Con la residua pietà dell’occhio – Andrea INGLESE

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(Federico Federici, Lo sguardo dietro, 2007)

Testi tratti da: Andrea Inglese, Quello che si vede, Milano, Arcipelago Edizioni, Collana ChapBook, 2006.

Je ne vois personne, je ne vois rien, je n’ai jamais rien vu.
Plus j’y réfléchis, moins je vois des choses, et moins je vois
des choses, plus elles me font frémir.

Ghérasim Luca

1.

Quello che si vede, poco,
è sempre di nuovo sotto gli occhi,
come ripetendosi, ma non è
lo stesso, non tornerà mai
così, radente, evasivo,
come ora, non sarà quindi
mai visto, anche se
ci metterai anni a leggerlo,
anni per capirlo
qualunque cosa fosse,
anche solo da vicino,
in prossimità, un labbro,
i solchi della pelle, un’iride,

quando quel che si vede
scivola sotto la visione
e morde silenzioso
o sfiora, tutta la mente
è invasa, lo sguardo fitto,
gremito di traiettorie colorate,
i caratteri cubitali, i simboli
nitidi: animali, montagne
a cono, alberi di ginepro,
remi, scafo, o solo un sacco
di plastica lacerato
da cui filtra un suolo impossibile
senza luce o spazio, una fossa
forse, se poi uno
a forza di lanciare sguardi
avanti, finisse fossile
a camminare fermo
nel niente

*

2.

Non esistono tracce,
o ce ne sono troppe
appese, esposte dietro vetri,
ben illuminate, le sciolgono dagli imballi,
scoppiano dentro le valige.
Non devi mettere in ordine nulla.

Quando cammini, separi la strada,
e la strada a tua volta ti separa,
in pensieri che non hanno fiato,
perché qui nessuno respira,
nell’assiepata vicinanza.

Quando cammini, gli anni,
prendendo un remotissimo slancio,
salgono con te, dove i rami fanno
coltre incostante, e le finestre dei palazzi
contengono in un quadro
cedimenti di vite,
abbracci malfermi, piedi nudi
che cercano ancora e ancora
aderenza. Dal battito strambo dei passi,
vengono ritmi che spingono avanti
la città, oltre il suo muro,
oltre la disciplina, l’apnea, lo sguardo
morto al quadrante.

*

3.

Dentro questa luce
avverrà il collasso
per via dei venti che in alto
non si governano
e le chiodature delle menti
dopo lunga, sonnolenta quiete.
Tutto vorrà far male, anche
sulle parti più tenere.
Si drizzano i fili d’erba di taglio
e feriscono. Feriranno.
Ma nella lunga distrazione, scendendo,
pensavamo al colore sbiadito
della giacca,
ad una cosa da comprare
il cui nome smarriva.
Ed il luogo sembrava come prima.
I passanti svelti
nel teatro di vetrine.

*

6.

E poi mi sono messo a guardare le scarpe.
Le mie, estive, di pelle, marroni chiare.
Non la suola accidentata, segata sul tacco
nel lato esterno di entrambe, no,
dentro, perché le calzo a piede nudo,
e si devastano progressivamente
con straordinaria armonia, aprendo
brecce dove poggia il calcagno,
per sfregamento, entropia minima,
ad ogni passo, con tutta la memoria
lì, del passaggio mio sulle superfici,
quel camminare sempre insano, fitto,
che si ignora, fuggendo avanti,
a scavalcare il proprio camminare,
sorvolandolo a mente, come perdendo
i propri pezzi altrove, sfilati fuori,
immateriali, a mulinare d’ansia nell’aria,
anzi in atmosfera zero, implacata,
dei miraggi. E solo le scarpe registrano
tutto lo sforzo dei passi, la concretezza
dello slancio, ogni metro, per gradini, prati,
ghiaie, lastre irregolari, asfalti monotoni.
Non io, che le sfilo entrato in casa,
dimenticando la terra che sempre
mi tiene a posto, sul punto d’appoggio,
appiedato nel mondo, certo almeno di questo.

*

7.

Non bastava essere veloci,
muovendosi su pattini lungo i marciapiedi,
o guardare dentro schermi, nelle mobili
immagini, le fasce di colore, le cifre
che ingrandiscono nel nucleo rosa,
il prezzo dell’andata-e-ritorno,
o sapere
a memoria il codice segreto,
per entrare in casa, prelevare
denaro, accedere alla posta,
o trovare sul dorso dell’involto
il codice a barre, e gli altri numeri
del giorno, non bastava,

esigeva l’alba,
con il gattino piccolo inarcato,
attraversato da tremiti, gli occhi
scoppiati fuori, il filo di sangue
dalla bocca,

esigeva su quell’asfalto
la sua morte
un punto di vista

(anche la patata, sepolta
che nel minimo calore
pronta a figliare
si rompe, spinge nel buio
i getti, ostinata)

*

10.

Non hai confinato la tua mente al frammento,
al pezzo separato, al detrito d’immagine
posto come campo assoluto, sommario
di mondo.
                  Vedi che la pietra
apparente del reale, la città nostra
filmata, contiene una segreta lotta
di viventi, fatiche per stringere l’entrata
della luce, ferimenti per aprire…

E il monumento del visibile: il morente
chiamato al microfono, tirato in piedi
sulla sabbia, sotto un’ombra organizzata,
è tagliato via dai suoi torturatori,
apparsi altrove, in altre ore, dentro camicie
fresche di lavaggio e stiratura,
usando penne su fogli e non uncini
su carni disarmate.

*

11.

La schiena che vedi martoriata,
è quella di Anika, sei anni,
sua la macchia
di sangue nella cornea,
e la cicatrice sulla palpebra,
il ventre gonfio come d’un gas
venefico. La testa rasata a zero
è della zia,
quella che ora piange,
che la batteva
con un attaccapanni di legno
dopo averle spalmato peperoncino
sul corpo. Così nasce,
nel più comune non amore,
la perfetta tortura,
così procede, su menti ignare,
il patto di schiavitù: l’ordine
mondiale delle sevizie,
così Anika non sa,
dove il dolore di vivere
è evitabile,
e non conoscerà quella terra
che gli occhi urtati dalla luce
guardano al mattino
senza apprensione e panico.

*

13.

Non succederà più nulla adesso,
non aspettare crescita, taglio di veli,
notti con un diverso finale.

Quel che rimane, in lenta,
impaziente attesa, è margine,
poco progetto, sono
gli occhi che s’imbevono beati
di un paesaggio che l’abitudine
finemente insabbia, cancella.

***

Su Quello che si vede di Andrea Inglese

1.
L’indomestico (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/IngTes.pdf ) è a tal punto un a priori dello sguardo, da approfondirsi qui, in Quello che si vede, rallentando ulteriormente il ritmo della visione. Innanzitutto ‘ciò che si vede’ coincide con ciò che la meccanicità della vita e delle idee, il macchinico del paesaggio e dell’ingranaggio sociale finiscono con non far vedere.

2.
Il verso scorre calmo, si scandisce con ordine, minuziosamente. Non cerca l’effetto, non si anima per l’improvviso inaspettato accostamento fonico, procede sorvegliato e sobrio, attento a ciò che dice, responsabile di ciò che dice, anche se il detto è l’orrore. L’accostamento è innanzitutto nelle cose: ‘quello che si vede’, una volta diradato il torpore dei sensi e della mente (l’ordinaria condizione di veglia), già basta a caricare di senso e di scandalo.
Non bastava esser veloci, /muovendosi su pattini lungo i marciapiedi’ (…) ‘esigeva su quell’asfalto/ la sua morte/ un punto di vista’ ( pag. 14). E’ questo che ‘chiama un’interna/ sensibilità’ (pag.24), così come la storia della tortura che diventa, da eccezione, habitat, aberrante normalità e assenza di altre prospettive: ‘la schiena che vedi martoriata/ è quella di Anika, sei anni’ (pag.20).

3.
Ma tutto questo è già nell’interno domestico, nelle scarpe con cura interrogate (come quelle di Van Gogh, di Heidegger che le legge come tracce, interrotti sentieri) ma solo per trovare il nulla dell’attenzione, della consapevolezza e della presenza. Non per trovare la terra ed il suo senso umano: qui la terra è punto d’appoggio, origine di gravità, sasso. Qui la terra, per ‘quello che si vede’, è cieca immobilità (‘quando tutto si riempie allora tutto sta fermo’, pag. 17).

4.
Il verso è strumento della visione. E la visione costruisce i suoi oggetti, li ritaglia dallo sfondo, ne esaspera il dettaglio, li ricombina ma sempre nella contiguità spazio-temporale della vita di ogni giorno, della vita che ogni giorno non si vede.
Ci sono zone dell’appartamento/ inabitabili, altre fin troppo/ abitate’ (pag. 15).
Come per un’etologia dell’abitare, livelli animali e inorganici mostrano il loro intreccio, rispondono se indagati. Compagni silenziosi e non visti di uno stare comune che si rivelano improvvisamente, sotto il fuoco dello sguardo ‘indomestico’ testimoni scomodi, implacabili.

5.
I limoni (pag. 15), la relazione tra la mano e la maniglia (‘ come se mai dalla nascita/ avesse fatto altro,/non sente neppure il freddo/ del metallo) (pag.17) , le sedie e lo scomodo sedersi, l’inganno dell’agenzia immobiliare (pag.15)…E i personaggi la cui storia è fissata nella ripetizione del gesto, muto oppure urlato, il pericolo incombente del fossile, del fossilizzarsi…
Tutti i giorni la facile impossibilità/ della vita’ (pag. 23)

6.
Quello che si vede, lacerata la convenzione della visione, che è ideologia ma anche povertà morale, lo si vede perché conoscere è vedere, come dice l’ultimo componimento, con la ‘residua/ pietà dell’occhio.’(pag.24).
E’ questa residua pietà che permette di non ‘confinare la mente al frammento’, al ‘pezzo separato, al detrito d’immagine/ posto come campo assoluto, sommario/ di mondo’ (pag.19). Dunque la visione interna, toccata, resa fragile, sensibile è anche organo più ricco di conoscenza. Quest’ampliamento del senso, questo rendersi vulnerabile al vedere, è anche quello che si vede nella poesia.

Biagio Cepollaro

3 pensieri riguardo “Con la residua pietà dell’occhio – Andrea INGLESE”

  1. La prima impressione che ho avuto è di calma, di pacatezza anche dove la parola incide microcosmi di quotidianità e scava le ferite del dolore.
    Il verso scivola sulla naturalezza del giorno o della sera senza ostacoli e ci racconta che si può anche “dire” senza alzare la voce.
    jolanda

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