Fiori di memoria II – di Anselmo F. BERARDI

Fiori di memoria
(Milano, 16 dicembre 1969)

[Tratto da: www.georgiamada.splinder.com del 8 aprile 2006. La revisione del testo è opera dell’autore. La prima parte qui.]

II

La musica si diffondeva lenta, cadenzata, intrecciando nell’aria un tappeto sonoro sul quale scivolava una sorta di recitativo a volte calmo, lineare, a volte urlato, strozzato, come in un confortorio laico tipico delle antiche cerimonie di compianto popolare. Dal fondo del pulman, dalla zona più in ombra, dove i volti disegnavano macchie incerte accese soltanto dal brillìo degli occhi, venivano battiti secchi, intervallati, di tamburello e sonaglio, quasi una chiamata a raccolta dove vivi e morti si confondevano in un’unica traccia di quiete e furore, di mistero e rabbia: erano il segno inequivocabile che la dimensione più vera di quel canto era l’aperto delle vie e dei campi, degli alberi e del sole, il rito in cui si celebra la comunione degli uomini e delle stagioni. Carlo cantava modulando la voce su un registro sommesso che a stento riusciva a reggere l’urto dell’onda emotiva che lo pervadeva, un’onda che si diffondeva tra i presenti con la forza e la brama della condivisione, come un contagio di affetti. Anch’io, che non l’avevo mai sentito, avvertivo la sensazione netta di essere immerso in una storia mille volte già vissuta, come se le parole che ascoltavo per la prima volta fossero rimaste lungamente assopite sulle mie labbra e aspettassero, da sempre, solo il soffio che le avrebbe riportate alla veglia cosciente del presente. Nel silenzio più assoluto, la sua voce vibrava e poi cadeva secca come un colpo di martello, come il suono deciso del chiodo che, penetrando in profondità, strappa un lamento anche al legno, mentre la sua anima di metallo apre o sigilla vicende, dolori, esistenze, ricordi: il suono inappellabile, senza tempo, del ferro che fissa l’ultima asse di una culla, pronta ad ospitare una nuova vita, o chiude per sempre il mondo e l’esperienza dei giorni vissuti nell’orizzonte senza ritorno di una bara. “Carlo Cafiero è morto, l’hanno ucciso / e voi sbirri e sacristi non toccate il corpo innocente / saranno mani di madri e compagne / a ricomporre il suo volto ribelle nel sonno”. Sulle labbra di quell’improvvisato aedo contadino, figlio e custode di un’arte antica che sola sapeva tramandare memoria e speranza, la ballata narrava la vicenda umana e politica dell’anarchico Carlo Cafiero: il “ribelle” per gli umili, per gli uomini sepolti ai margini della storia e per tutti gli assetati di giustizia; il “brigante”, per le autorità e i benpensanti. Il canto straziato della nenia funebre cedeva ora il posto al suono dolce e campestre di una melodia senza tempo, mentre la voce, sicura e avvolgente, cantava del suo impegno al fianco di contadini e operai, dell’amore grande che la gente diseredata riversava su quella strana figura di santo e giustiziere, quasi una devozione popolare nei confronti di chi aveva rinunciato a tutto quanto possedeva e veniva a confortare i senza voce predicando parole di lotta e di riscatto.

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Le dita correvano nervosamente sulla tastiera, come se Carlo, quasi in una sorta di trance, parlasse e cantasse di se stesso, di un’esistenza tanto profondamente vissuta che ora tornava, con la forza e la rabbia di generazioni senza nome, a rivendicare il suo spazio e il suo tempo, azzerando ogni distanza. E infatti quel canto funebre, quella nenia commossa e furiosa, dolce e devastante, era opera di suo nonno, la cui famiglia aveva accolto e dato rifugio per mesi a Cafiero e a due suoi compagni, li aveva tenuti nascosti, pagando con il carcere e angherie di ogni genere quando poi, denunciati, furono presi e arrestati. E non era un caso che, alla sua nascita, gli fosse stato dato quel nome, non a caso suo nipote un giorno si sarebbe chiamato allo stesso modo. Improvvisamente si interruppe, si alzò in piedi e bevve una lunga sorsata di vino, come chi sente il bisogno di ristorarsi dopo una fatica nella quale ha bruciato ogni residua energia. Albeggiava, alle nostre spalle. Milano non era più tanto distante, anche se l’orizzonte, in lontananza, era una coltre di gelo annerito nella quale i fari molto a stento si facevano strada. “E adesso?”, proruppe con aria stupita rimettendosi a sedere. “Adesso devi completare l’opera, raccontaci del giorno dei funerali”, rispose qualcuno dal buio, dando voce alla volontà di tutti, soprattutto dei più giovani, di ascoltare, di sapere. Carlo riprese la fisarmonica, se la sistemò sulle ginocchia, stavolta, e cominciò ad accarezzarla, traendone di tanto in tanto una nota; poi riprese a raccontare, senza canto, con voce bassa e calma, con tutti gli umori e le sfumature del suo dialetto e della sua anima; parlava di quei tre giorni prodigiosi che suo nonno e suo padre gli avevano narrato per filo e per segno chi sa quante volte, e ripeteva la storia che gli era stata lasciata in eredità, come un lascito di sangue, quasi cullando le parole una ad una, con la stessa passione di chi parla dell’unica favola che conta, dell’unica speranza che ha ancora un senso nella sua esistenza. Io forse dormivo, forse no; e non so più distinguere, in quelle pagine ormai così distanti nel libro della memoria, il racconto ascoltato a occhi sbarrati dal sogno che stavo sognando. So solo che anch’io ero lì, in quei giorni lontani io c’ero, tra mille e mille mani che stringevano d’assedio l’ospedale, reclamando un corpo da scortare alla sua ultima dimora…

… La notizia si diffuse in un baleno, non appena qualcuno, dalle celle dell’ospedale psichiatrico, la fece trapelare all’esterno, verso i suoi destinatari naturali. Fin dal primo mattino la gente cominciò ad arrivare, sempre più numerosa, come se tutti stessero rispondendo all’unico richiamo di fronte al quale non potevano restare sordi, alla voce del loro stesso sangue. Verso mezzogiorno era già impossibile muoversi nelle strade e nei campi adiacenti e alcuni tentativi di disperdere la folla, da parte delle forze dell’ordine, andarono a vuoto, respinti da quella fiumana compatta e silenziosa. Sembrava che tutti i contadini e gli operai del mondo fossero convenuti in quel luogo, mentre già verso sera ne arrivavano altri dall’Irpinia e dal Matese. E qualcuno, forse, in un misto di stupore e paura, poteva vedere quel mare di bandiere lacere per la prima volta, perché quasi tutti portavano in testa, appeso ai fianchi o al collo, uno straccio nero e rosso, mentre già si accendevano i fuochi di un bivacco di popolo che quelle terre non avevano mai visto, né avrebbero mai più ospitato. Anche il secondo giorno le trattative tra le autorità e gli assedianti fallirono prima ancora di iniziare, nonostante la minaccia di uno squadrone di cavalleria fatto uscire ben armato dalla vicina caserma. Ma ormai era chiaro: quella folla a pugno chiuso e a labbra serrate voleva per sé il corpo di Carlo, dovevano essere loro gli officianti di quel rito funebre senza preti e senza religione, celebrato da uomini che reclamano una parte del loro stesso corpo, da restituire e affidare alla terra, principio e fine di tutte le cose e di tutti gli esseri. E al mattino del terzo giorno, il corpo fu restituito per l’ultimo viaggio, scortato da centinaia di carri arrivati nella notte dalla Capitanata, tutti bardati di fiori, di rose rosse adagiate su lunghi drappi neri. Il più anziano depose sulla bara una manciata di terra e alcune spighe intrecciate, e solo allora l’immenso corteo si mosse, affrontando i primi tornanti della collina dietro la quale c’era il cimitero. Confuso in quella folla silenziosa, un ragazzo di quindici anni strappava a una fisarmonica consumata dal tempo le prime note di un canto; poi, improvvisamente, dal silenzio, una, cento, mille voci in coro squarciarono l’aria, scrivendo per sempre nei loro cuori le lettere della prima strofa, quella che traccia il solco perenne a memoria, perché qualcuno domani deponga ancora un seme, coltivi ancora gemme di fratellanza, frutti di futuro: “Carlo Cafiero è morto, l’hanno ucciso. Carlo Cafiero è vivo”…

Arrivammo in Largo Cairoli dopo aver attraversato una Milano buia, silenziosa e impaurita, tagliando vicoli, quartieri e viali da sud verso nord. Intorno a noi le strade cominciavano ad animarsi, a riempirsi di volti e di voci sommesse, partecipi. In Cordusio era già un mare di gente e l’onda che ingrossava di minuto in minuto ci sospingeva verso la grande piazza, verso il Duomo, mobile e ondeggiante con le sue guglie ispide che la nebbia, sciamante, faceva simili a immense aste di bandiera puntate a cuneo dal cuore della terra al cielo scuro e ammutolito, quasi a strappargli un gemito, una sillaba di luce. Carlo si avvolse un drappo nero sulle spalle, e così gli altri; io gli tenevo dietro, cercando di abituare gli occhi al flusso di quelle ombre alate, e quasi perso, confuso nell’onda di quel dolore tangibile, in quella fiumana fraterna di rabbia e di cordoglio, mi sembrò di udire, provenienti da chi sa dove, le note familiari di una fisarmonica. E fu allora che mi ritrovai a casa, a osservare il volto di mia madre che mi partoriva: il volto di mille uomini che se ne stavano in disparte, sotto i portici, come se il loro fosse un dolore diverso, che reca tracce delle innumerevoli ferite di secoli, di altre cicatrici che in quel momento riprendevano a sanguinare. E fu lì, tra quella gente antica, che sentìi le mie labbra animarsi, mormorare, e il respiro esplodere nell’aria come un lampo troppo a lungo trattenuto, spezzare il dolore immobile della mente, unirsi al coro che mi premeva dentro col suo fuoco: “Giuseppe Pinelli è morto, l’hanno ucciso. Giuseppe Pinelli è vivo!”.

(continua…)

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