DIAVOLI

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(Federico Federici, L’alfabeto tradotto, 2007)

da Schemi dell’ombra

16 settembre 2007

Le cose nei loro nomi invisibili sono il mondo

muto, una cosa sola in esso, il mondo all’oscuro

di tutto, compreso solo al fuoco che divora di continuo

per non farselo sfuggire inerte, di nuovo

oblio continuo delle cose, il mondo,

una dopo l’altra, la distanza che disabita

le dita, questo è scritto:

uno spazio chiuso, una scatola o

un vuoto che non ha pareti, dove imprime

in un attimo il soffio la voce, sino a sconfinare;

il pensiero primo è l’eco, che ritorna

tutto, anche il cielo, anche da una superficie

d’acqua ferma. Tremano le cose, e la voce

che le fa tremare – il nome le ferma,

il nome dato toglie le cose al mondo –

non le fa riflettere. Rimangono negli occhi.

 

23 settembre 2007

È strana la luce in cui sostano le cose ancora

prima di scoprirsi muovendo a lato, staccandosi

da un estremo all’altro, discorrendo, ricoprendosi

di crepe, contravvenendo, cadendo risonanti in cavità

di buio, che gli occhi non hanno mai visto, facendo

tremare lo spazio, sommessamente, come sapessero

in fondo la tenebra occulta che le riempie, in ogni taglio

infiltrata ad orlo di luce, dove poco più chiarita

affiora agli occhi, preme lo sguardo, senza liberarsi.

 

24 settembre 2007

L’oblio, il dormiente, l’avvicendarsi, il moto

scuro nelle palpebre per anni accorda

ogni sera un sonno senza avvenimenti,

mentre atteso il volto sovrasta pagine di luce,

getta un grido sopra sepolture. La scomposta

grandine di mano a mano cade, ferma sopra tutto,

lo fa risuonare picchiandolo da fuori, un giorno

e l’altro, nel vuoto di materia, la cui grigia

immobilità veste rosa e pietra. Strepita

in un’alterità che non ha esiti la voce

si raduna solo fiato sopra l’erba.

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***

 

da L’emisfero sinistro

*

copri sotto il piede la terra

un’ombra per dire come

sparirai facendo un passo avanti

 

resti a forza del peso

nel rumore che assorbe le ossa

tra i movimenti sprecati di sempre

per riportarti al punto di prima

*

a Olivia Trummer

ti nascondi tra gli orari,

gli spartiti volatili di luci,

le mappe – macchie sopra i tovaglioli,

tra gli anagrammi dei nomi,

le cifre dei binari, le potenze

sulle lampadine, le alternate

degli scambi, le portate

di carichi e ascensori, tutte

le misure insieme scrivono

i tuoi anni: da lì

entri negli occhi, digiti

il tuo codice di unghie,

fai la spia tra le meningi,

ti aggiungi alla memoria

come una qualsiasi cosa

dimenticata di dire

*

per ogni centimetro tagliato

ai tuoi capelli perdi una memoria,

molti mesi caduti:

non torneresti indietro a contarli,

secoli di pioggia sui pavimenti

spazzati, annidati dentro

pieghe, fili di luce nei muri

il più invisibile segno alle morti

federico-federici-il-calco-del-luogo-2007.jpg

 

***

 

da Canto Fermo

 

I.

l’acqua anticamente ou les nouveaux nuages

o l’ubiquità dei cieli in terra, l’esile figura

dolce dei giardini, prediletta nella rosa,

si frantuma prima di toccare il punto

in basso – la radice il pianto -, la perfetta

lingua qui incontrata senza mai che fosse

vista, passa silenziosa al fiume accanto

ai sassi e graziosa d’ombre, tenera di grazia

per opera buona e sconosciuta voce senza

l’oro in bocca, s’addice all’avvenire, séguita

perduta a vista se anche poco in Aprile piove

XV.

per me che ti seguivo in disparte

continua la mattina l’aria mossa,

giunge a leggére vele come ai cornicioni.

voce che sparisce ai vetri dice:

viso, mano a mano amata.

per trovare casa cade al centro della pietra.

XVI.

mette radici, l’erba, si oscura

in forme preme sotto la pietra,

in un centimetro incide il suolo,

così che penetra nelle pareti

il filo del tempo, la gola, chiara

e vocale, la lingua chiusa nell’ombra,

trema, appena spinta di fuori, fiorisce.

federico-federici-canti-pietrificati-2007.jpg

 

***

 

da Lumina (appunti di)

*

ho riempito di calcoli un quaderno, i fratti con gli interi,

il riporto, a mano, dietro, ogni pagina girata, cominciando

un numero sempre gigantesco, più che sfigurava

dando fiato nei prodotti, sottraendo le sue divisioni,

addizionando i resti e via dicendo, tanto che sarebbe stato

presto necessario, bello teso, un filo a legarli tutti insieme

quei frantumi decimali, l’alta dimensioni di decine, centinaia,

le migliaia accavallate una all’altra, l’uno appresso al due,

poi di nuovo, cambiandosi le parti, il due dall’uno – non

è fotogenico altro numero che il primo

 

non so esattamente cosa cominciai contando:

di colpo – so – mi volsi al mucchio della cenere

lì sul davanzale e lì iniziai per calcolare, tanto

per iniziar qualcosa, a dire, ad operare con maniera

e con fermezza; ora, da nulla che era, questa pur

grandezza inconcludente mi ha incantato, tutta

scritta, misurata in un quaderno, è dove sta più

piena, rasa, gonfia in tutte le sue qualità, bene

riprodotta nel continuo movimento delle dita

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***

 

da Unter Struktur

*

Im Luftzug der Nerven Zuflucht

steht und als Lurch zu beginnen

um unsichtbar zu sein.

 

Was ist es sonst als feine Risse

zwischen Namen und Dingen

auf ein paar Wellenlängen

auf Karten verzeichnet,

also besser Zahlen zu lesen

während du dich flüstern hörst

um die Mauern, nachts.

 

Dass es die Worte sind, die dich

abschirmen vor des Tages Licht.

*

Aus der Sicht eines Bildes wäre Ich was?

Nur die beiden Apfelhälften?

Und nichts macht so einsam wie das Wort

«Wirklichkeit» und «geschenkt».

Ich war dabei.

federico-federici-la-quadratura-del-tempo-2007.jpg

 

***

 

da Extra Password

X. scarecrow peasant

so the light paralysed

his fist across the dark,

the resonating light

at a certain angle from

within his throat, the bare-flailed

tongue, graft to all the languages,

damping down to words

founded in one own breathing,

the leaped up shouts

spread out air-hooped lips

like noise in gears of spikes

 

the straw body on its stilts

watches wide stretches of hills,

fields, islands of birds,

dumb dusky landfalls

 

after thousands of collisions

leave the winds a wake

upon the awns, warm

ash of fire-flies

XV. undoing

Canterbury, 06.11.07

you lie beneath the names

which are those given to the fugitive ones

the strict idyll of voices

all at once rejected in a cry

beyond end-zone bars,

movable like the full treasure of stars,

the boiled peels mystery,

the fishbone in the plate

after candle-light dinners,

the airless feather of the wing,

the dead cat claw lost

in the cracks of walls

 

it’s a rare fact indeed that death

absorbs the light, the nerves

and everything, dragging through the exit

 

the one remarkable scene

is that uneasy scratch of all the voices

at intervals, across many pleated sheets of dust

 

the silent grass psalm undoes

you with a certain method

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***

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10 pensieri riguardo “La lingua plurale del senso – Antonio DIAVOLI”

  1. Qui, Poesia sfama e disseta Poesia. Un ricamo geometrico di perfetta Bellezza senza l’ombra di un recinto che non sia l’Assoluto Nulla. C’è un occhio che apre su un regno minuto o delle cose cosmiche, comunque immortali: Cose, accadimenti, nebbie, respiri, attese che riposano inermi nella vita aspettando quella Mano e quello sguardo che li sveli e li riporti nell’oltre dorato, oltre la soglia. Ma non è poesia della quiete: a ogni pietra, a ogni dosso, curva, inciampo, è il fuoco.

    Mattia

  2. versi di lungo respiro, Federico. noto un leggero scostamento dai testi meno recenti che conoscevo. una scrittura raffinata e “globale”, come nel tuo stile.
    è sempre un piacee….
    di corsa come sempre,
    roberto

    un saluto anche a Francesco, che vorrei contattare.

  3. Credo che Matthia abbia egregiamente condensato in poche righe uno degli itinerari della scrittura e della ricerca poetica di Antonio: una scrittura che, in prossimità della soglia, inizia a vorticare, rivelando, sotto l’apparente quiete della ri-flessione che si specchia in natura di canto, la sostanza metamorfica di cui sono impregnati, fino alle radici, i suoi alfabeti, le sue sillabe, la/le sua/sue lingua/lingue.

    L’occhio che “apre su un regno minuto o delle cose cosmiche” è, celanianamente, “straniero” (il “canto di pietra”), parte di quella stessa “alterità” di cui è annuncio, errante traccia e superamento. L’unico “recinto” possibile per questi accenti è la mobilità del fuoco, che si fa luce autogenerandosi dalla cenere di cui è presagio e destino.

    Sì, una “scrittura raffinata e globale”, che si fa “stile” proprio nel rimettere in gioco volutamente, al fuoco di “altre controversie”, le sue stesse ragioni di esistenza: il suo volersi “silenzio”, matrice e approdo di ogni possibile voce.

    fm

  4. Caro Francesco,
    ti ringrazio per come hai organizzato le cose che ti ho spedito. E’ la prima volta che il lavoro pittorico/fotografico accompagna i versi: ora che vedo, mi piacerebbe affrettare anche questo altro progetto che invece ho rimandato al 2008-2009 per avere tempo di comporre la musica.
    Proprio nel volersi “silenzio” si riesce a intonare la parola e tutta la difficoltà è proprio lì, “trattenersi sul regno minuto delle cose”. Non conosco Mattia (?) , ma per queste cose che dice lui sembra conoscere me abbastanza bene.
    A Roberto dico che, come osserva, mi allontano costantemente -di poco o di tanto, ogni volta- da quello che ho scritto, così come è destino di ogni passo, allontanare “da” qualcosa, non necessariamente “verso” qualcosa. Muoversi tra le lingue diverse è muoversi tra i corpi, le identità.
    E’ poi bello trovare questi miei versi insieme a quelli di Ilaria…

  5. Grazie a te, Antonio, è stato davvero un onore ospitare i tuoi testi e i lavori di Federico: spero di avervi presto di nuovo qui.
    Intanto, io sto cercando di “entrare” nei tuoi testi in tedesco e in inglese…

    Un caro saluto.

    fm

  6. Anche se ultimamente domina l’Inglese nella mia scrittura, in seguito forse alle suggestioni musicali del recente soggiorno dalle parti di Londra e Canterbury, so (sento) che il ritmo prediletto è quello del Tedesco in cui si assorbe tutta la purezza del mio sogno nordico.
    F.

  7. Antonio, “Unter Struktur” è un riverbero fuggente di luce e di echi filati come in un arazzo vocale. Se riesco a recuperare, in traduzione, qualcosa che possa richiamare almeno in parte la miscela sonora che hai composto, la pubblico. Anzi, colgo l’occasione per invitare altri a fare la stessa operazione, anche con i testi in inglese, che non sono assolutamente da meno.

    Ciao.

    fm

  8. Ti ringrazio di questo che dici. Proprio venerdì scorso, parlando a proposito di queste due raccolte in lingua, “Unter Struktur” ed “Extra Password”, dicevo che, da parte mia, non avrei mai dato nessuna traduzione, essendo nate in originale, ma che sarebbe stato per me molto più importante e interessante ricevere l’altrui traduzione. E’ un po’ quello che capita quando, a mia volta, traduco altri poeti: offro l’oro una quasi-riscrittura che talvolta decodifica aspetti che loro stessi (o le loro lingue) avevano magari lasciato marginali. La ricontrattazione del senso di un testo è uno dei luoghi più fertili del processo di editing-traduzione, specialmente quando ci si confronta con un autore vivente.
    F.

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