Dormirai con la speranza di sognarmi – Antonella PIZZO


(Paola Pluchino, A Nord e a Sud, 2007)

[I testi sono tratti da: Antonella Pizzo, In stasi irregolare, prefazione di Gregorio Scalise, postfazione di Ivan Fedeli, fotografie di Paola Pluchino, Sasso Marconi, Le Voci della Luna, 2007. L’opera è risultata vincitrice della XIII edizione del Premio Internazionale di Poesia “Renato Giorgi”.]

“bastione degli infetti
costato disossato
per ogni tre bambine processione
per ogni morte
un requiem e un campo santo
sono la madre di Cecilia dissi
e l’accompagno”

copertina_in_stasi_irregolare.jpg

A Martina

Mandala, tenebra, mia meraviglia
discetta versi che ti somiglia

 

QUI

 

I

si provò il supplizio della roncola
l’indizio, l’orma, la traccia della falce
la lingua fu voltata e rivoltata
si cospirò d’ondulate festuche
c’era un’aria di solletico quel giorno
e i soffioni frusciavano fra loro
sotto lastroni di basalto la bella
rumoreggiava in linda camicetta

oh lenzuola larghe e bianche ossa
ossa orizzontali ossa
oh castagne pallide
latte e capelli ed ossa
oh lunette rosse
orbite svuotate ed ossa
oh mie morbide ossa
ossa verticali ossa
dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa
vita che mi si è strappata addosso
come un foglio di carta cinerina
qui è un dormiveglia in riparo dal crack
e spesso anelo a vetri trasparenti

IV

eccitamento e chiacchiere, sorrisi risolini
occhi umidi e brillanti d’astri nuovi
sono persi nell’intestino di un universo
inesplorato, pietre poste una sopra l’altra
squadrate e riquadrate per innalzare un muro
nell’interstizio un ramoscello di felce
fra capelli di venere ed erba vento.
chi ti ripara, chi ti prende. chi mi ricompone
chi l’acqua fredda sul viso non sente?

VII

anche noi si va e si torna, si gira intorno
in tutto girotondo che mai concluso e cerchio
che mai finisce, sono lunghe le dita da afferrare,
sono tante le mani da aggiungere
sono dita da aggrappare con forza, catena lunga
che anello dopo anello e aggancio
scorre sperando in un tondo finito
ed è un cerchio che avvolge il mondo
e più e più volte e che non pesa
che calpesta le strade vostre
in uno spazio che non è più spazio,
in un luogo che non più è luogo.
le vostre grida ci giungono stridenti
i vostri canti sono ultrastonati
così abbiamo piombato le orecchie
abbiamo posto un cuscino di pietra.
possiamo dire e dunque vediamo
del passato e del presente e del futuro
che è aperto portone sulla piazza
delle finestre spalancate alla bisogna
ci affacciamo per disegnare un angolo
per buttare un’occhiata svagata
sulla fiacca mosca che svolazza
nelle stanze e stanze susseguenti
noi possiamo visitare o dimorare
attraversare ogni singola giornata

 

IN LUOGO E MOTO

 

I

strepita il tetto fa un assolo lungo
il catenaccio è nota alta da tenere dura
fiamma, inconsapevole fiamma
che divori corpetti e sottane
scioglimi i nodi

figlio che aspetti
pentola che cuoce salato porridge
non c’è futuro nella cenere, non si legge la ventura
ma storia che sfrigola di pelle e carne
puoi contarmi le ossa se vuoi, puoi ricompormi
se riesci, dove finisce l’omero incomincia la mia fine
dove era il mio occhio oggi c’è mare e il cielo
alcione che mai volai, l’unto mi accoglierà
intonerà canti di gloria, comprami ora una cassa di legno
d’acero o di salice, distendimi in fogli,
uno per ogni ora della ribellione,
fammi forma, fammi libro
testimonianza, incidi il mio profilo nell’onice, col carbone scrivi
il mio nome verranno i giorni dell’acacia dealbata a festeggiarlo

II

avrei voluto per gli occhi il cibo e per le mani
scale da appoggiare ai muri
pietruzze lucenti e cuoricini d’avorio
ricamati sulle balze della mia gonna
a ruota avrei voluto gonfiare il pane e i lieviti
moltiplicare nelle giare
i giorni sgranati alle buone lingue
alle inchieste alle deposizioni vere
non distorte, ma voi assassini voi giudici
voi imputati sbarrati alle celle
amavate un suono di topi corvi
che discutevano di buchi
ragni che intonavano la storia:
sentinelle hanno abbandonato le stazioni illuminate
nel luogo dove si entra senza chiedere permesso
senza scuse e senza bussare
il buio è interminabile

III

A nord c’è il bianco e il freddo
c’è l’indice puntato alto
chiarezza evanescente
io cerco e scavo nelle nevi e orme seguo
m’accuccio nel
cappotto stretta e nel capello spiove
cenere e veramente sento che il silenzio
è senza voce e che i rumori sono quelli
che fanno i miei pensieri congelati

facessero un racconto di rami e foglie
di pini aghi un bel cucito e strappi
non più aperti ma lembi avvicinati
di nembi e cirri d’arcaiche forme
di archi in cielo di baleni
facessero la conta per sapere con contezza
che qui nessuno manca
ma il manto è bianco e tutto copre
e niente s’ode se non la musica stridente
di un iceberg spezzato
tragitto andato a male, disastrato

IX

Madri che gridano vendetta
per ogni osso spezzato, per ogni dente
non ci sarà Santo Nicola
e nel cuscino e sotto la moneta
nelle grotte le stalattiti e le gocce
di sale
scendono nei fiumi e nelle foci arrivano
nei mari si perdono e nei cieli
negli scogli ci sono le storie dei vascelli attraccati
di quelli naufragati
l’albero maestro si spezzò
cadde sul cranio
dove il timoniere cantava
ora ci nuotano i pesci
la statua ha perso un braccio
l’altro si trova più lontano
è sprofondato nella caverna cava

XII

Cornici d’acque corridoi e muri
di stanze e grotte
la pelle stesa a terra
corteccia e intaglio, innesti
conchiglie schiudono speranze
e nel singhiozzo di un bambino
nasce un sorriso primitivo

tiepida alba nel gelo
disegna una primipara che allatta
così straripa il ventre e nel futuro
rimonta il seno, la montata lattea
fa sparire il buio.

Madre per te attraversai la faglia
per te arpionai la balena
e mille e mille volte scrissi la parola solchi
affinché il tuo latte potesse
nutrire la terra
e i tuoi capezzoli fossero calotte
così grandi da ricoprire il mondo.

 

IN STASI IRREGOLARE

 

I

come vorrei che tu venissi a trovarmi
di notte quando il fiato pesante
s’impicca alla finestra
quando all’aceto si fa l’abitudine e sotto le lenzuola
il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano
se tu t’avvicinassi alla mia porta
con il vestito sporco di terra
nelle tasche i lombrichi grassi
con le tue quattro ossa in mano
nella mano d’ossa e le orbite vuote
con un pugno di denti da contare ad uno ad uno
non avrei paura del rumore delle nacchere
delle conchiglie spezzate sotto i piedi
t’abbraccerei piano
per non sconvolgere la tua struttura fragile
ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia
e i vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane
ancora a fasci ancora intatti come quando
t’allontanasti senza chiedere se potevi
a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di madre pure

II

fosse allineate fosse comuni
segno di riconoscimento, colpo di tosse
rompe le righe e la notte s’inceppa
tu sai le storie di tutti, sai l’accaduto
ma mi chiedi lo stesso dei tuoi libri
e del perché dei miei polsi ancora intatti
se vissi bene o male e perché ne scrissi
ho sorvolato la stanza, il recinto
ho scavalcato il cancello, divelto una porta
ho cozzato contro il calcestruzzo
nei cardini mi sono infilzata
ora sto ferma nelle mie posizioni
come una statua a cui manca il sale
ma mi chiedo che sia ancora possibile il sogno
o la restituzione.

V

esattamente andare dove si vorrebbe
essere fatta di calce e di cemento
essere pietra che resiste agli anni
e poi lanciarsi in un fiume in piena
lasciare un segno in fondo
o cerchi concentrici allargare
se tutto questo posso lo farò
e se ciò non sarà possibile
io voglio essere o esserci nelle cose
nelle pietre nelle strade nelle case
a raccontare che volevo essere pietra
ma fui carne sanguinolenta
abitata da un’anima malata

 

NEL PRIMA NEL DOPO FORSE

 

II

di cosa si parla quando si parla di morte
si racconta d’aver visto
corpi esangui immobili, musei d’uomini
aerei che non prendono quota
inutile l’accensione, motori spenti giacciono
non pulsa per ogni vena che è secca
per ogni fascio di muscoli, per ogni osso
tibia rinsecchita incidiamo l’ omega
di corpo composto separiamo materia
di cosa fare e dire
affinché si ritorni in verità
poiché in vita si muovono e gli occhi si aprono
scuotere non vale né inciderci sopra un dialogo
sui massimi sistemi

*

in me in te si riconosceranno i nuovi nati poi dimenticheranno che siamo stati noi prima di loro, non ricorderanno che parlammo tanto e camminammo sempre che visitammo luoghi e pane e fili e tele ritagliammo, impastogenito che fu e più non è.
solo una volta entrando in una stanza la porta accostata il sole brilla lo specchio e un’ombra ed un odore, un riso, le ali di una mosca un soffio d’aria il vento si ricorderanno e per un istante, diranno ecco abbiamo già visto prima e altrove già sentito questo canto.

***

 

Non luoghi, non tempi – Postfazione di Ivan Fedeli

Di In stasi irregolare, possiamo dire che è poesia di “non luogo”. Il tessuto poetico si sviluppa, infatti, in una terra di nessuno dove concreto è soltanto il grido di dolore in direzione di un universo fatto di strappi, lacerato nella sua consistenza materica, in cui l’unica materia possibile è quella di una parola dolorosa, incancrenita dalla stessa matrice fonica che la compone.
Emerge, in tal senso, una voce roca, purgatoriale e infetta, incapace per scelta di emettere suoni piani e accessibili al comune ascolto; il significato si trasforma così in eco repressa, necessità primordiale di condividere un messaggio che arriva strozzato stridente, come a ferire l’abisso sottostante.
Una poesia fortemente visionaria e moderna, quella dell’autrice, che lascia poco spazio al lirismo, anzi vive dei suoi sintagmi metricamente associabili a un respiro affannato, concitato nella sua stessa emissione. Sul piano semantico, molti sono i termini chiave alla base dell’intero percorso poetico e che permettono il suo divenire: tutti appartengono alla sfera sensoriale della sofferenza e sono inscrivibili nell’esperienza concreta – mai nella finzione – del dolore (“supplizio”, “lingua rivoltata”, “orbite svuotate”, “ossa”, “voragine”, “utero”, “rinsecchito”, “caffè ammorbati”, “canti stridenti”, “orecchie piombate”, solo per citare alcuni termini della prima serie di movimenti poetici, Qui); simmetricamente numerosi versi ripetono, quasi in un anticanto, una storia che scompone nel suo dire chioccio, quasi dantesco, il tessuto della carne, lo frammenta senza alcuna possibilità di rammendo (…”incidi il mio profilo nell’onice, col carbone scrivi / il mio nome verranno i giorni dell’acacia dealbata a festeggiarlo”, da In luogo e moto).
Il verso stesso ben si plasma nell’aritmia dei testi: la Pizzo scardina la metrica a suo piacimento, governandone le pause e le cesure, addirittura amputandole. Oppure, all’estremo opposto, dilatandone anche visivamente la lunghezza fino a giungere, nelle parti finali delle quattro sezioni della silloge, a una prosa poetica efficace, viva per una dolcezza dura, pensata per essere percepita solo in seconda battuta, altrimenti nascosta in una sorta di soliloquio discendente, lento e nel contempo precipitoso verso un luogo di approdo, forse il nulla, da cui non è possibile risorgere (…”non voler più amare. tutto considero / e noto, tutto vorrei m’attraversasse e tutto attraversare vorrei, e il cerchio di fuoco e il lago e la tempesta”, da In luogo e moto).
Ciò che convince della scrittura della Pizzo è proprio il senso di spaesamento, con cui nega l’evidenza della contemporaneità: tutto sembra sospeso in un limbo, in una fossa comune. Qui s’agitano monatti e aguzzini, senza lasciare il benché minimo senso di pace, di ristoro. Poesia di movimento, quindi, mai di stasi, che risucchia in un vortice oscuro, dove con i corpi scompaiono i suoni, i riferimenti e il nord ha senso solo se è possibile percepirne l’antipodo, un sud frammentario, stridente, aleatorio.
Rintracciabili, nei testi, i riferimenti alla precedente produzione della Pizzo, in particolare quelli legati alla sperimentazione fonica, all’evoluzione di una parola che si trasforma in pura energia, come già dimostrato in A forza fui precipizio (Lietocolle, 2005) e nella vasta produzione disseminata in vari blog. La novità evidente della presente raccolta è la capacità magmatica del discorso poetico, ottenuta grazie a un ritmo fortemente anaforico e accentuata da termini tra loro dissonanti, polisillabici, tali da moltiplicare il piano unitario dei componimenti in frammenti lirici che aggiungono possibilità interpretative anche se isolati dal contesto (“facessero la conta per sapere con contezza / che qui nessuno manca”, da In luogo e moto; “essere fatta di calce e cemento”, da In stasi irregolare, per citarne alcuni).
Nel dettaglio, le quattro sezioni che compongono l’intero lavoro (Qui, In luogo e moto, In stasi irregolare, Nel prima nel dopo forse) sono complementari e si intersecano per mezzo di frequenti richiami e una collaudata unitarietà linguistica. Ciò che lega i testi è la scelta di un io narrante a-storico, inizialmente sprofondato in un tempo remoto, mitico, che si allinea, pagina dopo pagina, pur lentamente, alla capacità ricettiva del lettore, quasi fosse egli stesso il contenitore dello strappo, della lacerazione tra lirismo e percezione (“dormirai con la speranza di sognarmi / di vedere la mia ombra farsi corpo”, da Qui). L’effetto ottenuto è quello della moltiplicazione degli specchi: l’immagine riflessa ben si presta ad essere reale, così come la realtà stessa rimane imbrigliata nel suo divenire apparenza. E la Pizzo, con sapienza, lo rompe, lo specchio. Lo trasforma in una piccola lama appuntita, riflettente. Lì dentro, l’antiuniverso di In stasi irregolare. E, più nascosta, l’umanità infinitamente grande dell’essere, la sua inesauribile ricerca di senso, nonostante la forza erosiva della pioggia che tenta di farlo vacillare, scolorirlo, dissolverlo.

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22 pensieri riguardo “Dormirai con la speranza di sognarmi – Antonella PIZZO”

  1. Un grande abbraccio a te, Antonella, e un grazie infinito per “questi” versi. Anche al di là dell’intrinseco valore del libro…

    fm

  2. è una raccolta che tocca anima e corpo e che si incide nella carne. sto leggendo “in stasi irregolare” proprio in questo tempo (la nota di Inav Fedeli in postfazione è straordinariamente appasionata, esaustiva e di grande valore). Mapi

  3. Un saluto a Roberto e Maria Pina.

    Sì, è un libro dal quale si esce, lo si voglia o meno, “cambiati”: con una cicatrice in più sul corpo, invisibile ma incancellabile, e una consapevolezza diversa nella mente: quella di essere stati parte dello stesso movimento metamorfico che costringe la voce dell’aautrice a calarsi nelle profondità inudibili delle sue stesse ferite.

    Ivan dimostra di essere, oltre a quel bravissimo poeta che è, anche un eccellente “lettore”: la sua analisi reca segni evidentissimi tanto dell’immersione quanto del movimento che quella descensio tra le piaghe del testo gli ha lasciato addosso: in alcuni punti del suo testo, infatti, dice cose che chiunque abbia letto il libro avrebbe voluto scrivere. E di questo, personalmente, gli sono ancora più grato.

    fm

  4. Dolore viscerale che si fa pura visionarietà, tensione drammatica, ansietà sintattica, spaesamento assoluto, POESIA antisentimentale ma di sentimento,materica e astratta allo stesso tempo, delirante e sacrale.
    Splendida.
    lucetta

  5. buon giorno, roberto, lucetta, maria pina, francesco vi ringrazio per essere intervenuti. sono sempre molto restia a parlare dei miei testi e in grande imbarazzo quando se ne parla, mi succede una strana cosa, quella di vergognarmi quasi d’aver scritto dei miei dolori e delle mie visioni e per questo vorrei che si leggessero i testi a prescindere dalla mia esistenza come persona, dalla mia presenza in carne ed ossa in questa terra, in questo tempo, fate conto che io non esista, che sia già morta, magari vi piacciono di più, vi colpiscono di più, vi cambiano di più. comunque datosi che sono ancora viva colgo l’occasione anche per ringraziare francesco d’averli pubblicati in questo spazio che diventa sempre più ricco e interessante e ivan fedeli per la sua profonda riflessione e la sua analisi che mi taglia dentro e mi mette a nudo e gregorio scalise che ha scritto la prefazione e fabrizio bianchi e quant’altri hanno fatto sì che questo testi venissero stampati su carta bianca nonostante me. scusate le farneticazioni, ho appena lavato il pavimento della cucina e sono qui che aspetto che asciughi. un caro saluto antonella

  6. Cara Antonella, il dolore che un essere umano si porta dentro emerge sempre, attraverso i testi, anche quando il tema è apparentemente diverso e lontano, che lo si voglia o no, perché ci sono delle scritture che proprio da quella ferita nascono, per una necessità insondabile e inarrestabile. La pagina diventa, allora, l’estrema condivisione di qualcosa che ci appartiene nel profondo, un dono che viene a mettere radici in chi legge, modificandolo, in quanto risveglia le parti sopite del suo essere e le riporta alla luce della consapevolezza e della partecipazione alla vicenda dei propri giorni.

    “In stasi irregolare” è un grande libro: non solo per le ragioni che Ivan Fedeli e Gregorio Scalise acutamente individuano, ma anche perché ha la capacità, che è solo delle opere di valore, di elevarsi dal piano personale a quello di una universale significazione, e sa parlare, in mille lingue e per mille rivoli, al sentimento e alla ragione che, in questo caso, nel silenzio della lettura e dell’ascolto, diventano, e sono, indistinguibili.

    Ci sono doni e doni: quando qualcuno ci offre in un verso il sangue delle proprie radici, trasformandolo in voce che grida e che nel dolore si cerca e ci cerca, uno per uno, quell’offerta, se siamo ancora in grado di recepirne la dolente, fraterna, umana sacralità, è già parte di noi, sostanza intangibile che sempre, dal vicino o dal lontano del nostro essere, ci richiamerà al senso profondo della vita.

    Sono altre le cose di cui il mondo deve vergognarsi: il silenzio di chi ha letto, e sono tantissimi, è un grazie infinito e commosso che non ha bisogno di parole: puoi respirarlo in ogni momento della tua giornata, e sarà sempre colmo di partecipazione e gratitudine: soprattutto da parte di chi, con le stesse ferite mai rimarginate nel corpo e nell’anima, ha aspettato che qualcuno scrivesse le parole che ha sempre cercato e non ha mai trovato. Adesso le ha, e per sempre.

    Il resto, tutto il resto, conta poco o niente.

    fm

  7. Mia carissima Anto,
    come si fa a commentarle poesie come queste, sono fatte di carne ed ossa e sangue..i tuoi, e della vita, anche.
    Chi può parlarne fino all’ultima goccia,c he ultima non è mia, esso/essa ha il dono di vaticinare per gli altri.
    ma lo so: altri doni altre braccia sono quelle cercate; accogli per ora, quelle della poesia.Ti voglio bene,

    Maria Pia Q.

  8. “non c’è futuro nella cenere”

    nell’incedere id ogni passo qui, ho come la sensazione di dover respirare piano: le stanze hanno pareti di cenere ovunque, in questi versi, e si potrebbe restare senza casa, senza volto, senza nulla, ogni repiro più forte. Come una calma che teme il vento forte e le onde e una sola parola di più. Un senso di immobilità che ferma anche il tremore delle mani.

    Carissima Antonella
    è qualcosa che va oltre la carne, la sensazione che mi avvolge, leggendoti così pura. Intanto ho mani qui, che vercano parole sulle labbra per lasciarti il più forte degli abbracci. Commossa, come non so dire oltre.

  9. che il poeta sia vivo- o morto- cosa importa per chi legge? Chi legge Chiede solo di leggere qualcosa di bello,intenso, commovente e che lo porti da un’altra parte, gli crei un mondo non parallelo ma che stia tra le cose umane, tra le cose celesti.
    Anche la chiusa della tua letterina è indicativa: lavi i pavimenti…Si, il poeta lava i pavimenti ed è un poeta se sa dirlo, mettendo insieme atti domestici e alta filosofia, coniugando il tutto nei suoi versi : alto e basso e….spaesamento, spaesamento continuo. Non tutti quelli che provano sincero e assoluto dolore come te riescono poi a farne vera poesia.Molte volte accade proprio l’opposto.
    ciao, cara, e non lavorare troppo
    lucetta

  10. antonella cara,
    ancora una volta l’emozione, come quella sera a sassomarconi, di trovarmi di fronte alla sacralità della parola. e viene da te, madre profonda, donna splendente di semplicità che voli lavando i pavimenti, una terra inesauribile sei che vince la morte con la bellezza. benissimo fanno francesco fabrizio ivan e tutti coloro che fanno risuonare questa indimenticabile scrittura
    annamaria

  11. carissime belledonne che siete venute qui a commentare con generosità i miei versi vi abbraccio tutte e vi ringrazio. Ringrazio ancora una volta francesco. Auguri di buon anno, che vi porti tutto il bene di questo mondo e ogni cosa che desiderate. antonella

  12. Mi scuseranno Antonella e Francesco se arrivo solo ora a dire qualcosa del mio stupore per questi bei testi di cui qualcosa avevo già letto e detto, ma che ogni volta mi riportano dentro la vita o meglio in quello spazio che sta tra la vita e la morte che è poi quello in cui noi tutti, più o meno consapevolmente ci muoviamo. Alcuni solo in visita altri vi dimorano con dolore sì, con domande laceranti, con gelidi silenzi e le parole non consolano semmai scavano e scavano fino al nervo vivo del dolore e si prova a cullarlo, a calmarlo come un neonato che ci sveglia in piena notte e quando sembra che si sia riassopito ecco di nuovo il pianto. Dice bene Ivan Fedeli quando parla di poesia visionaria e mi fa venire in mente quanto afferma Jung al proposito: “L’esperienza visionaria strappa dall’alto al basso il velo sul quale sono dipinte le immagini del cosmo, e consente allo sguardo d’intavedere le inafferrabili profondità del non ancora divenuto” (da Psicologia e poesia). Grazie Antonella e grazie a Francesco che saluto caramente e spero di risentirti presto. Un augurio con tutto il cuore di ogni bene e di tanta poesia per questo imminente 2008! Lucianna Argentino

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