Risonanze VIII – Nicola PONZIO

Da Gli ospiti e i luoghi, Varese, Nuova Editrice Magenta, 2005

Il falegname Zimmer

I

Diversi troveremo insieme un luogo.
(Terribile e affettuosa,
al di là di quelle case,
oltre la cinta si offrirà
la luce in un riparo – giustizia
affine agli alberi – sottile
pertinenza di un destino). – Ospiti
noi stessi di quell’altro
che ci parla mentre in lui
nel nostro volto ci guardiamo.

*

I lampi rovinosi e l’erba chiara.
L’oscenità di poter dire – di sentire
l’unità, la disgiunzione.
(Matura ricompensa
che le mani
per la sete riconfermano).

*

Un alibi ti è dato fino all’alba.
Certezza di difenderti per meglio dissipare
onore e stelle. Ameno
desiderio di rivivere l’infanzia
con un gesto più appropriato. E i nomi
si inabissano nei nomi – immobili
nell’ocra dei depositi, nei cerchi
delle piccole cisterne.

*

Una parola che rispecchi
nell’amore
quei profili che per altri
altri ci han lasciato.
Discendenze
boschive e di uomini
schivi alla lente del giorno.
Le inevitabili allusioni sono il merito
dei luoghi necessari, degli inverni
ospitali e in noi stessi fraterni..
Ora amati e accoglienti
nel volto di un figlio.

II

Cedere in silenzio fino a eccedere
nel silenzio dell’alba. Convertirsi
alla luce e della luce convertire
con coraggio, con pietà le sue radici.
Le sue monete d’oro e d’ombra.
Custodirne l’alimento
nel visibile dominio che protegge
l’ostinata carità di questa carta.

*

Ho bisogno di nomi.
Di uomini e di strade che scommettano
sul cuore dell’oceano.
La grandine le femmine gli aironi
si perpetuano negli anni
verso il Frejus: si allineano
tra i gas nel sortilegio
di spartirsi come il pane con giustizia.

*

Questa carta è un confine possibile,
un argine all’odio.
Della fede nei giorni è compagna.
Questa carne è un confine
terreno,
nell’acqua dell’alba.
(Nel suo moto essenziale riscopro così
la giustizia e la sete). Risorsa
del corpo nel cauto alternarsi
del cielo, tra gli aceri e il Neckar.

*

Appena dopo il lume della pioggia,
fra gli sterpi i vigneti la radura
s’indorava del più netto,
solare intendimento.
Perché sintonizzare la memoria
alle più fertili menzogne?
Osava ancora chiedere ragione
del dolore e a queste fossili sembianze
una risposta.

[Nota dell’autore.
Nel 1806 Hölderlin è affidato alle cure del falegname Zimmer, a Tubinga, che lo tiene a pensione nella sua torre sul Neckar per 37 anni. Nei due capitoli che compongono l’omonimo poemetto vengono evocati i giorni della trasparente follia del poeta, in una sorta d’immaginario dialogo tra la sua voce la mia e quella del suo ospite.]

*

Nicola Ponzio: Gli ospiti e i luoghi – di Giampiero Marano
(pubblicato il 11/02/2007 in www.dissidenze.com )

Autore appartato e pressoché inedito tranne rare apparizioni su rivista, Nicola Ponzio pubblica la sua raccolta d’esordio, Gli ospiti e i luoghi (Nuova Editrice Magenta, Varese 2005, pp. 105), all’età di quarantaquattro anni. In effetti, e sia detto prescindendo dal semplice dato biografico, una peculiarità certa di questo poeta è la paziente determinazione nell’attendere, o meglio nel costruirsi il momento indiscutibilmente giusto per parlare, soppesando in modo quasi ossessivo le parole, la loro collocazione nello spazio geometrico del verso. Se Ponzio predilige una ricerca mai vistosa ma comunque intransigente e radicale sul senso-suono (da qui le non sporadiche paronomasie – pregnanti, per l’appunto, sia in chiave semantica che ritmico-musicale), ciò dipende dall’incondizionata adesione alla poetica dell’aforisma e dell’intuizione nel segno di una pensosità laconica che esclude qualsiasi istanza dialogico-drammatica. Per questa via Gli ospiti e i luoghi si avvicina molto all’opera di René Char che, abilmente nascosto dietro lo schermo del riferimento scoperto a Hölderlin, cui troviamo dedicata la prima delle due sezioni del libro (”Il falegname Zimmer”), va considerato in realtà l’interlocutore privilegiato del lavoro di Ponzio. Allo stesso Hölderlin, del resto, si ispira un testo di Char, “Anche se” (Même si), con quel formidabile incipit che Vittorio Sereni traduceva “Molte notti, diverse, sono nello spazio: così sulle spiagge del giorno, molte divinità”. Ora, è sulla presenza onnipervasiva del paradigma della molteplicità che mi sembra utile soffermarsi non per imbastire un asettico e astratto gioco di rimandi intertestuali ma per mettere in evidenza l’avvenuto travaso, la trasmissione di un’influenza per così dire spirituale dalla pagina di Char a quella di Ponzio. Come dice ancora Sereni nelle note alle sue traduzioni di Ritorno Sopramonte e altre poesie, “Il sacro non è altro che la tensione al sacro. Per questo non ha un volto stabile, non una sede o un nome”: anche per Ponzio il sacro (da non confondere con il religioso) consiste nella sua stessa assenza, nel suo mancare di essere, dimora, volto. Il sacro è “debito” originario, è nudità che necessita di una “vestizione” da attuarsi coralmente e senza mediazioni con “un progetto simultaneo”, ma soprattutto con l’”amore / che lo scrivere ipoteca”. E siccome non esiste un luogo del sacro, molteplice e plurale risulterà anche l’hospes, cioè colui che, indipendentemente dal fatto che sia l’ospitante o l’ospitato, “con cura riconosce / nella propria alterità / quell’apertura necessaria a condividere / con gli altri la sua fame”. In questo senso forte e utopicamente generativo di comunità bisogna accogliere i rimandi di Ponzio all’arcipelago nient’affatto arcadico della natura rerum, come pure all’esiodea e rurale “opera dei giorni”, allo “spazio corale” umile, terrestre, fatto di “pietre e saliva” o abitato dai pastori, e ancora alle “parole come lupi che s’inseguono / nel folto della selva”. Perché nessun simbolo appare più adatto del mondo naturale a significare l’immutabilità perfetta dell’equilibrio cosmico in cui converge ogni chariano terme épars (”L’ordine è sempre là. / Per una parte che si sgretola / quell’altra si conferma a suo sigillo”), a rimarcare l’autorevolezza di questo kosmos che disintegra le pretese di definizione e sistemazione (”pensare per frasi rotte / con la bocca / del sole che purifica i raccolti”). È così che, pur senza conferire al paesaggio i tratti titanici ravvisabili in Hölderlin (si veda per esempio la celebre lirica Le querce), Ponzio può affermare in alcuni tra i suoi versi più decisivi: “Parlato l’albero nessuno / parla più. / Sconveniente è il dialogo”.

*

La poesia di Nicola Ponzio – di Massimo Orgiazzi
(pubblicato il 4/03/07, in www.liberinversi.splinder.com )

[…] La figura di Zimmer, falegname che lesse Kant e che dopo la lettura dell’Iperione di Hölderlin si innamorò a tal punto della figura del poeta da recarsi nella clinica di Tubinga per dire «me lo porto a casa – è inutile rinchiuderlo qui» per assisterlo insieme a sua figlia Loth, è la metafora/immagine di chi, come il poeta d’oggi, vuole/deve preservare la creatività, ma non solo la sua propria, di cui fondamentalmente e onestamente nel migliore dei casi si riconosce indegno: la creatività plurale, tale da far partecipare della condivisione della scrittura e della letteratura come falda acquifera alla quale attingere. Tutti memori di Hölderlin, quasi tutti immemori di Zimmer, che è colui che compie l’atto dell’ospitalità, inspiegato ed inspiegabile alla luce di qualsiasi teoria medico-patologica (di cui invece Hölderlin va soggetto continuamente) ma che comunica dedizione ed apertura nel e all’atto creativo, assenza di paura per ciò che l’arte, nelle sue manifestazioni più schiette, è capace di trasferire e contenere: «Tenere le braccia su un tenero legno. / Compito gravoso e così lieve. / Accudire le neve, il suo bianco parlare, / prima che il sole santamente / se ne approprii». Il problema dell’identità, persa e continuamente recuperata, è problema di scrittura e di linguaggio: in essi vengono custodite le tracce di un io non più ancorato alla persona, ma libero di essere e di ricrearsi: «Non l’ho perduta la mia età. // La sua spietata ricompensa / ora si aggira tra i filari – ora traluce / in una lingua / ora più vaga ora più amara». E se l’uomo, l’artista, ha «tentato un dettato limpido», nulla trascura in quella che è la sua vocazione, quella di esistere, come in «un fiume destinato alla corrente»: il caos possibile negli «iati / strami esperimenti convertibili / in rizomi inverni ragni» si cerca di risolverlo «anagrammando le radici / alle parole ancora empie». Il poemetto, che si conclude con precisa simmetria in un secondo acrostico sul nome “Hölderlin”, è tutto un canto e insieme una riflessione alla possibilità, investigata metapoeticamente, ma sempre senza piglio superiore ed autorefenziale, dell’espressione e prima ancora della pulsione che ad essa porta quasi come violenza che moltiplica il reale divorandolo: «Parole come lupi che s’inseguono / nel folto della selva. […] Ho un nuovo nome da smembrare. Un’occasione / da non perdere. (Straniera / è ancora all’alba / la mia preda: febbrile / la promessa a un nuovo libro)». […]

***

Da L’equilibrio nell’ombra, Faloppio, Lietocolle Libri, 2007

Oscillazioni

Gelsi e il prato un miracolo,
nel gesto di riempire con il cielo
la distanza della carne. L’esile
materia più gelosa.

Scegliere nel nome
di ogni cosa la più giusta decisione.
Credere è questo.
Allontanarsi da sé per ritrovare
la scrittura della vita
in una gioia da disperdere.

*

C’è qualcosa di giusto,
qualcosa che nobilita lo scettro del granturco
le formiche, –
nel divenire dell’aurora sui crinali.
Oscillazioni
dentro il mare dei licheni.
Madri.
Parole che hanno il seme di un’altra forza,
un’inconsueta dignità
che non manipola il futuro
della terra.

Né il coraggio di scriverne l’ombra,
innalzando all’ascolto dei figli
la luce dei Cani.

*

Coraggio delle scelte mattiniere,
non attardarsi a discutere
che cosa sia più giusto
designare.
Il tempo è nell’anticipo
del falco.
Nel suo respiro
di meteora.
Si danno nomi al mutevole
del cielo senza ipotesi
plausibili per l’erba che rinfranca.
Come se tutto qui dovesse vivere
per noi la stessa gioia,
l’insostenibile esperienza
di un convito
di parole dentro l’erica.

*

Raggi in erba e agnizioni
decisive nel riverbero alfabetico
di vite
simulanti le parole.

Nello scarto è così.
Un paesaggio, poi l’altro
imparziale tra i faggi e indifendibile
dal dubbio che si genera
nel dubbio, –
nell’opera terrena.

Gli invisibili

Aurora che fiorisci
perentoria sugli indizi che circondano
gli abeti, –
raffigurando con le nubi
la mia vita, –
queste parole inumidite
da un chiarore
inossidabile potranno ancora dirti?

*

Una chiarezza così estrema
non permette
di comprendere la luce
che si maschera di pagine
e di cenere,
per essere vicina ed invisibile.

*

Non amo soffermarmi
sulle cose.
Solo un volo radente può ghermire
l’innocenza
della neve nella luce illimitata.
Amo il fiato che preme
il suo cielo
nel cielo.
Il midollo
sul mondo.

*

Essere
acqua.
Corrente primitiva
della carne.
Essere
pietra.
Struttura disegnata
sul diaframma
dalla luce di quest’acqua.
Acqua.
Moneta che insidia il pensiero
di essere
meno del segno di un nome.

*

Buio è il cielo del bosco. Pietre.
Escrementi ed ortiche
decorano il fiume
di nubi sbocciate dal fuoco.
Si profilano
in tempo, –
governando nel tempo l’idea
che la storia non doni al ricordo
nessuna parola.
Nessuna mano per procedere a un perdono.

*

Parlare delle nuvole per dire del dolore
dei mortali.
Mutevolezza
dell’inchiostro che dissimula così
la sua efficacia.
La sua perseverante adolescenza.

Matrici

3.

Custodire una menzogna
tra le pagine equivale a ricondurre
la puntuale carità
di questo pane
nel suo lievito di luce.

6.

Dissetarci e pescare, –
gettando nuovamente lo scandaglio
della luce
nella vita di ogni nome.

Dissetarci e pensare, –
senza temere la profonda verità
che si dissimula sull’acqua.

8.

Docile l’acqua s’incorona
di promesse,
di miele.
Melograno di nomi che allude
nel buio alla sete del fuoco.
Al fervido deserto
dei più deboli.

La pagina, il fuoco

Ci sono libri che desiderano spazio.
Più respiro.
Uccelli ubiqui come l’ombra
di uno stelo.
Luci sul filo ardente della mannaia.

*

Le sculture del fuoco sono azioni
indefinite
nella trama di un linguaggio che si limita
a precederle
nel loro divenire.

*

Un libro vale solo se è esperienza.
Calcio nello stomaco
dei porci che si saziano di luce,
senza avere rotolato in mezzo al fango.

*

Al canto preferisco il disincanto.
Al fuoco della pagina la cenere
impalpabile che resta dopocena, –
sopra la tavola imbandita
di menzogne.

Questo, – non altro
è difficile non l’eternità
che diseterna ogni più fragile presenza.
Né l’amore di sé che si fa spina
dolorosa nella carne.

Al canto preferisco il disincanto.
Tagliente come il filo
di un rasoio.
Come gli abeti all’orizzonte.

*

Mesi,
semi indifferenti alla misura
di una scelta
si strofinano al linguaggio
della luce
sprigionata dai raccolti.

Fiorirà
questa carta?
Sarà la combustione
dei sentieri a decretare nel cammino
la fiducia,
per opporsi con impegno alla miseria.

*

Se l’eco degli amori
si ripete
sui perché la primavera
si ripete,
è giusto contraddirsi
e poi ricredersi.

Non farsi omologare e dare credito
a quest’opera di nomi
e di domande,
che la terra dell’inchiostro
poi dissimula.

***

Dove la terra si fa dono di parole senza voce

“Che mai avremo avuto, invero, se non raggiungeremo il vero luogo?”
(Yves Bonnefoy)

allontanarsi da sé per ritrovare
la scrittura della vita

Ci sono segni, figure, tracce, un intero alfabeto senza inizio e senza sintassi, nello spazio dove l’ombra dimora per farsi evento e sguardo: lo spazio dove la vita s’immerge nella pienezza della sua libertà senza ragione, inavvertita, per vedersi rinascere a ogni alba nelle forme mobili, cangianti, che liberano nel giorno lampi ed echi del suo universo senza riposo. La scrittura della vita segue i passi interminati di un perpetuo esilio: da una forma al suo mistero rivelato, da ciò che apparentemente permane al vento che ne cancella il profilo, da quanto si rinchiude in bozzoli di pietra al lampo che spinge più avanti l’orizzonte. L’equilibrio è l’orma che manca, l’immagine che nel cammino si lascia presentire come assenza. Perché è nelle cose, nella loro semplice, inafferrabile esistenza, che dimora la radice del canto: tutte, una ad una, lettere di un sillabario d’aria, d’acqua, di terra e di fiamma; glifi alle cui labbra la pupilla tende la sua sete, si abbevera – per restituire alla lingua la misura inaccessibile della metamorfosi e del passaggio.

nel gesto di riempire con il cielo
la distanza della carne

Ci sarà sempre un fiore, una zolla, uno sciame, uno stelo, un’ala da leggere negli specchi senza verbo di una storia che non ha cieli da escludere, orme da cancellare – ma si riverbera nelle cose e si incide a segnali di luce nella carne. Oracolo senza tempo e senza altari che si rivela nel suo essere ricettacolo di ogni senso, profezia di ciò che spunta, di ciò che vola ed è muta misericordia di un’esistenza che si fa presenza, pietra scritta, parola senza suono che non teme la metamorfosi a cui il respiro delle cose la conduce. E’ allora che davvero si appartiene: per necessità di un ordine che è pura nominazione, inafferrabile confine dove la lingua frange e si abbandona.

costellazioni dissipanti
la materia alimentata dal dolore

Il poeta procede in un paesaggio che gli si rivela sostenuto e tramato unicamente dal suo svanire: nell’illimitato, improbabile specchio di ciò che eternamente muta, trascorre, e nel suo declinare in altri accenti trova l’estrema ragione del vivente. Nel momento il cui la voce si dispiega, il senso da cui muove è già perduto. La carne e il sangue, sorpresi dal suo esempio elementare, ne assorbono il peso, convergono in natura di ferita, si dispongono al disordine che incanta, al labirinto di solchi che costella il loro declino – il grido ultimo di chi si riconosce parte dell’acqua, un sasso dove inciampa l’onda dei fiumi dove non era stato.

collimano d’estate a questo nascere
rinascere dei sensi le parole

Stupirsi del reale che si raccoglie ed esplode in un suono, in un colore, nell’urto dei sensi che stridono al contatto con l’immagine che brucia il paesaggio da cui emana, e si fa scrittura per la cenere – la pagina che si rigenera, nel ricordo del fuoco che oggi ha nome di piaga, di deserto. Che ogni parola sia soltanto un porto per la luce che vive nei suoi accenti – l’assenza che la dimora come un cantico d’onde la vela che scompare all’orizzonte. Un silenzio senza abbandono – il calice dove ripara la bellezza ferita di ogni sguardo.

dividere nel buio i nutrimenti
della vita, alimentando con tenacia
l’umiltà

Inoltrarsi in un paesaggio dove la terra è vita che si offre senza parole – nella luce assente dell’unica parola in anticipo su ogni pronuncia. Per riconoscersi nella muta e rarefatta albedine labiale che dice il vuoto, la pienezza che trascorre nella sua duplice scia di ascesi e precipizio. Dove il nulla che segue un grido è progetto e figura che stupisce dell’umile, violento calco in cui avvampa e gela – perfezione e finitudine dell’attimo, epicentro di un rogo nel nido dove si celebra l’unione di polvere e respiro.

l’insostenibile esperienza
di un convito
di parole dentro l’erica

La volontà di dire non è che immagine sbiadita di un desiderio che si spoglia, petalo dopo petalo, foglia dopo foglia, dei suoi veli ed emerge come coro sottovoce, controcanto alla disciplina della terra – nell’estasi d’erbe e di radici, nei suoi rituali di sangue e di candore, nella sublime indifferenza dell’occhio del falco, nella sua smisurata costrizione d’abisso, nella preda che al fondo vi si staglia come un lume riflesso dai suoi specchi. Non si travasa lo splendore dall’occhio gonfio del suo peso di piuma alla pagina che brama e muove a fatica contro i margini – come chi forza il deserto a dirsi ancora acqua, il mare profondo a rimembrare la cima innevata che era stato. L’occhio può solo guardarsi nel suo dolore di voce senza inizio. E in silenzio ascoltarsi, perdersi nel fuoco verde che lo consuma.

nominare le cose è un’estensione
dolorosa della carne

Ci si muove nel solco di un esercizio etico, perché a ogni passo il simbolo in cui si inciampa è materia vivente, la parte superstite del giorno che incrocia nel volo il suo rovescio e riscrive il mondo, contemplando il suo ordine immutato, senza tempo, nella lingua impastata di fango delle radici. Ogni cosa che vive, muove sicura verso il suo orizzonte – fine musica di invisibili strumenti o carne in chiaroscuro, il silenzio nel suono cadenzato di sorgente o l’eco vociante che dalle paludi della notte si fa fiamma. L’unica tangibile presenza, nel dolore che segue a ogni incanto, è il volto radente che declina in spiga o fiore di granito, soglia dove l’umano è il nome che le cose regalano alle labbra – perché sia sacro e inviolato il respiro, la traccia assente delle parole segrete che poi diranno l’alba. Che mai potranno l’attimo, la legge impronunciabile di un mondo senza nascere e morire.

il corpo a cui la luce conferisce
detrimento
e dignità

Si cerca il varco come ci si abbandona al sonno, la crespatura dell’occhio che, simile a una pozza nelle mani del vento, nel suo moto irrequieto si fa onda e fondale, il punto di equilibrio su una mappa dove ogni segno svelato è finzione di estrema trasparenza. La prima parola, quella che ignara consegna al giorno i suoi arcani, nasconde nella crepa tra le sillabe pagine mai scritte del libro del buio e della luce. La quiete è solo un riflesso del vagare senza meta tra segni inudibili, indecifrabili palpiti di mondo.

scrivi ora il retaggio
dell’alba
su un mucchio di cenere

Specchiarsi in un albero – mentre d’inverno si spoglia, al lume delle nevi, del suo sudario di scorie, delle forme consunte di una stagione evasa dai suoi cardini, franata. Sapersi destinati, come una voce nel forse delle labbra, in muti transiti di senso, nel pudore che fermenta nell’aria l’inchiostro e la carta, la formula che rovescia i margini in regola di seme. Il verso esatto è il suo librarsi apparente, il suo stupore simile a una lama sospesa tra la terra e il cielo. Sui rami impietriti, la cenere superstite è il pensiero di un interminabile frangere contro la muraglia delle ombre – questo puro silenzio che impedisce alla voce di farsi parola, di essere, lontana dalla carne, il passo che rimane al suo svanire. Riconoscere qui il proprio volto – riflesso nel tempo di una goccia che stringe le infinite movenze di una danza, nel sonno indolente di una nuvola che sciama nel cristallo vermiglio di una luce rinata. Bruciante nell’eco che dall’informe ritesse lampi di roseto sul confine, trascorre nel giorno di ricordo in ricordo, verso il deserto che è soglia, madre di ogni fonte.

*

(Già pubblicato qui e in e-book qui)

8 pensieri riguardo “Risonanze VIII – Nicola PONZIO”

  1. Nicola Ponzio è poeta di alto valore /poetico e umano/ e inoltre artista bravissimo. qui non fa che confermarlo. grazie.
    un abbraccio
    alessandro ghignoli

  2. Un universo del vissuto, queste tue…

    La misura metrica è impeccabile, con quegli endecasillabi franti che mi hanno sempre sedotto. Il ricordare è legato al ritmo…

    ciao

    Apolide

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