Illuminati da un oltraggio chiaro – Davide NOTA

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(Emilio Merlina, Choose your guardian angel, 2007)

Da BATTESIMO (2005)

Battesimo

Fui iniziato all’arte nell’illusione
di portare un po’ di luce a me
medesimo ed al mondo; mi sbagliavo.
Non so di preciso cosa ho sbagliato:
se certe letture o quell’erudizione
che ricercavo in biblioteche e scuole
tralasciando l’intensità che duole
ad ogni passo sulla riva impura.
Ma il “duri finchè dura la costanza”
è già finita, consunta quella rabbia
aristocratica che mi portavo sulla
schiena, come un masso, quella teatrale
messa in scena che è la vita e non è
la vena, né la poesia…

Ma in questo dopo dopo dopo guerra,
dove la terra è fragile ed i piedi
esausti, a prima mattina serra
la voce un diniego soffuso sotto
pelle, nella carne ardente. E come
vedi non scrivo più poesie d’amore,
né rubo rose alle coltivazioni
industriali per donarmi in qualche modo
un breve lapsus accidentale.
Si va, anzi, si va nell’acqua sporca,
si continua la ricerca nell’epoca
delle fermezze, delle decisioni
inesorabili, mentre inesorabile
per noi è solo il mattino, è questo
scarno tentativo che nel sangue
cerca di salire alle arterie, al cuore.
Ma è una aspettativa schizofrenica
che in fondo il fondo di rinuncia sfiora
spesso, quando a sera per esempio guarda
il popolo rientrare dalle feste
al mare, dagli chalet che si riempiono
di luci e battiti animali: che si vive
giovani per già dimenticare qualche
cosa di non visto, non vissuto.
Eppure il trauma ce lo troviamo impresso
dentro, come un marchio a fuoco,
come un battesimo insaputo
che soltanto a tarda notte conosciamo.

*

Sonetti pornografici

1.

Formazione

Sempre torna sul mio sfiorito canto
la sua sottile forza che mi china
come la foglia debole la brina
che già dalla mattina senza vanto
la sua pesante gioia scioglie in pianto.
Così, la tua malizia certosina
che atroce il tempo ha divorato prima
d’ogni feroce incanto, sin dall’onda
dell’infantile trama il passo cede
ad una plumbea erede,
che altro non brama
che possedere quell’oscura fede.
Così già si trasforma fata in dama,
nell’aria angusta d’ogni marciapiede
reclama, mite, il sesso, la puttana…

2.

Prima prostituzione

Con felina malizia la sottana
trascina a suggerire, lieve, il sesso,
e dall’oscura mutandina che emana
un ossesso profumo di cipresso
l’intenso livido lascia fiorire…
Poi lo percuote, con il caro inumano disprezzo
che ne fa gonfio uno scettro
che in mano stretto vuol far trasalire…
Dimentica, l’umana specie, spesso, il tempo,
e in orgiastica serie lo divora
questa ed altre sere in cui nell’ora
in cui s’accorge di fuggire al senso
spaventoso di sua vita ignora
il tutto e oggetto fattosi onora
in implacabile banchetto carnale
l’anale suo destino d’animale.

3.

Passione

Lubrifica gentile il turpe fallo,
a renderlo del volto suo regale
quasi degno, facendo di quel giallo
arbusto un violaceo strumento del male.
Con orgoglio signorile, poi, sale
sopra il patibolo matrimoniale
ed offre dalla posa d’animale il vallo
ombroso, con superba gloria anale.
Così attende, bramando la sua morte
principale, che il sesso entri in lei,
che la divori, crudele, il seme…
Con occhi logori sulle risorte
sporche spoglie di un cristo senza speme
annulla la sua premura iniziale,
folle ghignando di un riso sacrale
che solo i santi conoscono bene
al penetrare torbido del male
che gloria suole unire ad altre pene…

*

Ad una madre

1.

Non sai di essere eppure esisti;
nel tuo metro quadrato di giardino
dai nuova acqua a antichi fiori, misti
elementi puri al terricciuolo infìdo,
tramuti fango in vita e lì desisti
a crederti un artefice divino
perchè lo sei davvero,
tu che coltivi in vero
la limpida sapienza del sentiero,
che già concili muta la presenza
con l’irrisolto dubbio antico e senza
crederlo resisti, ignara santa,
che cieca innalzi al cielo il tuo destino
con la tacita fede della pianta…

2.

Quasi con sacrale educazione
al movimento dei tuoi neri gesti
disegni un fatuo fuoco tra quei resti
che restano, la sera; la questione
irrisolta dei mutamenti terrestri
ti continua a sconvolgere; l’azione
del tempo nel tempo comune che ti pone
in una condizione di campestri
ricordi che mancano, di contesti
che non ritrovi, ti chiude in rassegnazione;
tu che potresti tanto dare, e invece stai…
Gli altri condòmini riuniti in questi
tristi palazzetti assembleari il tuo nome
fanno ridendo, dicendo ciò che già sai…
E tu invece pulisci la credenza,
è un eroico il tuo gesto quotidiano,
sotto il goffo sole di una demenza
senile che ti soffoca, la mano
che si ribella a questa condizione
istituita è una fresca scoperta…

***

Da IL NON POTERE (2007)

Neon

E pure stasera è battaglia di corpi
tra i neon della disco che attorcono i volti
e le notti deviate in tragedia…

Finzione è questa, madre, di cui vivo,
immaginare l’altro, allo sterminio
delle estati dare un senso, visivo

oppure scritto, sì, come un aborto
clandestino, tra lo sconforto e il sollievo:
una necessità di uccidere o morire.

Il fiume

Hai il corpo smangiato dagli oli, morto
fiume che penoso passi: a pezzi
la pelle del letto riarsa s’affaccia
coi peli di paglia stecchiti e la piaga
del sole nel petto. Qualche brandello
di carne s’attanaglia. Sei, torrente,
dai rovi ricoperto e dalle pile
delle auto; su un masso
dove stente s’incagliano le rive
un grasso laureando scrive
le sue orribili poesie, stirando
le fibre smagliate del ventre… già,
l’estate è rovi, copertoni e batterie
sul bordo sfiancato del niente, Ivan…

E i sampietrini rialzati, i calcinacci
di questa ultima periferia
dove sei cumulo di resti e vanghe
tra presti lavori di muratura
e i cementizi tumuli… reale
è questo campo che tronco fecale
alla deriva trapassi, Tronto
che fosco gli abusi ritingono e vile
tra gli scarichi industriali e i rifiuti
ti vedo sotto i piloni fluire
delle circonvallazioni, non fiume
ma rivolo di sangue, sterco, muco
che scende, non sorgente ma rifiuto,
scarico urbano che la vita abiura.

Preghiera

Uno un giorno si accorge che la vita
è la mancia pietosa che rimane
su una mensola deposta, una reliquia
che penzola scomposta da un altare
di ciaffi rugginosi, e allora s’alza
in una stanza giallognola, solo,
e sollevando la serranda salta
trentunenne, contro il mondo, in volo.

E quindi lo vedi signore il tuo corpo
inchiodato a che cosa è servito, sei morto
tra le risa come muore ogni giorno
qualcuno (e non posa sul fango la rosa
né perle concede la storia): che sarà
di questo mondo senza più pietà né volgo
non voglio neppure saperlo ma piango
per te o signore che hai morto
come adesso si muore un ragazzo
e che cosa hai risolto, nel mondo?

La casa

Residenza: osceno letto
dove tornare alle sette di mattina
col fiato disgustato e il membro eretto.
Ecco qui: il libretto universitario, un vasetto
di yogurt, un accendino. Eh eh…
didascalici i miei anni tutti persi.

Quanto a noi t’ho scritto
una lunga e-mail questa notte
perduta tra i file dell’estate
(l’ha demolita il caso in un momento).

Capisci amico caro il pentimento
di averti consegnato questo scalcinato
orizzonte di stucco e scotch
coi poster scoperchiati in croste
sull’intonaco vecchio maculato
e le bagnate rughe delle pagine
che asciuga questa estate e ingialla…

Cmq sia non so più scrivere, hai ragione.
Sarò costretto a vivere o morire.
Amico mio il nostro amore è buffo.
Altro che lo stantuffo attonito, il perpetuo vagito
della moglie che s’ingravida di schifo.

O casa, dolce
casa, disarticolata
dimora di piante
e di foto di mio padre senza i baffi
in un paesino di duecento abitanti
coi santi Rocco e Gianni appiccicati
al muro, casa
di poster che si cascano in avanti
dal ruolo scollati dei miei 15 anni, casa
delle prime sigarette in balcone,
della prima comunione col sesso
e con l’alcool, casa
di lagrime e rovine: tempietto
d’asfalto, museo delle prime
poesie: addio.

Il passaggio

La stanza è senza luce: fulminata
la lampadina (in questa pioggia crudele
come una mitraglia di ossessioni):
non ci fa mica ridere una donna
che si inciampa per la strada e cade…

È tutta andata via la gioventù
svenduta mese dopo mese per far posto
a questa produttiva lacrima.
Oh, una lampada da accendere
che illumini soltanto un poco
il ciondolo di plastica, le foto…

E invece tutto schiara mutazione: il sole
di nuovo alla finestra e quella voce,
implacabile, che torna.

Questo salire e scendere, crollare
o correre all’ombra dei grattacieli
sulla pista ciclabile (il cielo
è spaventoso qui) tu immagina
questo cadere e ridere continuamente
tra le siringhe a terra e le carcasse
dei mici che non ce l’hanno fatta:
bisognerebbe arrendersi
o andare via fuggire
ricominciare tutto altrove, dove
nessuno ti conosce, dove nessuno sa.

E questa sera la luna sarà
gonfia come un ovulo di sangue
(sarà la terra scossa di tremendo):
un’emergenza che giustifichi la pena,
l’urgenza di un’azione definitiva.
Ma no, ma no, c’è il sole…
un sole sopportabile e mediocre,
che mette sonnolenza, che dissuade…

*

«Tu cosa stai facendo della vita?».

«I verdi prati, i grandi orinatoi
lo schifo: ci faceva ridere ed invece…
In un cesso a sverginare adolescenze
praticando insegnamenti altrui
mi sono guadagnato questa piccola cicatrice
proprio sopra l’orecchio destro, non si vede
ma fa più male di quanto possiate…

Mi salvarono due poliziotti
che vagavo sanguinante per la strada,
mi offrirono un panino, una coca-cola
e la poltrona del questore dove dormire.
Al risveglio, mi ricordo, c’era l’alba
ed era enorme, sopra ogni cosa».

«C’era un grosso martello sotto lo specchio:
argentato, lucente, bilanciamento perfetto
per inferire un colpo preciso e netto
contro la tempia…».

«Pensavo anch’io a qualcosa del genere
o forse sei l’ultima speranza che mi concedo
per credere ancora nell’innocenza della…».

«Oh prendere la forza di non imbracciare
più l’arma del telefono sparando
messaggi così inutili di aiuto.
Ma non sarà così, sarà la storia
a divorare il bello, a vomitarlo
come una scoria oltraggiosa e impura
da ripulire con cura ai bordi del cesso…».

*

«Il sangue rende impura, ripugnante
imbratta sangue il letto e tra le gambe
no, non sarò felice più di niente
con tutto questo sangue che mi perde…

Queste protuberanze orrende
dove un corpo era esile, innocente:
due bozze lo condannano all’informe
ruolo della femmina in amore.

Cosa dirà la gente se la tuta
bianca non va più bene: un’altra
la mamma ha già comprato, al mercato,
non più per la bambina, che è cresciuta…».

Lei dice: «Guarda la mela che pende
dal ramo, immatura e adolescente:
è goffa se prepara già domani
per lei maturazione un nuovo ciclo.
Cadrà rigonfia e molle e dirà marcia
il contadino sostenendosi la pancia
con gli occhi corrugati dalla sete.
Ma l’utile è volgare, ed anche il bene
del mondo, no, non ci appartiene.
Prendi in custodia i vermi, invece,
che già ti sbirciano, o quanto diviene
nel corso dei secoli».

Ma la bambina: «Zitta, il corpo puzza!».

La soglia

Dopo sei mesi di naufragio fai ritorno
alla porta di casa (welcome).
La croce appesa al collo
come dono non colto
o ricordo di un tradimento.

Mi cercasti madre più di una volta
ma i miei entusiasmi sopiti dal giorno
non poterono seguirti altrove
dove volevi.

Resta questa stanza
disseminata dalle scorie
di una fallita redenzione.

E ti ho cercata chiesa anch’io
su libri di teologia medievale
commosso dalla tua millenaria ingiustizia
e bellezza.

Mi parlasti e non è vero
che l’istituzione (in quanto tale) è muta.
Tu fosti cara a me come una famiglia buona
a cui si può soltanto spezzare il cuore.

Libertà, libertà che non dura: eccomi
di nuovo a casa. La disfatta è bella.
Qui tutto è ancora come un tempo e forse anch’io
non sono poi cambiato più di tanto.

*

Ma cosa dico… non è vero.
Come l’ultima generazione di una stirpe suicida
questo ramo non fruttifica.
La storia e l’utopia non conta più
senza una fede cieca nella vita.

Da un’altra parte madre padre e figlio
sono tre contro ad un muro
che le raffiche li incrostano
sull’uscio e ci s’accasciano
come stracci mentre avanzano
i militari inglesi di soglia in soglia
a portare a tutti la buona novella.

Lei sognava di fuggire altrove
una volta finita la guerra.
Ma si ritenne utile lo sterminio
perché in una zona strategica
un buon ministro della difesa sa bene
che i morti sono morti per qualcosa
di più grande della vita stessa.

Ma torniamo qui da noi
dove la madre è sul divano in ansia
per i naufraghi famosi sopra all’isola
e i poeti cattolici
si sporcano la maglia con il sugo.

Qui un ragazzo se ne torna a casa
dopo mesi di sbando
e si ritrova tutto un mondo
in piedi, lì davanti, che gli parla.

*

Caro ragazzo, sei tornato a me
come ad uno specchio polveroso
con il tuo ventre smagliato dagli anni precoci
e il sorriso corroso…

Dove prima camminavi urlando
inconsapevole e maldestro
adesso parli delle tue occupazioni.

E il viso rosso non c’è più, al suo posto
la grassa risata nel telefono
e l’accordo compromesso
con amici che non ti conoscono.

Ma tu non piangi (neanche ridi)
e quell’odore dischiuso
non ti ricorda più niente.
Domani sarai un muto
signore di mezza età
a sbirciare dal divano
con un bicchiere di birra in mano
il mondo rappresentato.

Per certe storie, sai
non si sprecano nemmeno endecasillabi.
Basta qualche assonanza
che giustifichi la costanza
di un’abitudine.

Urlasti e ti fu aperto.
Lì fuori un nuovo interno.
La stanza dove torni
era il ventre materno…

*

Sulla strada ce n’è una
che non torna ma va via
sotto il peso di un borsone pieno.

Sottobraccio ha il libro di un poeta straniero
che non ci capisce niente ma le piace
trascinarsi le parole dietro
come i sogni del mattino.

Poiché nessuno, come terzo, c’indicò la via…

Sorella, sui tuoi passi tornerai domani
oppure inutilmente fingerai di stare bene
di fronte a quel via vai di gente
che dopo lavoro ritorna.

E scoprirai la nostalgia della norma
che non c’è se non perdendola
per sempre, come oggi
che tu cercando vai
con il tuo piercing nel labbro sparato
un mondo nuovo che invece non è altro
che lo stesso ribaltato.

E il pianto di tuo padre sarà il trauma
degli anni violentati nella forma
di questa sterile rivolta…

*

Ma dove chi va via e chi ritorna
nel flusso continuo che si trasforma
davvero vuole andare e non lo sa?

La signora Anna se ne va
come una barca in mezzo al mare…

Viveva qui che era campagna
e lei una povera ragazza
scesa in città per lavorare…

Poi si versò il cemento e i cosi gialli
s’addensarono oscurando il cielo
e lei fu gravida sei volte.

Ora che il ciclo si conclude se ne vola
guardando finalmente dall’alto
la strada della spesa, con la scuola
dove prima c’era il prato e lei cadeva
tra le radici della quercia enorme
trasportando con la bici a notte
le scatole degli alimentari.

Diceva che alle piante non si mente
perché ascoltano il silenzio della pelle
di chi le sfiora…

*

Così c’è qualche cosa che tradisce.
Se tornano è nell’ombra, destinati al silenzio.
Un oltretomba di saluti e sputi
dove le crepe nere spaccano le mura.

Se scappa non ritorna eppure muta
lo stesso, come un lago di cenere
in cui sprofonda le mani
con sete di rugiada…

Non ci sarà nessuna casa
lungo la strada del tramonto.
Soltanto tende
ammainate, stanze
deserte, chiavi…

***

Giovanni Nuscis – Recensione a Il non potere.

Di Davide Nota, nato a Cassano d’Adda nel 1981 e residente ad Ascoli Piceno, esce la seconda raccolta poetica Il non potere; dopo Battesimo uscito nel 2005 per i tipi di Lietocolle con prefazione di Gianni D’Elia.
Nel titolo, due possibili significati: il non potere come utopia – in quanto, deandreianamente, “non ci sono poteri buoni” – e/o come rammarico di “non poter fare” alcunché per porre rimedio ad un malessere individuale, sociale, generazionale. La lettura del libro induce a non escludere alcuna delle due accezioni. Se è ineludibile il raccordo a poetiche dell’impegno di ascendenza pasoliniana, è altrettanto evidente, qui, una tensione storicizzante attraverso la carne dei vissuti individuali: quello dell’autore, innanzitutto, e di suoi coetanei, su uno sfondo di degrado – umano e paesaggistico – silente ed invasivo come una metastasi.
Quattro le sezioni della raccolta: I cadaveri, Domus, Il non potere e Controluce. La scrittura di queste poesie è prevalentemente lirica tendente “alla vera e propria prosa ritmata” – come osservava Gianni d’Elia riferendosi alla precedente raccolta – in cui le ricorrenti assonanze e allitterazioni danno ritmo e musicalità ai versi dove si inseriscono inserti di linguaggio verbale.
La doccia, prima poesia della raccolta, esprime con nettezza di pensiero e di immagine una visione della vita: No, la vita non è enorme, si incanala/come un torrente in rubinetti chiusi/e sgocciola, calcare, di doccia in doccia in vano,/si raccoglie, tra gli abusi, sciolti/dei corpi i resti in acquitrini viola/che l’estate dai finestri asciuga;/così resta, ad un sapone attiguo, un pelo/tuo ricciuto, nero; l’oggi/è quanto resta, scoria/che la fuga della storia elude: un perizoma/sgualcio ai piedi del cesso, un rubinetto/semiaperto… La vita, dunque, ci attraversa e s’incanala in noi, moltitudine di “rubinetti chiusi”, che poca (il “calcare, di doccia in doccia”) ne lasciamo sgocciolare, poca ne trasmettiamo. Resta della vita un “oggi” concreto e vitale – e simbolo ne è il “pelo ricciuto” – che “la fuga della storia elude”; la “vita” qui, sembra voler dire l’autore, non resta strozzata nel rubinetto ma scorre, scorre almeno quanto basta per dirsi tale, ogni tanto.
Un quadro epocale urbano e di periferie in degrado delineano i testi successivi (Genova, Il fiume…) tra cronaca, dolore ed urlo contenuto; metabolizzati nei versi che tutto accolgono, avvolgono e rimodulano in chiaroscuri di ragione soggettiva, auscultata sottopelle, o di lacerti storico/cronacistici: o lupa noglobalina che scambiando follia/per reazione ti precipitasti/tra le mille bandiere di Genova a gridare/il tuo bisogno di esser meno sola.(Genova). Ritroviamo poi (nella poesia Il fiume: morto fiume che penoso passi) altra metafora acquatica di vita stentata, divorata dagli oli e ricoperta dalle pile delle auto; con copertoni e batterie sul bordo sfiancato del niente. E ancora accumulo di resti, calcinacci, scarichi industriali, rifiuti ma anche rivolo di sangue, sterco, muco che scende, nel fiume e nella periferia; questo, il dono, questa, l’eredità delle generazioni adulte a quelle giovani che, ovviamente, ringraziano: dell’incubo trasformatosi, giocoforza, in poesie orribili, quella poesia civile non amata neppure da critici ed intellettuali militanti come Franco Fortini.
Rifiuti e scorie ogni tanto si antropomorfizzano sotto una luce di pietà in quei ragazzetti/drogati (che) si trascinano nel gelo/cittadino, fumando sigaretti,/…/tra i cosi lì del parco, un nuovo coso. (I cadaveri); emarginati che originano altra emarginazione (Così a Nicola lo metteranno dentro,/Spaccio di eroina, tentata strage. – La condanna); da ultimo, nei corpi immolatisi dei suicidi (Preghiera, Croce), corpi e pezzi di un più ampio, decomposto corpo.
Attraverso la carne, i giorni. Nelle pareti domestiche, riflessi, i pensieri e i sentimenti (Residenza: osceno letto/dove tornare alle sette di mattina; Dopo sei mesi di naufragio fai ritorno/alla porta di casa (welcome)./La croce appesa al collo/come dono non colto/o ricordo di un tradimento/…/Resta questa stanza/disseminata dalle scorie/di una fallita redenzione. – La soglia) da cui si colgono talvolta ferite più profonde (Tu pensa un po’ che bel Natale/senza albero e famiglia: grazie mille/storia d’Italia meschina, storia/di eredità contese, di cortese rovina).
Se alta, qui, è la tensione recriminativa e disperata (Come l’ultima generazione di una stirpe suicida/questo ramo non fruttifica./La storia e l’utopia non conta più/senza una fede nella vita. – La soglia) contro i “padri” – una costante generazionale, del resto – va pure detto che l’efferatezza di questi padri non ha forse precedenti. Ciò che i “figli” rifiutano, di loro, altro non è che la discarica dei loro vizi, degli eccessi di un benessere cresciuto a dismisura a partire proprio dal dopoguerra); una “ricostruzione” (su macerie e su colpe non loro) divenuta abnorme ed ipertrofica per i sogni insufflati mediaticamente su una moltitudine per lo più inconsapevole (Io mi portavo addosso la luce oltraggiosa/della colazione davanti alla tele,) imposta da oligarchie capitalistiche legate a doppio filo col potere politico; archeologia di ruderi fumanti che si vorrebbero trasmettere cinicamente alla stregua di una cambiale, affinché siano altri a pagarla. Il rimedio, è presto detto: Solo una grande esplosione (per dirla/alla Pasolini) salverà questa nazione,/o un’invasione di gentaglia, o una carestia…/Ma non lo so, ma che ne so io…/Fefo dice che bisogna essere estremamente sinceri/cioè ridere commuoversi gridare/antisociali e belli parlare/a voce alta, parlare sempre…
Ma non tutto il mondo è così, crediamo; non solo cattiveria, sete di potere e di ricchezza muovono i comportamenti umani. Ma non ci potrà essere (l’atteso e auspicato) rinascimento senza indignazione autentica, senza presa di posizione per “le cose che non vanno”; non sarà mai il muto/signore di mezza età/a sbirciare dal divano/con un bicchiere di birra in mano/il mondo rappresentato che ci aiuterà a risollevarci. E’ necessario, invece, uno sguardo acuto, un’attenzione vigile, un impegno comune, per non restare monadi perdenti. Sempre ci sarà bisogno di arte, di bellezza: chi potrà, dovrà per ciò percorrere quell’intuita via dentro di sé, senza rimpianti: Un giorno al fiume mi dicesti sono povero/perché ho tutto mal trattato/e forse l’unico peccato è proprio questo/sciupare doni, le occasioni…

Nota bio-bibliografica

Davide Nota è nato a Cassano d’Adda (MI) nel 1981 da padre lucano e madre marchigiana. Laureando in Lettere moderne con una tesi sulla nuova poesia italiana, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno dove nel 2005 ha fondato il foglio di poesia e realtà “La Gru” (www.lagru.org). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e antologie di poesia contemporanea. Nel 2005 è uscita la sua prima raccolta poetica, Battesimo (LietoColle), con una nota introduttiva di Gianni D’Elia. Nel 2007 è uscita la sua seconda raccolta, Il non potere (Zona), con una lettera prefatoria di Luigi-Alberto Sanchi.

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