Voci di un canto ostinato (II) – Stelvio DI SPIGNO

[La prima parte si può leggere qui]

Da Formazione del bianco (2003-2006)
(Lecce, Manni Editori, 2007)

Il coniglio di casa

Mi abituerò a vedere la gabbietta vuota
dove facevi le tue evoluzioni
perché va detto che anche un coniglio molle,
come diceva Catullo, è capace di rigirarti il cuore,
e quando se ne va il mondo è ancora più vuoto.

Non è semplice parlare da donnetta
come faccio da sempre perché il dolore
è il solo amico dell’uomo in questa vita.
Ma non più amico di te quando prendevi
il bastoncino di legno infastidito
e lo gettavi oltre il recinto della prigione.

Ci siamo tutti dentro, amico topo bianco,
ed ora tu puoi saltare nella luce
candida del tuo pelo, mangiando a sazietà
il quadrifoglio della fortuna
di chi non è mai nato e mai nascerà.

Insonnia

Ho lottato col sonno questa notte.
Voleva dirottare i miei pensieri
ed impastarli sotto le coperte
per farne un film di incubi stranianti.

Avrei visto una casa di cemento
dove è morta l’infanzia, la natura
abbandonare il pianeta, e mia madre,
bellissima, perseguitarmi.

Ma l’ho fermato in tempo e sono sveglio,
pregando ogni momento con tensione,
fissando con terrore il lampadario,
la finestra, la luna, e infine Dio.

Ghost writer

Scriverò queste poche righe inutili
anche oggi che il sole fa le bizze,
spunta, rispunta, si ripristina
sugli occhi limpidi puntati normalmente
sulla faccia grandeggiante della vita.

Ma se non fossero soltanto versi inutili
e soprattutto non fossero corretti,
saprei scaricare sulle cose
questa disperazione silenziosa
per raccoglierla come un grande poema insoddisfatto
nella casella postale e personale
di Dio o dell’universo, no?

Metafora del silenzio

Cambierà ancora il discorso
fatto al mare una mattina d’aprile
vorrei molta vaghezza nel mio dire
ma vorrei anche che sgorgasse come sangue
tutta la verità delle mie vene,
l’ignorarci dei lidi e dei parcheggi,
tra gli alberi innocui, cercando un’oasi
al respiro in affanno sulla città percorsa.

Ma ci sospinge uno spavento di ciò che saremmo
se vivessimo davvero nel discorso
come dentro una casa padronale
a perderci sulla vicina statale,
e se c’è un segnale che indica un luogo
noi non vorremmo essere in alcun luogo:
lo si fa quando manca la sorpresa
o un altro modo di guadagnarci a vista.

Con questo verso

Cammino lontanamente affezionato
alla tua immagine che non entra più in me:
i capelli di un nero altisonante
con pochi filamenti di grigio
come una cornice braccata da una crepa
per i tuoi trentasette anni –

Ma i tuoi occhi cosa vedono senza vedere
e i miei anni come sono
come sono passati senza passare…

Sapessi quanto enorme è stato il darti amore,
e che perturbamento è stato amarti,
farti uscire, entrare, uscire,
poi rientrare e poi di nuovo
allontanare gli occhi dal tuo sguardo a vuoto,
io che in una vicinanza avrei voluto
essere il tuo stesso corpo
essere in te, per te, con te,
qualcosa che il tempo non disperde, non umilia.

Non capirò mai la tua essenza
cosa sei veramente non lo saprò mai.
Quello che so è che cammini nei miei passi
e nel mio respiro tu continui a respirare
e dentro me c’è una stanza semiaperta
dove continui a vivere e a morire,
a vedere come trascino il poco che mi resta,
a ridere forte di me e di te stessa,
a orchestrare i tuoi sorrisi compassati
secondo il battito alterno della tua pazzia
e poi, quando torni calma,
è lì che torni a sperare.

Partire, tornare

Spalle alla poppa del traghetto, nel mare
non c’è altra vita che non sia la nostra.

Spalle alla nave che ci salva, ma la mia mente
è ancora ferma sul treno che ci ha portato qui,
e non c’è niente che la possa distrarre
da quel gemere di binari e ferraglie,
che è giusto il rumore di un viaggio.

Il profilo di Napoli scompare nella sua distruzione,
ma stavolta sono io a girare la testa, per non vedere
quanto intatto resta in me,
mentre con gioia e tradimento lo abbandono.

Come andrei, dove andrei, se potessi
far sparire queste macchie solari
che affondano la retina nel buio del nonsenso,
cancellare la nausea di ogni luogo conosciuto,
o soltanto intravisto o immaginato,
perché basta così poco per fare una scoperta…

Ma ancora non so se è più dolce partire o tornare,
mentre gli spruzzi di un mare forza tre
portano il sale del mondo al fondo delle labbra,
aspettando che smuova le cose come sono
fin dove possiamo ancora indovinarle;
perché è questo che si cerca dal mare,
questo aspetta ogni vero navigante.

Mentre il nostro, di mare, mia donna,
si ferma fino a Procida e ritorno.

Visione del pomeriggio
Piazza S. Giacomo, Gaeta

Chiedere a tutta l’immensità dell’acqua
o al profumo floreale della scogliera
se davvero esiste la felicità,
è questo che aspetto di fare
seduto su un diretto ad aspettare il prossimo autunno,
sperando che non sia feriale come la mia vita oggi?

Ma i contorni delle cose, che non escono
dal loro contenuto in mezzo al vuoto
del mezzo sonno estivo delle tre,
cosa sono se non un’insistenza
di un ritorno del ricordo fabbricante
la migliore felicità della mente,
del coraggio di vedere e venire
a questa fontana di vecchia pietra pomice

a chiedere se vivrò tanto a lungo
perché l’immagine del mondo in me scompaia,
smetta di spaventare anche i passanti
che sono nella strada e dentro il cuore,
il miraggio positivo di un viaggio,
la leggerezza del lasciarsi partire,
o portare verso un ultimo confine
dove tutto, anche i morti, tornino a parlare

di tutto ciò che non sono mai stato,
un uomo senza male, mai statico o pentito,
sul greto di un ruscello del Pollino,
o lungo un’autostrada senza fine…

Anticipazione
S. Giovanni a Mare, Gaeta – ottobre 2005

Una luce comincia a farsi notare
contenta della sua elettricità
da una mensola del “Mediterraneo”,
che oltre a un mare è anche un locale qui al porto,

mentre avverto una fratellanza quasi sospetta
con chi mi porta del cibo
che non posso ripagare
con la stessa gioia che mi dà quando lo vedo,
e chi aspetta che la sala faccia il pieno
di facce poco serie come me

venuto per capire quant’è bello stare al mondo
quando tutto direbbe il contrario,
la pienezza di un luogo e chi sorride
come si entra in un ospedale,
e chi muore al posto mio,
tutto sommato, tutto dimenticato.

E quando sono uscito
non penso ancora a quando tornerò
perché sono rimasto indietro,
unito al volto della cassiera, del cameriere, di Stefania,
a sentire se è bello stare al mondo,
in un posto fra gli altri, a Gaeta,
nonostante oggi sia più che mai autunno,
e io lo avverta più di prima e di sempre.

Leggenda
Lungomare Caboto – Gaeta

Tra gli scogli e le piante
non c’è soltanto una direzione del vento,
ma anche un lampo percorso in lontananza,
un alito ferrigno,
una bocca di roccia che si sposta
e scandisce l’impronta che ogni passante
paga alla sua vita intera.

Così dovrebbe essere,
veloce, come uno scatto o un neon,
l’apertura del mondo
in quei pochi centimetri, in quell’attimo,
prima che il camminante se ne accorga
che non è solo un corpo e non ha voce
come me, mentre lo sto a guardare,
e fugga, come sempre, lì dove
può fingere
di non essere ancora transitato.

Prefazione di Stefano Dal Bianco

«The classic is the local fully realized: words marked by a place». Certamente Stelvio Di Spigno non conosce la famosa sentenza di William Carlos Williams, altrimenti l’avremmo trovata citata da qualche parte in questo libro. È vero che le parole del grande americano si attagliano a molti, come è vero che quasi ogni poeta ha un suo luogo sacro. Ma qui, in questo poeta tanto cosciente di sé e tanto votato alla poetica, la determinazione della scena fa davvero tutt’uno con l’adozione di una prospettiva quasi provocatoriamente classicistica. Ma, intanto, che senso vogliamo dare a una parola così abusata, sempre fuori luogo e vagamente stantìa come ‘classicismo’?
Di questi tempi passa per difensore della tradizione chi fa sonetti terzine e forme chiuse. Nossignori, quelli sono liquidatori. Chi, come l’autore di questo libro, ha fiducia nella tradizione ne accetta il divenire storico, non se ne fa un mascherone di carnevale, e se la tradizione novecentesca è sostanzialmente quella del verso libero, chi la ama non può che sposare quella metrica libera che è il portato storico del secolo appena trascorso.
Ne va del nostro senso del presente, ma non solo: la forma chiusa è una difesa. La maggior parte dei sonettari contemporanei usa il metro come uno schermo. Attraverso il filtro della gabbia metrica si trova il coraggio di enunciare delle proprie verità, anche brucianti, che non si avrebbe la forza di enunciare altrimenti. Ma l’effetto è che queste verità risultano in tal modo artefatte, non più vere nel momento in cui si adotta una maschera.
Ma c’è chi si rifiuta di anteporre all’esistenza la forma quale principio assoluto. Il classicista Di Spigno non si vieta nessuna libertà e nemmeno se la impone, e rischia di più perché così facendo si sottrae a ogni riparo. Se il momento fondamentale di una scrittura responsabile è quello di giungere intatta al lettore, di riuscire a instaurare una forma di condivisione (e si veda la poesia proemiale), una delle sue preoccupazioni sarà di salvaguardare la propria condizione di inermità, a tutti i livelli.
Ed è qui che diventa importante una scelta di campo. Il luogo geografico di Formazione del bianco è facilmente individuabile e dichiarato: Gaeta, certa provincia di Napoli rivisitata come teatro dell’infanzia e dell’adolescenza del protagonista dopo la disgregazione di una famiglia estesa. La dimensione dominante è dunque quella del ricordo: Mnemosyne la fa da padrona per un itinerario che dovrebbe essere di ricostituzione dell’io, e che sempre più assume i tratti di un accertamento di inconsistenza. E localizzare qui significa anzitutto privatizzare, addentrarsi nella storia dell’io attraverso la sua geografia, che sola potrà restituirne un’immagine non falsata, costi quello che costi: «Mi sono specchiato in un’acqua di fogna, / ma l’ho riconosciuta: / mi sono rispecchiato nell’infanzia».
È un itinerario difficile perché i nemici da combattere – che portano fuori strada o semplicemente bloccano il movimento a ritroso – sono molti, per esempio la «nostalgia che devasta», oppure il sonno, portatore di sterili «incubi stranianti». E il percorso si fa accidentato, tanto più doloroso dal momento che l’imperativo è sempre quello di nominare tendenzialmente senza pudori le cose e i fatti della propria vita.
Tutto ciò non può che tradursi in ansia circostanziale, qualche cosa che fa crescere i periodi appesantendoli di determinazioni topografiche, di cavillosi distinguo, di parentetiche affabulanti, mentre il sottofondo della lingua comune oscilla sensibilmente fra momenti di ostentata banalità espressiva e momenti di abbandono inattuale.
Bisogna che il luogo dell’io sia determinato in tutte le sue implicazioni. Ma proprio perché Di Spigno non si può accontentare di poco, a furia di determinazioni circostanziali il luogo perde di coordinate certe, diventa instabile e soggetto all’infinita varietà del mondo fisico e del mondo metafisico, agli stati d’animo, alle correnti del pensiero. In questo libro cercheremo invano la certezza di una definizione singola, non c’è mai la superficialità, a volte disonesta, il più delle volte disonesta, che pretende di dare risposte univoche a situazioni che non lo sono e non possono esserlo per statuto. Qui bisogna stare.
E allora il nemico numero uno, la paura prima di questo poeta diventa l’eccesso di consapevolezza, in assoluto e nel far versi, che si tradurrebbe inevitabilmente in un cedimento a una qualche forma di perfezione stilistica, di governo ‘padronale’ del discorso (si veda almeno la capitale Metafora del silenzio).
C’è qualche cosa che stona regolarmente in questi versi, qualche cosa che non torna, e individuare che cosa sia non è facilissimo: ma poi si vede che l’intruso è quasi sempre una sorta di esagerata volontà di aderire e rendere conto delle situazioni e delle occasioni, di metterle in piazza demistificando il momento lirico. È un atteggiamento che ha qualche cosa di scomposto, come se Di Spigno volesse a ogni occasione ricordarci che tutto nasce e muore sporco ed è bene che sia così: dobbiamo tenerci il fastidio.
A dispetto di certi toni concilianti e della evidente fede nella tradizione nazionale, non bisogna dunque aspettarsi un genere di poesia forzatamente pacificato in un ron ron crepuscolare: troppi sono gli elementi che lasciano trasparire una aggressività a tratti autolesiva, spie del fatto che la pacificazione è cercata ma non mai raggiunta, e forse nemmeno tanto auspicata, per il momento. Parole forti come un pugno nello stomaco («stupro», «fogna», «ingravidare», ecc.) si immettono nel contesto generalmente calibrato e perfino, in apparenza, manieristico; e un simile effetto di violenza abrupta fanno le numerose clausole sentenziose tanto di derivazione montaliana quanto direttamente petrarchesca, non nella sostanza ma nella forma, del tipo: «La mente sceglie la sua immagine vitale / dove sente che il tempo passa meno», o la frequente rottura del principio di non contraddizione («e tutto mi coinvolge, anzi più niente», «così parzialmente amato, totalmente amato») che è sì soprattutto ricerca di una verità di ordine superiore ai due termini della contraddizione, ma è anche, puramente, al grado zero, brutale accostamento di contrari.
L’atteggiamento generale, del tutto cosciente e tematizzato, sta nella percezione, in ogni cosa, della sua propria «percussione interna», quell’aspetto di tormento, di sofferenza, di scardinamento dell’essere che è però insieme un battito di vita, una garanzia di esistenza. È esattamente ciò che manca al «classicista impoverito», al ghost writer che produce queste pagine, sempre alle prese con il senso della propria inesistenza (si veda Foglio bianco).
Ed ecco che in Formazione del bianco i tratti di stile che più accusano una inerme compromissione con ciò che possiamo chiamare tradizione del classico sono anche, in uguale misura, gli strumenti attraverso i quali il personaggio, a onta delle sue stesse assunzioni di povertà, tenta di recuperare il governo di sé, o, se si vuole, di guadagnarsi una garanzia di esistenza almeno nella lingua.
Si tratta infatti in sostanza di figure di parallelismo e ripetizione, figure in cui la lingua ritrova se stessa, mentre nella ripercussione di quel battito il soggetto si riposa trovando una labile conferma del suo esserci: si va dall’abbondanza di anafore ed epifore all’uso ravvicinato di metafore piuttosto connotate letterariamente, come quelle preposizionali («la lampada del desiderio», «la dogana del domani», «il molosso del passato»). E a livelli meno solari ma forse più cogenti il nostro classicista impoverito non ha paura di intrecciare, a volte molto fittamente, rime e assonanze facili, soprattutto a contatto e nei finali di strofa e di poesia (e qui è impossibile non pensare allo studioso di Leopardi). Ciò, significativamente, accade più spesso dove più infuria il versoliberismo, come in Storia in prosa del Vic’s Bar e in Esplorazione. Non si può tacere infine, nel novero dei fenomeni percussivi, una certa predilezione per le ricorsività ritmiche, che si esercita particolarmente in sequenze omogenee di endecasillabi scorrevoli, di passo ternario (3ª6ª10ª), un andamento che però talvolta viene inibito nelle sue consuete e tradizionali potenzialità narrative interessando versi sintatticamente isolati e apodittici: il controcanto fra dinamismo ritmico e sintassi isolante andrà ascritto tra i fatti di brutalità o turbolenza espressiva di cui sopra:

Non la vita di tutti che mi chiama
per l’idea di uno squallido lavoro,
non un corpo di donna o novas coisas.
Su quel rosa mi sono ricentrato.
E nessuno mi deve contraddire.

Ma a che cosa serve tutta questa dialettica storico geografica (e stilistica) del personaggio con se stesso? Quale ne è il punto d’arrivo? Ascoltiamo una dichiarazione dell’autore: «La scelta del colore bianco come tema portante del volume, sin dal titolo, vuole indicare purezza, onestà, invisibilità, chiarezza: a questi princìpi si ispirano anche la semplicità dello stile e le scelte formali di queste poesie. Ma il bianco, come non-colore, suggerisce anche scomparsa, indefinibilità di sé, annebbiamento della memoria, sotterramento».
Il punto d’arrivo e di partenza è il bianco: un po’ avvertito, in negativo, come già presente, un po’ presentito e auspicato, in positivo, come condizione veniente. Bisogna fare il bianco, bisogna fare piazza pulita del sé anteriore, bisogna che «l’immagine del mondo in noi scompaia» perché una rinascita sia possibile.
E allora si tacciano fin d’ora, per favore, e stiano sereni i promotori delle magnifiche sorti e progressive dello ‘statuto del soggetto’, che vedo già pronti a puntare l’accademico dito su chi si è reso colpevole di aver detto ‘io’ senza sotterfugi, prendendosi tutte le responsabilità del caso. C’è una generazione di poeti che forse sta imparando a infischiarsene di ciò che è opportuno fare per essere à la page: lasciamola libera e ascoltiamola.
Il luogo che la poesia di Stelvio Di Spigno si vuole ritagliare è un luogo incerto, senza riferimenti: è questo luogo che dobbiamo sforzarci di abitare ogni giorno. È in questo luogo che dobbiamo mantenerci vigili per riconoscere quotidianamente che cosa c’è nel bianco che ci riguarda. Che riguarda noi:

Non ci resta che attraversare questo istante
di morte per uscirne, siderali, come le fasce
gassose dei pianeti, brillanti di una luminosità
neanche nostra, segreti anche a noi stessi.

12 pensieri riguardo “Voci di un canto ostinato (II) – Stelvio DI SPIGNO”

  1. che belli questi testi, piani lisci eppure di una profondità illuminante.
    ha ragione Stefano Dal Bianco, non sono parole pacificate: eppure la tensione non è mai urlata nè esibita, semplicemente letta e detta per come è, con una lucidità che secondo me appartiene a pochi.

    francesco però t.

  2. Affascinata dalla poetica del bianco. L’arte della pagina bianca ha tra le sue musiche il silenzio. E’ sintesi e alfabeto, assenza e totalità sensoriale, veggenza con occhi che vedono oltre il visibile.

    “Se’ un mondo così alto (…) che non ne avvertiamo il suono. (…) Per questo il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto (…) E’ un silenzio che non è morto, ma ricco di potenzialità (…) E’ la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita” (W. Kandinsky)

  3. dal bianco è riuscito così bene a dire la poesia di di spigno che è davvero difficile aggiungere qualcosa (e il paragrafo sull’io è importante interessa tutti). oltre alla lucidità, già rimarcata, di spigno ha la virtù rarissima dell’insofferenza verso sé stesso. e questa insofferenza si traduce nella sua poesia, poltrona e letto di chiodi, poesia che apre la porta (e poi apre il cuore) soltanto a chi ritorna a bussare, che non permette un’occhiata distratta.

    lorenzo

  4. me le sono stampate queste pagine, perché mi ha colpito la profondità ma anche la linearità, la valenza comunicativa, dei versi, che “dicono”, non soltanto suggeriscono. Complimenti al poeta e all’autore della bella prefazione
    Gisella

  5. interessante la prefazione, i testi postati qui mi sembrano una ricerca sul “transito” o meglio sul “non luogo” , situazione di mal-essere (una volta si sarebbe detto “alienazione”) che trascende l’io poetante – appunto straniato – ed una resa formale decisamente inserita nel filone lirico, un saluto, Viola

  6. Sento di dover davvero ringraziare tutti per le parole espresse e il riconoscimento di concetti come “linearità” e “profondità” che mi appartengono totalmente. Sotto a tutte le parole che scrivo, penso che ci sia davvero una spasmodica volontà di comunicare; sono profondamente solo, e il bianco, penso, è il non-colore che meglio si addice a chi voglia entrare nella vita altrui e lasciarci un suo graffito, un messaggio, un segno quale che sia. Sono contento che questa sensazione sia passata, che l’ospitalità della solitudine sia arrivata a destinazione. E’ per questo che scrivo, che scriviamo tutti, in fondo, anche quando le nostre vite sono, in apparenza, movimentate e intense. Grazie ancora.

  7. Grazie per questi interventi e per i commenti assai calibrati.

    Lorenzo, sono d’accordo con te in generale (in riferimento alla prefazione di Dal Bianco: l’ho postata proprio per questo), ma qualcosa da dire ci sarebbe, almeno per quanto mi riguarda: soprattutto su alcuni “incisi universalizzanti”. Purtroppo non ho tempo, ma ti prometto che riprenderemo quanto prima l’argomento.

    fm

  8. Francesco, ci sarebbe da dire molto, senza dubbio. Solo notavo che dopo quella prefazione, si può dire qualcosa soltanto dopo aver molto pensato e studiato. Insomma era un mio modo retorico per invitare a leggere con estrema attenzione quella prefazione, e la poesia di Di Spigno.

    lorenzo

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