L’acqua destinata alla nascita – Flavio ERMINI

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(Magdalo Mussio, Chiarevalli Monodico)

FLAVIO ERMINI

Ur-Poema n. 4. Tra pensiero

01. Di Pietra

                        le braccia che danno forma alla morte per avere da essa parola, come l’acqua destinata alla nascita o il sangue duplicato nel volo, altro la morte non dà

al tatto sanguina la superficie dolorosa delle mani seguendo i moti che alla vita portano le cose quando ogni moto è connesso agli altri e le cose cadono, dappertutto, con l’arretrare del sole

conforme alla luce, maschera i nomi la lingua e sale per lievi nascite con il respiro come fanno i venti. È sabbia tra i cavi il seme degli occhi, in una profusione di modi

02. Dal Silenzio

                        attraverso il varco del nome, cade nel ritrarsi il morente sulle pietre che la bocca aduna. In analogo modo si apre un varco la mano nella geometria dell’acqua

dove riposa il corpo che respira, circondano l’ombra del primo lume gli animali. Non la ferita o la mano con la sbarra, né la voce anteriore dello sguardo governa il silenzio del corpo verso cui inizia il vuoto

si formano con il respiro le labbra, al pari del soffio e delle ferite, sulla parte del viso in cui si raccoglie la cenere visibile dell’uomo

nella carne molte volte divisa, l’acqua visibile degli occhi si addice alla generale mancanza di morte. Per la luce gettata all’indietro, anche gli occhi sono immuni dai mali

il viso gigante chinato sul viso non è dotato di parti né trattiene il vuoto delle cose. Genitrice del corpo, lo assegna seme dopo seme alla parola

adunate sostanze dell’aria nell’ascensione si sperdono all’interno dell’occhio e tra le vuote ossa delle labbra

la forma piatta degli occhi è terra che non pesa nella parte prossima al vuoto che si forma sovente tra i corpi

avvicina il pane ai denti la lingua in accordo con le funzioni del corpo e del vuoto, spingendo indietro la saliva quando nel tatto si contraggono le labbra che procurano alla bocca nutrimento

è simile alla polvere l’animale che va incontro al vuoto. Sotto la pelle pesante della fronte, precede le genitrici del sangue la parola che dà nome al sangue

non sono lembi del corpo le rade sostanze della fronte né sussistono termini di confronto tra i varchi aperti nel muro e l’insistenza di esserci. Non la superficie delle ossa nel ventre d’acqua discende

come il soffio del respiro trasforma l’aria nella sostanza consueta degli occhi, al suo graduale ritrarsi da un lume, così la mano segue nei movimenti l’uomo che cade e la stessa persistenza del pensiero nel numero limitato delle cose del mondo

quando tra l’indice e la bocca un’altra ombra appare nulla ne condiziona la forma. Divisa in parti uguali la pietra rovesciata è sostanza priva di nome, pietra su pietra costruita

è inadatto l’uomo al respiro, per il danno che l’espirazione gli reca. Così grande non è in ogni sua forma la mano che veste i morti

si allontana l’acqua dal corpo e fluisce all’interno delle cose, se non riceve dall’aria nutrimento. Simili alle mani giunte, i nomi delle cose seguono le specie del silenzio

s’intonano i nomi con il silenzio, incalzati come sono dagli elementi di luce e voce. Non c’è scampo nell’incedere dell’ombra, se ne viene trattenuta una parte finché altre ne giungano, provenendo da ogni sostanza

alterata superficie d’ombra, distingue la mano dalle parole tutte le cose che ha. Priva di occhi com’è, si ritrae l’altra parte della voce

al termine dell’accrescimento, defluisce l’acqua sul modello del silenzio. Celato nell’acqua che s’inspira, comincia al tonfo delle dita un canto

03. Al Detto

                       bagnato da molte bocche, cresce con il corpo l’occhio umano entro la luce che si dischiude all’errante nell’atto di cadere. L’incognita riguarda invece l’uomo tra gli uomini che vive nei grandi ossari dell’uomo attraverso questa distinzione

corona delle pietre non è tutto ciò che verso l’alto dal mondo si distingue, quando lascia il passo alle ombre, né questa è la sola ragione

sulla superficie curva della piccola vena, innanzi alla pensante e sulla porta, viene il nome dal buio incalzante per mezzo del vuoto

anche la grande serie degli esseri è un esile barbaglio quando il divenuto folle torna sull’unico mare che riguarda l’uomo. Forme non ospitanti si manifestano spegnendosi, nel monotono alternarsi di vita e morte

dove l’essere dal fondo muore, la metà vuota che lo tiene in vita si unisce in ombra al mondo, piegandosi verso il punto centrale di Segnitz

l’acqua degli occhi al pari del fuoco è un elemento costitutivo di ogni opera della sorte. A torto esiste la colpa, in quanto non fa parte di alcun ornamento.

non la mano scrive quando scrive, né la morte che alle spalle di colui che scrive si forma. Invece della metamorfosi, per i deboli occhi, vuoto e corpi sono pietre accessorie, nella graduale diminuzione della cenere

sono queste le grate che il piccolo scudo guarnito di chiodi nasconde se sfiora la fronte degli uomini un lume. Al detto convengono invece creta e  lira che a niente tutto eguagliano

in forma di goccia, è vernice amara la sabbia che si forma all’interno dell’acqua. Porta all’alto della medesima forma la curva del mare, nella sua incompiutezza

copre i lenti liquidi degli occhi il cerchio ordinato di Antlitz. Quanto alla voce, il respiro e la lingua coesistono e succedono a essa, scavando, nell’averla pensata

***

Poetica e poesia
(Antologia di testi tratti da: Flavio Ermini, Antiterra, premessa di Marco Ercolani, Novi Ligure, Edizioni Joker, 2006.)

La parola destinata ad accogliere in sé, istituendole, alterità e identità, non conosce sospensioni, serenità, riposo. Seme e terra atta alla germinazione, in sé custodisce l’ombra che sta alle sue radici, impedendo alla costruzione poetica di configurarsi come una battaglia di suoni o di rifluire nell’amorfismo del dizionario. Avida e madre, percorre le aule in cui l’intendere e il sentire non sono separati, e il vedere è anche vedersi. Aule di una Wildniss incessantemente esposta a una minaccia; erosa e al limite della sommersione. Sempre inscritta in una situazione di emergenza. Straziata coscienza aurorale in cui la luce non sconfigge le tenebre, ma ne prosegue il cammino.

*

Parole liminari, situate là dove visibile e invisibile si sfiorano, dove luogo e non luogo sono tangenti. Immagini atopiche, irriducibili a paesaggi e cose che già hanno un nome. Parole e immagini che non si esauriscono in prossimità dell’inscrutabile. La poesia sta in quel muoversi per piccoli barbagli luminosi, nell’innervarsi sempre diverso di forme in cui resta aperta la ferita del sentire originario ed è avvertibile il soffio della prima pronuncia.

*

Una parola destinata a recuperare, nella costituzione di un senso che eccede la nominazione, la sua inaugurale possibilità di essere e dire. In essa gli opposti più non si escludono ma si richiamano. E’ la nostra ombra, con la quale siamo chiamati a coincidere. Ha il volto stesso dell’abisso ed è l’accesso al silenzio che tanto raramente viene consentito. Un silenzio destinato all’ascolto e alle voci, proprio come il deserto è destinato al movimento.

*

I poeti dicono ciò che eccede la pura designazione delle cose, chiamando in causa differenza e relazione, No e . Annunciano il rivelarsi del senso là dove la protezione manca e nulla è trattenuto nella qualità e nel calcolo. Un andare verso che Dante riprende, spingendo il suo Ulisse incontro all’abissale violenza del caos, dietro al sole, in un transito consentito da una parola non più collegata a un senso preesistente. Non c’è fine al visibile e non è detto che quanto resta da vedere si celi necessariamente nell’invisibile.

*

Ogni nuova enunciazione poetica si compie secondo regole che sospendono i contratti lessicali, sintattici, semantici precedenti. Ma indica nello stesso tempo che il taciuto non è l’altro dal discorso, ma l’altro del discorso. E’ ciò che mai ha cessato di circolare in esso e, fin dall’inizio, lo ha travagliato dal suo interno. Impossibile quel sogno della ragione di potersi svincolare una volta per tutte da ciò che altera l’ordine del dire, dal dissimile che lo minaccia. (…) La scrittura, quale inscindibile coappartenenza di radice ed erranza, non si può trascendere. E qui sta l’impresa più rischiosa: va infranto il limite, e pure conservato. Poiché non ci si installa in un altrove della parola e del suo pensiero, che sia ancora parola e pensiero.

*

Nel suo guardare che è essere guardata, la parola poetica incontra se stessa nelle sembianze di uno straniero. Si prepara alla produzione di senso. La questione è: come può trasformarsi nell’Altro che è, conservando le reciproche ragioni costitutive? La domanda si fa ancora più radicale con l’emergenza di ciò che all’Altro è più proprio: il suo tempo, di cui lo spazio metropolitano, nella definizione di passaggi e limiti tra discorso e antidiscorso, è un emblema. Le strade che portano all’incontro con l’Altro costituiscono il luogo esemplare dell’intreccio tra la parola poetica – impegnata a fondo nel confronto col fantasma delle proprie origini – e la realtà della propria trasformazione. (…) La parola poetica… chiede di accogliere come autentico ciò che è instabile, di allentare il troppo, aprire interstizi, creare zone di nulla e di vuoto, fino all’erosione di ogni fondamento.

*

Parlare di quest’ora senza nome significa sfidare la lingua a divenire la lingua del dopo. A pronunciare il silenzio come tale. Consentendo alle parole di farsi puro significante del disastro del senso. E di crearsi un varco dentro il nucleo del più profondo ammutolire: non il senso che dia senso al niente, ma il significante che significhi il niente come tale. E’ la lingua del poema: dell’adesso, dell’incessante rotazione meccanica che caratterizza il presente. (…) Va radicalizzata l’esperienza di questo modo particolare di “abitare”, in un moto che ha come effetto il trascorrere da un vedere abituale a un altro modo di vedere. Uno scarto che non equivale a una variazione, a una deviazione di percorso, ma che esige un altro inizio.

*

Oggi la poesia è assenso all’essere attraversato dal silenzio. E proprio di quel silenzio – in cammino verso il senso – costituisce una rivelazione.

*

Ognuno dei passi che il poeta arrischia porta al vivo e originario soggiornare presso le cose, a cogliere la tonalità fondamentale della loro voce, a nominarla. (…) La parola ci chiama e ci interroga dal silenzio che essa stessa incarna e che alla fine costituisce il destino nel quale scopriamo di essere coinvolti. In un passaggio che attraversa e travalica il vissuto e il vivibile, fa nascere in noi una terza persona che ci spoglia del potere di dire Io e ci induce ad affrontare un volto sconosciuto. E’ dunque in qualche modo l’atto di coraggio e di rischio che ci consente di accedere al vero, che è al tempo stesso il piacere di pensare e l’emozione della libertà.

*

Poesia non è la messa in scena di una realtà preesistente, esterna all’invenzione linguistica. Poesia è nuovo evento. Per questo il poeta da una parte custodisce il valore della parola, lasciando intatto il suo legame con il silenzio. E dall’altro favorisce le transizioni fra codici differenti (…) allo scopo di favorire una nuova relazione con la passione della verità.

***

Letture

Questo modo di fare poesia produce una risonanza, non necessariamente legata alla pratica estatica; è un’esperienza a doppio versante, vera e propria metafora dei processi inspiratori/espiatori, in cui le parole conducono più lontano e ritornano all’uomo per far sì che esso parli. Non si tratta di opporre il vuoto al pieno, bensì di dare ascolto a ciò che avviene nello scambio di queste due polarità (“Quanto all’uomo, procede oltre l’orlo che si sgretola lungo il cammino due volte”); l’irruzione dell’uomo, la sua presenza improvvisa, non è la rottura radicale, “l’esistere non pensabile” di kierkegaardiana memoria, bensì la possibilità di un’esplorazione che consente di dipanare, attraverso il linguaggio, il filo dell’esistenza. Allorquando ciò avviene, rimettiamo in movimento ciò che avevamo interiorizzato; attraverso il linguaggio siamo disponibili a una diversa comprensione di quanto ci accade attorno, perché solo la parola, come scrive Foucault, “radica il visibile nelle cose”.

Si tratta di creare un nuovo ordito tra passato e presente, sino al punto di coniugazione dell’essere e del non essere; ecco perché le poesie di Ermini sono ulteriori stati di attraversamento rispetto al già detto, con l’urgenza di rendere visibile una diversa integrazione di vuoto e pieno, quindi tra soggetto e oggetto, in un gioco di identità e differenza che si ripete come negli specchi. Il senso si costituisce in base al riconoscimento dell’esistenza dell’Altro come percezione sensoria e l’aspettativa del linguaggio, in cui il poeta ripone la propria speranza, riguarda proprio questo nodo cruciale.

Lo spazio che viene fatto agire nei testi di Ermini è, quindi, quello di relazione tra il corpo e il mondo, cioè l’Altro per eccellenza. L’atto fisico dello scrivere è quello di una spoliazione, di una nudità di colui che scrive (“pieno d’ombra è il corpo che ai bordi dell’aria si sfalda”); se accettiamo la fragilità non come l’altra faccia della nostra o altrui potenza, ma quale elemento necessario di una mutazione (e parzialità), apriremo la strada verso altre possibili angolazioni in cui l’accettazione dell’Altro, del differente, sarà la componente necessaria della nostra identità.

Indubbiamente abbiamo qui una riflessione profonda sul significato poetico della parola, in cui il particolare autobiografico diviene silenzio e confessione; il paradosso di una poesia che pratica la realtà per rilevarne la sua assenza, ma che pone la figura del poeta ancora all’interno per accentuarne la sua esteriorità, il suo esserci – ma in dissolvenza – nel resto del reale.

(Antonio Curcetti, D’oro e silenzio è la lingua, in Flavio Ermini, Poema n.10. Tra pensiero, Roma, Edizioni Empirla, 2001.)

*

Senza concedere nulla né alla tridimensionalità del paesaggio né alla durata, Ermini risolve il magma, quell’indistinto spazio-temporale che da sempre spaventa la ragione, in un quadrivio di forze originarie dinamicamente colte nell’atto dell’aprirsi. Si tratta di un vortice che procede di sequenza in sequenza, in una serialità che, con minuscoli scarti documentati dalle singole ‘strofe’, addita heideggerianamente il “luogo del poema”, quel crogiolo alchemico, già avvicinato in “Antlitz” (1994) e in “Karlsar” (1998), in cui gli elementi della caducità (nascita, gesto, cenere, sangue, labbra, lingua, saliva, eccetera) vengono in essere attraverso la poesia ed in essa, senza soluzione di continuità, inesorabilmente scompaiono.

Nel “Poema n.10. Tra pensiero”, da un lato la parola nomina il destino dell’umano creaturale, polpa del divenire che tutto incenerisce, dall’altro essa addita una possibilità benefica fuori del tempo della successione, una forma potenziale dell’essere che pervade la caducità pur distinguendosi da essa, secondo una prospettiva ben esemplificata da Deleuze in “Differenza e ripetizione”: “Il lampo… si distingue dal cielo nero, ma deve portarlo con sé, come se si distinguesse da ciò che non si distingue. Si direbbe che il fondo sale alla superficie senza cessare di essere sfondo”.

(Stefano Guglielmin)

*

E’ una poesia, questa di Ermini, che “rotola”. Come in preda a un momento angolare inestinguibile, allarga le sue braccia e semina germi, prototipi di idee che, nella stretta finale di ogni frammento strofico, si sviluppano e tentano, con verbalizzazioni cumulative, di schiarire il punto oscuro fra l’oggetto come questo si dà e la sua sostanza. Ogni oggetto è un risultato quasi aritmetico (se non geometrico, in un incrocio di vie) di progressive evoluzioni e relazioni, a partire dal “punto zero”, il vuoto, che è ciò che accomuna tutte le sostanze, biologiche e inorganiche che siano. Nella “confusione” delle sostanze, prive di specializzazioni in quanto elementi comuni in tutto l’universo e in tutti gli oggetti, il pensiero si innesta e relaziona, dà ordine, un perché, una consequenzialità. Ma è un pensiero che sembra non provenire da alcun “io”, tantomeno poetante. E’ un io-cosmo delle immagini a priori, col quale, la sensibilità ur-fisica più che metafisica del poeta, può entrare in risonanza. Rotola -dicevo- la poesia di Ermini, in quanto accartoccia e poi spiana l’oggetto, per un istante, e poi consegna lo sguardo ad altro; ma nulla viene gettato alle spalle: definito e indefinito (a volte il poeta procede con tono epifanico, altre volte si concede l’epochè) rimangono sparpagliati sul pavimento, apparentemente come sostanze indipendenti e autonome, ma con in comune appunto il suolo-universo; una babele orizzontale: confusione, sì, ma all’interno dello stesso sistema. E all’interno del sistema, appunto, fra gli orli sbrecciati degli oggetti, si innesta il pensiero, a rischiarare il vuoto fra i lembi. (5)

(Simone Lago)

***

Nota

Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta, narratore e saggista.

OPERE POETICHE
Roseti e Cantiere, postfazione di Alberto Cappi, Forlì, Nuovo Ruolo, 1980.
Epitaphium Blesillae, in Il sesto poeta, prefazione di Gilberto Finzi, Milano, Spirali, 1982.
Thaide, Bergamo, El Bagatt, 1983.
Hamsund, nota critica di Carla Locatelli, un disegno di Toti Scialoja, Verona, Anterem Edizioni, 1991.
Karlsár, saggi interpretativi di Maria Corti, Carlo Gentili, Giorgio Taborelli, un disegno di Toti Scialoja, Verona, Anterem Edizioni, 1998.
Poema n. 10. Tra pensiero, postfazione di Antonio Curcetti, un disegno di Magdalo Mussio, Roma, Empiria, 2001.
Con il titolo: Plis de pensée, questo volume è stato pubblicato nel 2007 in Francia da Lucie éditions – Champ Social, in edizione bilingue, con traduzione di François Bruzzo e prefazione di Franc Ducros.

OPERE NARRATIVE
Idalium, Bergamo, El Bagatt, 1986.
Segnitz, nota critica di Stefano Verdino, Verona, Anterem Edizioni, 1987.
Delosea, introduzione di Gabriella Drudi, San Marco in Lamis, Vinelli, 1989.
Antlitz, nota critica di Amelia Barbui e Marco Focchi, una foto di Sirio Tommasoli, Verona, Anterem Edizioni, 1994.
Ali del colore, immagini di Giovanna Fra, riflessione critica di Silvia Ferrari, Verona, Anterem Edizioni, 2007.

LIBRI DI SAGGISTICA
Liberare la vita, immagini di Magdalo Mussio, Pollenza, Edizioni dell’Errore, 2001.
Il moto apparente del sole, premessa di Massimo Donà, Bergamo, Moretti&Vitali, 2006.
Antiterra, premessa di Marco Ercolani, Genova, Libri dell’Arca, Joker, 2006.

Dirige la rivista di ricerca letteraria ‘Anterem‘, fondata nel 1976 con Silvano Martini.
Fa parte del comitato scientifico della rivista internazionale di poesia ‘Osiris‘, della rivista di studi filosofici ‘Panaptikon‘ e della rivista di critica letteraria ‘Testuale‘.

Ha curato le antologie poetiche Ante Rem (premessa di M. Corti, 1998); con A. Cortellessa e G. Ferri, Verso l’inizio (premessa di E. Sanguineti, 2000); con A. Contù, Poesia Europea Contemporanea (premessa di C.C. Harle, 2001).

Per Moretti & Vitali, dirige la collana Narrazioni della conoscenza, che ospita, tra gli altri, volumi di Nancy, Duque, Montano, Mati e altri.
Per lo stesso editore cura con Stefano Baratta la collana di psicoanalisi e filosofia Convergenze.

Per Anterem Edizioni cura la collana di poesia Limina e, con Ida Travi, la collana di saggistica Pensare la letteratura.

Per Cierre Grafica dirige, con Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti e Andrea Zanzotto, la collana Opera Prima, e cura, con Ida Travi, la linea editoriale Via Herakleia – Forme della poesia contemporanea.

Collabora all’attività culturale degli ‘Amici della Scala’ di Milano.

Vive a Verona, dove lavora in editoria.

***

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2 pensieri riguardo “L’acqua destinata alla nascita – Flavio ERMINI”

  1. violento e sacro il silenzio da cui si è investiti leggendo questi versi. e la Distanza, umile e d’oro: le cose si daranno alla morte. ma c’è un punto in cui tutto pare coincidere: una mano sposta la malinconia, una bocca soffia sulla polvere. vedono, chiarissima, la rivelazione. un fiore, una consapevolezza, uno sguardo dal colore prepotente, inesorabile, vivido.

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