Lavoro da fare (I) – Biagio CEPOLLARO

luna.jpg

Da Versi nuovi (1998-2001), Oedipus Ed., 2004

www.cepollaro.it/vntest.htm

il piccolo e il grande  (1923, 1997)

                                       (tra Carlo, il padre e Carlo, il figlio)

   

il piccolo chiede perché c’è buio e perché

luce

il grande risponde che la terra tutti noi giriamo

e lentamente

 

girando

viene buio e luce e poi luce e buio

che non scompare che ogni cosa luminosa ritorna

e varia

 

più cupa più pioggia e anche

allarme

dell’auto taglia notte e tuono

chiede abbraccio

 

poi infermiere strattonarono il corpo in una deposizione

senza pietà

 

                                   mento penzolante

                                         sul petto

 

                                          pigiama

                                       freschissimo

 

in fretta senza riguardo che proprio a loro

toccava il turno

dell’ora più calda di giugno in fretta a sistemare

il morto

a raccogliere lenzuola e fasce

da bruciare

altrove

 

non bisognerebbe chiedere alle cose

di parlare tra loro: sono lì

a graffiare per solo attimo il cielo e l’insieme

non dice più

delle linee della mano: foglia erba tronco tromba

d’aria

 

prima gli disse che poteva chiudere

in pace

il conto

che buono era stato

il passaggio

 

visto da fuori c’era stato di tutto

per una vita

media degli anni

sessanta

dall’ebete

giovinezza alle bombe

il paese fatto colonia comprato prima con pane

di grano e poi in sviluppo e progressione

con frigorifero ascensore auto

e televisione

 

la storia è cornice troppo grande

e sfilacciata l’omino neanche si vede

nel paesaggio e poi la cornice non è

che un altro quadro l’unico che c’è

fermo

sulla parete

il resto tutto il resto è apparso e sparso

 

però

che vuol dire visto

da fuori e media vita

non c’è fuori che tiene ma qualcosa uno

deve pur dire

nell’ultimo commiato: ti sei fatto già piccolo sei già

labile

ricordo

te ne vai

al tuo minimo termine

che un altro

anno

non avrebbe cambiato ma lui diversa

se l’era immaginata

non così oppressa da minuzie la credeva

solenne e per sola volta

immune

 

non bisognerebbe chiedere alle cose

di arredare le nostre attese e anzi

non bisognerebbe attendersi niente

dalle cose (calcolando le orbite

delle comete quando vaganti

montagne e città e le infinite

interazioni  le magnetiche

passioni della terra)

 

se anche ora volesse leggergliela lei non avrebbe tempo

e riposo non avrebbe aria

libera

è così difficile pane guadagnarsi quotidiano o è un’altra

l’ansia

del tutto pieno

prende contegno il panico una misura e forse

sarà davvero sbucata su di una via

più sua

lui neanche ci prova

ora che tra i due interpone

un grande

vuoto

 

non bisognerebbe chiedere alle cose

di restare

né puntare ogni porta

che si apre

non bisognerebbe stare dove nulla

è stato

non è monumento: ecco è questa

la vecchia

abitudine della pietra

ad insistere

con pietra e carta, appunto,

si tratta solo di un momento

 

intanto

si sente uno che è scampato

col suo panino in sorte buona o saggia

ma poi non è importante che sappia

(non arriva mai

diretta

la vicinanza)

 

solo che è strano: è come essere ai lati

opposti

della terra

ognuno con ciò che chiama

 

buio

ognuno con ciò che chiama

 

luce.     

1999                                                                                                                            

 

***

 

Da Lavoro da fare (2002-2005), Poesia italiana E-book, 2006

www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

 

VI

 

sembra che cerchio di un anno

si stia chiudendo e a fatica si tira

su la rete con nuovo

pescato: è stato

essere trascinati

dall’arpione al largo

quasi portando la barca

allo sfascio

ma non fu decisione:

forse davvero fu nuvola

che al punto esatto di tempo

interiore -che sfugge-

si trasforma in pioggia

 

cosa c’è nella rete: ecco è questo

che ora va pensato e detto

o semplicemente guardato:

il grosso pesce che si dibatte

è un modo di stare al mondo

che si è rivoltato contro:

ci vuole dire abbiamo fin qui

abitato la nostra mente in un modo

che ora ci uccide, ci dice: è necessità

sgombrare la mente ché quel che appariva

amico fin qui si è rivelato terribile

nemico che oggi sappiamo finalmente

cosa sono le afflizioni

della mente

 

e come un oggetto

di piacere si rovescia

nel suo contrario

ora ci spaventa questo vuoto

come nel sogno dell’ascesa

salire senza vetro

e salendo provare fisica

la vertigine per un mondo

non riconoscibile:

tenere la mente a bada

non è questione etica

ma di salute: non esiste

conoscenza malata

delle cose

esiste solo malattia

che le cose rappresenta

e impone come vere

 

bene, ora vediamo l’intreccio

quotidiano tra l’aria che fresca

soffia nella mente e il terrore

e il desiderio che allora

non riconoscemmo, terrore

e desiderio che si mostrarono

solo nell’inganno e nel travestimento

ma furono questi gli eletti

più prossimi alla ferita

e dunque più protetti

da occhi indiscreti: è come se

la vita faticasse a porre i suoi

diritti e fosse più semplice

ripetersi in coazioni che accettare

un dolore semplice ma ricco

di germi, di restare

insomma lì dove c’era stato

l’intoppo e con pazienza

chiedere alle cose

di cambiare e noi

con esse

 

*

 

e per tutto questo ora in piedi

davanti ad un mare sonnolento

che svolge distratto le sue onde

e minaccia senza volerlo

le coste o la presunzione

di chi ha edificato davanti

a lui come di fronte a paesaggio

in piedi noi chiediamo:

 

Signore del mare e dei pesci

abbiamo fin qui considerato

la spuma come se non avesse fondo

abbiamo solcato con vele

come se vele bastassero

a fenderti e a lasciarti richiudere

 

Signore del mare e dei pesci

oggi amaramente scopriamo

che non sei solo paesaggio

abbiamo perso la casa e i beni

abbiamo smarrito la strada

abbiamo temuto per la vita nostra

e dei nostri figli

ma solo nel grande pericolo

abbiamo potuto saggiare la natura

della mente

solo nel grande pericolo

abbiamo visto Te nel flusso

della mente

 

Signore del mare e dei pesci

non abbiamo altro da offrirti

che questi pericoli

le nostre facce stupide

i nostri ghigni orribili

e nostra vergogna

di essere stati presi

e inchiodati da unico

colpo di cerbottana

da scherzo feroce

di nostra mente

dalla quale prendemmo

piacere che non era piacere

sapere che non era sapere

ma che è oggi a pezzi

nel cesto che poggiamo

davanti a te e per te

raccogliamo

 

***

 

Da Blogpensieri, Supplemento al V Quaderno di Poesia da fare, 2005

www.cepollaro.it/SuppV.pdf

La parola della poesia. Si sa che la parola della poesia è lenta. Ma un conto è la lentezza, un altro l’assoluta mancanza di agevolazione, di sconto sul suo consumo…Nel linguaggio informatico si usa parlare di ‘interfaccia amichevole ‘ per indicare una certa facilità, anche per il profano, di utilizzare un sistema operativo o un programma…Per lo più in queste semplificazioni ci si allontana dal linguaggio macchina, cioè da quel mondo nascosto di ‘istruzioni’ che fanno il programma. Per la parola della poesia questa semplificazione non può essere proponibile. La poesia non è mai amichevole pur essendo fatta di retorica, cioè di arte della persuasione, persuasione interna, coerenza interna, dall’effetto imprevedibile. Ci si può affezionare ad una poesia ma la poesia non si affeziona a noi. Questa sua riservatezza è anche la sua inesauribilità. La parola della poesia non vuole arrivare al lettore, il suo problema non è di arrivare ma di ‘andare’, confrontare la sua mezza oscurità con la mezza luce che ci può dare.

In fondo una parola che non scivola via per quale ragione ci dovrebbe prendere? Una parola che non si abbrevia, che non si banalizza, una parola vera e propria, con tutto il peso di secoli del

dire, del detto, che emerge da quel deposito in cui il banale è imbarazzante…Viceversa sentirsi profondamente e continuamente imbarazzati per le parole che vengono dette oggi e scritte, che vengono urlate, come se fossero vere, come se fossero parole…

L’ascolto che una poesia richiede, se è buona poesia, è talmente intenso che viene da pensare a quanto sia difficile oggi, che non c’è tempo, si dice, neanche per ascoltarsi tra coniugi. La riduzione del telegiornale a televideo può anche essere giustificata dalla scelta per l’essenzialità della notizia a fronte dello spettacolino mascherato da notiziario, ma nel dialogo umano non si può essere essenziali, qui vige il dominio della pausa, del tono, della capacità di tollerare il silenzio e la differenza. Dunque, come spesso succede, non si comincia neanche e si sostituisce alla realtà della relazione, l’abitudinarietà della procedura, quella che per lo più appare come normalità. Questa forma di opacità che accompagna i gesti si potrebbe considerare come la radicale assenza di poesia (non l’atteggiamento pratico, dal momento che la poesia è essenzialmente una pratica, di vita).

 

***

 

Da Note per una Critica futura, Poesia Italiana E-book, 2006

www.cepollaro.it/NotCriTe.pdf

Nota 8. Una poesia, alla lettura, innanzitutto consiste in un insieme di parole collocate e collegate in modo tale da essere riconosciute come poesia, appunto. Il Poetico costituisce l’orizzonte d’attesa della poesia anche se spesso quando la Poesia viene riconosciuta, il Poetico è costretto a riconfigurarsi.

La tautologia che lega Poesia e Poetico non è statica ma continuamente si trasforma al suo interno. Ciò che ieri, in molti casi, aveva funzione politico-religiosa, oggi ha funzione estetica.

Ma si potrebbe anche notare come molta della produzione estetica attuale (non certamente poetica per questione di mancata diffusione, ma massmediale) ha funzione politica e mitologica. Su questa ultima condizione si è spesso in passato concentrata la critica della cultura, essa stessa, come si è detto, ipostatizzante.

La presunta separatezza della sfera estetica da quella morale, psicologica, religiosa, economica e politica, alimenta uno di quei pregiudizi che hanno caricato la stessa sfera dell’arte di tutto il peso di queste mutilazioni. L’egotismo dell’artista potrebbe essere considerato anche come una conseguenza di questo sovraccarico, quasi a compensazione e a risarcimento della frattura.

La ricerca del nuovo del moderno si è così concentrata, per lo più, sulle parole e sul modo di collocarle e collegarle, più che sul nuovo come una relazione di volta in volta imprevedibile, come una qualità dell’esperienza non mutilata, non relegata alla sfera estetica, salvo il rovesciamento pure e semplice delle poetiche nelle ideologie.

Le avanguardie storiche, tra l’altro, hanno preparato il terreno per ciò che sarebbe diventata l’estetizzazione della vita e della politica: la vita, o meglio, le rappresentazioni della vita, come opera d’arte. L’universo massmediale ha potenziato tecnologicamente in modo esponenziale la forza e la pervasività di queste rappresentazioni, riducendo e standardizzando ma anche offrendo, in qualche caso, stimoli alla ricerca artistica, dal momento che spesso un nuovo medium retroagisce su quello precedente.

Una lettura che legga tra le righe tende a ricomporre ciò che è stato diviso: la logica della moltiplicazione e dell’amplificazione semantica per risonanza aprirà le porte che il Poetico costituito, nella separatezza della sfera dell’arte, tende a lasciar chiuse.

Leggere tra le righe potrebbe voler dire allora ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica…

 

***

Notizie bio-bibliografiche

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. Dopo un iniziale apprendistato (Le parole di Eliodora, Forlì,1984) presso la rivista Altri Termini di Napoli, diretta da F. Cavallo all’insegna del rinnovamento delle esperienze sperimentali degli anni ’70, si è dedicato, a partire dal 1985, alla stesura di una trilogia dal titolo ‘De requie et Natura’ che lo ha impegnato fino al 1997. I primi due libri sono usciti nel 1993 (Scribeide, pref.di R.Luperini, Manni Ed.; Luna persciente, pref. di G. Guglielmi, Mancosu Ed.), il terzo, Fabrica, pref. di Giuliano Mesa, nel 2002, presso Zona Ed. La trilogia è un ‘poema sulla natura’, sulla natura artificiale dei paesaggi metropolitani e dei molteplici linguaggi compresenti che l’attraversano, da quelli della tradizione letteraria, a quelli massmediali, dialettali e tecnologici. Ed è anche una domanda sul senso dell’esperienza individuale all’interno di questa ‘natura’. Negli stessi anni della stesura della trilogia, ha partecipato attivamente al dibattito letterario, come promotore del Gruppo 93 e come fondatore, con Mariano Baino e Lello Voce, della rivista Baldus. E’ intervenuto in readings e convegni internazionali di poesia e suoi testi sono stati inclusi e tradotti in diverse antologie: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Cavallo-Lunetta. Newton-Compton, 1989; Poesia e realtà, a cura di G:Majorino, Tropea ed., 2000; The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun &Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993: Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijo no utagoe- Il coro temporaneo, a cura di A.Raos, trad. A Raos e Taro Okamoto, Ed. Schichoska, Tokyo,2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di A. Raos, Action Poétique n° 177, settembre 2004. Alle sue opere si fa riferimento in Cesare Segre e Clelia Martignoni, Testi nella storia, B. Mondadori, 1991; in R. Luperini e P. Cataldi, La scrittura e l’interpretazione,  Palumbo ed, 1998; in Nino Borsellino e Walter Pedullà, Storia Generale della Letteratura Italiana, F.Motta E. e Gruppo Editoriale L’Espresso, 2004. E’ intervenuto con l’esposizione di un  testo poetico in una sezione della XVII edizione della Triennale di Milano ed ha partecipato a varie trasmissioni radiofoniche (RAI-3 Suite; Radio Svizzera) e televisive (RAI 2, Serata contro i razzismi e RAI Educational, L’ombelico del mondo, La Storia, in Enciclopedia multimediale delle lettere,2000). Su spartiti musicali di Giovanni Cospito ha eseguito suoi testi concertanti in performance per percussioni, soprano, voce, tape e live- electronic (Leonkart, Milano, 1996; Teatro Due di Parma, 1997). Con Nino Locatelli, ‘Variazioni da Fabrica, lettura- concerto, Fondazione Mudima, Milano, 1997; con il sassofonista Louis Sclavis ha letto sue poesie a Procida, 2003. Ha inciso un suo testo all’interno di un brano musicale composto dal percussionista Filippo Monico, in Frammenti, Mitteleuropa Ensemble, Iktius, 1998. Dal 1997 ha dato inizio ad una diversa fase del lavoro creativo, fortemente centrato sulla dimensione etica della poesia, di cui una prima testimonianza è costituita dal libro ‘Emendamento dei guasti’ (1998-99), Mazzoli ed., 2001 e un più corposo ragguaglio, Versi Nuovi, con postfazione di Giuliano Mesa, è uscito nel 2004, presso Oedipus ed. Un libro di poesia rivolto ai ragazzi, La poesia: Vale, 2003, ha trovato una sua collocazione naturale sulla Rete. Nel 2004 ha raccolto, in e-book, una selezione di saggi Perchè i poeti? (1986-2001). Nel 2005 ha raccolto alcune riflessioni in Blogpensieri, V supplemento a Poesia da fare e nel 2006 ha avviato una riflessione sulla critica con Note per una Critica futura, Poesia Italiana E-book. Gli ultimi due testi sono usciti  poi in Atelier, Numero 46, giugno 2007. Dal 2003 cura il sito http://www.cepollaro.it/ e il blog Poesia da fare con i relativi Quaderni. Dal maggio 2005 il blog è diventato Rivista mensile on line in pdf , affiancando l’iniziativa Poesia Italiana E-book, avviata nel 2004: editoria elettronica di ristampe di poesia italiana tra gli anni ’70 e ’90 e  inediti. Scritti critici sulla sua opera (1984-2005) sono stati raccolti da Giorgio Mascitelli in Biagio Cepollaro e la Critica, Poesia italiana E-book, 2005. Lavoro da fare (2002-2005), postfazione di Florinda Fusco: è il nuovo libro di poesia , in e-book dal 2006. Disponibile la raccolta di saggi e interventi su questo ultimo lavoro in Autori Vari, Letture di Lavoro da fare, Poesia italiana E-book, 2006.Nel 2007 ha raccolto in Incontri con la poesia. Quattro anni di critica on line (2003-2007), Poesia Italiana E-book, le recenti letture critiche di testi poetici.Nel 2007 ha avviato a Milano il Corso di Poesia Integrata dedicato all’approccio all’esperienza estetica secondo principi e tecniche anche non occidentali: Intervista di Sergio La Chiusa su Poesia integrata a Biagio Cepollaro, Poesia Italiana E-book, 2007.Notizie, mp3, video e altro sono raggiungibili all’indirizzo http://www.cepollaro.it/

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