Riti di passaggio (I) – Lorenzo CARLUCCI

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(Lorenzo Carlucci, Large figure, 2001)
    

Ancora oggi il mio orizzonte è quasi perfettamente descritto da questa citazione, che lessi in uno dei volumi de “I mistici  dell’Occidente” di Elémire Zolla (poi perduto, o regalato). Mi pare fosse attribuita a tale Abba Agueras.

Non c’è più deserto ormai. Prendi dimora tra gli uomini, nel cuore della città popolosa, e conduci te stesso come un uomo che non esiste.

    

Forse perché cresciuto da vecchi, fratello di mia madre e senza padre, ho avuto da subito una tendenza a saltare la vita a pié pari, amore e repulsione per l’idea del fallimento, dell’inadeguatezza, dello sperpero delle forze, dell’incapacità. Aggiungerei, oggi, questi versi dei Red Hot.

The more I see / the less I know /  the more I like to let it go“.

    

Queste prime poesie che ti mando, le scrivevo a scuola, durante gli ultimi tre o quattro anni, e quasi tutte per Cecilia: seguivo la deriva del suo bellissimo nome. Avrei voluto baciarla ma ottenevo solo l’effetto di farla piangere, sai che guadagno! Avevo letto Lòrca, nell’edizione in due volumi della Garzanti, di mia madre.

 

Senza Titolo (1992)

Le mie mani sono foglie
di mare, le mie mani sono
di marmo.

I miei piedi sono alberi
d’arena, i miei piedi sono
di marmo.

Il mio viso tira calci ai piccioni.

Ora mi devo arrangiare,
lei mi ha dato i soldi
per la merenda ed io
ne ho fatto dentiere
per scoiattoli.

Dovrò accontentarmi
di ginocchia di granito
e di cosce di donna
destinate ad altri
macelli, che se ne vanno.

(I poeti sono grassi da piccoli).

 

Piazza (Un Cardinale, un Moschettiere, Bambini) (1992)

         
CARDINALE : “D’Artagnanneeeeeeeeee!!!”
MOSCHETTIERE : “Cazzo vòi?”

(Tre rintocchi di Marmo Solenne)

BAMBINI (accoràti) :   “No !    [dlonn]
                         No !     [dlonn]
                         No !”    [dlonn]

CARDINALE : “Ho amato il cavallo bianco.”
MOSCHETTIERE : “Ma dde che ?”
CARDINALE : “Colpito, muoio…”
MOSCHETTIERE : “Magari.”

(Tre rintocchi di Latta Spensierata)

BAMBINI (accoràti) :   “Aho!    [tlaan]
                         Aho!     [tlaan]
                         Aho!”    [tlaan]

CARDINALE : “Piripì!”
MOSCHETTIERE : “Hai ammazzato ‘n branco
                    de mosche.”

 

    

Nel 1993 scrissi pure una raccolta di prose, un beverone che si chiama “Itinerario Mistico Romano”. Sono quadretti di mistica urbana e giovanile, tipo questi qui sotto. Avevo letto senz’altro “I Giorni e le Notti” di Jarry (in italiano), pur ignorandone del tutto il contesto, e per di più in italiano. La purezza della mia visione era già perduta allora, già lamentavo la mia cecità, la perdita degli occhi. Pensa te.

 

 

Ara Coeli (da Itinerario Mistico Romano, 1993)

Blondo-Flavio-Forliviensi-Historico-Celebri-Multorum-Pontifium-Romanorum / Blondi-Filii-Patri-Benemerenti-Unanimes-POSUERE.

Riposare nell’ombra obliqua

e ricordare: Ho riposato.

                            Nelle profondità ultramarine dei miei occhi si
riversa il sole dal corpo pieno di cielo. Imago meae mortis, en disponibilité]
de marbre, sotto la mia nuca aderente.

Sorreggo la Chiesa.
                La madre ha grandi fianchi d’argilla grezza.
Pellegrino forense, sono l’ombra spessa della Croce.
Fino ai piccioni col petto d’uragano che si lasciano dal trampolinetto
nel vuoto, riguardo. Aspetto. Muto.

                                        Il volo pietrificato d’un gabbiano
nel volo trasfigurato d’un uccello donna.

Sorreggo la Chiesa.
                Le mie mani capitelli sotto i seni fiorenti della
puttana che si sfogliano   il mio pilastro d’ombra nella sua vaga…

chair multicolore de perroquet

Ho il sole come una grossa moneta gialla di grano nella testa.
Riverso i miei denari sulla tomba. Due fanciullini d’oro e due d’argento]
tinniscono sul marmo, bimbi maliziosi, s’inseguono e s’aspettano.
Ma dove si tiene la saggezza? E qual è la sede dell’intelligenza?
Roma asserisce, mare ed abisso: appresso a me non sta.

Mente:
     E mi levo nel crepuscolo prima di ricevere i becchettii dei colombi]
becchini e lascio il mio stigma flebile di vita sul sepolcro.

Qui la morte è di tutti. Prendetene un poco.
Ostia dell’Ara Coeli, essere un buon boccone per l’anima celeste.

 

    

Questa poesia qui sotto è stata scritta nel 1993. Montai insieme una serie di poesie di questo periodo durante il 1994, il mio primo anno a Pisa, dove studiavo Filosofia con molti dubbi e parecchia tristezza, ma allegra. La mia preoccupazione principale, il mio “fior di fronda”, era la Poesia, ma non potevo assolutamente tollerare l’idea di studiare Letteratura in sede universitaria (la tollero poco tutt’ora). Per una buona dose di elazione. Per una dose di cultura ebraica (latente), divieto per il rabbino di guadagnarsi il pane studiando la Legge (il rabbino deve fare, per mangiare, un altro lavoro, foss’anche il ciabattino, o, appunto, il filosofo). A Pisa scoprivo l’Italia per la prima volta. L’Italia dei ragazzi di provincia che studiano tanto. Che leggono il greco per bene. L’Italia dei ragazzi di città che sanno di politica. Quella dei figli dei maestri, delle cittadine. Andavo a mensa molto presto, mangiavo molto in fretta. Non riuscivo granché a parlare, purtroppo. Alcune poesie, montate allora, sono state pubblicate molto più tardi, nel 2002, in “PlayOn Poetry”, a cura di J. Ricciardi, con il titolo “Semeyazah (il mio nome ha visto, 1994)”. L’influenza maggiore era  quella di Rilke, era quella di Nietzsche. Il libro era come un saluto a loro, come un saluto agli amici d’infanzia. Il nome “Semeyazah” è dal “Libro di Enoch”, apocrifo dell’Antico Testamento, che avevo letto al Liceo. Secondo quel libro è il nome del capo degli angeli cazzo-di-cavallo che vengono giù per terra, flirtano con le figlie dell’uomo, insegnano loro le arti e le scienze. Probabile etimologia: “semì yazah”, ossia “il nome mio ha visto”. La raccolta era una sorta di meditazione piuttosto decadente sulla fine dell’arte, della storia e compagnia bella. Roba tipo: “Vedo che le vicende dell’angelo, che tanto vanamente ho finto di cercare, non devono esser altro che le mie, cioè generarsi intimamente nel linguaggio, come la mia vita che nell’istante diviene norma.” La poesia qui sotto è più tranquilla e c’entra poco, scritta dove dice d’esser stata scritta.

 

Da “Semeyazah (Il mio nome ha visto)” (1994)

( Ai due fratelli visti sul traghetto tra la Grecia e Brindisi )

I

Il giovane – dio?
Il giovane,
fanciullo imperatore
dal volto solenne
col barbaro fratello
sul vascello,
per altuum,
sul mare:
il giovane figlio reietto
in veste plebea
allevato da schiavi.
Nei suoi occhi
respirano i cieli
sprofondati
nei laghi a pié dei monti
all’est
sul suo capo una steppa
distende vigorosi sterpi
che straziano il cielo.
Mani aggraffiano
il suo cuore gonfio
ed ilsuo petto
si riempie
d’indicibile affanno,
tanto che ansima.
E silevano stormi
dietro di lui
mentre placido contempla
popoli e donne.
Il mondo s’instilla
nei suoi occhi
senza che lui debba
protendere per bere
le sue labbra.
Egli riceve in piedi
la sua Benedizione
da un dominatore
senza volto.
A lui la terra come un immenso pane.
Quieto attende
sulla nave tra la folla,
il giorno in cui verrà
riconosciuto dai propri padri.

II

Con lui è il fratello
alle sue spalle
è l’altro,
fatto di polvere.
Cresciuto sui carri,
esule
cui un drappo spiegato
di seta screziata
fu firmamento.
Sotto quel cielo
ancora s’accantuccia,
garottato nell’oro di stelle
che intessono le coltrìci
della notte

(O dea)

Quali inattesi vigila il suo sguardo?
Quali non visti vegliano i suoi occhi?
Maneggiano lunghe mani
lance senza punta
e lacci di cuoio
lo fanno simile al piccolo re plebeo.
Il mondo è il suo gigante.
E ululano iene e cani e lupi
fuori, attorno,
mentre sulla fronte bruna
occhieggia un lividore.
Quali inauditi tendono il tuo orecchio?
Il padiglione inarcato che avanza
nel buio del teschio,
dove tace il tuo dilemma,
che voce attende,
e cosa lo sostiene,
con l’altro,
protéso?

(Bestia silenziosa della steppa,
barbaramente in attesa,
ombra dell’altro,
il secondo fratello sta.)

III

Ma suggono entrambi il seme
della medesima lurida megera
che lercia distilla candido latte
da un seno aggrinzito.

 

    

Tra il 1994 e il 1999 non ho scritto quasi nulla, se non testi sparsi, come questo qui sotto, scritto a Pienza per la macchia e finito in una disco-balèra vicino a Chiusi. L’originale era montato su una foto di una ragazzina con delle mutande a righe bianche e azzurre, che spingeva il sedere un po’ in fuori e si leccava le labbra – ma l’ho perso.

 

Cordelia (1998)

Ti seguo sopra il campo militare, tra le tende e i tratti di terriccio mentre si mostra il sole a tratti. Seguo l’orma del piede tuo, Cordelia amata, l’orma lasciata sulla terra molle e secca. Solo una lieve crosta sulla fanghiglia  ed il torneo delle farfalle attorno. Ai padiglioni, all’attrito del ferro e della pietra, delicata conchiglia serrata in  arenaria agnello smembrato che reggi la colonna torta. Nutri il Leone di Francia, multicolore del viso morto. Il torneo del leone sul deserto. Il tuo piede, Cordelia, seguo astrattamente lo segue l’uomo nella febbrile passione della  rena, vinto dall’equilibrio del tuo corpo, con cui scalzi il dosso, dal tuo polpaccio – bianco? Cordelia assente, e  rifiutata, giovane donna precras… Ti faccio segno e segno, ascolto del cane bianco le parole del cane intellettuale che  scende sul viottolo nella cenere che cade come neve. Il marabou o il fagiano tra i rifiuti, mia Cordelia, tu rifiuto  rifiutato.  A te vanno gli occhi. Hai l’imbarazzo della verità nel dire giovane giunco non puoi opporre rifiuto né  esplicare. E continuamente giri il campo seguendo l’erba nuova schiacciando questa foglia sulla terra che la prende, e la conchiglia del  tuo piede, Cordelia, il mio orecchio preso d’arenaria. Tenuti, in pietre divise, in cima a zolle sulla tenera verde ! Muovi  la mano alla bocca. La disgiuntura delle dita, e l’articolazione O mia Cordelia! Ridotto in vecchio sasso. Il padiglione militare o meno, il sole medio mentre resti in piedi e poggi ed il tuo peso imprime d’oggi mota e rena. L’orma nella tua terra, noce del tuo peso o spina d’istrice prevista. Il raccoglierti Cordelia, brandello di sorbo, bocca di  pungitopo, edera mozza al piede, strada fangosa e colle.

 

    

Nel 1999, quando ho finito l’Università e ho lasciato Pisa, ho scritto tre micro-raccolte: San Matteo, Cycle of Judah (in inglese), e  Libre Vermeil d’Amour e dei brevi testi in prosa, Fabulae Hungaricae. Eccone un po’. In questo periodo ho ricominciato a scrivere grazie alle chat, durante le notti passate nelle aule computer a mettere insieme la tesi di laurea (l’aula chiudeva e non si poteva uscire fino al mattino). I testi risentono (anche se magari non sembra) dell’immediatezza della scrittura da chat, e del modo in cui, là, ci si rivolge ad un individuo astratto, ipotetico, generico, e infine di come, sempre là, occorra mostrare tutto attraverso la scrittura. Credo che ogni scrittore si dovrebbe allenare un po’ in chat. Si potrebbe organizzare un chattamen. Oltre a ciò, in questo periodo ero molto influenzato dalla tetralogia di Giuseppe, di Mann, suo inarrivabile salto oltre se stesso. Le dieci favole ungheresi sono per Valeria, che aveva difficoltà ad attraversare la strada. Per scriverle ho letto (o meglio ho dato un’occhiata) a ciò che dell’Ungheria dice la Treccani, un pomeriggio in casa di mia madre. Non proprio una ricerca degna di Flaubert, ma che ci vuoi fare.

 

da “Fabulae Hungaricae” (1999)

I

 

La Terra. Stette sul pozzo un giovane, finché non incontrò chi gli dicesse: -Ti porterò dove la Terra ti conosce. – Come? chiese. – Su binari di rame andremo, stanne certo. – Fino al cervello e all’osso? – No, fino a coperte e caffè. – Di che colore quelle, e questo? – D’oro, mi pare, il caffè.

VIII

Anna e i piccioni. Allorché Anna piangeva amaramente, le si parò dinnanzi un gruppo di piccioni. Le disse il capo : – Anna, perché piangi? La piazza è piena di rifiuti nuovi! L’uomo è lo schiavo che per noi rinnova, senza fermarsi, con la testa bassa, andando per la piazza chissà dove. Noi gli tendiamo trappole beccando, tessiamo trame attorno alle sue gambe, lo soffochiamo nella rete come fanno, sul lago Bàlaton, i pesci ai pescatori. Mischia alle nostre la tua direzione! Anna rispose, tra lacrime fitte come nasse: – Io non so rifiutarvi, lo sapete, voi fate cerchio attorno a me, chiudendo, poiché io sono senza direzione.  E bastò un cenno fatto con il capo, e poi lo stormo ricoprì la donna.

 

Le radici delle piante (1999)

Sì, capita che le radici delle piante
vengano tutte fuori della terra
e che si cada con la faccia avanti
e se ne prenda una fotografia
o sulla scala attorta giù in cantina
coi topi alle calcagna
si capitomboli
di nuovo
a faccia avanti

– Le monastère est bleu.

Alle sedici cupole di legno
la tua spilla russa io preferisco
e la fontana assente nel ricordo
eppure detta, ripresa in qualche nastro
in qualche scatola ungherese anni ‘40
tu piangi in forma di parola
mi prendi il braccio e ridi
richiedi che ti regga un po’ gli oggetti
fuggi lo sguardo e stai accanto e non aspetti
bambini.

Porgi al vicino l’avanzo di pane,
automaticamente,
ma non c’è più vicino.

La terra ha raccolto il sangue
del tuo viso ti è sterminata sindone
profonda o superficie
la mano spinge e stringe il nulla
(chissà dall’altra parte che si vede)

e cadono i regali sbattono per terra
si perdono si allacciano d’ intorno
e fanno giro fanno rumore
esistono
la presenza nella camera di legno
la mente sopra un carro col capo rasato

peregrino

– Le monastère est bleu,
puisque le coeur est noir.

 

Il dormire tra i cappotti (1999)

Il dormire tra i cappotti,
voglio dormire tra i cappotti
nella stanza da letto
sul letto matrimoniale
il giorno della festa,
respirare l’odore dei vecchi
ripetere le ultime note
respirare l’odore dei giovani
leggere la biografia di una puttana
e non riuscire a entrare
nell’altra stanza,
non riuscire,
sbirciare
forme note e ignote
e abbandonarmi tra i cappotti
degli estranei

 

Da “Libre Vermeill D’Amour” (1999)

Tu che hai compreso l’infanzia di Roma,
Roma,

seta dell’ore sull’ossa,

le unghie spezzate

*

e dove il collo tuo divino
può condurre
il peso della colpa
ad ogni svolta della via testimoniata
da questa commozione senile e fanciullesca
ad ogni svolta della via pacificata

nella cenere e nell’oro del tuo volto

 

    

Il “Cycle of Judah” qui sotto lo scrissi dopo aver riportato in inglese sessanta sonetti di Shakespeare liberamente adattati in italiano da Jacopo Ricciardi (!!!(opera inedita)). Dovrei pubblicare una trasposizione italiana di questa roba verso aprile, se Dio vuole.

 

Da “Cycle of Judah ” (1999)

Now hold between your lips those grains of Judah
Between your subtle lips that widen not
to accomodate the dereliction of a word

*

Heard just a raven’s wing
or some black bird’s, defigured in this Fall
Heard at the back, unseen
reminds you you are moved
no more

*

Removed from play,
So far removed
as to be end to those
who lose tentative feet
upon the tender grass
in gulf of green,
and tend their hand towards
the mould of theft
Your back is offered for Immunity

 

    

Oltre alle chat e a Thomas Mann, qui sopra citati, le mie frequentazioni in quel periodo erano, più sì che no, le prostitute transessuali, i.e. i membri della classe, o gruppo, o insieme, più di tutte sfruttata qui da noi, sfruttata infatti dall’intera Società nostra, piuttosto che da un’altra classe, o gruppo, o insieme. Pare che scrivere “cazzo” sia ancora taboo, e, per tanto, cool, e dunque lo faccio anch’io, per essere, così, à la page. Oltre che grottesco.

 

Dall’Oltretomba: non resta dunque che farsi penetrare, dare a chi chiede, stringere il laccio nero della scarpa al pantalone; che non cada, che non cada, per la strada! Non più il luogo, sbatti la testa al muro, il muro alla testa. Cogli l’orrore della forma. Cerca chi ti provoca terrore, presso il cancello che il nulla dal nulla divide, cògli il volto che vuole e sa terrorizzare, il cazzo che sgocciola infocato, scruta l’occhio del toro di ferro feroce; attendi la mano che ti strappa le lenti e le scardina, che strappa le viti che con pazienza hai strette nel vetro dei tuoi occhi con scelta attenta di strumenti proprii, sorridi al rostro che ti spacca il viso, strappando il volto, per contemplare infine un fanciullo d’amore; svuota del saio le tasche, sempre più dolcemente ridi a chi ti squatra, frantumando numeri tra i denti. Bacia la mano che ti macchia, saluta chi ti deruba e dimentica chi ti ricorda. Dimentica. Trattieni nell’unghie l’orrore, e spargi cenere su tutto. (Attendi alla porta un istante, pulisci l’immagine allo specchio, non te, e sdraiati nudo su marmo).

Per le vie (Nella vertigine dell’obelisco. Infine è sconsacrato il Tempio. Il Dio vivente si è dato una scrollata. Sul suo groppone infuria la pulce. (Succhia il suo stesso sangue, el mìsmo.) Vertigine d’obelisco). Il transessuale colombiano è elegante, ha un grosso cazzo. Affonda l’occhio nel gocciare dello sperma, nell’ansia del contatto. Strozza con le mani forti la vita, per osservarla al limite di morte, penetra con gli occhi neri il dramma, pozzo d’occhi, notte, pozzo a cui la goccia interminatamente cade. E’ in questa sospensione la sua scienza. Nei quindici anni della sua apertura, nell’assommare limite a limite, soma a soma, trasumanando? no, rifiutando vita e forma, schiacciandosi sotto la colpa della forma altrui, addossandosi la colpa della dualità. Non v’è colpa forse, ma Natura. Non v’è natura doppia, ma scissione, e tu, Natàlia, sei scissione fissata, carnificata; e l’anima tua s’annida come fiera nella fessa pietra, ombra del falco sulla prata, ombra del falco l’anima nel dolore. Ancora la possibilità di una forma, ancora l’imponibilità di una forma. Dice: – Ho posto due guardiani al cuore mio, torridi d’occhi, sfingi affronte mute, per essere l’ergon tra i due opposti. Per essere quella differenza. Che nulla è, che nulla è, anima mia. Libero resto non io, non io, giammai del corpo scarco, semmai spaccato dalla troppa differenza; libero da me l’anima (la ridò a mia madre). Altre forme non seppi sopportare. Schiacci la mandorla tra due sassi, schiacci il cazzo tra due seni sul petto robusto ed inebriato di ragazzo. Cozza contro te stesso, ancora ancora, perdi l’ultima pena in questa stretta vana ogni difesa perdi perdi perdi perdi. Spiri via.

I

Chi va spargendo il sale delle stelle
Sulla ferùta aperta e l’ossa rotte
Incide del suo nome la mia pelle,
Affonda il rostro al petto della notte.

Gemella forma per la via apparùta
Mi dici che non va alla guerra il pazzo
E strappi gridi da una bocca muta
Mentre ti pieghi per succhiarmi il cazzo.

L’orrore che mi stinge il volto allora
E’ il penetrar del nome nel mio cuore
Che come chiodo la mia carne fora.

Nell’occhio tuo si perda il mio colore!
Che la tua furia atroce che divora
Contempli infine un fanciullo d’amore.

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27 pensieri riguardo “Riti di passaggio (I) – Lorenzo CARLUCCI”

  1. Dormire tra i cappotti è la mia preferita, penso che Carluci possa fare, e molto, e meglio se si libera un pò dal *sapere* (impresa difficile ma lo stimo molto, davvero e credo possa *dimenticare*), un abbraccio affettuoso, Viola

  2. Io mi sento sempre in mezzo al guado e non c’è sponda che riesca a raggiungere. Non so nuotare ma non riesco neanche ad annegare. Almeno prenderei una via diritta o sbagliata che sia ma pur sempre una scelta. Beato Lorenzo che se ha avuto una iniziazione ora da qualche parte saprà finire… :o))
    Approfitto dell’occasione per augurare a Francesco e a tutti gli amici del blog un felicissimo natale e uno strepitoso anno nuovo!!
    pepe

  3. Lorenzo appartiene alla famiglia dei “sofisticati”. Il suo rigore intellettuale, ad alto numero di ottani, può piacere o dispiacere -può risultare faticoso o gioioso-, ma è comunque un bagno aristocratico nel dire della scrittura letteraria e della scrittura creativa.
    Gianfranco

  4. vi ringrazio. i vostri commenti (poeta iper-colto, “troppo sapere”, poeta sofisticato, poeta intellettuale) vanno ad aggiungersi ad un commento avuto di recente da un critico sulla mia raccolta ultima, “la comunità assoluta” (il cui “impianto avanguardista” sembra travolgerne il “contatto
    con il mondo della vita”). per quanto io possa comprendere i vostri giudizi e anche riconoscerne il fondamento per ciò che riguarda i testi qui presentati, e capisca molto meno quello sulla raccolta più recente, vi ammetto senza problemi che, assommàti, costituiscono per me il peggior fallimento che avrei potuto immaginare per il mio scrivere.
    ve ne sono per tanto grato e li prendo come una spia di qualcosa che sicuramente non va bene. cercherò di non disperare e di fare meglio durante il resto della mia vita, se Dio vuole, tenedo il cane meglio a bada, ché non si perda.

    saluti,
    lorenzo

  5. lorenzo…! quando leggo in alcuni blog i tuoi commenti hai una scrittura coerente e tesa che è – onestamente – bellissima. Fallimento è una parola assurda..!!! Lasciati andare al tuo dire, lascialo senza “concetto”, segui la parola e la vita per come viene, lasciala andare la parola, non lavorarla, …auguri di buone feste e un abbraccio forte, Viola

  6. Grazie a Viola, Gabriele e Gianfranco: che saluto, augurando a tutti un felice anno nuovo.

    Lorenzo, io non sono un critico, e la cosa non mi dispiace affatto, se fare il critico significa: a) rinunciare a “leggere” quello che si ha di fronte; b) prendere le misure a un testo al solo scopo di vedere fino a che punto rientra nei propri schemi e nella propria aprioristica idea di poesia, oppure se è ascrivibile al canone e ai parametri della (ennesima) consorteria che si sta mettendo in piedi.
    Il valore di un’opera non è deciso da chi scrive per i quattro amici del circolo di adepti, ma, per fortuna!, da coloro che leggono (sul serio). Questo per dire che: “La comunità assoluta” è un’opera matura e originale, di sicuro (e alto) spessore; b) chi scrive, poco più che ventenne, il “Cycle of Judah”, non solo ha le idee ben chiare su quello che sta facendo, ma anche dei “numeri” non indifferenti da spendere in un percorso di scrittura scevro di ogni epigonismo e votato unicamente alla scoperta della cifra profonda del proprio dire.

    E ancora. Questo non è un post dove si presentano alcuni testi per offrirli all’omaggio (il termine è usato nella sua accezione più neutra possibile) degli amici (ben venga, per carità): qui c’è un autore che si offre a chi legge nella nudità più assoluta, per consegnare nient’altro che la testimonianza di un itinerario umano e poetico, e lo fa con quell'(intelligente) indispensabile sguardo velato di ironia che, “desacralizzando la funzione”, ci rende la pienezza, la concretezza e il rovello che accompagnano l’atto e la riflessione che comporta.

    Non credo che tutti coloro che scrivono sarebbero poi disponibili a un’operazione del genere. E, in ogni caso, ben vengano i rilievi critici, soprattutto se aiutano non a “tenere il cane a bada”, quanto piuttosto a fargli muovere lo sguardo e i passi verso/negli spazi inesplorati che finora ha soltanto immaginato al di là del giardino che conosce a memoria.

    fm

    p.s.

    Le prose poetiche sono bellissime.

  7. francesco, beh, che dire? grazie per la fiducia. c’era un verso ancora più vecchio dei più vecchi qui sopra che diceva “offri la tua nudità al nulla”. magari. a viola: è proprio questo il problema: io la parola non la lavoro. e se un lettore, come te, vi vede più concetto che altro, io posso dire solo che ho fallito. grazie ancora.

    lorenzo

  8. “Offri la tua nudità al nulla”. E perché no? Se il nulla è il nulla della pagina. E il nulla della pagina l’unico specchio “dove l’ala riluce con il nome” (cfr. Edmond Jabès, Il libro delle interrogazioni, I).

    fm

  9. I testi lasciano una traccia del passato del magno poeta Carlucci (che ora viene definito una scoglio da sé-dicenti critici, probabilmente per la spaghettata di versi allo scoglio che tra poco dovremo sorbirci con la pubblicazione della sua più recente produzione), alcuni sono forse migliori anche dell’attuale vena – come si sa, i poeti più maturano più si inflaccidiscono come cachi, ma se li prendi in tempo son gustosi, e questa è ovviamente la speranza nostra. Smettesse un giorno di dire che la mia poesia risente delle traduzioni, potrei anche parlare di bene lui in futuro:-)

  10. ordunque, Lorenzo, ci sono testi “concettuosi” che sono splendore allo stato puro, vedi Donne. E quindi…ognuno ha il suo tragitto e lo compie al meglio che può. Francesco e Sinicco come leggo apprezzano la tua scrittura come del resto mi pareva d’aver esplicitato anch’io. Il mio era e resta l’augurio che tu scriva ancora e ancora e ancora. E la certezza che tu possa addirittura far meglio, Viola

  11. Intenso questo tuo diario, Lorenzo. La poesia che mi piace di più? La prima, quella che hai scritto a 16 anni. C’è secondo me un forte dissidio tra ciò che desideri e ciò che produci. Correggimi se ti ho frainteso: tu desideri una scrittura non costruita a tavolino, non ipercitazionista, non per addetti a lavori, non troppo “italica”, non troppo elaborata linguisticamente, non troppo cerebrale; aspiri ad una poesia dal respiro classico (nel senso di un verso che, nella sua labilità e mobilità, sia lontano dagli eccessi metrici e prosodici che lo vorrebbero soggiogare), che tratti i grandi temi dell’uomo (moderno) e che non scopra – ti cito – “le carte del suo gioco” (pur evitando l’oscurità), che – ti cito again – “tende a prendere come proprio oggetto una “totalità” non delimitata a priori (tutto il linguaggio, tutta la società, tutta la cultura, tutta la tradizione, tutta la realtà)”. Ti domando, se le mie premesse non sono troppe lontane dalla verità: secondo te, le tue poesie vanno nella direzione che ti sei preposto, proposto di perseguire?
    Ciao, Luigi
    (e un agnostico saluto/augurio di buone feste a Francesco)

  12. caro luigi, descrivi bene ciò che mi piace in poesia. in parte usando ciò che ti ho scritto io stesso, discutendo del tuo lavoro tempo fa. sbagli però, as far as I’m concerned, credendo di descrivere ciò che mi sarei “proposto” o addirittura “preposto” in poesia. non è per una posa – spero – che ti dico che non scrivo e non potrei scrivere con una coscienza tanto piena e precisa della mia “direzione”: “non sa l’uomo la sua via”.

    le caratteristiche che enumeri, sono, certo, cose che mi piacerebbe poter dire della mia poesia. ma le cose come stanno? vanno in quella direzione oppure no? non posso dirtelo io, davvero. devi dirlo tu, e già hai detto “no”. la poesia dei sedici anni ti piace perché è vicina ai tuoi canoni, c’è l’infantilismo del Novecento che a te piace molto, e anche a me. ma è una poesia, non una cifra. e questo forse conta. ma allora la cifra qual’è? quali sono le “regole del gioco”? un’erranza? la purezza della visione è andata persa a sedici, diciassette anni, l’ho scritto anche qui sopra. ho ritrovato una chiarezza di scrittura – ma questa è la mia impressione interiore, da “caco rammolito” – solo scrivendo la “spaghettata allo scoglio” dell’ultima raccolta. i testi qui sopra sono tutte cose che stanno tra quei due tempi. magari sono davvero scevre di epigonismo, come scrive marotta, ma sono tutti tentativi, o, volendo essere buoni, “prove”.

    prendo una delle caratteristiche che hai enumerato, l’ipercitazionismo, per dirti: “sì, hai ragione, questi testi peccano di tutti i peccati che aborro, ma in un modo un po’ strano”. rileggendo il terzo testo qui sopra mi ricordavo più o meno che “Ma dove si tiene la saggezza? E qual è la sede dell’intelligenza? Roma asserisce, mare ed abisso: appresso a me non sta” contiene una citazione anzi una parafrasi da Giobbe. poi per caso in questi giorni mi è capitato di leggere anche il resto del passo in questione di Giobbe, e il tutto dice così:

    Ma la sapienza dove si trova?
    e qual’è il luogo dell’intelligenza?
    Non sa l’uomo la sua via,
    né essa si trova nella terra dei viventi.
    L’abisso dice: “Non è in me”,
    ed il mare favella: “Appresso a me non sta”.
    Non potrà acquistarsi con l’oro migliore,
    né sarà pesato l’argento che possa pagarla.

    ecco mi sono accorto allora che anche scrivendo “Due fanciullini d’oro e due d’argento/tinniscono sul marmo, bimbi maliziosi, s’inseguono e s’aspettano” stavo citando il Libro di Giobbe, ma senza “saperlo”. Per questo spero, ancora, che la mia roba resti “ipercitazionista” solo in potenza, come lo è ogni testo, e la nostra coscienza pure, e ancora la riesco a distinguere dai lavori dei manieristi e dei modernisti post litteram nostri contemporanei. questo è il poco che, da scrittore, ti posso dire. sei tu che devi dirmi dove sbaglio, dov’è il dissidio. per il resto ti posso dire solo questo: “non sa l’uomo la sua via”, e io nemmeno.

    ciao,
    lorenzo

  13. Che il mondo presente riacquisti – o scopra – la propria Animazione è necessario per la vita e la sua salvezza, per la sua trasmissione e per l’identità della conoscenza e dell’uomo. Mi ha emozionato rileggere questi testi – che conoscevo già, in questi anni di amicizia con Lorenzo: un’emozione profonda anche per l’estremo piacere di lettura, emanazione di una sincerità e una disposizione alla lotta – e alle sue condizioni – “assoluta” – anche se forse non totalmente dominata ancora, ma pienamente visibile e godibile. Ci vorrà il tempo che ci vorrà. Intanto il terreno del presente della vita è stato toccato. Un terreno condivisibile con altri poeti: una dialettica risonanza… Il passo di Giobbe mi fa pensare esattamente a quello che noi siamo ancora oggi e che forse con ogni probabilità continueremo ad essere; ma per me, oltre che trasportare ad oggi, in questo nostro presente, l'”Assoluto” di quell’affermazione, per rompere – nel presente – il patto col tempo, entrando in una coscienza che passa attraverso il tempo e i tempi, credo che si possa anche cercare in noi – poeti – l’umiltà (la condizione umile) che ha prodotto in passato – nel suo presente – quell’affermazione in quel modo, e cercarla oggi nel nostro, per aggiungere, per determinare un’evoluzione, della conoscenza, dell’identità e della vita. Credo che il presente della cultura oggi sia il rispetto e il rigore, più che della poesia, della stessa vita. Credo che sia essenziale per l’essere umano oggi, oltre che allargare la percezione del suo tempo per rivelare in una limpidissima lente, simultaneamente, le forze e le debolezze dell’ uomo – nel più “assoluto” senso possibile (e in questo vedo il pregio del lavoro poetico di Lorenzo) – anche rientrare nel tempo per mostrare la naturalezza e l’evoluzione di una violenza e di una intelligenza – e di una identità – che nutrono la vita, e continuamente e nuovamente continuano a nutrirla, per mostrare – all’uomo – come l’uomo sopravvive e continua a sopravvivere – e sarei felice di riuscire in questa impresa come “poeta” anche e soprattutto grazie all’emozione e all’animazione che mi viene da altri poeti che condividono con me questo tempo presente.

    Jacopo

  14. Non mi sono mai sognato, nel mio breve intervento precedente, di muovere una qualche critica ai testi qui presentati. Apprezzavo invece la sincerità e l’umiltà con cui Lorenzo metteva a disposizione la sua anima scrivente presentandola nel suo evolvere. Quindi mi scuso con lui se sono forse sembrato un saccente scassaminchia. Tra l’altro ammiravo anche la caparbia ricerca di direzione e pragmatismo seppur simbolico cosa che a me invece non riesce mai. Ecco perché dicevo di sentirmi sempre in mezzo al guado in balia di gorghi e di correnti.
    pepe

  15. Caro Lorenzo,
    non ho titoli per dirti se sbagli. E poi in base a quali criteri stabilire l’errore, in poesia? Come hai detto bene in merito alle mie poesie una volta, io mi muovo in sistemi limitati (preferirei si dicesse: recintati), perché non credo possa esistere oggi una poesia moderna così come l’abbiamo studiata. Per leggere e decifrare la liquidità che contraddistingue le nostre vite e le nostre percezioni del mondo, penso si debba (quando dico “si debba” dico: io sento tale dovere) costruire insiemi piccoli, piccoli campi (di concentramento, anche) nei quali produrre simulazioni (reali/surreali/iper reali) del nostro tempo e del nostro spazio, e minore è l’ampiezza del campo, maggiori possibilità ci sono, credo, di indagarlo in tutte le direzioni. Mi piacerebbe che l’opera fosse giudicata nella sua interezza: l’insieme delle opere. Non più dunque una grande opera alla “waste land”, o “une seison en enfer”, ma una “grande” fusione di brandelli di “land+enfer”(credo di poter dar vita ad una grande fusione, non ad una grande opera, e sì, in questo mi sento molto crepuscolare – govoniano, come anche tu notavi). E credo anche nella forza dell’allegoria: credo che l’allegoria (se ne parlò molto negli anni ’90, fu un cavallo di bataglia del Gruppo 93) abbia molte cartucce da sparare, perché l’allegoria delimita, vincola, è un plot, una griglia nella quale però ci si può muovere con diverse libertà. Lo schema, il format è tipicamente postmoderno; ma i voli, diciamo pindarici, che si possono compiere nell’insieme finito no, quelli sono moderni, sono in potenza metafisici. L’allegoria permette di coniugare l’unità (ieri) con la fluidità oggi). Perché tutta questa pappardella? Perché ripeto: posso dirti solo quello che io non farei, non quello che tu non dovresti fare. Io mi darei dei paletti, e quegli ostacoli (senza diventare un “oulipomane”, ovvio) cercherei di saltarli, senza guardare alla luna durante il salto. Ecco: penso che tu abbia molte cose da dire (molte visioni e intuizioni da indicare), e abbia molte letture dentro di te, e tutto questo ti distrae mentre salti. Non è un fallimento, è uno spostamento percettivo. Dalla luna (che per noi non più essere la luna, ma solo la luna di Leopardi, di X, etc.) alla terra (la terra non è di Eliot, di Pascoli, di Y, la terra è la terra, ci cammini, ci strisci, ti ci rotoli, ci sputi, ci pisci, ci finisci dopo l’ultimo respiro). L’uomo non sa la sua via, se le vie sono infinite; ma l’uomo messo su una vita, “gettato” sulla via, deve per forza “viare”, che questo incedere o retrocedere o cedere sia buono o cattivo. E la via è fatta di terra, o cemento, o pietra, etc.; siamo fatti per camminare (volare, quello sì, è un fallimento).
    Scusa se non stato lucidissimo, ma anche questa opacità fa parte del mio modo di risponderti,
    ciao,
    Luigi

  16. Caro Lugi, grazie per il messaggio. Ti rispondo punto per punto. Chiariamo subito che da ora in poi non sto difendendo i risultati della mia poesia ma solo per chiarire con te dove le nostre idee e aspettative poetiche si separano e perché.

    Luigi, dici: : “Caro Lorenzo,
    non ho titoli per dirti se sbagli. E poi in base a quali criteri stabilire l’errore, in poesia?”

    R – non ti chiedevo di dirmi dove sbaglio, solo dove ti sembra che mi allontano dai miei propositi.

    Luigi, dici: : “Come hai detto bene in merito alle mie poesie una volta, io mi muovo in sistemi limitati (preferirei si dicesse: recintati), perché non credo possa esistere oggi una poesia moderna così come l’abbiamo studiata.”

    R – dipende tutto da come si intende il “come”. facendo la media dei possibili significati, io credo di sì, e reputo la posizione opposta una specie “millenarismo debole”.

    Luigi, dici: : “Per leggere e decifrare la liquidità che contraddistingue le nostre vite e le nostre percezioni del mondo, penso si debba (quando dico “si debba” dico: io sento tale dovere) costruire insiemi piccoli, piccoli campi (di concentramento, anche) nei quali produrre simulazioni (reali/surreali/iper reali) del nostro tempo e del nostro spazio, e minore è l’ampiezza del campo, maggiori possibilità ci sono, credo, di indagarlo in tutte le direzioni. Mi piacerebbe che l’opera fosse giudicata nella sua interezza: l’insieme delle opere.”

    R – questa è la richiesta di un poeta del Novecento anzi già dell’Ottocento. Mallarmé che istoria la propria tomba etc. In quello che dici – Giovenale una volta mi disse la stessa cosa – c’è una posizione fin de siècle incacellabile: sarò pesato da morto, perché così è la Storia.
    la Storia non è più possibile, ma voglio lo stesso tipo di riconoscimento. ti confesso che mi sembra un controsenso. le opere vengono pesate intere se sono opere di valore, altrimenti vengono lasciate al loro disgregamento. non si può forzare una prospettiva “lunare” sul nostro camminare per la terra (cfr. ciò che dici sotto).

    Luigi, dici: : “Non più dunque una grande opera alla “waste land”, o “une seison en enfer”, ma una “grande” fusione di brandelli di “land+enfer”(credo di poter dar vita ad una grande fusione, non ad una grande opera, e sì, in questo mi sento molto crepuscolare – govoniano, come anche tu notavi).”

    R – land + enfer mi va benissimo, ma perché i paletti? terra, indefinita, inferno, indefinito. “così la nostra vita è infinita come è illimitato il nostro campo visivo”. i paletti ci sono sempre, senza metterli per fare esercizio, e poi tutti li saltano, tutti i nostri simili, per fare un pane o una poesia. riconoscere questo non significa avallare una “poetica del paletto”. una poetica che parte da uno scoraggiamento, da un limite dato quasi per scontato, piuttosto che provato. in ciò mi sembra che la tua posizione sia molto simile a quella dei “materialisti storici” nostri contemporanei, o dei fan di “matrix”: si parte da una sconfitta, la sconfitta è un dogma, l’impossibilità di certe soluzioni è un dogma, non è stata in alcun modo dimostrata. davvero rischia di diventare un lager, dove si fanno esercizi per non impazzire. semplicemente rifiuto questa visione.

    Luigi, dici: “E credo anche nella forza dell’allegoria: credo che l’allegoria (se ne parlò molto negli anni ‘90, fu un cavallo di bataglia del Gruppo 93) abbia molte cartucce da sparare, perché l’allegoria delimita, vincola, è un plot, una griglia nella quale però ci si può muovere con diverse libertà. Lo schema, il format è tipicamente postmoderno; ma i voli, diciamo pindarici, che si possono compiere nell’insieme finito no, quelli sono moderni, sono in potenza metafisici. L’allegoria permette di coniugare l’unità (ieri) con la fluidità oggi).”

    R – dici bene: un “format postmoderno”. variazioni su un format postmoderno. forse è lucido aspettarsi solo questo dalla nuova poesia. mi sembra che tu sottovaluti il “problema dell’interlocutore”. a chi è rivolta la nostra poesia? agli addetti ai lavori (se pensi così la pensi, per esempio, come Walcott: i poeti scrivono per i poeti)? agli amici? a nessuno? a tutti? lo vedi anche tu: l’allegoria è lo strumento per eccellenza che presuppone, per la sua decodifica, una tradizione condivisa.
    il modernismo, al suo apice, ha già tentato il salto mortale: fare del problema la soluzione! fare l’allegoria bifronte, capace di parlare agli uomini morenti (a questi Sannelli vuole “rendere dignitoso il trapasso”), capaci di decodificarla secondo il sistema “adeguato” e ai nascituri (a questi Sannelli vuole preparare “l’alba”), destinati a subirla come un totem, forse piantandola in un nuovo orto, forse gettandola ai cani. Questa è l’unico uso della allegoria cui riconosco un valore, oggi. Vedi bene che è un percorso battuto e probabilmente superato già da tempo, già da Eliot, senza aspettare i nostrani gruppi. Credo che sia anche una posizione da superare: la doppia lettura (tu, che sai, e ti godi i “voli pindarici” o “metafisici”) e il lettore, che gusta solo la fluidità, e tenta un’esegesi come un cieco) è anche una doppia coscienza, e la doppia coscienza no, non possiamo desiderarla. Gli esiti migliori di questo percorso li vedo in Laura Pugno, oggi. Lei fa un passo ulteriore – per quanto meccanico – oltre il modernismo e sulla via dell’allegoria.

    Luigi, dici: “Io mi darei dei paletti, e quegli ostacoli (senza diventare un “oulipomane”, ovvio) cercherei di saltarli, senza guardare alla luna durante il salto. Ecco: penso che tu abbia molte cose da dire (molte visioni e intuizioni da indicare), e abbia molte letture dentro di te, e tutto questo ti distrae mentre salti. Non è un fallimento, è uno spostamento percettivo. Dalla luna (che per noi non più essere la luna, ma solo la luna di Leopardi, di X, etc.) alla terra (la terra non è di Eliot, di Pascoli, di Y, la terra è la terra, ci cammini, ci strisci, ti ci rotoli, ci sputi, ci pisci, ci finisci dopo l’ultimo respiro). L’uomo non sa la sua via, se le vie sono infinite; ma l’uomo messo su una vita, “gettato” sulla via, deve per forza “viare”, che questo incedere o retrocedere o cedere sia buono o cattivo. E la via è fatta di terra, o cemento, o pietra, etc.; siamo fatti per camminare (volare, quello sì, è un fallimento).”

    Cercherò di non distrarmi, e ti ringrazio di cuore per tutti i consigli. Ti saluto con altri versi dei sedici anni, buon Natale.

    Non volgetevi al
    padre.
    Il suo alito comunque vi
    sospinge
    e vi scompone i
    riccioli
    nel Balzo.

    Lorenzo

  17. Vi ringrazio per questo interessantissimo scambio, ricco di spunti significativi che andrebbero sicuramente approfonditi, e mi scuso se non ho avuto modo di intervenire.

    Un saluto e un augurio sincero a tutti voi e a tutti i lettori che sono passati e passeranno. Un abbraccio grande a tutti.

    Francesco Marotta

  18. La “fruizione immacolata” di un testo sarebbe quanto di meglio un poeta potesse ricevere dai fruitori, appunto, della sua opera. I “bestioni” di Vico, chi non lo ricorda – siamo stati dei “bestioni” anche noi (seguendo la teoresi del filosofo mio conterraneo) da bambini – i bestioni, dicevo, sono stati civilizzati dalla cetra e dal canto modulato dei poeti, dai cantari e cantaridi orali e dall’epica della narrazione di poemi che parlavano di e a tutti. Le sette età dell’uomo, direbbe Auden; i miti degenarativi di Esiodo e il rotolare dall’età dell’oro e degli eroi a quella delle nude parole. Un bambino che scrive belle poesie sarebbe stato severamente punito, un tempo, visto che scrivere versi è la più somma operazione contro natura che si possa mettere in atto. Le poesie adolescenziali di Carlucci, invece, predispongono all’ascolto di quanto verrà dopo, nella vita di chi legge e dello scrittore stesso. Mi convince sopratutto una cosa: che già a partire da “Senza titolo” del 1992 Carlucci sapesse gestire, in modo leggero e geniale, i luoghi comuni della figuralità poetica classica, che sarebbero diventati uno status perenne nella sua poesia successiva. La gestione di cui parlo consiste essenzialmente in questo: mentre la tavolozza a disposizione resta drasticamente statica e convenzionale, e le immagini più trite vengono incontro al lettore sorprendendolo per la loro ingenuità, Carlucci le mani mette sotto e dentro il manichino fabbricato, e fa roteare queste immagini che è un piacere, provocando l’esatto opposto della prevedibilità, che in poesia è mortale come “le rose dell’eredità”, quelle spruzzate di veleno sui fiori che giovani dame imbellettate servivano ai mariti decrepiti per mettere le mani sulle loro fortune. Una operazione così “sofisticata” forma, così, un’Arcadia a cristalli liquidi, cangiante e mutevole, mentre l’occhio scivola sul testo. Poesia così mentale da giustificare la consapevolezza addirittura di un “fallimento”? Ma andiamo… Non siamo all’epoca dei bestioni vichiani, e neanche in quella crociana che distingueva tra buona fede poetica e millantatoria letteratura cerebrale. Dobbiamo tenerci il fastidio di questa poesia che mima i processi mentali mescolando struttura iperattiva e rarefazione delle immagini. E il fatto che già al liceo Carlucci avesse brevettato il suo congegno, per perfezionarlo pazientemente con gli anni, è pur sempre indizio di un qualche talento fuori sincrono, cioè non immediatamente omologabile. Se avesse scritto sonetti sarebbe stato certamente ammirato di più. Quella è bravura che, nella moneta dei luoghi comuni della recente poesia, avrebbe avuto un cambio vantaggioso, sebbene non ci sia niente di più cerebrale di un sonetto postmoderno (alla Frasca o alla Lisa per intenderci), per mettersi in mostra e fare il primo della classe. E quando Carlucci scriveva le sue prime poesie, quelli eran tempi in cui la moda di sonetti e affini andava per la maggiore. Non c’è che dire, è stato fortunato a schivarli. A non scendere in profondità (non profondità omeriche, non si chiede tanto ai 12000 poeti italiani che talvolta leggono qualcosa anchedegli altri, spesso per denigrare e basta), si arriva alla conclusione che il filosofo che scrive questi testi abbia tutt’altro per la testa, per esempio elaborare un teorema che dimostri l’esistenza dell’intelletto persino nei crani più farneticanti. Eppure, come diceva Loi qualche anno fa, in una conversazione che mi rende felice ancora oggi, a trent’anni SI DEVE scrivere con la testa (ammesso che sia questo il “gran delitto” di cui si parla nei vari commenti riportati sopra); per stupire con immagini corporee, ad esempio, c’è tutto il tempo. E ancora una volta si viene applauditi. Potrei fare dei nomi, c’è tutta una microgalassia di poeti che con l’anatomia ci fa sopra dei monumenti alla banalità. Magari se non ci garba, possiamo sempre tornare a leggere Ungaretti, Nerval, Goethe, e fare tante romantiche proposte alla vicina di banco. Suvvia… Carlucci sa come si scrive. Ha carpito il segreto. Le durezze si scioglieranno e per oggi, cari amici, “si accontenta” del suo essere “razioide” (fu il primo commento che fu rivolto a Musil) e di saper cantare la canzone dell’ironia, della plasticità e del nulla che li sostiene in forma di testo poetico, a specchio del nulla che siamo tutti, che ci spaventa e inghiottisce, mentre scriviamo una cartolina dal pianeta dei sorrisi. A ben guardare, se di un tema si può parlare, di un filo d’Arianna che lega la produzione di Carlucci, si deve proprio dire che esso è il nulla. Sta sotto i movimenti delle sue lasse e virano verso un centro che non c’è. Finche un poeta ci spaventa, e per di più inconsciamente, avrà sempre il privilegio di poter essere cacciato via dalla Repubblica di Platone, o da quella molto più cialtronesca delle nostre lettere patrie. Che è il vero Nobel per un poeta di razza. O no?

  19. commento sciocco e banale: BELLISSIMA dall’oltretomba; e tutta la cornice in prosa. grazie, da un frate asino che non può leggere bene…
    massimo

  20. Ben tornato, Massimo, spero tu ti sia rimesso e stia bene.
    Un abbraccio grande.

    Un saluto anche a Luigi; e a Stelvio e Jacopo, ai quali do il mio benvenuto.

    fm

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