Osteria flegrea – di Alfonso GATTO

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(P. Mondrian, L’albero rosso, 1908)

[Testi tratti da: Alfonso Gatto, Osteria flegrea, introduzione di Carlo Bo, con una nota dell’autore, Milano, Mondadori, “Lo Specchio”, 1962]

Finale

Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca,
chi dal suo pensiero un fatto
ha visto correre sì veloce
da spingersi oltre le nebbie
dei morti che guardano indietro?

Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca?
Col suo povero arredo
di morto
chi di noi due imbianca
lontano dalla sua voce?

In treno, all’alba

Parlare senza parole
tradirmi fatuo e così assorto
freddo e riso sembrava
un correre nel corpo.

Volevo tornar sconfitto.
Dissi al vicino di viaggio:
sono le quattro.
«Le quattro», disse.

Nuda, una donna,
è solo il modo di pensarla,
una conferma sul treno
d’essere uguali.
Dissi: non faccio il mio dovere
voglio tornar sconfitto.
Pensiero d’altro pensiero,
pensava ad altro mia madre
e dentro le nascevo.

Ma è una sigaretta
accorgersi che si parla
fissi come un gatto
che ha occhi solo per sé.
No, non sono un soldato.
Passa tutto il passato
anche la morte.
La mano è il pieno.
Aggalla.
Solo chi non ha pace può darla.

L’agnello

Questo dico pensando,
la sera è così chiara
tu potresti apparire,
ma sei morto da quando
più non credemmo in te.

Una sera così rara
in questo triste inverno,
ci sembra di fiorire
nel tepore dell’aria,
chiari
come il freddo che non c’è.

Dove ci porta a bere
– a quale vento –
la tua memoria viva,
e a quanta quiete
s’abbevera la sete?

Il breve, eterno momento
che mai arriva.

Donne alla finestra

Per la schiettezza d’un gesto
una mano portata al capo
e l’altra che si va facendo.
Le donne, laggiù.
Una pienezza cieca
le affaccia al sole delle allegorie.

Sopra un ritratto

Passano al tempo dei tuoi occhi
passano gli occhi
e l’ombra che alla mano
ricetta e fonde la mano,
di quanto a sparire fu nulla
il palpito ove rinvieni,
di quanto alla nebbia canuto
fissi il ricordo del sole.

Oblio la strada che ricordi,
memoria la strada che oblii.
Ma non destarti con la tua parola,
o morto di quanto a morire fu bello.

Notturno per Mondrian

Più o meno,
croci armoniose
dell’alfabeto che non parla mai.
Di sé solo perfetto
cimitero di segni
l’infinito.

Il Dio povero

Il Dio povero all’ala della sera
al rapinoso grido alzava il volto,
al pensiero remoto che lo chiama.
E sorridendo a credersi sottile
senza rumore col suo passo eguale
alla dolcezza d’essere credeva.
Parve a se stesso innamorato, buono,
da amare con parole che le mani
accompagnano a lungo, le parole
comuni che non sembrano mai dette.
Povero Dio dei poveri a Milano.

Epigramma sardo

Conoscere giustizia è confermare
la pietra asciutta del suo grigio, azzurra
sotto la vòlta d’altre pietre rare.
Nel contesto dell’aria ora si ascolta
l’aria sparita e l’aria che dispare.
Il nuraghe, la nurra, il fuoco asciutto
del vento visionario, nel formaggio
secco dei denti legano il pastore
alla giustizia della pietra, al lutto
del suo primo rancore. E guarda il mare,
il mare senza viaggio.
Giusto è tutto
il suo nulla di pietra, giusto il cuore
a conferma di sé come la forma
del pane nella scorza. Dai millenni,
nella calce gremita del suo secco
origliare perpetuo, nell’alterco
degli occhi, la miriade dei cenni.

In memoria

Se nel povero canto la memoria
ti lascia nome e pietra, la tua storia
di pallido signore, non è vita
la fine della morte e non è morte,
ma il sorriso che fugge dalla zuffa
vana, il rapido crollo del più forte.
Oh, la solenne eternità, che buffa
storia di scale per il tuo bicchiere!
La tua morte è finita, le tue sere
d’accidia, e il bigliardo è verde muffa.

Paesaggio di sale

Così dal muro povero la croce
nel mezzogiorno parve già di sale.
Svegliava il mare verso la sua foce
un abbaglio d’oceano, le scale

perpetue d’una svolta. Passò il vento.
E nella bianca atlantide di calce
l’uomo pescato dal suo raggio, intento
ai prati della luce, con la falce

mieteva il verde rapido, la gloria
del temporale, se n’apriva il volto.
Il mare asciuga gli occhi, il sale ha tolto
gli occhi all’asino cieco della noria.

Ara Coeli

Qui la grande scala notturna
vivida d’oscura gioia
e noi soli nel cielo vasto
della pioggia che verrà.
Parole presàghe, l’avvenimento,
questo è Roma,
una superbia che ogni volta impara.

La morte non è sepoltura,
la morte è un banco fiorito
d’occhi, di lumi, di fiere mansuete
addormentate nel grande perdono.
La morte è un capo fresco di rugiada
e lunghe le mani, finalmente.

O povertà che impari
a stringere nel nulla la tua gioia,
dura e ci vince e si rivolta in noi
il bisogno di rompere la madre
che ci sta dentro. E’ l’urlo, è la mansueta
fiera che si addormenta nel perdono.

Osteria flegrea

Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l’improvvisa vampa
del soffio è breve.

Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.

***

Introduzione di Carlo Bo (1962)

Nella storia della poesia italiana si verifica un fenomeno che del resto abbiamo già avuto modo di osservare in altre letterature: e cioè, la crisi del dopoguerra sembra risolversi ma grazie soprattutto ai poeti della generazione di mezzo e in misura molto ridotta, se non addirittura trascurabile, per merito dei poeti più giovani, dei poeti a cui spetterebbe invece la parte grossa del lavoro di ripresa e di sutura. Lo si era capito l’anno scorso quando Carlo Betocchi fece un ritorno d’eccezione con L’estate di San Martino, ne abbiamo una conferma oggi mentre Alfonso Gatto pubblica una delle sue raccolte più importanti, Osteria flegrea.
Gatto ha fatto tutte le guerre possibili; dagli anni trenta l’abbiamo visto sempre in prima fila, spesso sulle barricate, alternando le invocazioni di guerra e di distruzione agli appelli per l’unione e la collaborazione. Sono, dunque, trent’anni di partecipazione attiva, potremmo dire per molti momenti della sua storia (verso il trentasei, al tempo di Campo di Marte poi e infine durante e subito dopo la guerra) drammatica che lo hanno consumato e finalmente sembrano averlo consegnato a un lavoro di definitivo approfondimento sul campo delle idee eterne della poesia.
In fondo la crisi della nuova poesia, dopo la splendente stagione fra le due guerre in cui abbiamo visto la generazione dei giovani prendere l’eredità degli Ungaretti e dei Montale responsabilmente, senza comodi e facili sotterfugi o senza polemiche pretestuose, è stata una crisi di contenuti umani e morali. Si è sprecato molto tempo, e naturalmente molte parole, per ridare al poeta una figura sociale, inventando problemi e questioni dove c’era soltanto bisogno di un minimo di verità. Ne derivò così una lunga stagione di ambigue perplessità, di poesia fatta a forza di volontà spicciola, programmatica e in questo i giovani italiani si sono trovati accanto ai francesi e agli spagnoli e il risultato finale è stato quello di mettere insieme il libro dei propositi, sempre nobili, spesso intelligenti, con quello delle prove che erano così inferiori ai programmi, dei testi provvisori, impacciati, privi di direzione. La ragione? Ma è fin troppo evidente, non si può fare poesia con la sola testa, evitando o ignorando, e questo sembrava il caso più comune, tutta la materia prima dell’uomo.
La lezione dell’ultimo Gatto va per l’appunto riallacciata a quello stato di vuoto, di assenza dell’uomo fra gli oggetti, i simboli e la dialettica delle cose: Gatto riporta con questo agile volumetto di versi la questione della poesia sul suo vero e unico terreno. Gatto parla di “serena contemplazione della morte” e aggiunge “che è, o dovrebbe essere, il vino dei poeti”. In altri termini, alla poesia, al senso della vita si arriva soltanto grazie a questa meditazione libera della morte. Non sarà difficile al lettore allargare il significato della lezione spostando l’accento su tutto quello che si determina in una poesia che faccia a meno di quel primo termine di confronto. La cosa poi nel caso di Gatto riceve una straordinaria conferma da quella che è stata la storia del poeta: basterà pensare alle prime ricerche in questo senso, al tono stesso di Morto ai paesi, al colore dell’avventura e alla lunga e appassionata contesa dell’uomo Gatto con i termini stessi della nostra vicenda. Non c’è stato un momento, neppure nella stagione più robusta della polemica pratica o politica, di dimissione o di rinunzia su queste posizioni dell’uomo, in quanto la morte è il motivo di fondo dell’intera speculazione poetica di Gatto.
Naturalmente oggi il testo ci appare meno contorto, meno indulgente a certe cadenze che prima obbligavano il poeta a uno stato di prevaricazione sentimentale e quasi sempre rappresenta un mirabile equilibrio fra sentimento e voce. Si direbbe che la morte della madre (1958) lo abbia spinto ancora di più verso il limite della voce concreta, della parola che aderisce in pieno a un suo valore di storia umana, di storia eterna dell’uomo. Gatto toccava la prima maturità piena (è nato a Salerno nel nove) e la morte della madre riusciva a fargli mettere a posto tutte le parti fino allora in urto, violentemente drammatiche, del suo discorso. Ma non sembra neppure giusto ridurre tutto a una questione personale; se a noi oggi il libro di Gatto appare carico di una luce fuori dell’ordinario è proprio perché la poesia ha riassunto nei suoi versi tutta la sua forza di responsabilità, superando il campo dei suggerimenti e aprendo finalmente un’altra stagione di ritorno alla coscienza.
In parole povere, non è possibile fare poesia baloccandosi soltanto con dei pruriti critici, con delle trovate, trasferendo politica e morale a freddo: tutt’al più si aiuteranno gli uomini a prendere visione di certe situazioni, tutt’al più si toccherà l’angolo dell’informazione ma tutto si fermerà lì. Un poeta deve butarsi dentro la lotta a corpo morto e non restando dietro la divisione, dietro il banco del contabile: insomma bisogna rischiare. Gatto non arriva per caso, gratuitamente o per semplice cedimento, al punto vivo e alto di Osteria flegrea, ci arriva sanguinante e a voce riposata. La serenità di cui parla nasce per l’appunto dalla morte contemplata. Illudersi che l’uomo possa essere scardinato da quelle che sono le punte di collegamento con la natura, con Dio, serve soltanto a rendere meno dolorosa la rinuncia.
Insieme a Osteria flegrea, Gatto ha pubblicato un libretto di “questioni meridionali” intitolato Carlomagno nella grotta. Non sarà male accompagnare la lettura delle nuove poesie con queste pagine di occasione da grande inviato, quali i tempi non consentono più. E’ vero che il viaggio fatto da Gatto è un viaggio particolare e che per molti lati può essere avvicinato all’altro decisivo fatto nel regno della morte. I rapporti di Gatto sono sempre quelli di un poeta che va oltre il disegno delle cose, inseguendone la comune rete dei simboli eterni, degli “altri” valori. Viaggio con la morte, viaggio nel passato e nelle terre d’origine: Gatto adopera per la restituzione l’arma della vocazione poetica, della denominazione naturale, vera e concreta delle cose e dei personaggi. Domani, chi farà la storia di questa poesia non potrà fare a meno di servirsi di queste pagine come di una guida complementare. E anche questo è un segno di responsabilità: un vero scrittore è sempre intero, è sempre indivisibile. Resta compatto nel suo lavoro fino ad apparire inadattabile, irridimensionabile: resta insomma quello che è e lo hanno fatto gli avvenimenti accettati e sofferti della vita.

***

Alfonso Gatto (1909 – 1976)

Opere

Isola, Napoli, Libreria del Novecento, 1932
Morto ai paesi, Modena, Guanda, 1937
Poesie, Milano, 1939; Firenze, Vallecchi, 1943
L’ Allodola, Milano, Scheiwiller, 1943
Amore della vita, Milano, Rosa e ballo, 1944
Il sigaro di fuoco (Poesie per bambini), Milano, Bompiani, 1945
Il capo sulla neve, Milano, Milano Sera, 1949
Nuove poesie, Milano, Mondadori, 1950
La madre e la morte, Lecce, Critone, 1950
La forza degli occhi, Milano, 1954
Poesie, Milano, 1961
Osteria Flegrea, Milano, Mondadori, 1962
Il vaporetto (Poesie per bambini), Milano, Nuova Accademia, 1963
Desinenze, Milano, Mondadori, 1977

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