La scrittura delle pietre – Roger CAILLOIS


(Pietra paesina)

L’immagine nella pietra

    In ogni tempo, l’uomo ha cercato non solo le pietre preziose, ma anche le pietre insolite, strane, quelle che attirano l’attenzione per qualche irregolarità della forma o per una certa significativa bizzarria di disegno o di colore. Quasi sempre, è una somiglianza inattesa, improbabile e tuttavia naturale, che le rende affascinanti. Le pietre, in ogni caso, posseggono un non so che di solenne, di immutabile e di estremo, di imperituro o già finito. Sono seducenti per un’intima bellezza, infallibile, immediata, che non deve niente a nessuno: necessariamente perfetta, esclude però l’idea della perfezione, proprio per non permettere approssimazioni, errori o eccessi. In tal senso, questa naturale, genuina beltà anticipa e supera il concetto stesso di bellezza, ne offre insieme garanzia e sostegno.
Il fatto è che le pietre presentano qualcosa di evidentemente compiuto, senza tuttavia che c’entrino né invenzione, né talento, né abilità, nulla di quanto ne farebbe un’opera nel senso umano della parola, e ancor meno un’opera d’arte. L’opera viene dopo, e così anche l’arte; insieme a queste suggestioni oscure ma irresistibili, quasi radici lontane, quasi modelli latenti.
Sono segnali discreti, ambigui, che attraverso filtri e ostacoli di ogni tipo ricordano che deve pur esistere una bellezza generale, anteriore, più vasta di quella che l’uomo può intuire, in cui egli trova il proprio godimento e che è orgoglioso di produrre a sua volta. Le pietre – non loro soltanto, ma radici, conchiglie e ali, ogni elemento ed opera della natura – contribuiscono a dare l’idea delle proporzioni e delle leggi di questa bellezza generale che è soltanto possibile congetturare. Al confronto, la bellezza umana non rappresenta che una formula in mezzo alle altre. Allo stesso modo i postulati di Euclide, fra tanti postulati possibili, non corrispondono che a un caso particolare di una geometria totale.
Nelle pietre, la bellezza comune ai diversi regni appare incerta o addirittura dispersa all’uomo, essere instabile, ultimo venuto sul pianeta, intelligente, attivo, ambizioso, stimolato da immensa presunzione. Egli non sospetta affatto che le sue più sottili ricerche costituiscano il prolungamento, in un dato luogo, di norme ineluttabili, benché suscettibili di infinite varianti. Nondimeno, anche se trascura o disdegna, anche se ignora la bellezza generale o profonda che fin dall’origine emanava dall’architettura dell’universo e di cui tutte le altre sono derivazioni, non può impedire che essa non si imponga a lui attraverso qualcosa di fondamentale e indistruttibile che lo sbalordisce, gli fa invidia e che è ben riassunto, nella sua brutalità, dal termine minerale.
Questa perfezione quasi minacciosa, perché si basa sull’assenza di vita, sull’immobilità visibile della morte, traspare nelle pietre in tanti modi diversi, che si potrebbero enumerare i tentativi e gli stili dell’arte umana senza forse scoprirne uno solo che già non avesse in loro un equivalente. Non è il caso di stupirsi: le pratiche più tortuose dell’animale disorientato non saprebbero coprire che un settore infimo dell’estetica universale. Qualsiasi immagine l’artista concepisca, per quanto essenziale, ridondante, tormentata l’abbia voluta, per quanto lontana da qualsiasi apparenza conosciuta o probabile cui gli sia riuscito ricondurla, chi può assicurare che nelle vaste riserve del mondo non si ritroverà una effigie che le somigli e in qualche misura la ripeta?
Simili riscontri non sono d’altronde affatto indispensabili dato che innumerevoli minerali attirano comunemente l’umana ammirazione: cespugli aghiformi di quarzo, oscure caverne di geodi di ametista, lastre d’agata di rodocrosite o di variscite segate e levigate, cristalli di fluorite, masse dorate e poligonali delle piriti, curve semplici, non lavorate, appena incise o abbozzate, di diaspro, di malachite, di lapislazzuli, oppure tale o tal altra pietra dura dalle tinte vivaci, dalle vene armoniose.
Gli appassionati apprezzano allora le qualità di una materia costante: la purezza, lo splendore, il colore, il rigore della struttura: tutte proprietà inerenti alla specie e presenti in ciascuno di questi esemplari. Le pietre hanno valore di per sé e non rimandano a nulla di esterno. Chi le acquista le paga secondo il peso, la rarità, la lavorazione impiegata, come comprerebbe un taglio di raso o di broccato, un lingotto di metallo raffinato o meglio una gemma pura, intercambiabile di conseguenza, poiché niente la distingue da un’altra della stessa specie, della stessa misura, della stessa limpidezza.
Tutto cambia quando entra in gioco un criterio opposto che riesce a rendere unico il pezzo agognato. Le qualità intime, la geometria specifica del minerale, smettono ormai di essere la cosa più interessante. La loro perfetta integrità non è più l’unico e neppure il principale fattore di eccellenza. La nuova bellezza dipende assai più dalle strane alterazioni della natura del corpo sotto l’influsso di depositi metallici o di altre cose, oppure dalla forma acquisita per effetto dell’erosione o di una felice spaccatura. Appare un disegno, o un profilo insolito. Il sognatore si compiace di riconoscervi il calco imprevedibile e, a questo punto, stupefacente, quasi scandaloso, di una realtà ignota.
Tali simulacri da molto tempo nascosti all’interno, appaiono quando le pietre vengono spaccate e ripulite. Sembrano rievocare ad una fantasia compiacente modelli in miniatura e immortali degli esseri e delle cose. Certamente solo il caso è all’origine del prodigio. Tutte le somiglianze sono del resto approssimative, incerte, talvolta lontane dal vero, decisamente arbitrarie. Non appena intuite, diventano però subito tiranniche o offrono più di quanto avevano promesso. Colui che le sa osservare vi scopre senza sosta nuovi dettagli che completano la presunta analogia. Immagini di questo tipo miniaturizzano a beneficio dell’interessato ogni oggetto del mondo, gliene riproducono per sempre una copia, che egli tiene nel cavo della mano, che può collocare a suo piacimento o chiudere in una vetrina.
Inoltre, quest’esemplare non è affatto una riproduzione, non è nato né dal talento di un artista né dalla scaltra abilità di un falsario. Era là da sempre. Bisognava solo coglierne la presenza. Varie specie minerali, ma anche semplici rocce rappresentano il bottino di questa caccia degna del dio Pan. In Cina, poeti e scrittori identificavano in una pietra perforata una montagna con le sue cime, le cascate, le grotte, i sentieri, gli abissi. Collezionisti si rovinarono per acquistare cristalli nella cui trasparenza distinguevano certi muschi, certe erbe o rami con i loro fiori, o con i loro frutti. Sulle agate, si può scorgere un albero, degli alberi, dei boschetti, una foresta, un intero paesaggio: oppure su un marmo immaginare un fiume con le colline che ne seguono il corso; o i lampi e le nuvole di una tempesta, le saette della folgore e le grandi pennellate della brina, oppure un eroe nell’atto di affrontare un drago; o un mare immenso sul quale fuggono navi, simili a quella che il Romano vide riflessa negli occhi di una regina d’Oriente già decisa a tradirlo.
Ci sono specie che rivelano costantemente una città incendiata di cui crollano le torri, i campanili i bastioni. Sull’agata di Pirro, gli antichi riconobbero Apollo munito di lira e il corteo delle Muse, ciascuna con le proprie caratteristiche. Gaffarel, bibliotecario di Richelieu ed elemosiniere del Re, nel XVII secolo dedica un grosso volume ai gamahés, pietre ornate con immagini, talismani contrassegnati da geroglifici naturali con simbologie d’astri, che guariscono le malattie. Negli stessi anni, principi e banchieri collezionano gli esemplari prodigiosi che molti agenti di commercio specializzati ricercano per loro ad alto prezzo. I dotti, tra gli altri Aldrovandi e Kircher, suddividono queste meraviglie in generi e specie secondo l’immagine che riescono a leggervi: mori, vescovi, gamberi oppure corsi d’acqua, visi, piante, cani o anche pesci, testuggini, draghi, teste da morto, crocifissi, tutto quello che una fervida immaginazione si è compiaciuta di riconoscere e identificare. Non esiste in realtà né essere, né oggetto né mostro, né monumento né evento né spettacolo della natura, della storia, della favola o del sogno, nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre.
[…]

[Tratto da: Roger Caillois, La scrittura delle pietre, traduzione di Carla Coletti, con illustrazioni e fotografie di Maurice Babey e Peter Willi, Genova, Casa Editrice Marietti, Collana di Saggistica, I ediz., 1986, pag. 7-17 (L’écriture des pierre, Genève, editions d’Art Albert Skira, 1970)]

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21 pensieri riguardo “La scrittura delle pietre – Roger CAILLOIS”

  1. Post che fa volare la fantasia.

    Ho imparato ad amare ogni tipo di sasso ..contagiata dalla passione per la storia e l’archeologia. Quei sassi che ricalcano radici lontane, in cui è racchiusa la storia, sassi lavorati specchio di tempi diversi che ci hanno preceduti.
    Allo stesso modo amo le pietre ..e collane mi fanno compagnia, quasi mi parlano nelle immagini create ah hoc da esperti ‘artigiani’ o dalla magica natura.

    Leggere questa pagina mi ha dato un sorriso.
    Cari saluti

  2. ‘quando gli uomini taceranno saranno le pietre a parlare”. Questo riferito ai sassi ‘di storia’. Sì, Francesco, più propriamente qui si potrà dire:’chi più artista sommo della natura stessa?’
    L’accostamento nello specifico consisteva nella pietra “che ha voce”, che riesce ad accendere emozioni e fantasia.
    -un fuori luogo- in cui vedevo comunque attinenza. Ciao

  3. Rina, quell’ “in effetti” non era in contrapposizione alle tue parole, anzi. Solo un po’ di cautela, nient’altro, perché alcune categorie, di quelle che solitamente utilizziamo nei fatti d’arte, perdono qualsiasi consistenza di fronte a talune intuizioni di Caillois, soprattutto quando pensiero e creazione in lui finiscono per con-fondersi, rivelandosi come realtà simmetriche di un unico parto.

    La “scrittura delle pietre”, quindi, quale allegoria perenne dell’infinita rete di segni e di linguaggi che sfuggono a ogni tentativo di concettualizzazione che ne neghi l’alterità: pura, metamorfica esistenza che risponde del suo essere nient’altro che a se stessa, cioè all’alfabeto delle radici che, prima ancora di ogni parola e di ogni atto di nominazione, ha piantato da sé sola, grazie alla libertà del suo esserci e del suo sguardo senza tempo, nella terra e nell’aria: il patto millenario che fonda un ordine che non ha verso e nome, irriducibile a ogni utilizzo che sia altro dalla semplice, elementare attestazione della sua presenza.

    fm

  4. “Il fatto è che le pietre presentano qualcosa di evidentemente compiuto, senza tuttavia che c’entrino né invenzione, né talento, né abilità, nulla di quanto ne farebbe un’opera nel senso umano della parola, e ancor meno un’opera d’arte. L’opera viene dopo, e così anche l’arte”

    L’arte paziente della natura, nell’infinità varietà ancora sconosciuta e in divenire, nel cuore ribollente della terra. E’ bene non scordare la nostra infinitesimasilità, il nostro quasi sempre inutile, velleitario competere con essa.
    Grazie, Francesco

    Giovanni

  5. Ho molto gradito questo brano che ho letto e messo da parte. Subisco il fascino delle pietre da sempre. Colleziono pietre comuni raccolte in ogni parte d’Italia e del mondo. Ho ‘altari’ e giardini di roccia in casa. Credo che le pietre siano la memoria antica dell’uomo, che contengano una vibrazione ancestrale, salda ed equilibrata che fa bene ascoltare e che rimanda a qualcosa di eterno. E credo anche che ogni pietra abbia un suono, una voce differente. Ricordo qui, che anche P.Neruda subì il fascino delle pietre al punto di dedicare ben due raccolte di versi a questo argomento (Le pietre del Cile -1960, Le pietre del cielo – 1970). Grazie per questa interessante lettura.
    Bianca

  6. Un saluto a tutti e un grazie per i vostri commenti.

    Luigi, l’idea iniziale (ma è solo rimandata) era proprio quella di postare un brano tratto da “I demoni meridiani”, in particolare la parte riguardante le “cicale” platoniche. Ho optato per “La scrittura delle pietre”, in questo caso, non solo per presentare una delle figure intellettuali più suggestive e ininquadrabili del Novecento, ma anche per richiamare uno dei principali riferimenti teorici da cui scaturiscono i testi del “delirante” e “scandaloso” (nell’accezione di Caillois: cfr. sopra) post che pubblicherò stasera.

    fm

  7. francesco ti si è sballato tutto il blog, deve essere l’immagine al post di zibaldoni troppo lunga, devi rimpicciolirla.
    Approfitto per chiederti un piacere deve essere crollato tutto splinder (non posso accedere nè al mio blog nè ad altri) però non sono del tutto sicura che non sia un problema del mio solo pc, puoi provare per vedere se tu riesci ad entrarci?
    Tutto è successo perchè postavo un commento con una vignetta sulla binetti, sara solo un caso? ;-)
    geo

  8. Deve essere sicuramente colpa della Binetti, che fa danni anche quando dorme, figurati da sveglia e, per di più, da protagonista di una vignetta satirica del solito disegnatore comunista: deve aver fatto una macumba a splinder e, a quanto vedo, mi sa che anche wordpress sta andando a p…

    A questo punto, desisto dal mio (lodevole) proposito di pubblicare la sua opera poetica integrale per la befana: non si sa mai…

    fm

  9. Adesso sei in linea, ma della Binetti vignettata non c’è traccia, per fortuna.

    Rimane l’angoscia per l’ultimo orrore consumato in Pakistan, con chi sa quali altre devastanti conseguenze.

    fm

  10. Segnalo un volume di oltre 500 pagine (carta bruttissima, caratteri pessimi) di poesie del grandissimo (e sottovalutato) Giuseppe Ungaretti, gratis per chi acquista oggi il giornale della Confindustria… Seguiranno Pound, Dante, Dickinson, Plath, Petrarca, Saba e tanti altri e udite udite!!! Jack Kerouac!!! Niente Auden e neanche Ingeborg Bachmann…

  11. Sono contento ti sia piaciuto, Valter. Ti anticipo che ho in serbo un altro “regalo” per i prossimi giorni… Sono convinto che lo gradirai ancora di più.

    fm

  12. Benvenuto, Carlo, spero che qualcuno possa rispondere alla tua richiesta. Per quanto mi riguarda, io potrei darti unicamente dei ragguagli sull’opera di Caillois, che studio da anni: di tecniche relative al trattamento e alla catalogazione delle pietre, e dei minerali in genere, so esattamente ciò che posso aver imparato dalla lettura dei suoi testi specifici.

    Un cordiale saluto.

    fm

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