Voci di un canto ostinato (I) – Stelvio DI SPIGNO

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(Emilio Merlina, Viaggio nell’anima, 1998)

Da Mattinale (1995-2002)

Alfabeti

I

Perché si sbrecci la mia primavera
da questo fine lacciolo di settembre
ho imparato lingue ed alfabeti
– lingue serrate, alfabeti di nomi
che tutto attorcono alla loro presa
come il vento che si innalza
a contraddirli, talvolta –
e su queste tavole di pietra
che sono – signori – i vostri cervelli,
deturpati in piazza dal filare
della morte e inghiottiti
dalla piana della vostra ragione
– magari fiammeggiasse, tenesse testa
al rogo dei pensieri come foglie
spazzate in alto dal gorgo sciroccale –
su queste zolle di carbonchio il vostro nome
ho scritto, la tela del nome
che sfilando diventa tenue
rigagnolo d’altri nomi
e così all’infinito
finché l’ultimo cielo ricompare
sulla terra che nessuno seppe contare
sulle carte del mondo.

II

Da una crepa sberciata nello scoglio
un fuoco ormai rappreso si risveglia
in cellula sonora
– e detta leggi, scova ceppi, ad ogni ramo
si aggrappa perché resti imprigionato
un segno, una bandiera –
– e tra le tante divise di città
quella parlante, la crepa sotto l’arte,
è un paesaggio di frasi ormai dissolte,
il senso del grecale che ribatte
mille bandiere in una –
Poi colpi – mille colpi – da una scena
avversa al tempo dell’aggancio al vero:
e frasi – mille frasi – sillabari
da un covo di tortura
ti scrollano la frusta dalla schiena.
E le piccole mani stanno al gioco,
a chiudere in ragione il basso scranno
dell’occhio ancora umano che ora vibra
il colpo non deciso,
contraddetto
fino alla sera, al prossimo coraggio.

III

Il topo fabbricante,
il topo menzognero,
come ci sguazza nel codice più antico
a tutto nutrimento
dell’anima – il firmamento –
che pone accanto al tempo il proprio usciere
che non gli dia parole se non sfere
per dare agli astri nuovo ordinamento.

Incerto sapere

Fare, della vita, ipotesi
accorata del sapere, tutta,
fino al discendere del fuoco
nelle aperte lanterne, fino
alla notte degli incontestabili
spazi dell’interna verità,
il punto morto, il chiuso
magma, dove mai giunga
al ribollire dei sensi,
sublime ipotesi dell’accadere
lontano piacere a placarsi.

La polvere

Come di polvere pensosa o di altri
commovimenti sembra parlare il tempo
posato dalla pigrizia delle stasi e dai voli
delle tue ginocchia – anche tu (bastava badarci)
portasti la tua parte di sollievo
a tormenti inespressi e prezzolati
e con essi se ne andò una parte della mia morte
insieme a questa polvere di primavera.

Parlino di noi le cose scomparse…

L’ombra    

                Ombra ferita…
 G. Raboni

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà
dei giochi e al profumo dei piaceri
indefiniti, alla fantasia e alla menzogna;
abbandonami, mia ombra di frontiera,
come in un giorno senza sole, lasciami
visitare dal tuo prestante colore
muto della morte.

Il mattino della scelta

Sentivo sgrondare – lento –
tra le occhiaie il mattino della scelta;
si inerpicava al posto mio nel mio
disperare, finché mi fu concesso
– cieco – di rinunciare; lo sentivo
disperare senza alcun martirio
come fa il cuore che non dà più nebbia
e il passo fino alla fermata è netto.
Aspetto l’uscita dei gabbiani
dai casermoni dismessi della periferia.
Aspetto un volo di falene
da un atollo dove non c’è mare,
forse, e non c’è via.

Essere

Quando vedo il rischio farsi carne…
…Sì!
Quando vedo l’inanità farsi boccone
…Come !
Quando calano soluzioni
in quelle braccia,
irregolari scempi di virtù, incasellati
nel suolo controvento,
nel fuoco d’ogni passo
nel rostro d’ogni tempo
nel farti miope destino,
avanzo di galera d’ogni «fu»
pacifico veliero del «sarà»
possibilità senza pudore.

Difficile che torni ad accettare
questo caucciù
da masticare, questa vita
da baciare
da attaccare.

Napoli, città

Città… – È una città
quella che guardo dalla spalletta,
e si chiude nel golfo, e non risponde,
e se nulla aspetta nulla,
lei sta qui ad aspettarmi.

Profuma molto – ma io non la capisco,
rotto a ogni persuasione come sono,
il suo confine civile mi è stampato
in petto e per me e per lei richiede
il bene comune, ciò che mi appartiene.

È una maschera d’erba disseccata
l’idea di un ritorno dove nessuno
può chiamare se stesso persona,
e a contornare il vuoto di quel margine
solo l’ansia d’annullarsi è palpabile.

Omaggio

per Velia Bagnati

Tu così gentile
che il naso bisognava metterlo
in cantina per parlarti,
con la tua paccottiglia di regali
sempre pronta a ricucirci la lacrima
di straforo sulla punta
delle ciglia, noi bambini,
perché non allagasse il mondo…
Ora respiri un’aria più benevola
e sorridi se non ti stanno a guardare,
finalmente passerai inosservata.

Un fruscio agita i fogli. Sei tu che passi
– le mani ancora sporche di gelato
e già un poco ronzanti – e mi fai segno
di ridere delle mie e delle tue
(come tu le chiamavi) disgrazie.

*

L’isola

Verso casa

C’è un’isola che all’acqua non lampeggia
e si specchia nelle ondate serene
dei morti, o in una spina del ricordo.
Inutile cercarla ai quattro venti.

Si staglia alla vista quando più solo
torna il cuore che non si orienta più.
Più volte verso casa mi è sembrata
sfuggirmi tra pineto campi e scuola.

Luminarie

I

La notte in strada ha luci fredde,
perenni, candite da un nero tartaro
di cielo invernale,
stillanti come gocce – a gocce –
sul nido gelido della nostra città
dal pavimento ghiacciato, più acre che mai,
stretta come il giorno nuovo tra anni passati,
e come il giorno nuovo più triste, anche,
e più tenue…

II

… oppure ha luci bianche come vele,
immani, compagne di un rimpianto
esercito di vetrine in fuga,
lanciate come un’auto che va – corre –
non può fermarsi e non deve,
nel buio della sua notte di speranza
sui quadranti di porfido gelati
– una notte anche più immite, a ben guardarla…

III

Ma stillano umidità le pareti
ghiacciate, gli accenti miseri
dei parati a fiori rosa, il mondo
piumato dei lampioni in strada,
le luci che s’accendono e balzano
nel pensiero già scomparse.
Tutto è finito, concluso,
ripete ora la mia voce.
Non cieli barocchi né aria fiorita,
non felicità malcerte ma solo
il nulla calcinato a strati,
gli echi dell’appartamento vuoto,
la notte che avanza e che inghiottisce
il suo nebbioso sentore di gemma
dove uomini volti o parole
ancora lottano per appartenermi.

mattinale.jpg

***

Da Intermezzo e diario (2004)

Diario, 2.1.2004.

Andrea è in Francia e io me ne sto qui,
cercando di guarire ma peggioro –
È tremendo
come può avvoltolarsi
la vita intera a un gambo di ortica,
succhiarne tutto il succo,
bollire sulle labbra, morire di bruciore,
credendolo piacere…

Diario II, 12. 1. 2004.

Scrivo le mie prose con tanto
di piacere se qualcuno, nascosto,
le scambia per poesie,
quando anche il fuoco sia spento
e la cenere, fredda, sembra neve:

come stai facendo tu, lettore,
proprio adesso – e stai sicuro
che non sono più veri di me
questi segni su carta.

Tordi

Tordi nell’aria, rimasugli
dell’eccedenza di Dio,
ingannate l’ipocrisia
di chi ha legato alle spalle
già gobbe dell’uomo
il carro da morto del Progresso,
i maledetti, i Voltaire, i Montesquieu –
poveri noi, abitanti del vicolo cieco,
a venire dopo loro.

Volate, volate tordi, per voi
per me, per chi non ha più
fiducia in alcun passo
che avanzi.

La sequoia, 3. 3. 2003.

In quale svallamento o scarpata
finisce l’anima come un’auto senza controllo
insieme a tanta energia sprecata
in salette fumose di locali o bar,
illuminate dalla speranza che qualche
chiacchiera non finisca, come sempre, a vuoto…

Dove si confonde
la pagina del diario
con quella del teatro dell’ambiente,
dove va in scena un percorso ostinato
destinato all’errore,
ogni volta che abbracciamo qualcosa
– un sogno di vittoria o una donna ignorante –
un po’ più grande della nostra paura,
che pure è la metà di noi stessi…

Chiedilo, se vuoi, alla vecchia sequoia,
che qualche amante degli anni che si contano
come anelli di una catena sempreverde
piantò qui, simile a una guglia
nel paesello d’inverno.
Come se la sua enorme fessura
lasciasse liberi di viaggiare attraverso il sonno
i rancori, le risate, le lacrime e i pensieri d’amore,
fino al sonno gemello
di chi ha tradito l’amicizia e trafugato l’amore,
per poi inglobarli e farne succo per le radici
che trafiggono la terra ogni giorno di più.

A galla

Non nuoto, non mi muovo,
perché anche questo corpo è fatto d’acqua,
cerco la posizione
per non affondare
sulla linea del terrore
neanche un raggio mi deve sbilanciare.

Per vivere soltanto.
Per questo preferisco
la notte, il mare.

In giro, 2. 5. 2001.

I

Che cosa è il tempo te lo può quasi gridare
questo scorcio di mare che si inforca
tra le sponde del Tevere:
l’aria ridiventa salina,
lo scioglimento rumoreggia in calce e fumo,
ritorna l’infanzia sotto l’alta
specie dell’allucinazione…
Le mura aureliane hanno l’odore
e il calore
– e Roma la veggente, la millenaria,
lo capisce bene –
della casa delle mie vecchie zie,
o delle stanze dove sono nato,
e dove ora posso rifugiarmi
soltanto nel ricordo… Il ricordo,
unico luogo connesso e sicuro,
unico spazio dal quale
non si fugge. E sopravvive al mondo.

II

Alla fine del tempo,
su una spiaggia che dire lontana è poco,
verranno ad appoggiarsi
i delfini giocosi dei ricordi:
un’ombra, alcune macchie, qualche benda,
e tutte le parole che dicemmo
credendo di amare e di salvarci.
E solo questo verrà giudicato
dall’occhio inutilmente sovrano
di Colui che, lo sappiamo, tutto muove,
poco prima di un giorno senza fine.

La chiave

Vorrei riaprire le ante dei ricordi,
dipanare i lucchetti e ritrovare
le foto delle gite di mia madre,
il mulinello del nonno, il bulino
dei giocattoli e gli infiniti crucci
di quell’età; riaprire e assaporare
le zaffate di noce e melograno,
il tranviere di legno nel trumeau –
Ricordare di essere stato al mondo,
di avere, da bambino, conosciuto
qualcosa simile alla felicità.

Non cerco Paradisi
Perduti, oppure Origini Proibite,
ma quell’Eden dev’essere rimasto
per lunghi anni solitario, attiguo
a un anfratto di casa dove il sole
non è mai giunto; e in quella stanza morta
si trovano le corse giù al Fusaro,
le ginocchia sgranate, poi la vecchia
che filava dai giorni del Borbone,
e il fiato che di colpo mi mancava –

Poiché da allora sono fatto ottuso
che quel tempo ritorni in altra forma,
che rialzando il sudario si ritrovi
quel mondo senza macchia e senza orrore.
E ignoravo che sopra certe falle
di vita, le palpebre si chiudono
come al sole le verande di quel tempo
troppo lontano eppure già scontato.

***

Notizia biobibliografica.

Stelvio Di Spigno (Napoli, 1975) è dottore di ricerca in Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Napoli «l’Orientale». Ha pubblicato articoli sulla linguistica e le Operette morali di Leopardi, sui rapporti fra Dante e Montale, su Gadda e Pavese (L’Orientale Editrice). Ha collaborato con voci monografiche e a tema all’aggiornamento della sezione letteraria della «Nuova Enciclopedia De Agostini». Suoi testi poetici sono apparsi su «AltoFragile», «Atelier», «Cobold», «Gradiva», «Hebenon», «Hortus», «Poiesis», «Sinestesie», «Specchio della Stampa», «Tratti», nell’antologia Così pregano i poeti, a cura di Giuliano Ladolfi, Milano 2001, e in Poesia contemporanea. Settimo Quaderno Italiano, Milano 2001, a cura di Franco Buffoni. Ha esordito in poesia con la raccolta Mattinale, che ha ottenuto il Premio «Andes», nell’ambito del Festival di Mantova 2002, poi ampliata e ristampata da Caramanica, Marina di Minturno (Lt), nel 2006. Il suo secondo libro di versi è Formazione del bianco, Manni, 2007. Collabora con riviste di letteratura e psicologia e vive a Gaeta.

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