Testi inediti di Sebastiano AGLIECO

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(Salvatore Matina)

I. Il puro dettato di questi giorni, 1994

Dietro le parole in lontananza
ma sentita in noi, presente
evocata e presagita sempre
da questi occhi, da queste mani
precise svagate nell’attesa.

*

E ancora dormi, scolpita
nel mio acciaio, disossata
dalla mia claustrofobia
ombra della luce
mai lenimento, e ferita
vilipesa nei clamori
ancora dormi in me
partita, dai miei
occhi innamorati.

*

Dopo, il soccorso
ore slavate nelle sere occidentali
in attesa del sangue.
L’ago della spina contro gli occhi.
Ora appari tu
guardata dagli occhi dove ti sciogli
ora, traslochi nel mio cuore
e non mi senti
i passi si moltiplicano
la notte mi vivi nel tuo respiro.

*

Fiotto, a voci, dalle tue mani
subito inaridita, questo mi resta
questo posso pregare.
Gli alberi dicono che
il fiato non ci appartiene
neanche il ricordo che abbiamo accumulato
i visi che ci hanno posseduti.
A volte è proprio così
tra la casa e la cantina
incedere nei dirupi e
non ti accorgi della lontananza.
Aprirmi dal vero, voglio
i fiori in attesa della fine
i tetti dove viaggiavi
gli ulivi sanguinanti.
E’ silenzio fatto di respiro
è mantice che succhia il cielo
fine della campagna
fine dei sogni
fine della parola fine.

Si è spalancata
squarciata nel muro della stanza
tutto s’incendia e si spalanca.

– Avrei voluto aprirmi nel modo in cui si apre una porta, per necessità.

– Tu lo sai che la morte arriva dal mare?

– Quella notte, ricordi? Il pellegrinaggio a san Sebastiano di Melilli.

Scappavi dal tuo incedere
ombra del primo giorno
violavi le regole del
nascere e del morire.

– Sono impazzito per essere diventato così vago.

I canti morivano nei tramonti
ora tu ci assomigli.

*

Il desiderio avanza
segni, interpunzioni
cosciente che divaghi e non perdoni
neanche muta, se ricevuta
dai poeti in disonore.
Ora viene la notte
ora è la stagione delle serre
ti sentirò dalle tane delle formiche
sangue in bollore caldo, solo forma di
sangue accucciato nei miei pori
in me si chiude il senso
in me si riapre la tua giusta causa.

*

Queste armi di cartone
questo giubilo sempre risucchiato
questo rivangarti e non trovarti in nulla
conoscerti nella mia prima strozza
ricostruirti in me, sibilo possente
e in me rinchiuderti, prepotente.
Per dire con quel tono che tutto azzera
canto delle alte stagioni e
degli inganni, definitivo pallore dei
dirupi, in quale polla, in quale
luogo segreto, in quali silenzi si forma
questo senso, questo albeggiare dove
sfiati, altro cantare, altro
sentirsi celibi per sempre?

*

Eppure non l’avrei mai detto
quel silenzio sulle piaghe della tua pelle
come un viaggio del tuo viso, dove le parole
ritagliano nel silenzio solo il
non detto di te, l’indicibile
e da un momento all’altro ho creduto
ho immaginato le tue mani vive
la fonte dei tuoi occhi, quando
parlavi della poesia:

– sai cosa saremo, dopo?
Un paesaggio saremo
un indicibile moto di quello che preserviamo
solcati dagli sguardi dei viandanti
un andare e venire, la piega della
bocca immortalata -.
Tu cessato, esule, dalle tue
pianure dove si alza il vento.

*

Ancora questa moria di versi
in attesa del taglio giusto che c’imprime
io lo sapevo: segni, apparizioni dalla vita
dove ci contiene il senso
io senza chiarezza, senza ritmo, senza poesia
un colore freddo svagato nella memoria
le mani nel dissenso
nell’indifferenza dei poeti.
Memoria della voce aspettavo
e tu sapevi che non c’era redenzione
– ho collezionato dei tagli
mi sono consumato tutto in attesa di questi tagli -.
Ecco, ti vedevo, dal soffio avrei
intuito l’isolamento, più tardi
ti avrei vista, avrei sentito la tua
voce gutturale, il dolore,
mi avevi detto, ecco cos’è il dolore.
Poi c’era stata ancora una interruzione
certo, se avessi saputo leggere
l’interpunzione di quei segni
le tracce lasciate sulla scrivania dopo
millenni, nessuno avrebbe saputo più
trovarmi, nessuno avrebbe ricordato il senso.

Ancora si ricordò
ancora gli venne quella cantilena sottile
sulle nocche delle dita
– toi, qui dans la vie tu m’as fermèe les yeux…
non avrebbe voluto anticipare il taglio
non avrebbe voluto addormentarsi tra i nemici
ora i bambini gli assomigliavano
ora li vedeva.

***

II. Paesaggi intorno a Siracusa, 1994

C’erano segni che non ci lasciavano stare
e fuochi, e rocce di una spiaggia secolare
avvisaglie di un tempo incalcolato
che a malapena si lasciava misurare.
C’erano interferenze minime
gli occhi lucenti e la parola bastarda
il pianto violato
l’estrema mia periferia.

*

Eppure tu venivi nella notte
la festa come una veglia
all’altezza degli occhi
la porta nel cuore
una perduta notte.
A volte bastava uno sbaglio
e la terra franava sotto i piedi.

*

Da lì, tu che mi contieni
partenza è tratto, luce riflessa
e non si svela nulla alla partenza.
Dicevi che non c’era redenzione
fuori le cesoie
i morti gonfi, tutti morti, gonfi.

*

Eri deserto di uomini e di donne
sull’estrema albeggiata riva
gli anni cantàti a malapena
le morte stagioni
era il tempo dei passi svelti e dei mattoni
niente che si ricordava il nome.

*

Occhi, rapidi occhi
i fiordi si stupiscono sul davanzale
la luce imprestata, stanca luce.
Era la riva che si lasciava portare
le venti monetine, i rami rossi
il fuoco in ogni dove genuflesso.

*

Forte nel mio cuore
una tana ricucita
mastice e sutura di parole
sempre più crudeli.
Ora appari tu.
C’erano canti che misuravano il nome
c’erano le scarpe rotte
i bambini morti.

*

Lessi solo per sentirti dire
il dolce inganno e il desiderio spento
le cicale abbuiavano nei fanali
l’aria schioccata era un oltraggio ai
vivi, quello che rimaneva
nessuno lo poteva misurare.

*

Giunsi troppo tardi e
non c’era più un lamento
occhi albeggiavano a mani spente
i figli morti, la saliva della terra.
Eppure c’erano ancora pezzi e
altarini per i santi
chi piangeva non ubbidiva
fuoco senza partenze e mani giunte.

*

Andavamo giù per burroni
(le infinite perdite di maggio)
i cristalli di rocca nelle ciminiere.
Dicevi che non c’era redenzione
e le parole date senza un lamento.
Le partenze s’addensavano nei tramonti.

*

Erano i cerchi morti, le strade del
dissenso, le tombe scavate dentro ai
pozzi e le parole riempite con gli sputi.
Ora ci lasceremo trasportare
i canti lanciati contro i muri
eppure vorrei ferirti
aprirmi nella mia prima strozza
il fuoco di te che non conosce il nome
àncora nel tuo sangue.
Vedi come s’addensa l’ora
il lume spento
l’oscuro lenimento e le ferite.
Tu mi risorgi.

*

Verranno in fila i pensieri a reclamare
dove il vento si strinse nei burroni
e noi stringemmo gli occhi.
I fiori pungeranno i topi
e le parole saranno cattedrali.

*

Tu mi dicevi che il canto è un vento nuovo
che ogni volta ci scorda
il canto sei tu che parti da lontano
luce degli occhi, mia luce, perduta.
Era poca la terra, il fiato arato
la pelle dei braccianti in contumacia
e il mare che albeggiava sulle mie sconfitte.

*

Noi saremo portati da un suono
lentamente scenderemo le scale
dove i viandanti placheranno le acque.
E tu, ragazzo, ancora in me
in quest’attesa di fragole
in questo opporsi sempre
ai flutti e alle autostrade
solo il vento ci dirà chi eravamo
e i semi della terra
ovunque incontreremo un padre.

*

In questo tempo la risposta è giunta
la bellezza del dolore e delle mani in attesa.
Sanno conoscere
inutilmente placano il vento
spartiscono e restringono il lenimento.
Chi sa dove dormi, risvegliata mia voce
chi attende e sa sentire
le canzoni sempre nuove dai confini?

*

Arrivavano in noi dagli estremi confini
arati in picchiata e senza
un dove della terra, morte voci
i contadini dalle strette bocche
le armi della prima guerra.

8 pensieri riguardo “Testi inediti di Sebastiano AGLIECO”

  1. Sì, poesie bellissime e di grande intensità, capaci di trovare strade ignote, che fanno sì che sembrino nascere dall’interno del lettore… e bel preludio l’immagine di Salvatore Matina.

  2. Sono totalmente d’accordo con tutti voi. Sto rileggendo proprio in questi giorni “Dolore della casa” e questi due poemetti mi hanno aiutato a scoprire nuove dimensioni e risonanze di questo libro che, in assoluto, è tra i pochi in circolazione a non aver bisogno di nessun aggettivo per esistere. Perché semplicemente è, e sarà.

    Mi veniva spontanea, poi, una riflessione: mi piacerebbe sapere quanti testi, scritti una quindicina di anni fa, hanno ancora oggi la capacità, come questi, di resistere alla prova del tempo e di parlare con tanta forza e pienezza stilistica, con momenti di autentico splendore.

    Veramente un gran bel regalo di Natale, Sebastiano. Grazie.

    fm

  3. Francesco, che dirti? Ancora grazie di questa opportunità. Sono abbastanza restio a pubblicare testi in internet, ma se me lo chiedono amici che stimo, ben volentieri. Credo poi che, quelli della mia generazione, abbiano tutta una storia poetica da rendere pubblica che non si conosce. Se oggi un critico, pur serio, si prendesse la responsabilità di lavorare su una storia della poesia degli ultimi trent’anni, la mole di lavoro è tale che credo soccomberebbe.
    Allora buon Natale a tutti
    Sebastiano

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