Dentro la vita – Angelo FERRANTE

Angelo Ferrante

Giunto alla sua ottava raccolta, Angelo Ferrante si rivela come uno dei pochi poeti contemporanei capaci di coniugare un lirismo alto, di ascendenza leopardiana (e non solo il Leopardi idillico, ma anche quello, più severo, dei Canti di Aspasia), con un’intensa passione civile – spesso nutrita di toni aspri e polemici, ma anche di una tormentosa e umanissima pietas -, di ascendenza questa volta pasoliniana (e non a caso sotto il segno, anche stilistico, di Pasolini è posta tutta la seconda parte della raccolta).
    Poeta lirico e morale, alieno da ogni forma di minimalismo e di intimismo, Ferrante – come già dicono le programmatiche quartine dell’esordio – si pone dunque dinanzi all’opera del tempo, cosmico e umano, nella duplice attitudine di chi vuole contemplarne, foscolianamente, “l’orme / che vanno al nulla eterno”, ma anche di chi non vuole disperdere le memorie storiche: il linguaggio dell’idillio potrà allora fondersi con le crudezze del lessico quotidiano; il mondo della natura con quello della città; la tenerezza con la rabies; la nostalgia per la giovinezza troppo lontana con la fermezza di uno sguardo lucidamente puntato sul nostro presente. Perché ciò che infine vince, tra i frantumi di un mondo rappresentato senza più identità culturale e sociale, sovrastato dall’ombra proterva del male, è la vita che sempre ci trascina (LVII), la sua sacrale bellezza, il suo imperioso, sovrano moto di creazione e dissoluzione. E questo, sembra dirci Ferrante, è il compito della poesia: restituire senso e dignità all’esistenza umana, custodire i valori della memoria (individuale e collettiva), sconfiggere – nella disciplina di una forma intensamente compiuta – il sentimento della morte, come leggiamo in una delle più struggenti liriche della raccolta (XLV): “Morire. Quando. Quante volte ancora / ritorna questo ingorgo, che il pensiero / sospinge verso gli angoli più oscuri / della mente, dove ribolle il vero / senso del vivere, questo amore leggero / per il cielo, le stelle, il vento, il mare, / e l’erba e tutti i petali dei fiori / che gli occhi non vedranno più spuntare”.
Giancarlo Pontiggia

Testi tratti da: Angelo Ferrante, Dentro la vita, con una dedica in versi di Gianni D’Elia, postfazione di Plinio Perilli, Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2006.

I

Tu, mio sentire il tempo, la sorte,
la vita, non abbandonarmi mai.
Sii aspro e dolce, aprimi le porte
dell’anima, e canta quel che sai.

Non tralasciare ciò che l’occhio umano
non scorge: i minimi frantumi, il lento
sfarinìo delle rocce, il lontano
mormorìo degli astri, l’aria, il vento.

E più rammenta il moto della polvere
quando, nuda, s’adagia sulle cose.
È nell’invisibile dissolvere
il sé che la vita traccia le sue pòse.

Ma poi tutto si muove e si trasforma,
anche ciò che non sembra che si muova.
E anche l’eterno, che non lascia orma,
nell’ignoto si muta e si rinnova.

VI

L’innocenza dell’acqua che s’adagia,
lingua molle che mangia la sua sabbia,
e i passeggi, le impronte, la randagia
ciurma di neri che rischiuma rabbia,

nel pomeriggio affocato di veli,
che tiene strette a sé le sue catene
d’afa e grigiore, mentre le sirene
del mare se ne vanno verso cieli

giallastri, dove fluttuano mortali
effluvi, e intanto sibila, la mente,
i freddi versi saturi di strali,
vibra il motore rauco, insistente,

di un gommone che va verso l’azzurro,
quando uno schianto lascia l’aria immota
a frugare la morte, in un sussurro
di vita sull’asfalto dilaniata,

giovane vita e sangue che rapprende
in orma bruna il rosso ch’era vivo,
qui, dove l’acqua sale e ridiscende
a riprendersi a morsi la sua riva.

VII

I cori e i passi del Venerdì Santo,
vaganti, giù dal Castello Manforte,
per le scale e tra i vicoli dei Monti
a tremolare pietre, vetri e porte,

come ogni anno, con lacrime lucenti,
solcano i volti di figure nere,
anime affrante, corpi di dolore,
sagome passeggere di viventi.

Sono uomini e donne che hanno visto
morire i loro cari, sposi, figli,
fratelli, lacerati dagli artigli
del male o della sorte. Ora, al Cristo

che ha risofferto il dramma della croce,
mandano il loro lamentoso accento,
fondendo, all’ululìo lungo del vento,
il pianto amaro, le preghiere, la voce.

Poi, dal costato scarno, la ferita
slabbrata fiotta il sangue della vita,
al cessare del canto, col tramonto
che ha già tinto di viola il suo racconto.

IX

Le lunghe estenuazioni della carne
modellano cadenze e cedimenti.
La pelle ha squame e fioriture. I denti,
neri e scavati, offrono scarne

difese al verme che ne divora
i nervi. Palpiti verdastri e crampi
di vene e fitte, inestetismi, spore
di nodi e nei, sono i doni che il tempo

appresta alla materia che si frana.
Sfascio del corpo. Guasti che l’estetica
cerca di togliere con la distorta etica
della sua funzione. Nella vana

rincorsa a una bellezza ormai scomparsa
col passaggio fulmineo degli anni,
agosto, intanto, spande afa riarsa
sul molle rifranare degli affanni.

Orrendo agosto, cinico assassino
che spinge i corpi al sogno delle rive,
dove aspettano mute le campane
per accogliere i morti, ieri vivi,

questo agosto rivòmita incisure
tagliate sulle carni brune e rosse:
cadaveri, pescati dalle fosse
come pesci dal mare, creature…

In altri lidi, tagli, lipo, bocche
stravolte al tocco audace dei ritocchi,
son vanità di maschere rifatte,
farfalle che nascondono le blatte.

XI

La coltre del silenzio, che si posa
sul raffreddarsi pio della parola,
sembra muta ma poi, lenta, si svasa
al riflesso sonoro di una viola

che suona, nella distonia notturna,
“ I’ te vurria vasà “. L’eco, nell’aria,
si rapprende a quel filo di memoria
che a volte, senza avviso, a noi ritorna

per tracciare un istante di vissuto
che sopravvive in un rumore, o in uno
spasimo di suono che nella cruna
d’un ago s’è infilato e si è perduto.

Percezione minima del senso,
tra le cose, sommerso, nell’immenso…

XIV

E nel primo risveglio, che bruciava
gli occhi compressi sul cuscino, il sogno,
tra languori e carezze, svaporava.
Poi, tra fumi d’incenso, rifluiva,

dell’organo, l’accordo, melodia
che l’anima in tumulto un po’ leniva
sulla cupola e gli ori. La malia
delle note animava le figure

degli angeli e dei santi. Sulla via,
nella prim’alba, un freddo spolverìo
di neve ricopriva orme d’addio.

XVIII

Stare vicini ed essere lontani
mentre i segni sul foglio sono trame
fitte di turbolenze e di richiami.
Ma l’umido sui vetri non ha mani

che ne scoprano un’anima di luce
perché mostri la via muta di passi,
ritrovi l’ombra amica in una voce,
riporti alla memoria l’erba e i sassi

delle attese sul margine del muro.
Là tornano, i ragazzi, dalle tane,
dove un odore di muffa e di scuro
li protegge da orchi e da mammane

che dell’infanzia sono le ombre cupe
e i brividi feroci, nelle notti
dei lunghi inverni, quando dai dirupi
della montagna irrompono a fiotti

i vènti urlanti, saturi di neve:
frustate contro i vetri delle case,
che d’arabeschi ritingono il breve
scintillìo freddo del ghiaccio sulle cose.

È questo freddo il fuoco che ustiona
la carne, quando, arresa, s’abbandona.

XXII

E i fosfeni lunari, e le catene
che stringono il pensiero in una morsa,
e la lotta del male contro il bene
col tempo che non frena la sua corsa,

e l’alba che talvolta porta il buio
sul morire inatteso delle cose,
la polvere dei giorni sulla lesa
lingua che non s’avvede della foia

con cui la forza piega al suo potere
le mite resistenza dell’amore,
ah questa vita che s’inventa il niente,
niente di niente, niente, niente, niente…

XXV

Andare come chi non sa la via,
come chi va e non sa se poi ritorna,
come un cieco che insegue, in una scia,
il chiarore impossibile del giorno,

riscoprire la purezza sonora
di una voce che mormora e poi tace,
l’ombra di un passo incerto che scompare,
la casa vuota, un brivido di luce

nel nulla di una strada senza uscita,
e poi fermarsi, soli, ad aspettare
una mano che tenda le sua dita
verso la mano che si lasci andare…

XXVII

Sarà per la vertigine che chiude
l’ala buia d’inverno alla sua luce,
o per la pioggia che alla terra chiede
scavi e fessure per trovar la foce

che al mare la conduca, o per le stelle
che, pallide e smarrite, tra i ricami
delle voci ritacciono ai richiami
dei volti umani, lumi di fiammelle

accese tra i lucori dell’aurora
a sfiorare la linea del confine,
sarà per tutto questo che le spine
velenose del tempo fanno ancora

più male che l’immagine del sogno,
quando lascia nel cuore una parvenza
di vita, un volto, un leggero disegno
cancellato dal peso dell’assenza…

XXVIII

Il buio che non c’era, ora dilaga,
nero che avanza a spegnere il chiarore
breve del giorno, che novembre affoga.
Sui viali vuoti la pioggia, con fragore

di ondate e raffiche, s’addensa in vortici
fangosi che intasano i tombini,
gorgogliando tra le foglie, aghi di pini,
cartacce e polvere. Al riparo dei portici

s’addossano ai portoni gli avventori
cortesi, gli ospiti del nulla
che vagano, di notte, sulla culla
liquefatta dei sogni e degli amori.

Col vetro dallo sguardo se ne vanno
verso una soglia che non ha confine.
Sanno che ad ogni storia c’è una fine
che la conclude. Pure cose, stanno

come corpi che vivono una vita
staccata dalle braci del sentire.
Aspettano soltanto di morire
per lasciare, in silenzio, la partita

di cui son stati spettatori assenti,
vaghe controfigure di viventi..

XLII

Appare. È il ricomposto intreccio dei fari
al semaforo. La città che suda, plesso
di lampi agli occhi, fumi che il compresso
respiro rifiata su viatici amari

di percorsi irrelati. Gli esangui
volti riemergono dal brulicame
che li affoga, quando il nero catrame
riscolla i solchi. Scorre caldo il sangue

sullo sterro. Si ridisseta il fango.

LIII

Integra nella misura che alimenta
la fonte d’ogni vita, la forza ignota,
che rischiara lo sguardo, incatena gli amanti
al fuoco del desiderio. S’acqueta

l’ansia. Continua, intanto, la sua danza,
la neve di marzo. Leggera, ondulando,
mulina tra vapori tenui. Sparendo
e riapparendo tra i cumuli, una fragranza

acerba raddensa nell’aria l’odore aspro
dei rami. A folate di luminosi lampi,
un fantasma di sole freddo avvampa
i volti. Arderanno a lungo i calori

dei corpi sulle frane delle rive,
tracce d’amore, della sua carne, vive.

LX

La rapina del tempo fa più male
che il dolore di tutte le ferite.
Ci ruba i sogni, la speranza, il sale
dei giorni, le discese e le salite

fatte di corsa, il lampo dei chiarori.
Ci ruba, il tempo, ciò che non ci rende:
giovinezza, bellezza, forza, amori
còlti e lasciati. A volte ci sorprende

con l’illusione che non sia finita
l’estate dei calori e delle luci
che riaccendono i fuochi della vita.
Ma poi torna, la neve, sulle voci,

i passi e la memoria, nomi e fiati
di quel niente che siamo e siamo stati.

LXII

Ombre, mute compagne dei passaggi,
presenze vaghe, nero che si oppone
alla luce, quando un corpo si frappone
all’ansia luminosa dei suoi raggi.

Ombre che vanno, vengono, ristanno,
di alberi, case, auto, pali, cime,
uomini e cose mòtili all’affanno
del vivere che tutti li comprime.

Ombre di foglie al vento, punteggiate
di luce, che nel bosco, al rifruscìo
dell’aria, fanno dolce il palpitìo
dei cuori, con le mani riafferrate

prima che si preparino all’addio
di un amore rinato tra le foglie
sui rami, dove il vento si raccoglie
in un canto di gioia, un ondulìo

leggero come il soffio della vita,
che le stelle rimuove al tremitìo
del buio, nella vertigine infinita
del cosmo dove aspetta, forse, Dio…

*

Ma l’ombra che cammina non sa nulla
del corpo che la crea e la trasforma.
Lo segue, lo accompagna, si fa orma
nella luce che appare e si cancella.

A seconda del taglio luminoso
che sul corpo s’arresta, cambia volto,
e profilo, e sembianze. Ad una svolta,
muore, rinasce al chiaro raggio esploso

nello slargo, s’allunga, decompone
la sua struttura, trema nell’inciampo
di una nuvola, perde il suo padrone,
scompare dentro il niente del suo stampo.

Ẻ, l’ombra, il nero della vita, traccia
fatua che a volte afferra e tiene stretto
il corpo da cui nasce tra le braccia,
per poi lasciarlo, solo, nel suo letto

di gioia e di dolore, fino al giorno
della partenza che non ha ritorno.

(A chiusura)

La casa è di un uomo che lavora la terra, la scava, la piega, la concima. Odora di mele messe a maturare in cassette di plastica, o su un lenzuolo steso sul pavimento. L’odore ha una vena di aroma mieloso, che un po’ stordisce. L’uomo ha mani gonfie, ruvide, tagliate da piccole ferite, le unghie nere. Ora sta raccogliendo le olive, per l’olio buono.
Il cielo è di un rosazzurroviola immacolato e terso. Lo solca solo la scia, bianca e dritta, di un aereo che sale verso la sua rotta, altissimo. Piano la scia si gonfia, si decompone, si sfrangia in fiocchi, ciuffi, sflilacci.
Provo a guardare, nel suo nucleo, il silenzio, quasi visibile essenza nel riflesso lucente del paesaggio.
Tutto, qui, è possibile, su questo colle umbro di Canneto, vero e dipinto, dove tutto è fermo. E il solo guardare mi fa sentire utile, per un poco, a me stesso, e al mondo che ancora mi contiene.

Ma ignoro le labili polveri sommerse che gli astri lasciano tra i brividi che affollano le vie dell’universo. Né so se l’armonia mi sfiori ancora, o se tutto stia per finire, o mi sia avverso.
Sono in trincea. Penso alle cose, alle più diverse, che non meritiamo perché non le amiamo. Penso alle stelle, ai fiori, al mare. E ancora scrivo. Se questo avesse un senso, direi che sono vivo.

(2001 – 2005)

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