Fiori di memoria I – di Anselmo F. BERARDI

Pinelli

Fiori di memoria
(Milano, 16 dicembre 1969)

[Tratto da: www.georgiamada.splinder.com del 26 marzo 2006. La revisione del testo è opera dell’autore.]

I

L’adolescente che in quella freddissima mattinata del 16 dicembre 1969 vedeva Milano per la prima volta, non poteva mai immaginare che in quella città avrebbe trascorso molti dei futuri anni della sua vita. Una città che avrebbe sempre amato, con la tenerezza e la rabbia con cui si guarda la ferita mai cicatrizzata di una passione tradita, il taglio che invano si cerca di medicare ogni volta che nel pensiero riprende a sanguinare. E forse è proprio grazie al ricordo di quel giorno che avrebbe continuato a pronunciare il suo nome, ad aspettare che riprendesse il suo vero volto e la sua voce più autentica dagli angoli in ombra, ammutoliti, dove li aveva cacciati. Avrebbe sempre coltivato la speranza, come si accudisce il sogno più caro nel timore che svanisca e si trascini dietro lo specchio, la dimora e la misura dei propri passi nei giorni; ne avrebbe conservato i silenzi, strappandoli alla solitudine sempre più assordante delle sue strade; l’avrebbe profondamente detestata, costretto a osservarla, nel corso del tempo, mentre si strappava la pelle lembo a lembo e li seppelliva, come si sotterrano i resti di un passato ormai ingombrante, insieme alla solidarietà e alla fratellanza che si respiravano nei suoi quartieri popolari; quando nei suoi atti pubblici o nei suoi labirinti più segreti disconosceva, mercificava, sfigurava e stravolgeva, come il frutto di una colpa inconfessabile, una cultura operaia fatta di idee, di ironia e sapere, di memoria e arte di futuro, di progetti e condivisione. Sarebbe rimasto lì, nel vuoto di un’attesa mai colmata, a guardarla disperdere come fumo nel vento quell’aroma antico, indelebile, nel quale lavoro e dignità, apertura e dialogo convivevano, erano un argine sicuro contro la pena, il dolore, i problemi e le miserie di ogni giorno. L’avrebbe rimpianta, infine, senza mai versare una sola lacrima, come una primavera svanita dal calendario delle stagioni non per consunzione e alternanza naturale, ma perché l’hanno estirpata con violenza, recisa come un fiore di memoria nel timore che, inaspettato, potesse rispuntare e mordere la coscienza in ogni istante, all’improvviso, col suo profumo. Non una lacrima sui sepolcri del suo presente, perché il domani che aveva già scelto da tempo la scopre ancora oggi a prostituirsi, a sacrificare alle maree senza rive dell’egoismo, ai bagliori festanti della civiltà di un benessere effimero, senza risveglio, i suoi ideali e le sue radici recenti e passate: svenduti per trenta denari al primo mercante di sabbie, al sorriso osceno del primo spacciatore di vuoto della nuova era.

La primissima immagine ha i contorni netti di una paesaggio evanescente, di un universo lunare, spettrale: le case si nascondevano e ricomparivano a tratti dalla fittissima nebbia, mostrando solo lembi, frammenti accecati di tetti, finestre in volo alla ricerca di un lume, con gli alberi spogli e anneriti quasi imploranti nella loro nudità, nella loro esistenza verticale che potevi soltanto immaginare. Anche il silenzio, intorno, era una cappa ovattata, stagnante, sospesa come una minaccia sorda che nemmeno lo sferragliare dei tram riusciva a diradare, né la luce livida di un mattino inesistente nel suo pallore, tramato di lampi impauriti e di ombre tenaci, era capace di dissolvere, di scioglierne il peso. Ero turbato. Profondamente. Un misto di stanchezza e di stupore si animava nella mia mente con tutti i colori di mille e mille istantanee di morte, distanti nel tempo eppure ancora vive, quasi a poterle toccare; racconti, voci, volti, macerie, orrori senza fine, riemergevano in un balzo dagli orizzonti feriti di giorni e stagioni non miei, sembravano materializzarsi davanti ai miei occhi con tutto il loro carico di dolore e di sangue. Mi parlavano, al di là di ogni età, in una lingua di cui cominciavo a imparare le prime lettere e i primi suoni, l’alfabeto che ti rimane impresso per sempre nell’anima.

Eravamo partiti nel tardo pomeriggio di venerdì 15. Durante quella lunghissima notte trascorsa in pullman quasi nessuno aveva avvertito la necessità di dormire, nessuno ci sarebbe riuscito, anche volendo, nonostante tutti fossero reduci da una settimana di durissimo lavoro. Altri erano i pensieri che tenevano svegli, non ultima la paura insensata che il sonno potesse stemperare, insieme all’angoscia, la rabbia delle generazioni senza nome e senza voce di cui erano figli. Tutti ad ascoltare e a scambiarsi, insieme alla pelle, il resoconto di storie da cui affioravano ritratti di vite che nessuna guerra, nessuna miseria avrebbe mai potuto piegare; e in quello spazio angusto, nel buio azzurrino rotto appena dal riflesso di suoni a volte impercettibili, a volte solo intuiti e immaginati, tutto aveva verità e chiarore, la stessa luce immutabile dell’enorme pezzo di pane che passava di mano in mano, stringendo quelle trentasei persone, e quel ragazzo, tra lacrime, fatica, dolore, memoria: tutti attori, spettatori, testimoni di un rito senza tempo, un rito che affratella, che colma l’abisso tra tutte le generazioni. Era stato mio padre a chiedermi di accompagnarlo, quando avevano deciso in fretta e furia, coi suoi compagni, di organizzare quel viaggio col mezzo messo a disposizione dalla lega bracciantile; il mio posto era quello che avrebbe dovuto occupare mio nonno, se fosse stato in grado di affrontare un viaggio del genere. Ma io so, l’ho sempre saputo, che mi avrebbe portato lo stesso; e a nulla sarebbero valse, come in effetti avvenne, le rimostranze e le preoccupazioni di mia madre, nemmeno l’idea che sarei rimasto presso un parente a Monza l’avrebbe acquietata: sapeva bene che se mio padre mi portava con sé, era perché in quella piazza, con lui e gli altri, a presenziare a quella cerimonia a cui non avrebbero rinunciato per niente al mondo, ci sarei stato anch’io, a qualsiasi prezzo.

“Sono tornati a colpire, come serpenti velenosi nell’ombra, come ieri, come sempre”, diceva Luigi, già avanti negli anni, i segni della guerra sul volto e sulle braccia, un anno di internamento in un campo in Germania, la liberazione, il ritorno, la prima tappa verso casa proprio qui, a Milano, a sgombrare macerie insieme agli altri: a sognare insieme agli altri. Loro sapevano già come stavano realmente i fatti, cosa era effettivamente successo in Piazza Fontana nei giorni precedenti; lo sapevano prima ancora che la rabbia popolare, la loro sete di giustizia, scrivesse sui muri la verità: conoscevano esecutori, mandanti e complici, non avevano bisogno di indagini, prove, processi: la sentenza era scritta da sempre nel sangue delle loro radici. “Quando saremo nella piazza della bomba”, disse Carlo rivolto a me, “vedrai coi tuoi occhi che cosa è stata la guerra per noi, e che cosa vogliono ancora che sia. Capisci perché siamo venuti, vero? Quando tornerai a scuola, non dimenticartene, raccontalo ai tuoi compagni, gridalo forte ai tuoi insegnanti, scrivilo sui banchi e sui quaderni e sulle pareti senza tralasciare niente di quello che stai sentendo qui dentro; e se da grande ti venisse qualche idea strana, ti basterà il ricordo di questa giornata per scacciarla, nient’altro ti servirà in quel momento, nient’altro che la memoria, perché le nostre voci e le nostre vite nei libri che usate, che sono tutti libri scritti da preti, non arrivano e non arriveranno mai”. Sorrise, strinse la mano a pugno e la agitò nell’aria come una bandiera, come un vessillo che non ha più bisogno di parole, di preghiere, di pagine da sfogliare.

L’inflessione dialettale fortemente marcata, unita a una gestualità arcaica che diceva più di quanto qualsiasi parola abbia mai potuto esprimere, dava alle loro voci e alle loro storie un tono quasi solenne, di una solennità fuori da ogni canone e da ogni liturgia: così come fuori da ogni convenzione, da ogni retorica, era l’abbraccio commosso, l’estremo omaggio che venivano a portare ai loro fratelli, ai loro “compagni”, come li chiamava Carlo, mentre mio padre e gli altrui annuivano in silenzio: l’estremo saluto a quelle che credevano le ultime vittime di una barbarie che ognuno di loro aveva vissuto sulla propria pelle e su quella dei propri cari venticinque anni prima. Ma era solo un sogno: il mio sogno e, forse ancora più tragicamente, il loro, perché quelle morti non erano, non sarebbero state che le prime spighe recise di una nuova stagione di orrore, perché la mano fascista si era già da tempo preparata, aveva affilato nel buio gli strumenti per un nuovo osceno raccolto di vite. “Non ti preoccupare”, disse mio padre tirando affettuosamente Carlo per un braccio, “se il ragazzo è qua, è perché ormai sa che questo è il suo posto, e lo sa già da tempo, non da stanotte. Piuttosto, prendi il tuo strumento e suonaci la canzone del brigante…”. Tutti risero, anche se nessuno ne aveva voglia: aspettavano solo, come una guarigione da chi sa quale malattia, che scorressero piano le prime note per esorcizzare le tenebre. Carlo sfilò dal borsone una fisarmonica, li guardò tutti con aria fintamente sdegnata, se la allacciò al collo, fece prendere aria ai tasti, stiracchiò le dita delle mani e gridò come aveva fatto mille altre volte prima ancora che io nascessi, lontano dall’affetto e dalla commozione dei miei occhi: “ Non dargli retta, è la canzone del ribelle, guagliò, del ribelle…”.

(continua…)

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