Lavoro da fare (II) – Biagio CEPOLLARO


(Biagio Cepollaro, Mano, 2003)

Da Lavoro da fare (2002-2005), Poesia italiana E-book, 2006

www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

II

scrivere come suonare: eccoci qui
a ritentare lo strumento
ci accompagnò da ragazzi
con lui rendemmo tollerabile
l’accadere ma il senso
che potemmo suonare
con corde rimediate
tra le rovine della storia
poteva solo alludere
a ciò che i giorni
disegnavano senza cura
fu tutta una lotta
per spingere la mente
al fare
nei modi e nei tempi
che sono della mente
e così le cose
già accadute
potevano esser viste e subito
riconfuse nel vortice
delle parole

e se ci chiediamo in un mattino
stranamente di pace
cosa dobbiamo adesso
fare
non ci aiuta la suite per violoncello
solo
di bach
perché appunto come lui da soli
ci ritroviamo a fare
tutta la musica
e sappiamo che è inevitabile

oh si noi possiamo
raccontare
come fa l’archetto
che si piega e raccoglie
anche le note più lontane

(con addestramento lungo
l’ampiezza della mano
cambia
e in un secondo luminoso
riandiamo agli occhi
di bambino sul triciclo
e alla madre che ci torna
in sogno
ignota a dirci che è proprio
questo non sapere
è l’acqua che è passata
che stiamo per compierci
anche noi
in un modo che assomiglia
ad una decisione
ma è invece il punto esatto
che trasforma una nuvola
in pioggia)

le cose che generano
scompaiono nella stessa
generazione
il respiro si fonde
con l’aria
la mano che stringe
scompare nell’abbraccio
e nessuno potrà raccontare
queste cose
che sono già oltre
memoria individuale
sono già aria
e quei momenti
che per noi
credemmo unici
già non sappiamo
più indicarli tra la folla
come il nome che ci sfugge
nel bel mezzo di una conversazione
era il nome
che pensavamo più nostro

ed è che noi non siamo
nostri

ora l’archetto incendia la corda
e quasi la batte
non c’è canto se non nell’insieme
non c’è motivo se non
galleggiante come ologramma
al fondo dell’impasto
c’è stridìo e resistenza
di metallo

*

ma nei sogni l’impasto
si smuove
e fusa la terra
frantuma le croste
e dal calore impossibile
dell’origine
fino a noi giungono
messaggi
ancora fumanti e sfigurati

ora siamo sulle porte
degli inferi
ad ascoltare
ora non siamo uno
per fortuna
e tra questa folla
circola aria densa
e l’odore di muschio
del sesso aperto
ci strappa di dosso la camicia
giunge un’età in cui non importa
più
essere giovani o vecchi
perché non si è né giovani
né vecchi
si sale fin sopra la rupe
e da lì non c’è che cielo
terra e mare
oh si, nuotare negli strati
del cervello
tra alghe-neuroni
affondare proprio lì
fino allo scoglio sotto il quale
restammo impigliati e credemmo
di morire

(è per questo che si torna indietro
e per questo che di fuga
in fuga
cominciammo a non vivere più )
per questo forse
sono goffi i nostri movimenti
per lungo tratto né belli
né brutti
troppo impegnati
nella cosa da svolgere
troppo dentro la cosa
e le sue domande

certo si tratta pur sempre
di respirare
e camminando fare intorno
un po’ di spazio
e se bellezza c’è stata
era solo perché dalla rilassatezza
dei corpi
si poteva dire
qualche verità
ma il bello non è per forza
anche il buono
e anche le piccole verità
a cui possiamo
accedere
nel loro piccolo
non per forza sono buone
ma hanno in compenso
una loro bellezza:
l’importante è non restare
incistati in una vita
bloccata

quella di questi giorni
è una conquista
sui bordi dei sogni
a ripescare il satiro
annegato nel fiume
e occorrono ben due uomini
a portare alla luce
ciò che ostinato resta
nell’ombra:
uno dall’aria lieve
del giorno
e un altro armato
che appartiene
alla notte
dei tempi

ora raccogli quel fiato
denso di palude
e scioglilo
nella luce…
anche lei si volta
e comincia a disgregarsi
il calendario
appeso alla parete

che vivemmo fin qui
dimezzati
che non c’è vita
che non cuci insieme
giorno e notte…

tutto questo ci stanca
che questo mondo
non è fatto per la felicità
e la barbarie inesorabile
avanza
in ogni tralignare nuovo
del costume nazionale
in coda ad un occidente
indeciso tra sterminio
e centellinato
suicidio collettivo
certo tutto questo ci fa tenere
la barba
più di un giorno e ore
di sonno
e la città con gli occhi
che si chiudono
si allontana

ma quanta pena in quegli occhi
e non solo dei disperati
che urlano da soli
al centro della piazza
ma di quelli che vanno
a borsa e a denti
stretti
tutti compresi
nel nulla
delle loro vite

e se la vita di un singolo uomo
non conta nel grande insieme
oggi non possiamo chiedere
meno di questo
al mondo
che la vita di ogni singolo
uomo
sia felice
tutto il resto è lungo
giro che ci ha portati lontani
dal centro
come quando credendo di far prima
si resta fermi in tangenziale
mentre la strada che lega
le case e la rete
che liquefa le piazze
è libera e scorrevole
perché così sono
le strade
perché questo dentro
sono le strade

certo tutto questo ci stanca
ma è lavoro da fare
non da soli
che non è lavoro
da fare da soli
ma è da fare
e non domani
e neanche solo simbolicamente
nei gesti che stanno
per altri gesti
ma nell’azione dura
e semplice
di non dare requie
al cadavere
che addosso ci portiamo

*

quando sul selciato resta
la vecchia pelle
ci muoviamo per strada
guidati dal fiuto
e le luci sono bagliori
e la città non è più
la stessa
salgono gli odori dalle pozzanghere
resti tra scontrini
e preservativi nell’insieme
delle tracce
di plastica
di ciò che in qualche modo
anche sordido
era vivo e che noi
non possiamo neanche
immaginare

ma è tra questo ferro
che l’umano
è da ampliare
cosi stamani
che è mattina di festa
che è sciopero
generale
festeggiamo così
il movimento
dell’acqua
alla vita non si può
chiedere meno
di essere viva

oh si noi restiamo stupiti
alla vista
del declivio
non avremmo mai
immaginato
che a muoverci
ogni mattina
dal letto
fosse questa voglia
di azzerare la città
di liquefare le pareti
che al confronto
i graffiti
sono ancora ornamento

 

V

eccoci qua: prossimi a riprendere
comando della nave
o navicella della picciola
barca che si prova con brivido
dell’inizio a navigare
– che è diverso dallo stare
a galla solo perché non si hanno
più segreti che dall’interno
bucano col tempo vele e scafo-.

eccoci qua dopo aver fatto tra flutti
la giravolta completa quasi fossimo
legati alla canoa quando la testa
nello scosceso di scogli scompare
e sembra per attimo tutto perduto:
ora lo possiamo dire quasi tranquilli
che una parte importante e tenace
di noi è morta e ci siamo svegliati
quando eravamo ancora in corsa
come nel film del viaggio tra stelle
in cui il cattivo a metà del tragitto
interrompe l’ibernazione: il tempo
azzerato ricomincia a scorrere
come nulla nell’immensità del tempo
cosmico

ora il tempo è reale e il viaggio
torna a misura umana che non è
affare di stelle ma di tensione tra paura
e suo superamento: non siamo mai
speciali nessuno lo è ci muoviamo
incerti come possiamo e quanto più
alziamo la voce tanto più ci stiamo
mancando mentre l’urlo vero
si fissa in un gesto congelato
ora noi veniamo da quel freddo
e dall’oblò le stelle non scorrono
come alberi dal finestrino dell’auto
ma restano stelle del cielo e noi
anche veloci sembriamo fermi
al nostro posto: non c’è altro
da fare che fare pace con nostre
miserie e sentirle fino in fondo
rospi da buttare giù
se vogliamo ancora mangiare
che non importa innanzitutto
raffinatezza di cibo ed esperienze
la tavola solo in parte è decisa
da noi e solo talvolta ci è stato possibile
aggiungere tocco elegante al centro
con vaso luminoso di fiori aperti:
importa possedere corpo che molto
in sangue trasforma e l’accaduto
ringraziare

forse per questo c’era piccola
preghiera all’inizio del pranzo
di Natale: perché navi partissero
bisognava fare sacrificio
di ciò che per anni ci era cresciuto
accanto
è strano come parti
di noi malate si fanno per noi
oggetti
sacri d’amore: fu questa
vera tracotanza di Agamennone:
non l’aver cacciato animale
proibito ma aver distolto sguardo
da sua vita concreta per vivere
sogno da re

e chi prega intorno alla tavola
già con l’occhio nel fumo odoroso
attimo rivolto al sacro ma proprio
quelle malate parti di sé: noi
siamo nell’occhio pieno di orrore
di Agamennone fisso nel terrore
della piccola Ifigenìa
e sapere cosa davvero sacrificare
è già una bella storia

e in quel fermarci a mani giunte
noi ci facciamo magico cerchio

e dentro, arresi, alla rinfusa spezzoni
di vita -chi può dire agìta

o subìta- alla rinfusa ché
a districare ci siamo fatti male:

che non solo allora ma anche ora
ci tiene tutti un palmo aperto

di mano

 

i cristiani all’inizio
nell’umidità dei rifugi
dicevano: ‘Signore, io non sono
degno’ e poi dicevano: ‘tu dì una sola
parola e l’anima mia
(io non sono
degno ma tu dì)
(una sola, una sola
parola)
(e l’anima mia)
sarà salvata’

ed erano in tanti appoggiati
di schiena alle pareti con i topi
già al riparo dentro i buchi
e i suoni del mercato che prima
venivano dalla strada risolti
ora in nulla
in colpi di tosse
in agitazione dei corpi

e il Signore che era in loro
forse principio di vita
emissione
iniziale di raggio
da cui protone
prese a stare in equilibrio
e danza
probabilistica
delle particelle
cominciò a disegnare l’intero
che mai fummo in grado
di scorgere
costretti sempre ad un sol polo
limitati in breve spazio
anche nell’ostinazione
da noi stessi fatti
più miseri

e questo mistero del vasto
e del senza tempo
questo suono che talvolta
ai più fortunati sembrò formarsi
nella gola per venire all’aria
stupìto di dire ciò
che senza articolazione di parole
era puro senso
questa cosa che chiamavano
Signore forse davvero
diceva loro parola che cercavano

è questa parola anzi è questo suono
puro senso che da soli
non avremmo mai scoperto
illusi su nostra auto-
sufficienza
e che scoprimmo solo
quando spezzati
fummo raccolti da chi
da anni già sapeva
che maggiore inganno
è credere di dover dare
senso e non esserlo già
nell’ignorato trafficare
delle strade

è questo suono acuto
e grave, limpido e
rauco
pieno e gracidante
questo suono ora
è dentro
al cerchio
di noi che non siamo
già più noi finalmente

a mani raccolte
ora
cerchiamo di capire dai moti
di labbra convulse che a noi

vengono dallo specchio di fronte
questa parola non sarà solo

per noi che non avrebbe senso
che il male non sciolto di uno

è in atto o prossimo male
per un altro: dentro al cerchio
con gli spezzoni -alcuni ancora
roventi- di vita alla rinfusa

noi cerchiamo di capire la parola
che salvandoci salvi i prossimi
a noi dall’odio
per noi stessi

e ora su quel palmo aperto
di mano che ci tiene proviamo
a starci tutti: ognuno con suoi
occhi bassi e col disagio
di non sapere come stare
in piedi o sedersi
proviamo a guardarci:

ciò che più ci ha feriti
al punto da doverlo
dimenticare ci dice che cose
non sono andate come ci piacerebbe
che il racconto deve essere scritto
di nuovo e l’ultimo capitolo
dovrà cambiare

e ora che di nostre debolezze abbiam fatto
fianchi in cui immergere spade
ora ognuno cercherà il suo posto
e lentamente si piegherà
fino a sedersi e a giungere mani:

Signore o Modello che incessantemente
si compie tirandoci dentro
con fili che non sappiamo
scorgere
con nostra testa
di lato ossessi
digitiamo
sui nostri cellulari
cellule che non riconoscono
più il tessuto
negate alla radice
che durano come si dice
un tot di tempo
totale parziale
e nostra inezia

‘Signore, non siamo degni ma tu dì
solo una parola, la stessa parola
che balbettando abbiam provato
mille volte a dire e maldestramente
Signore, insegnaci la parola che troppo
confusi siamo per dire e per ascoltare
insegnaci una nuova tenerezza
che le nostre madri furono troppo
oscurate per amarci -loro stesse
da te troppo lontane- fa che l’orrore
di Agamennone e il terrore di Ifigenìa
abbiano avuto un senso, fa che le navi
possano partire che il vento si alzi…
‘Signore, non siamo degni ma amare
per noi è cosa difficile: anni e anni
di disamore hanno coperto la nostra
voce e abbiamo rabbiosamente preteso
che qualcun altro, oscurato quanto noi,
per noi cantasse la tua canzone

 

‘Signore, noi non siamo degni, ma il volto
che stamani vediamo allo specchio
è il nostro e quella bocca ci parla
e fluente scorre la parola e dagli occhi
agli occhi ci riversa un fuoco che fin qui
mai ci ha bruciato: accettalo e l’anima
nostra sarà salvata’

lavoro-da-fare.jpg

Postfazione a Lavoro da fare (2006) di Florinda Fusco

“Calmati / e l’eroe che ero io diventerà la bestia che più nulla vuole. / Calmati e le scodelle dei poveri si riempiranno […] / Calmati e avrai il vento in poppa e le tue parole fresche / di verginità rimeranno con nuova gentilezza”. Il testo iniziale di questo nuovo libro di Cepollaro richiama subito alla mente la potenza di alcuni versi di Amelia Rosselli appena citati. Come in quel caso l’autoesortazione alla calma fa prorompere l’intensità della fatica d’essere e insieme un’indomabile irrequietezza del vivere. A cercare di domare questa devastante tensione è chiamata la scrittura: “ora scrivi come hai sempre fatto”, dove il medesimo gesto dello scrivere ripetuto negli anni e nelle fasi più svariate della propria vita è unica casa nel vuoto in cui poter sostare e riposare. E’ atto di riconoscimento verso la scrittura stessa nella sua funzione di sopravvivenza di un corpo (“portare a casa / la pelle”), un corpo ancora intatto, ma che è sul punto di esplodere. E’ in questo prima di una possibile esplosione che la tensione si blocca e la scrittura può nascere. A provocare questa possibile esplosione d’organi è “la piccola / storia sgangherata”, dove consapevolezza della “piccolezza” di ogni cosa del mondo e del necessario distacco dal mondo non bastano a far dileguare la fragilità dell’essere uomo. In un richiamo eliotiano, attuato con slittamento semantico e contestuale, nel testo d’apertura di Cepollaro tutto potrebbe concludersi con un semplice “colpo di tosse”. Da un lato al di là della “finestra” vi è “l’onda del mondo” in cui fondersi e appianarsi, dall’altro al di qua della “finestra”, nel quotidiano senza “volo”, l’uomo non può che chiudere se stesso in piccoli gesti automatici, sedersi, far colazione o farsi la barba. Forse l’unico possibile atto più vicino al “volo” è il chiedere alla propria voce-scrittura di essere spinto in avanti nel percorso vitale e poetico scelto. Ma non è facile nella consolidata consapevolezza di “ andare / storto nel mondo come uno / che anche correndo lo fa / con una corda al collo”. Il dolore ormai vecchio e maleodorante è da portar con sé come se nulla fosse, sapendo che è semplicemente e comunemente “roba umana”.

La tensione etica è quella di non fingere e pur di non fingere, fare qualsiasi cosa, fare anche “il morto” (morendo ogni momento al mondo senza finzione), farlo “per non morire”. La realtà è un amalgama indistinguibile, senza confini delimitanti in cui “non c’è sapere non c’è ignoranza / non c’è neanche alto / e basso”. Per creare confini, distinzioni, classificazioni a cui la cultura occidentale è secolarmente abituata, bisognerebbe prima di tutto domandarsi cosa sia il sapere e cosa l’ignoranza, cosa sia l’alto e cosa sia il basso. Ma se il punto di vista è decentrato, a questa domanda avremmo solo risposte relative al punto d’osservazione dal quale si parla (al punto di vista in cui siamo inchiodati), relative culturalmente e antropologicamente, e che pertanto si annienterebbero a vicenda. In una storia come quella occidentale che per Cepollaro sembra muoversi per sottrazione, cosa può cambiare?:“e la vita di fuori / (quella che resta / sottratta allo sterminio / della storia) / è ridotta a ben poca cosa // i grandi cambiamenti / sono spesso solo cambi di indirizzo / o di modi di vestire.” L’attenzione non può che spostarsi alla vita della mente che è flusso continuo dove tutto si confonde, dove realtà e immaginazione sono intercambiabili e occupano lo stesso spazio, hanno lo stesso peso. Ed è questo pianeta, il pianeta della mente, che per Cepollaro diviene il luogo in cui poter camminare, in cui poter andare avanti e cambiare.

E’, in altri termini, il “fare anima”, espressione usata da Cepollaro che richiama immediatamente Hilmann (e attraverso Hillmann, Jung), l’unico compito reale e vero che rimane all’uomo. Ma nella società dello spettacolo “[…] fare anima ci suona / quasi minaccia”. Si tratta di una “formula magica”? O di una nuova moda new age? Per Cepollaro “fare anima” è un compito, un lavoro, l’unico vero possibile. Il fare anima è il lavoro di un’intera vita, lavoro faticoso. Non vi è una rinunzia al fare, ma al contrario una devozione al fare, a un fare che è soprattutto azione della mente:“spingere la mente al fare/nei modi e nei tempi/che sono della mente”. Si potrebbe forse parlare di una tensione ad una storia dell’anima, in cui l’anima diviene il centro principale d’attenzione della scrittura: “fare dell’anima / la nostra vita / gettare un ponte / tra ciò che siamo e ciò / che comunque eravamo già / da prima”. E’ un richiamo ad una traiettoria ancestrale ed archetipica dell’anima e della sua memoria che non è più solo anima individuale, ma anima collettiva, così come la memoria che s’intende recuperare è un “oltre” junghiano della “memoria individuale”. Vi è un continuo richiamo all’”origine”, a un’origine mitica in cui tutto è presente e tutto è già detto e ascoltato. Ciò che ha valore nella storia dell’anima è la sua capacità di divenire, mutare insieme al continuo mutamento delle cose: “l’importante è non restare / incistati in una vita / bloccata” e “non dare requie / al cadavere / che addosso ci portiamo”. La forza centrale del percorso è il mutamento, l’“ energia da smuovere”, per seguire “l’onda del mondo”. In questo irrefrenabile mutamento del tutto in cui le memorie “sono già aria”, vi è un continuum di generazione e dileguarsi delle cose: “le cose che generano / scompaiono nella stessa / generazione”. La principale tensione dell’io sembra essere quella della perdita del possesso del sé “ed è che noi non siamo / nostri” e di una preparazione e di una consapevolezza al suo ineluttabile dileguamento materiale. E la prima lotta in questo senso è la lotta contro l’umana paura. La scrittura stessa diviene momento sostanziale di tale preparazione e del saper “nuotare negli strati / del cervello”. Se siamo in movimento, in un moto che è conoscenza, non ha più importanza per l’anima “che siamo ognuno ad un certo / punto / del binario”, l’importante è essere in cammino, l’importante è il lavoro da fare.

Nell’approccio al mondo è primo passo da compiere, attuare un distacco dall’intelletto che produce armi-argomenti:“dalla parte nostra / non abbiamo tanto / l’intelletto / che facilmente passa / al nemico col suo sollecito /traffico / d’armi / e argomenti / -tanto che sarebbe meglio / sospenderlo dal servizio / per buona parte / del tempo-“. Solo nella sospensione può esserci un inizio di conoscenza poiché la conoscenza può avvenire in una mente sgombra, in un recipiente anche momentaneamente svuotato: “abbiamo fin qui/abitato la nostra mente in un modo / che ora ci uccide, ci dice: è / necessità / sgombrare la mente”. E la possibilità di svuotarsi può raggiungere stadi diversi fino a uno stadio in cui si può toccare “il nulla dell’esser già/passati altrove o in niente”. Il tempo può essere “azzerato” e i singoli individui non hanno più rilevanza per la loro individualità: “non siamo mai / speciali”. Nella storia occidentale per Cepollaro è l’essere travolti da uno sfrenato individualismo a chiudere ogni strada alla conoscenza. All’individuo si oppone la figura della “piazza” in cui gli uomini stanno insieme e sono insieme. La piazza è luogo comune. Da un lato si legge il disagio dello scrittore verso la progettualità raziocinante del mondo, ma dall’altro l’atteggiamento di chi scrive non è certo di disillusione, è quello di un’apertura gioiosa al cambiamento in una realtà invisibile, in cui l’uomo deve in primo luogo curare la propria scissione, la scissione persona-anima: “c’è ancora tempo per cambiare volto / e se quella è l’anima che nel tempo persiste / a lei va dato ascolto: certo, va composta / la scissione e va messo con forza / l’accento su quell’apertura / di cielo”.

Il lavoro dell’anima è un lavoro di cui è difficile parlare, è un lavoro che si può soltanto “fare”. Ma la scrittura sembra voler essere testimonianza e invito al “lavoro” e insieme documento di un’esperienza raggiunta: “il sospetto della bellezza / dell’essere / oggi non è più sospetto / ma un’esperienza”. L’impressione che si ha di questo testo è che si tratta di un testo che vuole dire, che ha una certa urgenza di dire, e che sceglie l’espressione diretta, spoglia di qualsiasi tecnicismo o manierismo, al di là di qualsiasi modello letterario, proprio perché vuole essere testo dell’anima. I richiami alla tradizione di pensiero orientale, assai ricca e poco conosciuta, sarebbero molteplici. Mi limito a citare un pensatore contemporaneo come Coomaraswamy che riapre alcune questioni fondamentali della filosofia orientale mettendole a confronto con il pensiero occidentale e con le scoperte della fisica moderna. Ma, nell’ambito della cultura occidentale, bisogna notare che pochi pensatori contemporanei si sono ‘esposti’ a parlare con serietà della ricchezza e vitalità del pensiero orientale (di quello buddhista, di quello induista, di quello taoista) e del peso che ha avuto sulla nostra tradizione filosofica. Può venire in mente una figura anomala come Simone Weil che ha cercato coraggiosamente di disegnare tracciati che creassero collegamenti tra pensiero occidentale e pensiero orientale. E concluderei a tal proposito riprendendo un passaggio di Jung particolarmente significativo in questo senso, nella sua prefazione all’ I’ Ching. Libro dei mutamenti: “Per capire in generale di cosa tratti un simile libro è imperativo buttare a mare certi pregiudizi della mentalità occidentale. […]”. Jung si trova di fronte alla difficoltà di “conciliare” il libro dell’antica civiltà cinese con “i canoni scientifici correnti”. Ma ciò nonostante afferma: “So che in passato non avrei osato pronunciarmi così esplicitamente su una materia così incerta. Ora posso correre il rischio perché ho superato gli ottant’anni, e le mutevoli opinioni degli uomini non mi fanno più impressione; i pensieri degli antichi maestri hanno per me maggior peso dei pregiudizi filosofici della mentalità occidentale”.

Annunci

1 commento su “Lavoro da fare (II) – Biagio CEPOLLARO”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.