Lumina et semina – Testi inediti di Enrico DE LEA

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(Biblioteca Augustana, Virgilio, Eneide, Libro VI)

(lumina et semina in Valle d’Agrò, inedito, 2007)

1.
Quarantena delle madri,
l’impastata notte di carbone e latte,
dietro il Coro, intorno alla fontana
delle mormoranti nostre brocche,
si tace del ritorno dell’acqua
a Selino, dopo anni di secca,
per la prossima festa, per la
devozione dell’urna al plenilunio.
Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,
pienamente parlare ed affidare
alla pazienza solare dei terrazzi,
è argento che il vivente strania, una fuga
ed un fiato montano improvviso.

2.
Ancora, una prece per mio padre,
ma l’assenza ha partorito ricche
le sofferenze del nostro canto, ma la presenza
ha avuto un cardine raccolto e una compresenza
abbiamo percepito, non un consumo
del tempo da bestie ruminanti, non
una voce che si sia perduta nella fuga.
Costanza del paesaggio, da Ciappazzi,
ove i morti hanno la luce ultima e aurorale,
e il fiume reca una sinuosa, femminile
grazia della fertilità, ma uccide nel corpo
i portatori, salvi per un giunco, un olivastro.
Dalle piene non una salvezza, ma un rifiuto,
e una perdita è la volontà d’ognuno.
Dove la storia non sia mai rinascita.

3.
Ci si conosce per un nome oscuro nella comunità,
un soprannome preso da una storpia andatura
o da un dileggio di parente odioso, per le madri
resta un affare di secoli passati ed a venire.

4.
Dalla vista della Montagna, ove la vigna ha avuto
un rapido espianto dall’erede esattore,
dalla Traversa dell’avo morto in febbraio
con l’amore del sole declinante nello sguardo,
fuggono ancora i muli e danno allarmi
di morte del freddo beato dei vecchi
alla luce lunare, il sangiuseppe del padre
alla madre del libro della tela.

5.
Fondato sullo storto, farnetico angolo del labbro,
si consegna al passo memore,
al cotto, al nero lavico ed all’arenaria,
spiega nell’estensione del percorso
dalla badia all’orto i lumi come
dispositivi, neri e gaudiosi lumi in valle.
Ma rappresaglia costante al papavero onesto,
ma assedio infinito ed al finito un empio
frutto della morente, della sorgente…

6.
Arrivarci, ai luoghi, e nel cavo una segreta
notizia – la fiera del desiderio d’alba,
anno per anno, con un foro al ciottolo
delle fondamenta, all’orazione un espianto
dell’arma dei monaci estinti, da Cesarea
al greto dei capri e degli ulivi.

7.
Vuoti come ombre, eppure sono
carne che vocifera, corpi di donna o d’uomo
con ogni alibi morale, cogli umori animali.
Per la semente, per la testimonianza
assente – il passo del dominio sui dirupi.

8.
Come una moneta di antico conio
che risuona a terra, nel distico
di un interstizio e lungo il tempo – nel tempio
sconsacrato d’ogni vicolo, senza
che un ciottolo leso e levigato possa
darsi pena della sottostante scure.

9.
L’ascensione dei morti lo affatica,
pavidi santi esausti scosta
dalla vista, allontana – questo drappello
fedele che è la vigna, dopo gli anni
tra i carruggi, le nebbie, i laghi crespi:
elevarsi e a sostegno il mandorlo
il ciliegio il noce a fuoco, col vicino
che devasta anni e zolle, con un volto
d’adulterio che lo fonda.

10.
Ancora i padri, ad accusarci.
Nel numero, nel nome,
nel novero degli anni.
Accusare, dovuto e meritato,
calpestare nel terriccio i favi
col miele fatuo, con l’eterna
diva del fausto falso.
Mercatura del belletto e dell’effetto…

 

***

 

Altri testi inediti

(veste d’attesa)

Scatena la pendola preagonica,
abito di serale tradimento.
Traendo da ginocchia e spalla
il solco d’escoriazione, frana
la doppia notte, mirando il forte
e l’arco dell’ascesa.

 

(assolo)

Credenza dei clarini,
erosione dei tocchi
d’ossidiana.
Solerte elevandosi ai gelsi
proruppe in scale ai dirupi,
con quale dimestichezza l’efebo
delle sue argille.

 

(boschivo per le furie)

Ruga della grafia o del graffito
facciàle, brama lo scoramento
dell’ingresso – in giornate così,
che lo scirocco succeda al tramontano
e i gradi delle unghie
solchino il dopo-luce, il forno
dei barlumi. Pianta le spine
apprese al muschio, schivo
d’incenso scorteccia
l’argine del verbo – boschivo
per le furie…

 

(minor Minoxes)

Il frutto lasso della dama,
dedalo del mugghiare,
raspa col corno
un talamo di pietra.
Torto alla traccia, all’arte
del solstizio, scopre
nel pugno
la chiave rugginosa.

 

(l’amore mortale)

Astuzia della pietra effimera,
l’amore mortale leviga, vellica, scarnifica.
Nega un saluto, tace ed acuisce
il passo, al tacco osceno.
Epiche estranee dell’arenaria,
al silenzio della santa ferita.
Oblazioni del corpo fatuo.

 

(barocco)

Di rovina
nell’osso e nel tendine,
mercatura del ghiaccio
alla tempia collinare, alla corda
di manca, a groppi ed a torti,
nella virtù del mangano. Cardine
del marmo, nella persona
dalla scena assente,
furono i fuochi a sibilare
la freddezza alla porta,
per i falsi.
In salita, con l’oro
della serpe temporale.

 

(acque montane)

Nella gola
del ciclo minerale, avanzando
cieco immerse le membra.
Cratere e braci accese,
il nervo d’acqua
metallizzò la neve delle fosse.
Tazza dalla corteccia,
con l’ascia esangue.

 

(flectar)

Fosse il fresco
del costone purgatoriale
a confortare
la transigenza del giunco,
trasmutazione come di verghe
in piaghe, della fonda infanzia.
Al pronunciare latino dona
e preda, nel ferimento
del maggio, suo rigoglio.

 

(collinare)

E, pure, s’inerpica
per la filiale slabbratura del collinare eloquio
l’onda della genitura, della sfinge
nostrale nel seme a venire, che
srotoli o pietrifichi, l’osanna arboreo
e il venerdì del patire, alla stagione denudata
il tempio – valletta pregna della lama senile.

 

(dall’avo)

S’accosta con il carro a ignare lepri,
dio del fondare, alcune al laccio
od alla rete mansuete, alla buona
andatura della teoria processionale,
come di coribanti, di fruste seminali.
Se ne traggano auspici, presta
la cerimonia della vestizione,
carne caprina strappando
l’anziano eracleo, taurino.

 

(scritturale degli ori)

Celletta del monaco
orfeo, ivi s’aggruma
melico il candore
del corpo lasso,
della parola offesa,
corrugata passione per tortora e sparviero
o pertinenza alla catena buia.

 

(interior insulae)

La questua del figlio dona
all’osso dell’eremo
il sentiero, che diedero
freatico.
Nell’insenatura vagola
da pascolo bovino a biancore
di capo roccioso, labirinto
uterino, e si inscrive
l’omerico delle capre, l’acqua
al velluto della cute.

 

(ad ora nona)

Dalla rocca-calvario
nella notte del corpo,
ad ora nona.
Con la saliva, lo sperma e lo straccetto
imbevuto d’aceto,
lambisce insane piaghe, legno
del mormorio montàno,
alla tegola calda e al bronzo esteso,
di tempesta.

 

(espiatorio)

Rigermina l’osso del capro
inchiodato, lumino d’attesa
al nartece, acciottola,
albeggia novèna, mosaico di felce,
dal tendine incunea, dal cotto
alla feccia.
Principio sospeso del corno.

 

(cantina greca)

Solo a ruminazione,
poiché non si distilla
dal luogo e dal trofeo
del sanguine,
no, non la voce, la sibilata
usanza dell’urna,
adorazione e florida vigilia
(ah, pietre aguzze, scaglie,
nel dedalo catoio
sull’angelo ramingo…).

 

(ars)

Aveva immaginato,
a tratti, di comporre
ossa, lacerti della carità nostrale.
Comunicava con la stirpe
con impercettibili segnali
di fumo, vapori da tegami
in terracotta.
Credeva poi alla buona sorte
del tronco – da incidere,
scolpire…

 

(anacoreta ex nihilo)

Frusta la bianca veste in uno studio
orante degli strati rocciosi.
La condizione bianca prefigura
i segni del mirto, del chinotto, del verdello.
Lascito senza testamento, una lignea
campana di passione e lutto,
nella cerca del tronco della stirpe.

3 pensieri su “Lumina et semina – Testi inediti di Enrico DE LEA”

  1. (ars)

    Aveva immaginato,
    a tratti, di comporre
    ossa, lacerti della carità nostrale.
    Comunicava con la stirpe
    con impercettibili segnali
    di fumo, vapori da tegami
    in terracotta.
    Credeva poi alla buona sorte
    del tronco – da incidere,
    scolpire…

    Una dichiarazione di poetica in piena regola…bravo Enrico, anche con tutta la rabbia e il dolore per i disastri annunciati, V.

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