Il corpo vertiginoso dell’attesa – Ilaria SECLI’

Ilaria Seclì

Da “D’indolenti dipendenze”, Besa, 2005

Verifica d’Impatto Umano

ma potrei metterci vasi di fiori
rossi
su questi fianchi larghi
inutilizzati
o bordarli di centrini tirolesi
o farne autostrade d’accoglienza
per poeti frustrati barboni puttane.
una centrale di morte corale
per bruciare feticci di umanità
pagliaccia e deficiente.
o un cimitero di macchine e memorie
o un ufficio delle cose perdute o incompiute
o una calda sala d’accesso
su confortevoli trampolini
per incipienti apnee o salvifiche
morti
o una bocca a precipizio sul mondo
per salmodiare vomitare defecare.
o una tavola rotonda
per sottoporre a mia Verifica
progetti ad elevatissimo corrosivo letale
Impatto Umano

*

Lode a Ade

Non di lutto o di prigione. non di letargo.
Di rettile
che ad anello inconcluso
si apre a vomito la strada verso Ade.

                           S’ode l’ode di lamento e loda e lauda il Signore

Che è a te Oddio che è a te che m’impresto
mi porgo mi accovaccio
                           Che si compia l’attesa di chi attende
Che di Persefone e il pianto e i capelli medusici
Che di Ofelia l’Amleto tiranno
In fasce calde di ricami a spillo
o di pugnale alle spalle
imbavagliata infante
e sottratta da eleusino mistero

                           o, figlia decapitata dal seno dal lare
                           o, figlia di diverso destino
                           o, figlio senza simiglio

Che senza segale senza kykeon
attrasse il Mistero l’equilibrio malsano
Che non di chiodi che insanguinano
ma di croce che non piega
che non di spine a trafiggere costato e capo
ma di martirio inconsumato

Che m’incammino a spegnere il bel tempo
Che lo sposo nell’utero polveroso attende
Che mi asciuga il sudore e il liquido voglioso
la terra      che mi succhia e mi riprende

*

Postuma. O della santa Caterina

Questo il nome la carne la mano
questo il sangue e le fatiche
l’odore
la pelle scorticata
le cosce e le ginocchia
la bocca disegnata il liquido il veleno
i riccioli taglienti
gli occhi di medusa di questua di bestia
Queste le braccia aperte
l’abbondanza che corrode
le ferite che vomitano invano
Questa l’età sbeccata
lo squarto di fegato titano
Questa la nuova e la santa Caterina

O quello che ti dovevo dare
Sposo amante figlio padre

*

a G. L. F.

solo afferrarmi alla geografia
dei tuoi piedi
e a bocca sbarrata strozzarmi
del loro illuminato deserto.

o trascinarmi
su secche falangi
in polverosa grotta
e amniotici gridi barbarici.

o circumnavigare
in primitiva danza d’impunita
             maddalena il tuo globo oculare
in lentezze di millennio
o i solchi abbandonati
o le fessure abbondanti.

solo riposarmi poi
solo farmi posto poi
solo accovacciarmi poi
nei templi tuoi dell’accoglienza

                              o, lividi occhi
                              o, cimiteri festanti

 

***

 

Inediti

 

                               Il vento prima di altro
                               seppe declinare i rivoli delle sue nocche
                               le maestranze danzanti

                                                             “Esilio

muschio e orchidea, cornici a guinzaglio, scaldaletto e oliera fissi alla croce, al chiodo, alla piazza. vidi la pupilla, il tempo inappartenuto, occhiali di nonne all’uncinetto, litanie ossidate, buttate lì, senza volto, occhi e guance disossate, respiri di bambole di cera alla mercé di un pomeriggio padano sfocato, pennarello brumoso, nera gola di foschie e luci, vecchiaia del mondo, dagherrotipo secco non ancora moribondo, inchiostro muto. si direbbero ingravidate dallo spirito notturno, donne di lavoro terra e notte. qui, volti all’indietro del progresso, tutto vecchio e il futuro dal buco della fine si intravede. ci fu cammino e il cammino azzardò pretese prometee senza beneficio. rogo lento travestito di progresso.
alla punta si restava cullando un Eterno senza moto movimento, il moto proprio dell’umana specie, moto proprio del tempo evanescente. goliardi, il cerchio ai fianchi dondolante, altro non aspettano che il Cerchio ritornare. altro non aspettano, oh estasi, che il cerchio ritornare.
(ma la donna dal bosco prese la borsa e me la diede: – vera pelle, certo! – per il pegno da portare da mia madre -questo sacrificio al gelo non impallidisca il sole mio di sempre, il cerchio spezzato, conficcato come spada alla caviglia-).

*

non sarà così diverso il destino di dopo
come oggi grigio e poco vento.
          lo stesso filo per la roba ad asciugare
e un’ombra vaga di fumo, forse
ancora dai camini. eterno novembre
o febbraio senza attesa. e la grazia, talvolta,
dei risorti alla primavera antica
con un tiepido colore di vendemmia.
un silenzio dei pesci fecondato dall’acqua
per il mistero lungo convesso alla parola
          e del mai visto.
si piegano in danze familiari melodie
e col giunco d’ebano cuciono il pensiero
scivolandolo poi e per sempre
nella quiete illesa del mare.
lì, il mantra dei millenni
lì, il segreto semplice alla porta
del rovesciamento esatto

né alcuna lingua scioglieranno.

*

né linea più fedele all’orizzonte.
il palmo stellare preme il muro
sui secoli di pietra. striscia la lucertola
le lancette dell’Immobile Afono
l’eterno movimento che conosce.
tutti riavvolti i respiri degli animali.
i muri d’oriente appiccicano nomi,
anni, santi, attrezzi del ‘900
sui muri gialli presi ostaggi che il sole
avrà. il ferro alla terrazza,
il geranio orfano d’aria ceduto
alla domanda scomposta del gatto
uno scalcio d’amnio innaturale
attutito da altri mondi in mezzo,
dal silenzio pieno che verrà.
tutto resiste al sinistro rombo di vento
venturo. la colomba appollaiata in cielo
l’ultimo sorriso la cenere bianca
l’ultima sillaba gracchiata sul marmo.

*

di lì a poco un’altra porta
l’anticamera di Alice
la pioggia al riparo
il vapore alla bocca della scarpa.
sfatti al tempo, faro coperto e fumante.
la sigaretta all’altalena
orfana di fiamma al fuoco vasto
e gocciolante.
resta lì sotto il giallo campanile
al quadrato di una scena capitale
impalati gli uomini e il profitto
impalati i venti
l’oro infrange occaso e la sua scheggia
il duomo resta eterno
eterna la bellezza inverginata
eterna la staffetta

*

vite infette

la luce d’oriente un po’ prima del buio
avvisa ipotesi di vite infette
avvisa feritoie d’appartamenti
maleodoranti dove un cane assiste
accecato al flash di traduzioni esatte
al diluirsi lento, strisciante
sul dorso acquatico della circonferenza
perfetta. netta nascondiamo una domanda
sull’ora in cui s’incontrano i due punti
se prima o dopo il chicchirì del gallo

*

postuma

saremmo stati generosi fino in fondo
moltiplicando i pani di testimonianze
e confidenze postume. – su, il fianco e la bava
fredda alla moltitudine, all’addiaccio, su,
alle lingue secche la chiave stretta
e la calligrafia!-.
gli amorini e l’amoretto nei debiti cassetti
forse anche omosessuali.
e noi sorridere, altrove, con un whisky in mano
del miracolo ingrato al contrappasso
come il giorno di sole e la pioggia marzolina
fare finta che tutto sia normale
e chiederci se la stessa sorte sia toccata
al cane che senza tregua ormai e da anni
abbaia il suo lamento alla campana

*

immaginate ora le macerie, la pietra nuda del dopotutto.
la sensazione breve di ciò che fu. quei moderni post. quei dinosauri.
cos’erano i giardini e i palazzi, gli asili, i mercati, i mendicanti.
le città. le voci all’asta dello scherno e del trofeo.
e il viaggio. cose nostre immortali alla bavetta.
cos’è prima e il colore. un pianto di bimbo e le parole scritte
in spazi crudi nemmeno di museo.
i letti gli eletti il sangue, vuoti al sedimento. al ritrovamento
possibile. mura strette all’ossigeno mancante tutte inodore e incolore.]
forse solo un’eco di bruciato, appena, ciò che può avvenire
dell’estrema decadenza. il fatto solo di un niente.
e la certezza di un finale verosimile
né obbligato alla storia
più

*

restami qui

fissami in marmoreo equilibrio
sulla punta di un chiodo. impenetrata.
insetto di sant’Eustachio.
ruggine scoperta continuami.
cariatide. crocifissa all’ingiù se vuoi
come Pietro di Masaccio.
una fogna per sterco di piccioni
e cani fammi,
ma restami qui mio Signore.
fammi lavatoio del ‘911
nel giardino spellato dall’arsura.
impagliato. fammi ancora d’ arancio
nell’ora che si allunga e stira.
continua a sfregare con la mano
le asperità che vengono al cerchio.
la tua dafne
falla ancora albero
o disusato elettrodomestico
del carsico tuo feudo

*

dio che sciogli in acido i passi del peccato in procinto
e annodi la mano di bimbo sul bastone greve del cieco
costringi mentre intoni con la bocca chiusa il segreto
              il canto del serpente
fedele al corpo imprevisto dell’inchiostro
saetti la frusta, le litanie del metronomo,
quell’ammonimento.
e gli occhi e la lingua divisa per la fronda zeppa del frutto
disdicevole. cosa inciampa il gatto alla carrozza
cosa turba il corso lesto della corsa.
cosa tiene l’inverno al tallone più leggero
la furia del vento al riposo severo del tuo sguardo

*

Amore d’acqua giunse disuguale
da punta a radice, disperso.
spazzolate esangui, notti bianche
in cima denti, fili di capelli,
la medusa in fiamme. così le lancette:
la piccola beccava a chioccia e l’altra
indietro, cavità vuota.
ragioni di Ofelia, mal calcolata
sponda d’acqua.
così la scena finale senza vento
senza suono: palmi aperti sbarrati alle ginocchia
e due pozzi agli occhi: le perle, le perle
bianche da cielo a terra sfatte, a chiazze:
nessuno      le trattenne intere.

*

l’anello conserverà il potere di Erzulie
tu, la fibra principiante e l’oro
quando i venti d’apocalisse solcheranno i visi
si vedranno nomi aperti, l’albero in corteccia
per l’era della nudità e l’inconsolata sostanza
che il bosco avrà in vendetta.
i veli e le omissioni. le testimonianze dei profeti
saranno guance scavate all’osso e il desiderio
riflussi gastrici senza prece.
di lui si dice “come una pianta né morta né viva
aspetterà la sua sposa: arriverà salva
dopo le diciassette morti
la ricoprirà di petali e conchiglie,
pietre e bracciali, al suono dei venti perfetti”.
ecco la custodirà, suo suono, sua parola.

*

dopo, la donna, accorderà ai fiori il nome
i colori ai mesi, lo sforzo, l’epigrafe
su misura: a capo scoperto e cosce nude
l’apocalisse d’acqua sdegnava,
il freddo disfaceva la retta delle vie,
così lo specchio cieco seppe la profezia,
confidò. bambola rimpicciolita e non ritorna.
i respiri dei morti scatenati al davanzale.
soffio, fiera nirvanica di bosco
interdetta schiena dritta,
                   disse la rosa avverò l’inverno.
fu attesa di sposa nera fatta madre
all’angolo. ripetute spezie e i vapori
cortili arabi, ginocchia alla luna,
l’alfabeto del profitto inclina l’asse e sposta
tutto qui, e non sarà più forte morte
nessun coraggio per la terra, la memoria,
il fianco rotolato stanco attorno al sole.

*

la chimica sul corso interrotto del sangue
morde l’artificio e devia ogni cosa
ogni bocca: vulnerabilità dell’onnipotente.
la melma è fatta aria, qui.
non un respiro aperto al petto.
ogni figura, buon dio, spezzata e morsa
dal vizio nero. enormi taniche d’argilla
a caccia di effrazioni, distintivi per l’onore
civico.
prodotti di laboratorio in atelier
profumatissimi cerchiano cavie dell’est e varie
manocervellanze. una fotografia e la lettera
del principio mi ritornano l’ambra meridiana.

la nenia vi canterò della terra sconosciuta.

*

Tabernacolo scuro velluto neve.
Obbligo di ginocchia piegate.
E sia la bambina e sia la dea,
carezze e nenie prima del sonno,
il respiro esala in stelle fisse di bosco
le licenze degli arti vivono di sbieco
non variabili all’umore, vizze
alla bassa geografia. I rivoli mansueti
a mille e mille scivolano,
lode benedetta e comprensione
ragioni della salvia e del rosmarino.
La fronda e il cerchio vuoto di giotto
a metà, cielo e terra, gambe e incenso.
Ma non di padre ma non di fratello, rigida
la sagoma del lenzuolo al corpo.
Uccelli nutrono le foglie periferiche, pace
degli inetti puri di cuore. L’abaco, la balia
silenziosa, infilzò all’insaputa
due cuori verdi e si disse vero
lo spazio tra piede e traiettoria del verso
profano, cucita pietra di bisanzio,
ad fines terrae.
Cade polvere, cade ambra, cade
pioggia d’oriente e organi
sui cieli scoperti, i mosaici di idrusa.

*

Non un volo riposò
nell’antro caldo dell’àugure.
A largo e nelle altezze,
il margine cavo.
Parlatoi annusano voci,
scompone, svuota ebano
al ginocchio precipite,
osso. Dirà:
questo bianco mi rinfresca
a fronte del catrame
la sposa nera, la neve
indovinata. Soglia
del giardino perfetto
appeso al vetro.

*

C’è che mi affianco all’Acqua e poi scompaio
O tutte sfatte e diluite gambe braccia
L’ombelico un ponte tutto attraversato
le voci andate e non ancora nate
Eppure insieme alla preghiera e strofinio di senso
A senso lo stesso corpo che reclama larga alcova
Più largo più disperso senso a pieno compimento
Del vuoto, dell’esperto urto sonnolento
Scatenata la marea, scatenato eterno lento movimento.

*

è colato il vento il riflesso dell’attesa
fiorito in un gradino, sempre quello
sarà che l’abbondanza e l’abbandono
col petalo scoperto
la voce dai fondali cavernosi
sarà la lingua che insangua
antica di ghiaccio e fuoco
sarà la sera gridare che arriva
la verità appresa -non andrà più via-.
dolmen senza tanta devozione
monumento che procedi della fine
specchio e già sepolcro. se fosse
calarsi come secchio nel pozzo qui vicino
come piano, padre, indichi.
se fosse rallentarla questa dorata
     ehh, malinconia! Guardate,
guardate il presepe lavorato
in questi mesi nato a mano
in belletto ambisce a questo balconcino
come il decapitato sulla scena già lanciato
stretto all’ansia del debutto
in strepito di nacchere e ragli
in vociare stridulo di capre e muggiti
di sordide fanfare, venire venire
nell’unico Occhio, l’applauso finale.

*

non altro avviso troverai
una carcassa, serra arroventata
arse plastiche intemperie
nessuna eletta combustione
che venne dal bosco per il solo
verso d’ape. la stanza inferma
sfama suoni lenti.
tutto un succedersi di luci
chiuse prima di sera.
non altro avviso
uno sfregare di requiem
la cornacchia riconosce
il corvo protegge allo schermo
lente dello scienziato superbo.
il destino, la memoria, caduti fiori
secchi e anniversari senza eredi.
il gomito si alza -altre direzioni-
approssimato alle cartine
stropicciate, ogni città occhio svelato
all’inganno, passo scalzo di profeta
al buio del suo taccuino:
ortodossia del ghiaccio ciò che posa
esatto      nella scatola spinata.

***

11 pensieri riguardo “Il corpo vertiginoso dell’attesa – Ilaria SECLI’”

  1. poco fa ti avevo scritto e adesso ti ritrovo qui.
    se è vero, come diceva ieri un’amica, che il mondo è un francobollo,
    sicuramente ci incontreremo.
    i tuoi testi non sono affatto facili e questo è un buon segno.
    me li stampo e li leggo meglio.

  2. ti ringrazio, ma non avevo nessun dubbio in merito, non sono un’assassina e neppure una ladra :-) non ho mai fatto del male a nessuno e tanto meno a te, scusami ma la tua frase è molto infelice “qui si è tutti ospiti sempre graditi” che significa che lo sono anche io? perchè non dovrei essere ospite gradita, fammi capire, c’è qualcosa che non so? mi riferivo al fatto che parlare di gioco in un post di poesia mi sembrava di profanare la poesia. a.

  3. Cara Antonella, quelli sono pensieri che, per fortuna, non mi sono mai appartenuti, in generale, figurati nei riguardi delle persone che stimo.

    “… si è tutti ospiti sempre graditi”: quale che sia il messaggio o il dono che si porta, proprio perché non c’è niente da profanare e, per me, un commento o un annuncio hanno sempre lo stesso valore.

    (Tra l’altro, mi dispiace non aver risposto all’appello: non solo perché, purtroppo, non ho tempo, in “questo periodo” particolarmente, ma anche perché – ed è la verità – non saprei proprio cosa rispondere, non so neanch’io bene perché questo posto esiste.)

    La poesia, poi, che sia di Seclì, di Pizzo, di Marotta o di chiunque, qualora ce ne fosse bisogno, si difende e si protegge benissimo da sola. E questo lo sai benissimo anche tu.

    Ciao, ti abbraccio.

    fm

  4. @ mitralika

    Benvenuta!

    @ Antonella

    Avrei dovuto solo fingere delle risposte plausibili, e la cosa non mi va. La verità è che davvero non so “perché” ho aperto il blog: lo scoprirò, forse, solo se entro la fine dell’anno pongo fine all’esperienza.
    Ho letto comunque con grande interesse tutti gli interventi delle belle donne.

    fm

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