Per evitare la polvere del nulla – Jolanda CATALANO

sironi.jpg
(Mario Sironi, Nausicaa e la nave di Ulisse)

Da Alternanze, Calabria Letteraria Editrice, 1996

Vieni

Vieni,
una voce inquieta
ti prega di venire,
di farti viva
tra l’ombra del presente.
Vieni,
non senti il canto della sera
risvegliare in te
i palpiti d’intesa,
la folle corsa
al vento di parole,
al mare di preludi senza fine?
Vieni,
riemergi dal letargo del dolore
ché ancora spazi
attendono il tuo velo,
il manto misericordioso
che trasluce
di afflati dolci
e malinconie remote.
Vieni,
senza di te
non c’è respiro,
non un comignolo
nel cuore della notte,
solo brandelli
dal tempo straziati,
parole lacere
che il vento spazza via.
Vieni,
alita in me
l’ebbrezza dei pensieri,
non c’è frammento
che in te non trovi pace
che in te
non viva e palpiti
Poesia.

 

Non mi abbandonare

Non mi abbandonare
ora che viene sera
sugli uliveti in cima alla collina.
Poter cantare solamente
la luce e l’innocente trasparenza!
Ma l’utopia perde il suo respiro
tra le violate pagine del tempo
e si aggrovigliano le corde della cetra
nel silenzio che grava il mio sentire.
Furtiva, a tratti, echeggia qualche nota
rubata forse alla malinconia del vento
che sfiora o sferza gli uliveti in cima
e poi stridendo tace e si dispera.
Non mi abbandonare dunque
fra macerie
pietrificate e folli di supplizi
ora che viene sera
e si distende
in me la pace che vive in te
Poesia.

 

Uomo

Ti riconosco, uomo, nel mio sangue,
stillicidio di gocce secche al sole.
Ti riconosco nelle notti del rimpianto
quando il dolore giace e fredda il cuore.
Ti riconosco languido nei sogni,
tronfio del tuo trono in mezzo ai deboli,
là, dove ancora cantano i cannoni
funebri litanie per genti offese.
E con la fragile paura di un bambino
i tuoi rimorsi nascondi sotto il seno
della tua donna che ti è madre e amante
o forse amica e figlia del destino.
Ti riconosco, uomo, in ogni fiume,
tronco che scende a valle e poi si perde
nell’infinita curva della vita
e le cascate attendono insidiose.

 

Fino a che punto

Fino a che punto
la fedeltà, Penelope,
può consentire alla tela il suo disfarsi
mentre scorrono lenti i minuti
scanditi al tempo di solitarie attese?

Muti messaggi vibrano nell’aria
e trema Itaca celata nel mistero
di note struggenti e palpiti d’intesa
che alla notte si affidano nel sogno
che torni Ulisse presto alla sua sposa.

E intanto la distanza si colora
della fragilità dell’umana esistenza,
dell’evolversi col tempo anche la storia
dell’illusorio telaio che chiede tregua.

Ed io non so, Penelope, di notte,
quando infittiva il buio e chiedeva luce
la goccia tremula sospesa nel silenzio,
a chi affidavi la spola del telaio.

O forse dura la favola d’amore
e la pazienza dunque non ha metro
quando lontana si perde la memoria
tra la coscienza e il filo d’un sorriso?

 

Un giorno

Un giorno
tutti i giorni
su rattoppi di ferite
cucio sorrisi
per altri giorni uguali.
E se inventarmi ancora
tra albe di silenzi
sfiorando con le dita
la luce dell’aurora
produrrà nell’essere
squarci di futuro
io non lo so
mentre il pensiero vola
al sogno d’una vita
beffato dalla sera.

 

Tu non sai

Tu non sai lo strazio dei minuti
che lenti si attorcigliano col tempo
mentre il silenzio giace nel mio grembo
e assurdo si leva al cielo questo canto.
Oh l’amarezza d’essere pensiero
tra gelide folate di stupori,
col corpo che vacilla sotto il peso
di attesi tremiti che non daranno gioia!
Si tingerà di scuro il mio sorriso
– peraltro mai autonomo e sicuro –
e il vento astuto accoglierà i sospiri
d’aneliti preziosi ormai in frantumi.
E tu non saprai mai questo sentire
che tra i minuti scorre e si dilegua
come il ricordo amaro del « non visto»,
o del non essere affatto mai accaduto.
Ed è questo lo strazio dei minuti
che ora si allontanano col tempo:
la nostalgia per ciò che non è stato,
questo sentirmi pronta all’infinito
mentre sbiadiscono pagine ormai lacere
dal libro-sogno che non ho ancora chiuso.

 

***

 

Da La tela di Penelope, Edizioni del “Premio Rhegium Julii”, 2000

Quando gli anni fiorivano di giugno

Quando gli anni fiorivano di giugno
con i papaveri nei campi e le ginestre,
temevo le parole che fluivano
nel dilagare molle di promesse
e muta, la voce, ingoiava il sentimento
nei timidi meandri del dolore
appena accennando con lo sguardo
itinerari lenti da venire.
Ora che strizzo le parole
come panni al fiume del passato
e divorandole le piego e le depongo
ai margini di un tempo che non viene,
vorrei poterle usare senza indugio,
senza timore d’essere reale.
Ma questa umanità che mi trattiene
e annienta anche il respiro più innocente,
mi chiude in un cerchio senza sbocco
dove vorrei ma non posso urlare.
E il rosso dei papaveri scolora
nel glicine dolce della malinconia
ora che il tempo più non può contare
attimi infiniti nell’eterno
evolversi e alternarsi di parole.

 

Eccomi, di nuovo persa

Eccomi, di nuovo persa.
L’asfalto evapora gocce di stanchezza
e fendono i fianchi antiche scimitarre.
Perché non ti ho fermato quella sera
col volto prigioniero dei tuoi occhi?
O forse fu sogno stanco della vita
che si riflesse breve nel tuo sguardo?
Girava la notte ancora le sue stelle
e l’asfalto scivolava alle mie spalle
mentre fuggiva amaro il desiderio
del tuo contatto adulto alla mia pelle.

 

Questa sera sto sciogliendo i capelli

Questa sera sto sciogliendo i capelli
dal nodo che imprigiona la mia attesa
e mentre cadono e lambiscono le spalle
il desiderio cresce e si fa vita.
Raggomitolata dentro i miei conflitti
sento il Dio-Tempo che svelto si allontana
ma nella fuga estrema non collega
il mio domani all’oggi che scolora.
E dunque a che sciogliere i capelli
se mai carezza si poserà a sfiorarli
mentre traduco e spengo il desiderio
su un foglio bianco che non avrà calore?
Chissà, forse mi basta immaginarti,
tu, uscito dal groviglio del tuo io,
che prima o poi ti desti dal torpore
e corri verso me con un sospiro.

 

***

 

Da Invincibili, Reggio Calabria, Città Del Sole Edizioni, 2005

Invincibili

Invincibili.
Così ci credevamo.
E siamo stati delusi,
massacrati dal nostro io confuso
tra sentieri di gioia e albe ingrate.
Così, così si defilarono i giorni
nell’attesa vana, irrisolta
di un bene estremo
per condurci altrove.
Ma era la fine,
il buio rappreso
di una stantia gloria
lievitata nell’anima
con radici di superbia
e inconcludenti fiori
già recisi.
Invincibili,
ci credevamo capaci
di risolvere enigmi
con segni,
geroglifici mobili al pensiero,
non decifrabili certo
in questa vita.
Ed ora, vinti,
pensiamo di volare,
di salire l’Olimpo della parola
con coppe d’ambrosia nella mani
e troni inesistenti
per un dire
che non si sposa più con il dolore
né ferma ancora
punti esclamativi.
Irrisolti,
con la presunzione d’essere fratelli,
vaghiamo come ombre all’imbrunire
e il Tempo gode
di questa nostra assenza
e, libero, ci toglie
giorni nuovi.

 

*

 

I

Vagai.
Nella caverna buia
vidi le ombre
e poi pian piano luce al mio percorso.
Il cielo sul mio viso si stendeva
in un azzurro-favola nascosto
persino ai più reconditi pensieri
e fui solo a calpestare impronte
ma quando mi accorsi che erano le mie
urlai con tutto il fiato al mare aperto
fin dove l’orizzonte lo spiegava.
Alzando gli occhi il sole mi accecava
e nel vento stringevo forte i denti
per evitare la polvere del nulla
che mi piegava il corpo fino al mare.

 

II

Caddi
nell’acqua gelida e fu notte,
il corpo rattrappito per il freddo
e fu duro il passaggio alla mia vista
come un’esplosione forte dentro al petto.
Tentai la fuga ma il mare mi teneva
prigioniero di onde smisurate.
Cos’ero in quei minuti quando il vento
mi sollevava tra i flutti
ed ero solo?

 

III

Gestii il mio corpo stanco come un peso
e non mi conoscevo nel riflesso
notturno e increspato della luna
mentre le mani tentavano un appiglio
e neanche sapevo ancora fossero mani.
Poi le onde gemettero di colpo
e l’acqua si distese nel silenzio
così, attentamente, scrutai
quell’essere riflesso che nuotava
con confuse bracciate sino a riva
e mi stupii d’essere me stesso.

 

[… Invincibili è, nella struttura, un capolavoro di modernità. L’artista vi si sdoppia esponendo il processo di produzione poetica: la poesia e l’ansia di raggiungerla; il poeta e il poetato. I due poli sono limpidamente separati graficamente: il poeta è in caratteri grassetto, il poetato (il personaggio) in caratteri normali. La forza che travolge e perde entrambi è la vecchia hybris dei tragici greci, cresciuta a dismisura nei millenni e postasi ormai come unica e fondamentale legge del mondo globalizzato. L’Io arrogante, isolato, egoista, dimentico di sé come umile e limitata natura, e degli altri come fratelli, l’Io che si ritiene appunto “invincibile” fa qui, come nel teatro greco, esperienza del disastro, e alla fine viene “vinto”.
Questo è il senso di questo notevole poemetto, nel quale la critica dell’orgoglioso Io umano si fa a tratti così veemente e totalitaria che trascina nella condanna anche quei suoi aspetti che potrebbero riscattarlo: la razionalità, la ricerca, l’utopia, e la stessa poesia. Da troppo tempo questi aspetti convivono con l’hybris e la sostengono… (Sandro Dell’Orco)] –

 

***

 

Dalla silloge inedita BOLERO

C’era odore di gelsomino
quella sera.
Lungo la linea astratta delle ore
persino il tenue azzurro delle ombre
si mescolò al pianto del passato.
Mutarono col vento
anche i pensieri
dapprima tiepidi
e caldi nella luce
e poi pigri e assonnati
quella sera.
Il gelsomino
spandeva il suo profumo
ma buia e triste
si profilò la sera.
Andartene così,
sfumato in dissolvenza
come già il sogno prima
aveva annunciato,
arreso a ogni armonia
e avaro del tuo tempo,
chiuso nel vuoto amaro
che tu credevi vita.
C’era odore di gelsomino
quella sera,
ricordi?
fu la nebbia del cuore
a rotolarti via.

 

*

 

A misura del tempo
questo inchiostro sbiadito
e le parole spezzate
dall’usura del male.

 

*

 

No, non mi pento.
Ma di questa fermezza
a ribadire un sogno
mentre urla nel petto
il gelo dell’assenza,
forse rimane
questo fluttuare lento
e un canto sospeso
in cerca di dimora.

 

***

 

Dalla silloge inedita ALL’ALBA DEL CANTO

Non credere semplice
la purezza del canto
quando due sillabe
ti fasciano il cuore
e l’anima pesa
tra grovigli di pianto.
All’alba del canto
vibra il dolore
che poi piano avvolge
l’umana fatica
dell’essere pronti
per non naufragare.

 

*

 

Un alito
ancora uno
e alla finestra si fermano le ore
dentro pensieri inutili al percorso,
difficili da decifrare.
Incongruenze
rimasugli inerti
e gelo,
ancora gelo
e fuori piove tutto il passato
che si scioglie in gocce
e poi flutti,
torrenti demenziali.
Un alito,
ancora uno
per ricondurre il tempo
dentro le astratte rette delle ore
dove si ricompongono i misteri
e fuori dalla finestra
ancora piove.

 

*

 

C’è una carezza
nel vento della sera.
Una carezza dolce sul mio viso
che tento di fermare nelle ore
quando la trasparenza delle ombre
si fa misericordia sul mio dire.
E le pareti poi sanno di seta
al tocco immaginario delle dita
che accarezzando il vuoto
si ritraggono
all’illusorio azzurro che scompare.
C’è una carezza
nel vento della sera.
Un sogno acceso
che si fa parola.

 

*

 

E giunge anche l’ora del silenzio,
dell’ascoltarti intero cuore mio
mentre altre voci si spengono e la notte
magicamente assorbe il mio sentire.
Assordanti i giorni del dolore
scorrevano su pietre arroventate,
stridevano colpivano uccidevano
i miei pensieri mezzo addormentati.
Difficile, difficile ascoltare
in quei momenti bui dell’inganno
persino il rantolo sopito sul cuscino,
contaminato da voci poco umane.
Era l’ora amara in cui la vita,
perdendosi, moriva anche a se stessa
tra strappi violenti e le giunture
attorcigliate e inerti giù per terra.
E in quel silenzio-morte sulle attese
si frantumavano i giorni al divenire.
Altro silenzio oggi mi pervade
e so che posso udirmi fra le assenze,
percepirmi nell’integrità del cuore,
assolvermi di tutti i miei peccati.

 

*

 

Mi dicevano “C’era una volta”
ma io, credetemi, non ho visto nulla
se non qualche verso sgangherato
fra una parentesi graffa e una tonda
o forse all’inverso, non so,
perché non c’è stato tempo per capire
o spazio per muovermi
mentre saliva il dolore
e a rimandarlo indietro
non c’era cura possibile
né forza titanica per poterlo fare.
Così attendo ancora
il “vissero felici e contenti”
e l’età non conta,
solo un segno su un certificato di nascita
mentre il vento strapazza un’idea,
un brandello di sogno che resta.

 

***

 

Mi hai detto di seguirti
e t’ho seguita.
Fin nel deserto
ho scavato a fondo.
Che vuoi di più ancora
se sanguinano le dita
e graffi crudeli
bloccano il costato?
Poesia che a tratti ti nascondi
e poi mi indichi la via,
che cosa da scoprire
che già non sia,
mia feroce, mia pena,
mia estasi infinita.

***

13 pensieri riguardo “Per evitare la polvere del nulla – Jolanda CATALANO”

  1. Grazie a te, Jolanda, con l’augurio di un buon anno.

    fm

    p.s.

    Ho spostato il link al premio baghetta nella sezione “nella rete”. La scelta che ho fatto fin dall’inizio è quella di evitare la publicazione di premi, concorsi e iniziative affini, soprattutto nei commenti. Magari creo una pagina ad hoc dove chi vuole posta il suo annuncio. Ma devo pensarci.

  2. Jolanda, le tue poesie sono meravigliose, lasciano senza fiato! Sei una persona fortunata perchè possiedi il grande dono di arrivare dritta al cuore di chi ha la felice avventura di leggerti.
    Viviamo in un mondo che mette a dura prova l’ottimismo: cadiamo continuamente e fatichiamo a rialzarci…talvolta ci prende l’impulso di voltare le spalle a ciò che ci fa soffrire.
    Finchè non arriva la Poesia, una voce che ci ammalia e ci solleva e allora capiamo che una speranza c’è, e ci sarà sempre.
    Grazie! Eleonora.

  3. Ciao, Jolanda.Dopo la consueta visita al blog di Sante, ho seguito l’invito di Fabrizio e sono venuta qui a conoscere un altro aspetto della tua personalità:la profondità dei tuoi versi unita ad una sicura padronanza della lingua.
    “Vieni” e “Non mi abbandonare”:poesie come canti, malinconiche melodie.
    “Uomo”:la sua arroganza e insieme la sua fragilità.
    “Fino a che punto”:” l’illusorio telaio di Penelope che chiede tregua”, ma anche la speranza che sostiene sempre.
    “Quando gli anni fiorivano di giugno”:dall’inizio alla fine, è il tempo il filo conduttore di questa poesia-canto. “Ora” che strizzo le parole; ai margini di un “tempo” che non viene; “ora” che il “tempo” più non può contare. Ritmo e musica.
    Bellissime “Eccomi di nuovo persa” e “Questa sera sto sciogliendo i capelli”.
    Le due sillogi inedite “Bolero” e “All’alba del canto” mi sono piaciute molto:grande cura nella scelta lessicale e nell’uso delle rime.
    Sul poemetto “Invincibile”,c’è il commento ben più approfondito delle mie “scarne riflessioni” di Sandro Dell’Orco.
    Il filo sottile ma resistente di una sofferta malinconia lega questi tuoi scritti, mi pare, ma infine è la speranza che ci tiene stretti alla vita e ci rende forti. Grazie. Piera

  4. Grazie a voi, Eleonora e Piera Maria per l’attenzione con cui avete letto e interpretato i miei testi,sono commossa. La poesia,quando viene, è un dono da elargire anche agli altri ma racchiude in sé anche la melodia,a volte,un po’ stonata,del nostro vissuto, di quello dell’umanità tutta perchè ancora un coro in sottofondo possa levarsi come canto di speranza.
    Grazie a Fabrizio per l’indicazione.
    un forte abbraccio
    jolanda

  5. Ancora grazie Francesco per l’ospitalità,e un grazie anche a Eleonora,Piera,Fabrizio e a quanti,in silenzio, si sono soffermati sui miei versi.

    un forte abbraccio
    jolanda

  6. Anch’io ti voglio ringraziare,Jolanda, per aver rinfrescato la mia memoria e d averla riaccesa con le tue vecchie e nuove poesie.
    Non è la nostra pluriennale amicizia che mi spinge ad apprezzare la tua Poesia ma una convinzione radicata.
    Quella cioè per cui in un’epoca in cui troppi dicono di scrivere poesia e troppi fanno piagnistei,singhiozzi o copiano senza capacità di copiare,io ho sempre trovato nel tuo modo di scrivere una robustezza ed una forza sentimentale,oltre alla sobrietà sul piano tecnico ,che si esprimono attraverso interrogativi veri che sono quelli generali della nostra Società e della nostra generazione,che,partendo dalle problematiche personali anche della Donna,senza farsi mai piaghisteo,singhiozzo o gemito autocompiacente,si generalizzano a livello di domanda esistenziale e sociale.
    Non ti fermare,Jolanda: c’è chi ti ascolta

    Paolo

  7. Grazie Paolo,mio grande,grande amico.So che ciò che dici è veramente dettato da una tua forte convinzione,tu tra i più grandi poeti di oggi,con le tue foto d’epoca e la tua immensa umanità. Sei per me l’esempio di come dovrebbe essere il poeta e cioè privo di invidia e di sgomitate.
    No,non mi fermerò amico mio e quando la poesia mi verrà a cercare,io sarò pronta ad aprirle le braccia e il cuore.Nonostante la vita.
    ti abbraccio forte
    jolanda

  8. Jolanda, amica mia, ho stampato le tue poesie per leggerle con calma e assaporarle verso per verso come si fà con del buon vino.
    Ecco forse l’espressione più adatta da associare alle tue liriche: il buon vino che ti accompagna nei convivi con gli amici o da solo quando leggi un libro e che può inebriarti ma anche far percepire verità dolci-amare che a volte sfuggono.
    Nei tuoi versi come in “Vieni” e “Non mi abbandonare” emerge la forza salvifica che è per te la poesia ma anche la fatica che essa comporta nel cercare di starle a fianco come ad un’antica musa ispiratrice per far sì che tutto si ricomponga in una realtà spirituale di pace così differente da quella terrena di tutti i giorni.
    Nelle liriche come “Uomo” e “Fino a che punto” si staglia la figura dell’uomo come cinico re di un’esistenza che vanamente cerca di dominare così come non riuscirà a conservare all’infinito la fedeltà di una Penelope moderna nella quale Jolanda cerca di infondervi un sentimento di crescente distanza e liberazione dall’egoismo maschile.
    I componimenti fin qui riportati, devo inoltre ammettere che contengono una mole tale di spunti su cui scrivere commenti che in realtà lo spazio di un blog non basta.
    Nelle ultime poesie, infine, l’autrice riflette con tutta la partecipazione emotiva e forza interiore che le è propria sulla vita di oggi e di ieri, sui ricordi di una vita vissuta intensamente col suo bagaglio di esperienze positive e negative in un continuo tendere verso una dimensione “altra” che possa restituire autenticità ad un mondo che sembra non sapere più godere delle piccole cose nè ascoltare la voce dell’Io più profondo.
    La poesia della nostra Jolanda è perciò un donarsi interamente e generosamente agli altri, ed io cara amica mia ti ringrazio per questi piccoli doni di parole e musica che ci arricchiscono ogni volta che ne terminiamo la lettura.
    Un forte abbraccio Jolanda!

  9. Grazie a te, Domenico, per le generose considerazioni sui miei versi.
    E, anche se non amo bere, accetto volentieri il tuo connubio vino-poesia.

    ti abbraccio anch’io e spero a presto

    jolanda

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