Pedro Páramo – di Juan RULFO


(Diego Rivera, The day of the dead, 1923-24)

[Juan Rulfo, Pedro Páramo, traduzione di Emilia Mancuso, Milano, Feltrinelli, “Le Comete”, 1960, pag. 5-10 (Pedro Páramo, México, Fondo de Cultura Económica, 1955)]

*

Venni a Comala perché mi avevano detto che qui viveva mio padre, un certo Pedro Páramo. Fu mia madre a dirmelo. E io le promisi che, dopo la sua morte, sarei andato a trovarlo. Le strinsi le mani per confermarle la mia promessa; stava per morire, e io, in quel momento, avrei fatto qualunque cosa. “Va a trovarlo, ti prego, non te ne dimenticare,” mi raccomandò. “Si chiama così e così. Sono certa che sarà contento di conoscerti.”
Date le circostanze non potei fare a meno di assicurarle che sarei andato certamente, e glielo ripetei tante e tante volte che, infine, continuai a dirlo anche dopo, quando mi fu difficile sciogliere le mie mani dalle sue, fredde e inerti.
Prima ancora mi aveva detto:
“Non andare a chiedergli nulla. Pretendi soltanto quello che ci spetta. Quello che era obbligato a darmi e che non mi ha mai dato… Fagli pagar caro, figlio mio, di averci abbandonati.”
“Farò come vuoi tu, mamma.”
Ma non pensavo di mantenere la mia promessa.
Finché un bel giorno, a un tratto, la mia testa cominciò a riempirsi di sogni, a inseguire chimere. E così, a poco a poco, ho costruito tutto un mondo intorno a quella speranza che era il signor Pedro Páramo, marito di mia madre. Per questo sono venuto a Comala.
Era il tempo della canicola, quando l’aria di agosto è terribilmente appestata dall’odore putrido delle saponarie.
La strada saliva e scendeva: “in salita e in discesa a seconda se si va o se si viene. Per chi va, sale; per chi viene, scende.”
“Come ha detto che si chiama quel paese che si vede laggiù?”
“Comala, signore.”
“Come, siamo già a Comala?”
“Sicuro, signore.”
“E perché tutto appare così triste?”
“Sono i tempi, signore.”
Mi sembrava di vedere quelle cose attraverso i ricordi di mia madre: la sua nostalgia, fra ritagli di sospiri. In tutta la sua vita non aveva fatto altro che sospirare per Comala, per ritornarvi; ma non c’era mai tornata. Ora sono qui io al suo posto. Vedo tutto con gli occhi con cui lei guardò queste cose, perché mi ha dato i suoi occhi per vederle: “Là, dopo il porto di Los Colimotes, c’è il panorama bellissimo di una verde pianura, qua e là giallastra per il granoturco maturo. Di là si vede Comala che tinteggia di bianco la campagna e di notte la illumina.” E la sua voce era sommessa, quasi spenta, come se parlasse tra sé… Mia madre.
“E perché va a Comala, se è lecito?” sentii chiedermi.
“Vado a trovare mio padre,” risposi.
“Ah!” fu il commento.
E tornò il silenzio.
Camminavamo giù per il pendío, e sentivamo il trotto balzellone degli asini. Gli occhi erano grevi di sonnolenza nella canicola di agosto.
“Sarà una bella sorpresa per lui,” udii di nuovo la voce dell’uomo che mi stava accanto. “Sarà contento di vedere qualcuno dopo tanti anni che non capita anima viva da queste parti.”
Poi soggiunse:
“Chiunque lei sia, sarà felice di vederla.”
Nel riverbero del sole la valle sembrava una laguna trasparente, sciolta in vapori che sfumavano un grigio orizzonte. Più oltre, una catena di montagne. E ancora più in là, la remota lontananza.
“Che tipo è suo padre, se è lecito?”
“Non lo conosco,” gli risposi, “so soltanto che si chiama Pedro Páramo.”
“Ah, perbacco!”
“Sì, così mi hanno detto che si chiama.”
Udii di nuovo l’ “ah!” del mulattiere.
Avevo incontrato costui a Los Encuentros, che è un punto dove si incontrano parecchie strade. Me ne stavo lì indeciso sulla direzione da prendere, quando finalmente era apparso quell’uomo.
“Dove va, scusi?” gli chiesi.
“Vado da quella parte laggiù, signore.”
“Conosce un paese chiamato Comala?”
“Vado proprio lì.”
Lo seguii. Gli andai dietro cercando di affiancarmi a lui, ma non ci riuscii, finché lui parve accorgersi che gli stavo dietro e rallentò il passo. Proseguimmo il cammino insieme e così vicini che quasi ci toccavamo le spalle.
“Sono figlio anch’io di Pedro Páramo,” mi disse.
Un branco di corvi volteggiò gracchiando nel cielo vuoto.
Dopo aver oltrepassato le colline, scendemmo, continuamente. Ci eravamo lasciati alle spalle il vento caldo e ci addentravamo ora nella calura vera, pesante, senza una bava d’aria. C’era nell’aria un senso di attesa.
“Fa caldo qui,” dissi.
“Già, e questo è niente,” mi rispose l’altro. “Aspetti. Sentirà quando arriveremo a Comala. Quel paese sta sulle braci della terra, proprio nella bocca dell’inferno. Si figuri che molti di quelli che muoiono lì, quando arrivano all’inferno, tornano indietro a prendere la coperta.”
“Lei lo conosce Pedro Páramo?” gli chiesi.
Osai rivolgere quella domanda perché avevo scorto nei suoi occhi un barlume di confidenza.
“Chi è?” chiesi di nuovo.
“Il rancore personificato,” mi rispose lui.
E dette una frustataccia agli asini, senza motivo dato che gli animali camminavano molto più svelti di noi, a buon trotto giù per la discesa.
Sentii il ritratto di mia madre, conservato nel taschino della camicia, che mi scaldava il cuore, come se anch’essa sudasse. Era un ritratto vecchio, consumato ai bordi; ma era l’unico che possedessi. L’avevo trovato nello stipo della cucina, dentro al cassetto pieno di erbe di ogni specie: foglie di cedronella, fior di castiglia, rametti di ruta. Da allora l’ho tenuto sempre con me. Era il solo che esistesse. Mia madre non voleva mai farsi la fotografia; diceva che i ritratti son cose di stregoneria. E infatti così sembrava, perché il suo era pieno di buchi come punzecchiature di spilli, al posto del cuore ve n’era uno grandissimo in cui sarebbe potuto entrare benissimo il dito medio.
L’ho portato con me, pensando che poteva servire a farmi riconoscere da mio padre.
“Guardi lì,” mi dice a un tratto il mulattiere, fermandosi: “Vede quella collina che sembra una vescica di maiale? Be’, subito dopo c’è la Mezza Luna. Ora si volti di là. Vede la cima di quel colle? E ora si volti da quest’altra parte. Vede quella punta, tanto lontana che appena si scorge? Bene, questa è la Mezza Luna, da un capo all’altro. Come dire, tutta la terra che si può abbracciare con lo sguardo. E tutto questo terreno appartiene a lui. Ma il caso ha voluto che le nostre madri ci partorissero sotto una cattiva stella, anche se eravamo figli di Pedro Páramo. E la cosa più divertente è che proprio lui ci portò a battezzare. Anche per lei deve essere stato lo stesso, eh?”
“Non ricordo.”
“Vai a farti fottere!”
“Come dice?”
“Che stiamo per arrivare, signore.”
“Già, vedo. Ma che c’è?”
“Un correcaminos, signore. Così sono chiamati questi uccelli.”
“Non volevo sapere questo; chiedevo come mai il paese è così deserto, come se fosse abbandonato. Pare che non vi abiti nessuno.”
“Non è che sembra, è così. Qui non ci sta nessuno.”
“E Pedro Páramo?”
“Pedro Páramo è morto parecchi anni fa.”

[…]

10 pensieri riguardo “Pedro Páramo – di Juan RULFO”

  1. Un amico, con il quale si alternava le auto per andare al lavoro, aveva una dimenticato un libriccino sulla mia. Quando glielo dissi mi rispose che potevo tenermelo, perché non gli era piaciuto granché. Vado a darci un’occhiata, quasi controvoglia, e ti scopro questo Juan Rulfo, autore che invece me ha colpito come pochi altri. Grazie di questo racconto, comprerò sicuramente il libro.

  2. Anche per me è stato un romanzo-rivelazione, lo lessi anch’io nell’edizione Feltrinelli vari anni fa. La riproposta di Francesco mi invita a una rilettura, tanto più che pare che l’edizione Einaudi, di un paio di anni fa, abbia una traduzione migliore.

  3. Grazie a tutti, sono particolarmente felice delle vostre testimonianze, soprattutto perché riguardano l’opera di uno degli autentici maestri della letteratura del Novecento.

    Elio, piacere grande nel rileggerti qui.

    Giorgio, l’edizione Einaudi l’ho letta e la traduzione di Paolo Collo è veramente splendida. Per ragioni che sarebbe difficile spiegare, io continuo ad amare in modo particolare questa edizione Feltrinelli.

    Simona…
    Niente, nient’altro che un abbraccio moltiplicato mille volte per ognuna delle pagine del libro.
    (Ho il libro in mano, in questo momento, e sto ripensando ad un passo della Torah, citato anche in “Schindler’s List”…)

    Un caro saluto a tutti.

    fm

  4. Caspita! Pedro Paramo eà uno dei libri che più ho amato in assoluto. E non solo io: Garcia Marquez ha ammesso che non avrebbe mai scritto 100 anni di solitudine senza aver letto questa perla, una delle pietre miliari della letteratura latino americana, uno dei libri che più ha marcato la mia vita (letteraria). Da non perdere anche la sua magnifica raccolta di racconti Il piano in Fiamme, sempre che sia stato tradotto in italiano.
    Felice che qualcuno conosca questo straordinario autore.
    daniela

  5. grandissimo libro e grande autore. solamente pensare di inziare a tradurre un libro così bisogna fargli/le i complimenti. vi assicuro che è difficilissimo!

    un abbraccio

    alessandro

  6. Ciao Alessandro, felice di rileggerti.
    Concordo con te sulla estrema difficoltà della traduzione di Rulfo: mi è bastato leggerlo due o tre volte in originale per rendermene conto (e per constatarne l’affascinante complessità, strutturale e semantica).

    l’invito, per chi non l’avesse mai fatto, è quello di leggere anche i racconti di “La pianura in fiamme” (anche qui il titolo non rende la complessità dell’originale): uno dei più bei libri del Novecento, in assoluto.

    Un saluto e un grazie a tutti.

    fm

  7. Pingback: bombasicilia

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