Tra fiamma e gelo – Yves BONNEFOY

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(Alberto Baumann, Decomposizione, 1986)

Yves Bonnefoy – La voce dell’ombra tra fiamma e gelo

“Douve même morte
sera lumière encore n’étant rien.”

Se il compito della scrittura poetica è quello di “rovinare le sacre verità” (come afferma Harold Bloom) e poi esplorare il lampo del “mondo sprofondato nell’oscurità“, Douve (1) è la stessa oscurità in cui il mondo si immerge: un intero alfabeto condensato nell’ombra, completamente raccolto nel fuoco di una intuizione che non si fa parola se non per testimoniare l’irriducibile ineffabilità dell’atto: se il verso è un “ragionare poetico“, la sua esistenza si giustifica solo come un tentativo di descrivere una materia indicibile, un mondo senza orientamento, forse “un territorio dell’inconscio, nel quale la simmetria è totale, ma i cui valori sono rovesciati” (Matte Blanco).

Se lo spazio naturale è il luogo della verifica di una condizione senza salvezza, la poesia si riconosce in figure e forme epurate dalle incrostazioni della storia, in un rapporto tra sostanze immutabili e primordiali (notte, fuoco, albero, pietra, acqua, alba) che assumono lo statuto di simboli. Douve si presenta, essenzialmente, come simbolo/ombra (2) dell’essere, un essere strappato agli orizzonti cristallizzati dell’ideale e che si rivela e si risolve nell’esperienza concreta della finitudine e della morte: la morte, nel suo movimento incessante, nelle mille e mille forme della metamorfosi (3) corporea, si profila in tutta la sua lacerante trasparenza come uno specchio, una soglia al di là della quale il finito riscopre la sua radicale primogenitura rispetto ad ogni forma di rappresentazione concettuale. La poesia incarna lo sguardo oltre la soglia, l’inoltrarsi in territori perpetuamente cangianti nella elementarità delle forme che si susseguono: la pupilla incontra il paesaggio e vi si ingloba; la voce stessa, l’eco che si specchia nel verso, diventa forma, sostanza e paradigma del divenire, coscienza del limite, sguardo che anela all’indicibile della visione appena trascorsa, dove l’unica decifrabilità del movimento metamorfico consiste nell’immobile, ammutolita partecipazione alla rappresentazione.

Dalla ricerca surrealista (da Paul Èluard, in particolare), Bonnefoy deriva una tendenziale linea di contrapposizione alle poetiche che si articolano intorno a idee e concetti eternati e trasmessi in forme armoniche, nelle quali gli oggetti perdono la loro fisicità e consistenza per elevarsi al rango di pure forme del pensiero: ad esse il poeta contrappone un movimento dal basso attraverso il quale l’ente reale, investito dalla luce del divenire e della metamorfosi, si snatura, si rende “altro” rispetto al concetto che lo limita e lo fissa in una immobilità senza voce, dove la parola non è che vuoto simulacro di inesistenze. La figura in cui questa metamorfosi si compie è un nome, Douve, che ha luogo, consistenza e destino di vertigine, di essere-senza-durare nelle lettere che compongono il suo alfabeto, la sua dimora inviolabile, il suo rogo fiammante di fenice (4): una figura femminile sottratta ai cieli della bellezza ideale, figura di carne/sangue/desiderio abbandonata alla fiamma e al gelo della deformazione e della devastazione, creatura che dall’orrore del disfacimento corporale trae la luce che illumina il reale, l’evento, mettendone in evidenza la sostanziale alterità rispetto agli universi della concettualizzazione, delle regole, della norma. Douve è lo sguardo che accompagna l’essere nella sua discesa agli inferi, al suo disfacimento e alla sua autorivelazione; è sguardo che si guarda dall’interno (in quanto esso stesso, contemporaneamente, soggetto di anticipazioni e di lacerazioni e oggetto della sua osservazione) e, proprio perché tale, si fa voce, voce che tenta l’indicibile, poesia. La poesia diventa, quindi, coscienza della finitudine, luce proiettata sulla notte dell’essere, sapienza e scrittura che si rivelano nell’atto di una parola restituita al senso originario, un senso che non è mai un unicum, un postulato invalicabile di significati definiti, un contratto universo sillabico, ma un grumo ardente di potenzialità che il poème raccoglie nella sua inesausta tensione a varcare la soglia, a penetrare nel regno dell’improbabile (5), nel profondo della vita stessa riportata alla sua terrestrità, alla sua oscura e indecifrabile solarità.

Una intenzione chiaramente antimetafisica, quindi, presiede alla nascita di Douve: la purezza dell’eidos platonico, l’armonia formale di un principio unificatore del reale e dell’essere che trova nel pensiero il luogo del suo dispiegarsi e nella parola l’atto che lo rivela e lo ipostatizza, al di là della vicenda in cui l’ente reale si realizza come esistenza concreta – il luogo di una memoria che si fa voce solo per chiudere l’indicibile in un reticolo di segni che officiano un illusorio possesso – lascia il posto a una poetica dove il reale, con i suoi simboli viventi in perpetua metamorfosi, nel trapasso inarrestabile delle forme e degli oggetti (ad iniziare da quelli della mente) in un cosmo di alterità irriducibili, diventa la mappa, il théatre in cui ogni trascendenza rivela la sua cifra corporea, s’invera sull’orizzonte del divenire che ne definisce il senso: l’esperienza fondamentale della morte, “l’ivresse imparfaite de vivre“, “présence sans issue, visage sans racine“. La morte, esperienza che il simbolo della bellezza classica ha costantemente rimosso, sublimandola, dalla pupilla della poesia levata a scrutare nelle profondità della “notte dell’essere“, assume le fattezze cangianti di un corpo femminile che è pura ombra, “immobilità e movimento“, disfacimento e rinascita, fuoco che si offre e fuoco a cui ci si immola, in un gioco infinito di rimandi in cui l’alto si definisce solo a partire dal basso, dall’infimo: solo calandosi fino al dolore delle sue radici, ogni creatura trova la ragione ultima del fuoco e del gelo che la sostanziano, fino a scoprire che ogni altezza, ogni cima è esilio, naufragio: soltanto l’immobile (uno dei nomi/attributi di dio) vive la lontananza dalla morte come limitazione ed esclusione che ne condiziona l’essere, la pensabilità, la dicibilità: la vera trascendenza non è un “itinerarium mentis ad deum“, ma una descensio dei ad inferos. Solo la poesia può dare testimonianza di questa vertiginosa discesa, una poesia che è costretta a farsi materia sonora del viaggio, a fondersi coi passi, il paesaggio e la strada, in quanto il suo essere qui e ora è il segno di una lacerante impossibilità del dire.

Douve è il cammino e l’approdo, la sorgente e la foce di una poetica generativa dello strappo, del frammento e della deriva, del segno che frantuma vecchi legami nel linguaggio: se nulla esiste prima del dire, l’indicibile dell’origine è materia stessa della parola, materia di deserto e di esilio, di tenebra e di luce, immagine di immagini, una presenza assente che nominando il mondo lo riscrive col suo nome più vero, il primo e l’ultimo, il-nulla-di-nome: al di là del riconoscimento di un ordine semantico che riduce gli abissi dell’oltre a pensiero, esorcizzandone la radicale alterità, escludendoli dal fluire naturale delle cose, dall’eterna, irrivelata, metamorfica epifania dell’esistenza.

[Tratto da: I Nomi Propri dell’Ombra, a cura di S. Baratta e F. Ermini, ed. Moretti & Vitali 2004. Pubblicato in rete in Dissidenze e La poesia e lo spirito]

Note

1) Yves Bonnefoy, Du Mouvement et de l’Immobilité de Douve, Mercure de France, 1953, ora in Poèmes, Paris, Gallimard, 1982, che comprende anche le successive tre raccolte poetiche dell’autore, opere nelle quali è avvertibile, pur in mancanza di riferimenti espliciti, se non la voce almeno la pronuncia di Douve: Hier Regnant Desert, 1958; Pierre Ecrite, 1965; Dans le Leurre du Seuil, 1975.

2) Cfr. C.G. Jung, Tipi Psicologici, in Opere, a cura di L. Aurigemma, Torino, Boringhieri, 1969. Il significato cui Jung riconduce il termine e la netta distinzione rispetto al segno, è quello che meglio si adatta a rendere la complessità evocativa del linguaggio poetico di Bonnefoy: simbolo è la più adeguata formulazione per indicare qualcosa di relativamente sconosciuto, ma la cui esistenza è attestata come necessaria.

3) Cfr. Piero Bigongiari, Poesia francese del Novecento, Firenze, Vallecchi, 1968, pp. 235 e sgg.

4) Cfr. Gaston Bachelard, La Psicoanalisi del Fuoco, tr. it., Bari. Dedalo, 1973 e, soprattutto, Poetica del Fuoco, tr. it., Como, Red Edizioni, 1990.

5) Yves Bonnefoy, L’Improbable, Paris, Mercure de France, 1959, tr. it., Palermo, Sellerio, 1982. Cfr., in modo particolare, il saggio L’atto e il luogo della poesia, pp. 115-148.

Testi

Da: Movimento e immobilità di Douve
(Du Mouvement et de l’Immobilité de Douve, 1953)

Teatro
(Théâtre)

I.

Je te voyais courir sur des terrasses,
Je te voyais lutter contre le vent,
Le froid saignait sur tes lèvres.

Et je t’ai vue te rompre et jouir d’être morte ô plus belle
Que la foudre, quand elle tache les vitres blanches de ton sang.

*

Ti vedevo correre sulle terrazze,
ti vedevo lottare contro il vento,
il freddo sanguinava sulle tue labbra.

E ti ho vista lacerarti e gioire di essere morta, tu più bella
della folgore, quando macchia i vetri bianchi del tuo sangue.

II.

L’été vieillissant te gerçait d’un plaisir monotone,
nous méprisions l’ivresse imparfaite de vivre.

«Plutôt le lierre, disais-tu, l’attachement du lierre aux
pierres de sa nuit: présence sans issue, visage sans racine.

«Dernière vitre heureuse que l’ongle solaire déchire,
plutôt dans la montagne ce village où mourir.

«Plutôt ce vent…»

*

L’estate al declino ti screpolava di un piacere monotono,
noi disprezzavamo l’ebbrezza incompiuta della vita.

«Meglio l’edera – dicevi – l’attechire dell’edera alle pietre
della sua notte: presenza senza sbocco, viso senza radici.

«Ultimo vetro felice che l’unghia del sole lacera,
meglio un villaggio sul monte, dove morire.

«Meglio questo vento…»

III.

Il s’agissait d’un vent plus fort que nos mémoires,
Stupeur des robes et cri des rocs – et tu passais devant ces flammes
La tête quadrillée les mains fendues et toute
En quête de la mort sur les tambours exultants de tes gestes.

C’était jour de tes seins
Et tu régnais enfin absente de ma tête.

*

Era un vento più forte delle nostre memorie,
stupore di vesti e grido di rocce – e tu passavi davanti alle fiamme
la testa quadrettata, le mani incrinate e tutta
desiderosa della morte sui tamburi esultanti dei tuoi gesti.

Albeggiava dal tuo seno
e tu regnavi infine assente dalla mia mente.

IV.

Je me réveille, il pleut. Le vent te pénètre, Douve,
lande résineuse endormie près de moi. Je suis sur une
terrasse, dans un trou de la mort. De grands chiens de
feuillage tremblent.

Le bras que tu soulèves, soudain, sur une porte, m’il-
lumine à travers les âges. Village de braise, à chaque
instant je te vois naître, Douve,

A chaque instant mourir.

*

Mi risveglio, piove. Il vento ti attraversa, Douve,
distesa resinosa assopita accanto a me.
Sono su una terrazza, in una buca scavata dalla morte.
Grandi cani di foglie tremano.

Il braccio che tu sollevi, fulmineo, su una porta,
mi illumina attraverso le età. Villaggio di brace,
a ogni istante ti vedo nascere, Douve,

a ogni istante morire.

V.

Le bras que l’on soulève et le bras que l’on tourne
Ne sont d’un même instant que pour nos lourdes têtes,
Mais rejetés ces drapes de verdure et de boue
Il ne reste qu’un feu du royaume de mort.

La jambe démeublée où le grand vent pénètre
Poussant devant lui des têtes de pluie
Ne vous éclairera qu’au seuil de ce royaume,
Gestes de Douve, gestes déjà plus lents, gestes noirs.

*

Il braccio che solleviamo e il braccio che volgiamo
occupano lo stesso istante solo nelle nostre menti grevi,
ma dismesse le vesti di verde e di fango
non rimane che un fuoco del regno dei morti.

La gamba sradicata dove il gran vento penetra
spingendo avanti a sé volti di pioggia
non vi illuminerà che alla soglia di quel regno,
gesti di Douve, gesti sempre più lenti, gesti neri.

VI.

Quelle pâleur te frappe, rivière souterraine, quelle ar-
tère en toi se rompt, où l’écho retentit de ta chute?

Ce bras que tu soulèves soudain s’ouvre, s’enflamme.
Ton visage recule. Quelle brume croissante m’arrache
ton regard? Lente falaise d’ombre, frontière de la mort.

Des bras muets t’accueillent, arbres d’une autre rive.

*

Quale pallore ti sferza, fiume sotterraneo, quale arteria
in te si spezza, dove l’eco rimbomba della tua caduta?

Il braccio che tu sollevi, s’apre improvviso, s’infiamma.
Il tuo volto indietreggia. Quale nebbia montante mi strappa
il tuo sguardo? Lenta falesia d’ombra, confine della morte.

Braccia mute ti accolgono, alberi di un’altra riva.

*

Da: Ieri deserto regnante
(Hier Régnant Désert, 1958)

Terre du petit jour

L’aube passe le seuil, le vent s’est tu,
Le feu enclos dans la laure des ombres.

Terre des bouches froides, ô criant
Le plus vieux deuil par tes secretes clues,
L’aube va refleurir sur tes yeux de sommeil,
Découvre-moi souillé ton visage d’orante.

Terra dell’alba

L’alba oltrepassa la soglia, si è acquietato il vento,
il fuoco rinchiuso nel chiostro delle ombre.

O terra di bocche fredde, che gridi
il lutto più antico dai tuoi segreti anfratti,
l’alba rifiorirà sui tuoi occhi di sonno,
rivelami, infangato, il tuo viso di orante.

*

L’éternité du feu

Phénix parlant au feu, qui est destin
Et paysage clair jetant ses ombres,
Je suis celui qui tu attends, dit-il,
Je viens me perdre en ton grave pays.

Il regarde le feu. Comment il vient,
Comment il s’établit dans l’âme obscure
Et quand l’aube paraît à des vitres, comment
Le feu se tait, et va dormir plus bas que feu.

Il le nourrit de silence. Il espère
Que chaque pli d’un silence éternel
En se posant sur lui comme le sable
Aggravera son immortalité.

L’eternità del fuoco

Fenice che parla al fuoco, destino
e terra chiara che irraggia le sue ombre,
io sono colei che tu aspetti, gli dice,
vengo a perdermi nella tua dimora fonda.

Ella osserva il fuoco. La sua nascita,
il suo insediarsi nell’anima oscura,
e quando l’alba compare ai vetri, come
il fuoco si taccia, dorma sotto altro fuoco.

Lo nutre di silenzio. Spera
che ogni piega di un silenzio eterno,
posandosi su di lui come la sabbia,
la sua immortalità renda più fonda.

*

Une voix

Écoute-moi revivre dans ces forêts
Sous les frondaisons de mémoire
Où je passe verte,
Sourire calciné d’anciennes plantes sur la terre,
Race charbonneuse du jour.

Écoute-moi reviver, je te conduis
Au jardin de présence,
L’abandonné au soir et que des ombres couvrent,
L’habitable pour toi dans le nouvel amour.

Hier régnant désert, j’étais feuille sauvage
Et libre de mourir,
Mais le temps mûrissait, plainte noire des combes,
La blessure de l’eau dans les pierres du jour.

Una voce

Ascoltami rivivere nei boschi
sotto il fogliame della memoria
dove verdeggiante trascorro,
sorriso calcinato di antiche piante sulla terra,
stirpe carbonacea del giorno.

Ascoltami rivivere, ti conduco
al giardino di presenza,
abbandonato alla sera e ricoperto d’ombre,
abitabile per te nel nuovo amore.

Ieri deserto regnante, ero una foglia selvatica
e libera di morire,
ma il tempo maturava, nero compianto delle valli,
la ferita dell’acqua nelle pietre del giorno.

*

Da: Pietra scritta
(Pierre écrite, 1965)

Un fuoco ci precede
(Un feu va devant nous)

L’arbre, la lampe

L’arbre vieillit dans l’arbre, c’est l’été.
L’oiseau franchit le chant de l’oiseau et s’évade.
Le rouge de la robe illumine et disperse
Loin, au ciel, le charroi de l’antique douleur.

O fragile pays,
Comme la flamme d’une lampe que l’on porte,
Proche étant le sommeil dans la sève du monde,
Simple le battement de l’âme partagée.

Toi aussi tu aimes l’instant où la lumière des lampes
Se décolore et rêve dans le jour.
Tu sais que c’est l’obscur de ton cœur qui guérit,
La barque qui rejoint le rivage et tombe.

L’albero, il lume

L’albero invecchia nell’albero: è l’estate.
L’uccello valica il canto dell’uccello e si allontana.
Il rosso della veste illumina e disperde
lontano, in cielo, il carreggio dell’antico dolore.

Oh fragile paese,
fragile come la fiamma del lume che portiamo
quando è vicino il sonno nella linfa del mondo,
semplice il battito dell’anima condivisa.

Anche tu ami l’istante in cui la luce dei lumi
trascolora e sogna nel giorno.
Tu sai che è l’oscurità del tuo cuore che guarisce,
la barca che raggiunge la riva e vi ricade.

*

Les chemins

Chemins, parmi
La matière des arbres. Dieux, parmi
Les touffes de ce chant inlassable d’oiseaux.
Et tout ton sang voûté sous une main rêveuse,
O proche, ô tout mon jour.

Qui ramassa le fer
Rouillé, parmi les hautes herbes, n’oublie plus
Qu’aux grumeaux du métal la lumière peut prendre
Et consumer le sel du doute et de la mort.

I sentieri

Sentieri, tra materia d’alberi.
Dèi, tra i ciuffi
del canto instancabile degli uccelli.
E tutto il tuo sangue arcuato sotto una mano sognante,
oh vicina, oh tutto il mio giorno.

Chi raccolse il ferro
arrugginito, tra le alte erbe, più non dimentica
che ai grumi del metallo può attecchire la luce
e consumare il sale del dubbio e della morte.

*

La patience, le ciel

Que te faut-il, voix qui reprends, proche du sol comme la sève
De l’olivier que glaça l’autre hiver?
Le temps divin qu’il faut pour emplir ce vase,
Oui, rien qu’aimer ce temps désert et plein de jour.

La patience pour faire vivre un feu sous un ciel rapide,
L’attente indivisée pour un vin noir,
L’heure aux arches ouvertes quand le vent
A des ombres qui rouent sur tes mains pensives.

La pazienza, il cielo

Cosa ti manca, o voce che riprendi, in prossimità del suolo
come la linfa dell’ulivo che l’altro inverno strinse nel suo gelo?
Il tempo divino che occorre per riempire questo vaso,
sì, nient’altro che amare questo tempo deserto e colmo di luce.

La pazienza per tenere vivo un fuoco sotto un mobile cielo,
l’attesa indivisa per un vino nero,
l’ora dalle arcate dischiuse quando il vento
ha ombre che vorticano sulle tue mani pensose.

*

La lumière, changée

Nous ne nous voyons plus dans la même lumière,
Nous n’avons plus les mêmes yeux, les mêmes mains.
L’arbre est plus proche et la voix des sources plus vive,
Nos pas sont plus profonds, parmi les morts.

Dieu qui n’es pas, pose ta main sur notre épaule,
Ébauche notre corps du poids de ton retour,
Achève de mêler à nos âmes ces astres,
Ces bois, ces cris d’oiseaux, ces ombres et ces jours.

Renonce-toi en nous come un fruit se déchire,
Efface-nous en toi. Découvre-nous
Le sens mystérieux de ce qui n’est que simple
Et fût tombé sans feu dans des mots sans amour.

La luce, mutata

Non ci vediamo più nella stessa luce,
i nostri occhi e le mani non sono più gli stessi.
L’albero è più vicino e più viva la voce delle sorgenti,
i nostri passi risuonano più profondi, fra i morti.

Dio che non sei, posa la tua mano sulla nostra spalla,
abbozza il nostro corpo col peso del tuo ritorno,
completa l’unione delle nostre anime con gli astri,
i boschi, le grida degli uccelli, le ombre e i giorni.

Rinuncia a te in noi come si squarcia un frutto,
cancella noi in te. Rivelaci
il senso misterioso di ciò che è semplice
e, senza fuoco, seme caduto in parole senza amore.

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10 pensieri riguardo “Tra fiamma e gelo – Yves BONNEFOY”

  1. ah, che bello: la scoperta di “Douve”, in particolare, in gioventù è stata capitale, assieme a Char, Cattafi, Holan …
    – tanti Auguri di Buone Feste, caro Francesco: i tuoi testi, le tue proposte e le tue riflessioni sono davvero un tesoro prezioso ed inesauribile; ciao, Enrico

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